“Pallida Europa in cerca d’autore”, testo del filosofo tedesco
Peter Sloterdijk riportato sul settimanale “L’Espresso” del 21 di novembre
2025: Per quanto concerne l'Europa, un continente senza colonie e ormai politicamente
ridotta a sé stessa, nessuno può affermare che in questo momento delle risorse
alternative la stiano nutrendo in modo particolarmente intenso. (...). Nel giro
di pochi decenni, la testa recisa dell'Europa si è unita - sempre dall'alto e
senza un'energia concreta dal basso - a un corpo complicato, ma non più
mostruoso, di ventisette organi; e si stanno ancora cercando nomi e definizioni
per descrivere questa assurdità, per la quale nella storia dei grandi organismi
politici non esisteva un modello. I vari tentativi di dare un profilo a questa
novità - come la definizione di "potere silenzioso" - non hanno
ancora portato a risultati convincenti. Le meditazioni di Derrida del 1990,
stilate sotto l'impressione delle novità a est, oggi si rileggono come un
capolavoro di ambiguità: il suo era un tentativo di allineare una serie di
imperativi ipotetici e pretenziosi congiuntivi come garanti formali della
prudenza e della cautela sempre richieste dalla storia. Derrida era uno di quei
pensatori che sembravano credere sul serio che una parola fuoriuscita dalla
bocca di un filosofo potesse condurre - come alcuni esempi del XIX secolo
avevano mostrato -, attraverso moltiplicatori ideologici e opportune
costellazioni di potere, a nuove grandi guerre, o persino a guerre mondiali. (...).
Nel bene come nel male, i meandri di Derrida e i suoi giochi un po' stantii con
le parole "capo", "capitale'' e "capitali" assumono il
valore di testimonianza delle difficoltà di questa regione del mondo, emersa
come un'entità spezzata dalla sequenza della doppia guerra dal 1914 al 1945. (...).
Viviamo dunque in una parte del mondo altamente compromessa, dove ogni
tentativo di un nuovo inizio è vanificato dalla zavorra di una storia
eccessivamente pesante. Chiunque in questa situazione si assuma il compito di
ripensare l'Europa deve rendersi conto che si tratterà di elaborare concetti
per una novità politica e culturale la cui esistenza è ancora in gran parte
sconosciuta: ossia concetti per un continente senza qualità. Abitato da mezzo
miliardo di persone e ambito come luogo di accoglienza da innumerevoli
potenziali immigrati, dalla fine della Seconda guerra mondiale questo continente
è alla ricerca di un nuovo obiettivo per sé e per i suoi popoli, che vengono
cautamente chiamati "popolazioni" per evitare che le loro peculiarità
di populus o demos non finiscano per inebriarli. Nella forma dell'Unione
europea si è riusciti in ogni caso a realizzare un'improvvisazione politica che
non era certo prevista nei copioni della storia mondiale. Il quasi-continente
ha creato così un grande organismo politico che, nonostante le sue dimensioni,
non presenta né gli atteggiamenti né il comportamento di un impero. Le sue
capitali possono godere di tutti i vantaggi della vita urbana, ma hanno
rinunciato al carisma fallico che un tempo era associato alle metropoli delle
potenze fondatrici di colonie. Attirano sì i turisti, ma senza essere stazioni
di trasmissione di missioni più ampie. Gli abitanti dell'Europa onorano lo
stato della loro nuova europeità attribuitagli in modo così ascrittivo, con la
loro ostinata abitudine di partecipare solo con la metà dei votanti alle elezioni
del Parlamento europeo - soltanto i belgi e i lussemburghesi votano alle
elezioni europee con la stessa diligenza con cui voterebbero a livello
nazionale. E sebbene la stragrande maggioranza dei cittadini del nuovo
costrutto europeo si ritrovi dalla parte dei vincitori, grazie alla loro
appartenenza a un'entità ancora ardua da comprendere, molti hanno difficoltà a
percepire quest'astratta costruzione con quelle emozioni con cui solitamente si
accoglie una patria. (...). Si deve temere che a Dostoevskij sia riuscito di
definire l'uomo contemporaneo di questa parte del mondo quando, attraverso la
lente del cristianesimo ortodosso e con un'intuizione improvvisa delle sue
Memorie dal sottosuolo - la crudele novella del 1864 che ha catapultato il
risentimento sul palcoscenico della letteratura mondiale - ha fatto dire al
protagonista che l'uomo è un essere a due gambe e ingrato. L'europeo medio di
oggi, che vive con il suo risentimento, non sempre ingiustificato per altro,
nei confronti dei processi spesso così opachi, quasi extraterrestri di
Bruxelles e Strasburgo, senza neanche considerarne le premesse della sua esistenza,
è l'incarnazione dell'ingratitudine - nella misura in cui questa comporta
trovarsi alla deriva di suscettibilità quasi post-storiche e senza sapere,
tanto meno voler sapere, da quali fonti sia scaturito l'attuale modus vivendi.
