"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 9 marzo 2026

Doveravatetutti. 71 Tomaso Montanari: «Abbiamo dimenticato che ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che ora divampa: senza limiti».


(…). Quando Trump (in una intervista al New York Times del gennaio di quest'anno) ha dichiarato che il suo unico limite è la sua stessa moralità, stava applicando al governo del mondo lo stesso metro con cui si era regolato in tutta la sua vita di imprenditore malavitoso e frequentatore del mondo di Epstein. Un mondo di isole, palazzi, aerei privati in cui la legge non vigeva e in cui i ricchi e i potenti potevano fare letteralmente di tutto: senza limiti. Non c'è alcuna soluzione di continuità tra la violenza privata sui corpi delle donne irretite da Epstein e le bombe sui corpi delle bambine iraniane: il filo che lega questi scempi è l'assoluto arbitrio di chi non riconosce alcun limite esterno. Non c'è soluzione di continuità tra i "pieni poteri" del maschio, bianco e ricco nelle alcove di Epstein, quello del presidente degli Stati Uniti dentro il suo Paese (Minneapolis) e quello degli Stati Uniti nel mondo (Venezuela, Iran). In tutti i casi, un potere che considera sé stesso "assoluto" non riconosce alcun limite: all'interno non contano la Costituzione, gli Stati federati, i sindaci, i governatori, le università, all'esterno non contano il diritto internazionale, gli altri Stati, gli organismi sovranazionali. In questo assetto non esistono freni: né sul piano simbolico (si può far presiedere il consiglio di Sicurezza dell'Onu a Melania Trump, sbeffeggiando contemporaneamente il genere femminile e le Nazioni Unite, proprio come Caligola umiliava il Senato facendo senatore il proprio cavallo), né su quello sostanziale (si può immaginare e creare un anti-Onu a conduzione privata, l'osceno Board of Peace). Non esistono argini al potere del capo: mentre ogni altro potere interno (parlamenti, magistrature, giornali, università...) o esterno (consessi sovranazionali, corti internazionali, ong...) viene limitato, svuotato, represso. Agitando il feticcio di una sovranità popolare anch'essa senza limiti, di fatto si priva il popolo sovrano di ogni vero potere: un progetto funzionale a fare la guerra, perché una legge ferrea stabilisce che "il potere di aprire e far cessare le ostilità è esclusivamente nelle mani di coloro che non combattono" (Simone Weil). Dovremmo aprire gli occhi sulla relazione che c'è tra lo smontaggio degli equilibri delle democrazie (marginalizzazione dei parlamenti, sottomissione delle magistrature ai governi, repressione securitaria) e questo terribile amore per la guerra. Di recente, il filosofo del diritto Tommaso Greco ha ricordato (…) come per il Kant del trattato sulla Pace perpetua il mantenimento della pace dipenda in primo luogo dagli ordinamenti interni degli Stati: che proprio a questo fine devono essere "repubblicani", cioè garantire che siano i rappresentanti dei cittadini a decidere "se la guerra può o non può essere fatta". Una richiesta che certo non avviene laddove i capi di Stato sono i "proprietari", dice Kant, dello Stato stesso. Il fatto che il capo incontri il limite del Parlamento, della legge e di una magistratura libera rende meno probabile la guerra: perché rende più probabile che quello Stato sia disposto a riconoscere il limite degli altri Stati, e che ci si doti, insieme, di un sistema sovrastatale di regole e istituzioni. Esattamente tutto ciò che ora stiamo distruggendo a rotta di collo: perché abbiamo dimenticato che ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che ora divampa: senza limiti. (Tratto da “Da Epstein alla guerra, il potere senza più limiti” di Tomaso Montanari pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, domenica 8 di marzo 2026).

“Così il diritto internazionale non conta più”, testo della intervista di Annalisa Cuzzocrea alla studiosa americana Anne Applebaum pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 4 di marzo 2026: (…). Crede che la Casa Bianca abbia contatti in grado di stabilizzare la situazione in Iran, garantendo una vita migliore per la popolazione, quando l'ondata di attacchi finirà? "Non hanno contatti profondi né strumenti per comunicare con l'opposizione iraniana o con la popolazione iraniana. E non hanno un piano di lungo periodo, non c'è un'idea su come portare l'Iran alla fase successiva. Può darsi che Trump abbia in mente che l'Iran finisca più o meno come è finito il Venezuela, con il regime sostanzialmente intatto, ma con una figura più malleabile al comando. Ma è un obiettivo molto difficile da raggiungere".

Perché? "In Iran ci sono più di un milione di persone armate. Parliamo dei Guardiani della Rivoluzione, delle diverse forze di polizia e dei gruppi paramilitari. Forse il numero è addirittura più alto. E c'è circa il 20% del Paese – forse adesso un po' meno – che, nell'ultima rilevazione seria, risultava sostenere il regime. Inoltre, i Guardiani controllano una parte enorme dell'economia, del petrolio e di altre risorse. Se vuoi un cambio di regime, devi farci conti. Rassicurarli, offrire un'alternativa, provocare una spaccatura interna da cui emerga qualcun altro. Ma non sembra esserci un piano".

