Proviamo a cambiare il nostro sguardo, per vedere l'invisibile. Per vedere gli invisibili. Prendiamo un monumento simbolo del Rinascimento: la celebre cappella funeraria del cardinale del Portogallo, a San Miniato al Monte, a Firenze. Vediamo l'architettura e la scultura dei Rossellino, la pittura di Pollaiolo (anche se in copia), il cielo colorato di Luca della Robbia... E tra ciò che invece non si vede, ma che i documenti testimoniano, e che dunque una narrazione storica completa può fare "vedere", c'è anche la vita del suo primo custode. Uno schiavo, etiope: nero. Un uomo che, la morte del suo padrone, appunto il giovanissimo cardinale Giacomo di Lusitania, non liberò: egli rimase legato al corpo che possedeva il suo corpo anche quando quel primo corpo non respirò più. Letteralmente, il morto che afferra il vivo. Così lo schiavo rimase a vegliare - sotto il controllo dell'esecutore testamentario, il vescovo Alvaro Afonso - sulla costruzione di questa sontuosissima tomba. Ma accanto a tutti quelli dei mastri, muratori, operai fiorentini e italiani di ogni genere che dettero vita alla Cappella, e i cui nomi sono, talvolta e almeno in parte, scritti nei documenti, ma dimenticati di fatto da tutti noi (il "servaggio senza nome" di cui parlano Walter Benjamin e Bertolt Brecht), c'era qualcuno ancora più oscuro: oscuro perché nero. Qualcuno che non era venuto a Firenze, o in Europa, di sua spontanea volontà, ma che era stato catturato, sequestrato, venduto e comprato. In questo caso uno schiavo etiope, che non possedeva più nemmeno il suo nome e la sua storia: perché venne battezzato, e chiamato Sebastiano. È che nei documenti relativi all'eredità del cardinale è inventariato come "lo schiavo nero", insieme ad una mula, anche lei nera, "et altre masseritie". Quando Frederick Hartt, Gino Corti e Clarence Kennedy pubblicano quei documenti, nel 1964, scrivono che lo schiavo "sarà apparso meraviglioso, con il suo corpetto costoso, e dunque probabilmente riccamente ornato e dorato, contro il marmo abbacinante della facciata di San Miniato". Non sono colpiti dalla riduzione di un essere umano ad oggetto, ma dalla dimensione estetica di quell'oggetto: il nero, il colore, il bianco. Un commento "orientalista", colmo della condiscendenza coloniale tipica di quegli anni. Ma le cose, proprio allora, iniziavano a cambiare, e uno storico dell'arte come Francis Haskell scriveva: "Non sono disposto ad ammettere che lo studio dell'arte implichi una rinuncia ai valori etici più che lo studio del comportamento morale". È così che possiamo cominciare a vedere. A vedere perfino Bastiano. (Tratto da “Lo schiavo nero custode del cardinale” di Tomaso Montanari, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 30 di ottobre 2026).
“La nostra vera forza”, titolo dell’intervista di Massimo Giannini a Corrado Augias pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 31 di ottobre 2026: “Mi chiedi se sono ottimista? Ti dico di no, dall’alto dei miei 91 anni non lo sono affatto...». (…). Caro Augias, come scrivono Massimo Cacciari e Roberto Esposito, ho davvero l'impressione che il Kaos sia diventato ormai la forma stessa del mondo. Che tempi stiamo vivendo? «Hai ragione. Una domanda mi assilla e ci assilla: siamo in guerra o no? Io vengo da lontano, in ogni senso. La guerra l'ho conosciuta, da bambino, quando mio padre entrò nella Resistenza agli ordini del colonnello Montezemolo e noi giocavamo per strada con gli elmetti abbandonati per le strade. La Storia ci ha abituato a una prassi: il ministro degli Esteri convocava l'ambasciatore, e gli consegnava la dichiarazione di guerra. Poi, dopo un certo numero di anni e di morti, la guerra finiva, i vincitori e i vinti si sedevano a un tavolo e firmavano i trattati di pace. Oggi tutto questo non c'è più. Le guerre ci sono, ma sono sparse e diffuse. Non c'è solo quella dell'America e di Israele contro l'Iran o della Russia contro l'Ucraina, che ha tratti da vecchio conflitto ottocentesco. Ci sono anche le guerre ibride e le guerre per il dominio tecnologico, quelle tra le Big Tech sul digitale e quelle tra imperi sull'intelligenza artificiale. E allora, torno alla domanda: siamo in guerra? E mi rispondo sì e no, perché la condizione di questi anni è l'ambiguità...».
