"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 24 settembre 2026

MaldItalia. 09 Raffaele Simone: «L’uguaglianza la teorizziamo in politica, la dichiariamo solennemente nella Costituzione e nelle aule dei tribunali, la esaltiamo nelle omelie, ci sforziamo di insegnarla nelle scuole, la denominiamo in mille modi, ma non siamo in grado di praticarla. Perché questa resistenza dinanzi a uno dei fondamenti concettuali di una democrazia democratica, quale la nostra vuole essere?»


Ecco un altro spunto di riflessione sul nostro “essere italiani”. Come sempre tratto da “Il paese del pressappoco” di Raffaele Simone, dal capitolo diciannovesimo che ha per titolo “La fila e il nugolo”, è la visione mortificante e quotidiana di quel vivere incivile, sgomitante, in tanti casi anche sguaiato, che contraddistingue la cosiddetta nostra vita associata. E chi non ha fatto l’amara esperienza della “fila” in un ufficio pubblico, in un ospedale, anche in un cinema o in un teatro o financo allo stadio, ove tutto è permesso? Là dove non necessita sgomitare lo si fa giusto come “stile di vita”, all’italiana per l’appunto, per come sulle nostre strade si vedono le macchine sfrecciare indubbiamente non per un servizio urgente, o di pronto soccorso, o per raggiungere affannosamente il posto di lavoro, ma giusto per infrangere gagliardamente le regole , anche quando il tempo tiranno non ci tiranneggia poi tanto, alla domenica o nei giorni di festa, magari con la famigliola a bordo che incoraggia il temerario pilota della festa. Personalmente mi raccomando sempre con i miei compagni di viaggio per il rispetto dei limiti di velocità sulle strade o sulle autostrade, per la qualcosa, al mugugno di qualcuno dei gitanti espresso sull’inutilità dei limiti prescritti e sulla non necessità della loro osservanza, stabilita la meta di destinazione, saluto il conducente scalpitante dando appuntamento nel luogo convenuto della scampagnata. (…). Gli italiani, che detestano l’uguaglianza e tutto ciò che la impone e la esibisce, in una fila non vedono il modo più semplice e efficiente per evitare lo scontro primordiale tra desideri in contrasto, ma un’offesa personale. La coda è per loro “l’infamia caudale”, come la definì Carlo Emilio Gadda nel suo straordinario linguaggio. Allora la sostituiscono con qualcosa di più creativo, anche se più rischioso: il “nugolo”, la massa scomposta e nervosa di persone che premono da tutti i lati, si infiltrano, si confondono, approfittano della minima distrazione dell’altro per scavarsi una fessura illegale e infilarcisi… Ognuno dove capita, ammassati, in disordine, per lasciarsi aperta la strada a piccole approssimazioni abusive al risultato finale, e magari arrivare primi. Insomma, qualunque cosa va bene, purché non induca gli altri a pensare che siamo “pecoroni” (come si dice popolarmente), ossia persone obbedienti alle regole civiche elementari. Nulla ci sembra più mortificante che far vedere che siamo uguali agli altri e non – come noi vorremmo – “toto coelo” diversi, cioè superiori a tutti. L’uguaglianza la teorizziamo in politica, la dichiariamo solennemente nella Costituzione e nelle aule dei tribunali, la esaltiamo nelle omelie, ci sforziamo di insegnarla nelle scuole, la denominiamo in mille modi (soprattutto democrazia), ma non siamo in grado di praticarla. Perché questa resistenza dinanzi a uno dei fondamenti concettuali di una democrazia democratica, quale la nostra vuole essere? (…).

Postato al tempo, il 24 di dicembre dell’anno 2005, su di “un altrove” che non c’è più.