Troppo spesso insomma gli europei di oggi sono i consumatori finali di un
benessere delle cui condizioni di origine non hanno la più minima idea. Nella
sua esistenza perforata da vuoti di memoria, la frase di Stephen Dedalus è
diventata ormai realtà: "La storia è l'incubo da cui cerco di
destarmi". Di seguito cercheremo di stemperare un po' questo spirito
d'ingratitudine. Nel farlo, partiamo dal presupposto che l'ingratitudine è solo
un sinonimo di ignoranza e analfabetismo, nonché un sintomo curabile di
entrambi. Definiamo qui dunque l'Europa come un libro che non viene letto
abbastanza da coloro che ne sono direttamente coinvolti; e che anzi i suoi
detrattori sfogliano solo per documentare meglio le loro accuse. I capitoli che
seguono vanno intesi come segnalibri di un volume dalle dimensioni quasi
scoraggianti. Essi sottolineano solo alcuni passaggi, chiedendo a un pubblico
distratto di prestare almeno un minuto di attenzione alle pagine
contrassegnate.
Dal colloquio tra Paolo Berizzi - inviato del quotidiano “la Repubblica”
- ed il fotoreporter spagnolo Jordi Borràs, testo riportato sul periodico “U” del
quotidiano “la Repubblica” del 27 di novembre 2025: (…). JORDI BORRÀS:
«Paolo, l'ultima volta in cui ci siamo visti eravamo circondati da neofascisti
a Milano, ricordi? Oggi come stai?».
PAOLO BERIZZI: «Sto, e di questi tempi è già un'ottima notizia.
Ricordo: 23 marzo 2019. I gruppi neofascisti si erano radunati a Milano per
celebrare il centenario della nascita dei Fasci italiani di combattimento di
Benito Mussolini. Alla regia: CasaPound. Io ero sotto scorta da pochi mesi, in
un frullatore. Tu eri venuto anche per raccontare il mio lavoro e le mie tristi
vicende. Per me, che in quei giorni ero un po' frastornato, era stato un grande
privilegio. A te Jordi come va coi fascisti spagnoli?».
JB: «Male, come allora. Continuo a non poter fotografare eventi
di estrema destra né in Catalogna né nel resto della Spagna. Così da anni ho
scelto di fare reportage fuori casa, l'ultimo è stato in Austria».
PB: «Questo vento nero che soffia sull'Europa e anche Oltreoceano
non si ferma. Ci davano dei matti quando, anni fa, lo raccontavamo. Ricordi?
"Esagerati, vedete fascisti ovunque"».
JB «La situazione è grave. L'estrema destra è ormai presente nei
parlamenti di quasi tutta Europa, governa in alcuni Paesi e il neofascismo si
riaffaccia nelle strade in modo sempre più sfacciato. Tu come e perché hai
iniziato a interessarti al tema?»,
PB: «Più di 25 anni fa, raccontando le curve ultrà negli stadi.
Ci ho fatto anche la tesi di laurea, in Filosofia, alla Statale di Milano. Già
allora gli stadi si stavano colorando di nero, in rapporti osmotici con gruppi
di estrema destra: VFS, Azione Skinhead, Forza Nuova, CasaPound. Poi sono
arrivate Lealtà Azione e i neonazi della Comunità militante dei Dodici raggi.
Oggi quelle curve sono serbatoi di manovalanza».
JB: «Anche tu hai l'idea che i neofascisti oggi siano più forti e
"accettati"?».