“Autocrazie” è stato pubblicato meno di due anni fa, ma il panorama di Siria, Venezuela, Cuba, e ora del Medio Oriente è già molto cambiato. L'analisi resta la stessa? "L'argomento fondamentale – cioè che stiamo assistendo all'emergere di un nuovo tipo di Stato autocratico, meno interessato all'ideologia e più al denaro, e all'attacco al linguaggio della democrazia liberale – resta valido. Anzi, oggi dobbiamo chiederci se l'amministrazione Trump non miri a trasformare gli Stati Uniti in uno Stato di quel tipo. Molto dipenderà da quel che accadrà. Se ci fosse una qualche forma di cambio di regime in Venezuela, in Iran e a Cuba, questo romperebbe la rete autocratica su cui soprattutto la Russia ha fatto affidamento. Ma in Venezuela, ad esempio, abbiamo avuto un cambio di leader, non di regime".

Potrebbe andare così anche in Iran? "È possibile. Non c'è dubbio che Trump non veda il mondo come un luogo in cui gli Stati Uniti sono il Paese leader delle democrazie e il garante dello stato di diritto. Lo vede piuttosto come lo vede Putin, o come lo vede Xi: un luogo di accordi pensati per accrescere il proprio potere e la propria influenza. L'esempio migliore è il modo in cui sta negoziando con la Russia sull'Ucraina. Ci sono due tavoli: uno riguarda l'Ucraina e il territorio ucraino; l'altro riguarda accordi commerciali tra Stati Uniti e Russia. I russi hanno fatto offerte chiare a diverse aziende americane, offrendo accesso a minerali e forse al settore petrolifero".

L'Iran ha sempre finanziato il terrorismo ed è sempre stato una minaccia per Israele. "Sì, ma non c'era una causa immediata, nessuna ragione urgente, per questo molti pensano che Trump possa avere motivazioni personali. Detto questo, l'Iran è un regime totalitario feroce, che ha cercato di esportare la propria ideologia radicale in tutto il Medio Oriente, ha causato danni incalcolabili per decenni, ha represso il suo stesso popolo, governa con manipolazione, coercizione e sorveglianza. La prospettiva della sua scomparsa è qualcosa che chiunque dovrebbe accogliere con favore. Il problema è se esista un piano per portare l'Iran verso uno Stato stabile, almeno rispettoso della legge, con un governo pluralista che includa le molte fazioni interne".

Le democrazie liberali sono state contagiate dalle autocrazie? "Il mondo in cui il diritto internazionale contava davvero è finito. Non tornerà. Bisognerà costruire qualcos'altro. L'invasione russa dell'Ucraina del 2014 era un segnale fortissimo. Quella su larga scala del 2022, con crimini di guerra, massacri di civili, deportazioni di bambini, campi di concentramento nei territori occupati, ha infranto tutti i principi su cui si reggeva l'Europa. Poi c'è l'altra parte della domanda: le pratiche autocratiche si sono diffuse nelle democrazie? La risposta è sì. Le democrazie non cadono per rivoluzioni, ma perché leader eletti democraticamente adottano le tecniche dell'autoritarismo. È successo in Venezuela, in Russia, in Turchia, in Ungheria, in India. Parliamo della politicizzazione dei tribunali, del controllo dei media attraverso acquisizioni da parte di amici del regime. È ciò che è accaduto in Ungheria con Orbán. Questo modello di "cattura dello Stato" ora sta avvenendo anche negli Stati Uniti".

Con il rischio che gli Stati Uniti si trasformino in un'autocrazia è reale? "È quello che vogliono. Lo dicono apertamente. Vogliono centralizzare le elezioni, che in America sono gestite dagli Stati. C'è un processo di concentrazione dei media: un'unica famiglia, quella di Larry Ellison, vicino all'amministrazione Trump, sta acquisendo grandi gruppi mediatici come CBS, Paramount e forse CNN. C'è l'uso dello Stato contro i nemici del presidente, l'attacco alle università, alle istituzioni scientifiche, culturali. Tutto questo segue uno schema riconoscibile di cattura autocratica".

Che tipo di reazione sta avendo la società civile negli Stati Uniti? "C'è una reazione della società civile e anche del Partito Democratico. Gli Stati Uniti non sono ancora una dittatura: esiste un'opposizione legale. Ci saranno iniziative al Congresso per fermare la guerra, un aumento dell'impegno civico, decisioni dei tribunali contro Trump. Nulla è inevitabile. Ma è fondamentale che gli europei capiscano cosa sta succedendo e non mitizzino gli Stati Uniti. Se l'Europa vuole restare sovrana e democratica, dovrà trovare una propria leadership, una propria industria della difesa e tecnologica, mercati finanziari integrati. È il momento in cui l'Europa deve diventare un attore geopolitico, altrimenti rischia di diventare un terreno di gioco per interessi russi, americani e cinesi".

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