«Reggio Calabria sarà la nostra Sassonia», tuona Vannacci in collegamento con il Festival del peperoncino di Diamante, e la frase che inevitabilmente fa titolo è talmente surreale già così che provare ad approfondirne i contenuti rischierebbe solo di normalizzare l'assurdità del tutto, di rendere sciapo ciò che nasce piccante, di sminuirne l'impatto rovinandone l'epos. Reggio Calabria dunque, già terra dei moti del Boia chi molla al cui promotore Ciccio Franco, in questo mondo mai così vergognosamente e spudoratamente al contrario, è dedicato un monumento in pieno lungomare reggino, sembrerebbe apprestarsi a esser la prima preda, grazie alle suppletive di fine settembre, della fin troppo annunciata e all'apparenza inarrestabile scorpacciata elettorale di Futuro Nazionale. Nel forsennato rastrellamento di reduci e saltimbanchi, freak e peones, fascisti della prima ora e fulminati sulla via del futurismo calistenico, ospiti della Zanzara e scappati di casa (nel senso soprattutto di scappati da case politiche forse non più convenienti come un tempo) che caratterizza la formazione della classe dirigente del Partito del momento, l'ultimo "soldato" assoldato alla causa vannacciana è il transfuga Mimmo Giannetta, già ex capogruppo regionale della Forza Italia di Roberto Occhiuto, che pare non esiti a dargli del "mercenario". Di molto probabile, per provare a dare un po' di senso alle frasi del generale in pensione, c'è che la Sassonia-Anhalt, regione dove con il 44,6 per cento dei voti ha trionfato l'estrema destra, anzi, l'ultradestra, anzi, la turbodestra, anzi, i nazisti, che nulla fanno o dicono per non sembrare tali, per quel sempreverde tema dell'immigrazione che tanta apprensione genera nel mondo sovranista, sarà piena di calabresi, ma vabbè, non credo che Vannacci pensasse a questo equiparando i due territori. Di sicuro c'è che ora stiamo tutti a chiederci come fare per arginare i nazisti, o i fascisti, che più sembrano impresentabili a ogni persona dotata di buon senso (e non ho detto di sinistra, sia chiaro), più voti prendono. Contromisure, allo stato delle cose, date le attuali opposizioni, dati gli attuali elettorati, realisticamente, sembrano non esserci. Perché se una leader orgogliosamente sovranista, omofoba e razzista (nonché nipote di un membro delle SS, raro caso in cui le colpe dei nonni si può dire che ricadano sui nipoti), riesce ad affermarsi presso un elettorato orgogliosamente sovranista, omofobo e razzista essendo dichiaratamente lesbica, fidanzata con una ragazza dello Sri Lanka con la quale ha adottato due figli, il tutto abitando non in Germania ma in Svizzera, provare a essere logici e dialettici nell'evidenziare incoerenze e viltà, diventa oggettivamente impossibile. A meno di scoprire che Reggio Calabria non è ancora Sassonia. (Tratto da “La sua Sassonia” di Diego Bianchi, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 18 di settembre 2026).

“AFD e Vannacci sono figli del capitalismo globale”, testo di Daniela Ranieri pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di settembre 2026: Seconda puntata sulla vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt. Il cavallo di battaglia del programma del partito filonazista è la “remigrazione”, un’insidiosa parola neutra e tecnico-burocratica con cui le ultra-destre occidentali indicano la deportazione forzata di immigrati che si trovino già sul suolo patrio e dei loro discendenti, inclusi coloro che hanno ottenuto la cittadinanza. Al diavolo il diritto internazionale, i cui capisaldi sono il diritto d’asilo stabilito dall’art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, il principio di non respingimento della Convenzione di Ginevra del ’51 e, in Italia, il diritto d’asilo garantito allo straniero a cui nel proprio Paese sia impedito l’esercizio delle libertà democratiche (art. 10 della Costituzione). Del resto, il “diritto internazionale vale fino a un certo punto”, come affermò l’impeccabile Tajani commentando gli attacchi di Israele contro la Flotilla che voleva portare aiuti a Gaza.