PB: «Lo confermano le cronache, ogni giorno. I movimenti hanno
rialzato la testa sfruttando il clima favorevole. L'Italia è l'unica democrazia
europea governata da un partito discendente dagli eredi del fascismo, un
partito che nel suo simbolo ha ancora la fiamma che arde sulla tomba di
Mussolini. I militanti di ultradestra si sentono protetti e sdoganati dalla
destra di governo, con la quale non è vero che non ci siano rapporti»,
JB: «Anche in Vox ci sono vecchi franchisti e militanti più
giovani, che 10 o 15 anni fa erano neonazi. Ma al partito fa comodo
un'ultradestra neofascista più a destra di loro. Così possono dire: "Noi siamo democratici". Tu pensi che lo spostamento a
destra in Europa sia dovuto, almeno in parte, anche a un mutamento nella scala
di valori dei cittadini? Gli estremisti stanno' vincendo la "guerra
culturale"?».
PB: «La pregiudiziale sul fascismo, complice anche la narrazione
revisionista delle destre di governo, è caduta in larghe fette della popolazione.
E nel campo progressista ci si indigna sempre meno. Gli eredi degli sconfitti
del 1945 inseguono una rivincita sulla Storia, e in parte se la sono presa tre
anni fa con l'ascesa del governo Meloni. La "guerra culturale" è il
revisionismo storico dei vinti che non si sono rassegnati. Viviamo il tempo
della paura che si trasforma in odio, vincono gli imprenditori dell'intolleranza,
del razzismo, i populisti a braccio teso. Sono tornate pulsioni muscolari,
machiste, nazionaliste, intolleranti, nostalgiche. L'Europa e il mondo vanno a
destra».
JB: «Nel tuo ultimo Il libro segreto di CasaPound hai trovato
un'autentica perla: la testimonianza di una gola profonda interna
all'organizzazione. So che devi essere cauto per proteggere le fonti, ma puoi
raccontarmi com'è andata?».
PB: «Mi ha cercato lui. Voleva vuotare il sacco e voleva farlo
con il giornalista - parole sue - "più odiato da CasaPound". Non è un
pentito di mafia, è un militante che ha visto traditi i suoi ideali fascisti
dai vertici di quella che è, di fatto, l'organizzazione neofascista italiana
più importante degli ultimi vent'anni».
JB: «Quali sono le rivelazioni più forti?»
PB: «Ci sono due
scoop. Il primo sono tutti i nomi - una 70ina - dei finanziatori di CasaPound:
professionisti, imprenditori, manager, un noto ambasciatore, un generale
dell'Aeronautica, avvocati, docenti universitari, giornalisti. L'organizzazione
va oltre la militanza ed entra nei gangli dello Stato. Questo preoccupa. Il
secondo sono i rapporti - privati, personali - tra CasaPound e la premier o
altri esponenti di spicco di Fdl, a partire da La Russa. In una democrazia non
dovrebbe succedere».
JB: «È quasi incredibile che tu sia l'unico giornalista europeo
sotto scorta per minacce neofasciste e neonaziste. Come vivi in questa condizione?».
PB: «È un triste primato e forse è anche una spia della
situazione italiana. La vivo male. Fare il cronista sotto scorta è complesso,
quasi acrobatico. Sei protetto, ma ti senti anche in una gabbia psicologica».
JB: «Se fai un certo tipo di giornalismo diventi un nemico delle
destre, anche nel campo della fotografia. Il mio ultimo reportage, come ti
accennavo, è stato in Austria: una manifestazione degli identitari di Martin
Sellner, che non potendo aggredirci per la forte presenza di polizia hanno
aperto ombrelli enormi per impedirci di lavorare. Paolo, hai mai paura?».
PB: «Se dicessi di no sarei bugiardo. La paura fa parte del
lavoro, se ti occupi di certe cose. Ci convivi, scendi a patti. E vai avanti.
Per te cos'è invece la paura, Jordi?»
JB: «Una perdita di libertà, l'autocensura. È il timore di non
poter fare il tuo lavoro come vorresti. Non pensi mai: adesso smetto e mi
riprendo la mia vita e la mia libertà?».
PB: «Quasi ogni giorno. Ma poi penso che la darei vinta a chi
davvero vorrebbe che lo facessi».
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