Forse questo intendeva il cancelliere tedesco Merz, quando disse che “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”: alterare la tara dell’accettabile, violando la dignità dell’essere umano in nome della “democrazia” e del “diritto di Israele a esistere”, specie se quell’essere umano è povero, di pelle scura e non europeo. La remigrazione, su cui si è avventato Vannacci come soluzione rapida e pulita al problema della mancata integrazione degli stranieri, è cresciuta dentro un brodo culturale i cui primi responsabili non sono stati i neonazisti, ma i rispettabili governanti sedicenti democratici. Lo hanno fatto applicando scientemente i principi del neoliberismo occidentale, la cui naturale evoluzione porta alla povertà di intere masse di cittadini e alla ricerca di un capro espiatorio facile e inerme. Il programma economico di Afd è basato su un neoliberismo radicale: meno tasse, meno Stato, aiuti alle imprese, deregolamentazione e taglio della spesa pubblica. Non sono questi, forse, i principi con cui ci hanno governato finora? È il dogma che appare salvifico all’establishment europeo che idolatra i suoi sacerdoti come Mario Draghi. È stato nei nostri Paesi cosiddetti democratici che i meccanismi di regolazione, compresa l’immaginaria autoregolazione dei mercati, sono stati smantellati in nome dell’assoluta libertà di mercato (deregulation). Solo così si è potuto far credere a fasce di popolazione sempre più povere che l’ostacolo principale a una più equa distribuzione della ricchezza non fosse la riduzione della spesa sociale a vantaggio delle imprese e, negli ultimi anni, del complesso militare-industriale, ma la concorrenza di miserabili che pretendevano un tozzo di pane. È su questa base ideologica che il governo Meloni, col giubilo dei centristi e di tutto l’apparato mediatico benpensante e liberale, ha potuto togliere il Reddito di cittadinanza, introdotto dal M5S, a milioni di famiglie ridotte alla fame. Gli ultimi saranno gli ultimi: è il credo della civiltà occidentale di marchio Usa. Afd esplicita che i diritti assistenziali sono rivolti solo alla popolazione autoctona (“noi, il popolo”) con l’esclusione degli stranieri, e questo evidentemente rassicura parte dell’elettorato più debole. Le ricette di Meloni-Salvini-Tajani – millantare di poter chiudere i porti (in un Paese fatto per 3/4 di coste); “esternalizzare” i migranti, trasferendoli a caro costo in container prefabbricati in Albania (salvo poi doverli riportare indietro ex lege); creare nuove fattispecie di reati per criminalizzare la povertà e aumentare la percezione d’insicurezza dei cittadini – si son rivelate velleitarie. I giornali della borghesia ex progressista fingono di non ricordare il rimedio agli sbarchi ideato dal governo Gentiloni nella persona dell’allora ministro dell’Interno Minniti, da cui la dottrina omonima: il Memorandum Italia-Libia (2017), stilato col governo di Tripoli per finanziare, addestrare ed equipaggiare la Guardia costiera libica affinché bloccasse i barconi dei trafficanti prima che lasciassero le acque territoriali, incarcerando i migranti in centri che l’Onu ha definito “lager”. La Guardia libica fa il lavoro sporco per noi; dacché il gioco s’è rivelato anche inefficace, alla gente immiserita non resta che l’ultima carta: votare per chi promette di radicalizzarlo. La globalizzazione e la flessibilità del mercato del lavoro hanno spezzato la solidarietà di classe, sfruttando la forza-lavoro straniera per abbassare i salari ed erodere diritti. I governi del capitalismo neoliberista, di destra e di centrosinistra (chi ha fatto il Jobs Act? Chi ha eliminato l’art.18?), hanno fomentato la competizione, esaltando il “merito” e indicando gli stranieri poverissimi ai salariati poveri come causa della loro miseria. Quella di AfD è solo la ferocia dei liberal-capitalisti resa esplicita. AfD, Vannacci e le altre destre razziste sono figli loro.

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