"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 3 marzo 2024

Lamemoriadeigiornipassati. 67 B.M.: «I programmi sono carta straccia. Lasciamoli ai socialisti, alle loro interminabili discussioni teoriche. Io non so che farmene di dottrine e programmi; io, anzi, me ne devo disfare, perché devo potermi riempire degli umori della gente».


(…). Nel volgere di pochi anni, Benito Mussolini tradì tutti: i pacifisti, i socialisti, i repubblicani, D'Annunzio che lo aveva ispirato, i liberali giolittiani che lo avevano portato in Parlamento, i camerati squadristi della vigilia che gli avevano spianato la strada a forza di manganellate. Soprattutto tradì se stesso, diventando l'uomo che aveva odiato da ragazzo. Questa sistematica infedeltà del tiranno fascista si combinava, però, con una paradossale forma di coerenza. A ogni nuova brusca svolta del suo cammino, a ogni nuova promessa tradita, l'animale politico rimaneva coerente con la regola aurea del populista; rimaneva fedele a quell'intuizione secondo cui il leader nell'era delle masse avrebbe potuto governarle soltanto seguendole, non precedendole, solo a patto di non avere principi o idee propri a ostacolarlo, a patto di non avere criteri o programmi di governo a vincolarlo; rimaneva fedele al turbolento, confuso, spregiudicato tribuno delle origini, sempre pronto a ostentare disprezzo per i programmi. "I programmi sono carta straccia," diceva quell'arruffapopolo. "Lasciamoli ai socialisti, alle loro interminabili discussioni teoriche. Io non so che farmene di dottrine e programmi; io, anzi, me ne devo disfare, perché" devo potermi riempire degli umori della gente." (…). (Tratto da “Fascismo e populismo” di Antonio Scurati, Bompiani editrice, 2023).

IldelittoMatteotti”. 8“Matteotti è morto e va fatto sparire” di Claudio Fracassi pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del primo di marzo 2024: Ora il gruppo dei rapitori al servizio di Mussolini, in fuga nella Lancia Lambda nera piena di sangue, aveva a che fare con un cadavere. Matteotti era stato ucciso in macchina con una "arma da punta e da taglio”, come fu poi stabilito dalla prima autopsia. Ma naturalmente il cadavere - questo era l'intendimento unanime degli assassini membri della cosiddetta "Ceka" mussoliniana - non doveva essere né ritrovato né consegnato alla giustizia e agli anatomopatologi. Chi aveva vibrato la coltellata decisiva alla gola di Matteotti? In seguito, scoperti e – come vedremo - sottoposti a una inevitabile indagine giudiziaria per l'omicidio, gli assassini della banda "cekista" di Mussolini si difesero con un penoso scaricabarile. Il capo Amerigo Dumini sostenne addirittura che Matteotti, immobilizzato a forza nella macchina, aveva avuto un imprevisto e immotivato "sbocco di sangue" (interrogatorio del 24 ottobre 1924); ma i medici liquidarono la ridicola tesi. Molti anni dopo, lo stesso Dumini dichiarò a propria difesa di aver avuto una (poco credibile) "mezza confessione" da Albino Volpi: Matteotti "con un calcio aveva colpito ai testicoli il Volpi e questi allora, accecato dal dolore acutissimo, aveva ucciso con una pugnalata il Matteotti perforandogli un polmone” (Fondo M., 4 aprile 1947). Una cosa colpì alcuni di coloro - medici e giudici - che nel nascente clima mussoliniano ebbero poi lo spiacevole compito di esaminare le imbarazzanti bugie degli assassini di Matteotti: l'uccisione affidata all'opera della Ceka era "avvenuta troppo presto" rispetto a quanto programmato dal vertice fascista. Spiegò quel piano anni dopo Dumini, il capo della squadra: "Necessario era nel modo più assoluto mettere il Matteotti nelle condizioni di non più parlare, di scomparire anzi, per sempre. Non doversi trovare più né vivo né morto". Adesso l'ordine di Marinelli (portavoce del capo fascista e controllore della cassa della Ceka) era quello di "bruciare il cadavere di Matteotti e di ritirare tutto quanto egli aveva indosso...”. A questo scopo, la Lancia nera si fermò in piena campagna per "esplorare i dintorni" e "vedere se era possibile eseguire l'ordine di cremazione" (vedi Memoriale Dumini). Ma la via Flaminia era percorsa a tratti da carretti, cavalli e anche qualche auto: "Non potendo bruciare il cadavere, perché cosa troppo lunga e soggetta a sorprese da parte di estranei, fu deciso di seppellirlo subito. Pensammo di mettere il morto di nuovo nell'automobile per trasportarlo nella località indicata da Marinelli ove già era apprestata una fossa; ma il passaggio del dazio, nell'entrare ancora in città, sarebbe stato sommamente pericoloso". L'auto con a bordo il corpo di Matteotti e i suoi assassini vagò per alcune ore nei territori boscosi compresi tra la Flaminia e la Cassia, alla ricerca di un luogo adatto. Tuttavia il capo della Ceka, Dumini, mantenne apparentemente, e spavaldamente, il controllo della situazione. A un certo punto addirittura, per avere informazioni sulla strada "fece richiesta a una pattuglia di carabinieri, i quali non poterono accorgersi di quanto era accaduto perché la macchina aveva le tendine abbassate" (Fondo M., interrogatori di uno dei sicari, Alfredo Poveromo). All'interno, il corpo del deputato ucciso era ormai rigido e "completamente rannicchiato". La faccia "era cosparsa di sangue... Il sangue impregnava l'intero abitacolo, compresi i sedili e gli abiti" (Memoriale Dumini). Solo quando cominciò a fare buio gli assassini decisero di sbarazzarsi "in qualche modo" del cadavere, chiudendo il caso Matteotti. Questo, in un interrogatorio, il racconto di uno dei sicari: "Sull'imbrunire ci siamo ritrovati alla Quartarella, abbiamo adocchiato una macchia e fermatici, io, Viola e Malacria ci siamo inoltrati per vedere sevi era un sito per riporre il cadavere". Gli altri due "restavano nella macchina facendo le viste di guardare il motore. Dumini ordinò che il cadavere di Matteotti fosse spogliato. Io gli ho levato le scarpe, Volpi gli ha levato la giacca e Malacria e Volpi gli tolsero i pantaloni... Abbiamo trasportato il cadavere, lo abbiamo messo nella fossa e lo abbiamo ricoperto di terra, rimettendo nuovamente al suo posto, ossia nella fossa scavata e ricoperta, il tronco dell'albero che ben mascherava la sepoltura. Onde evitare che si vedesse la terra smossa, con i piedi vi abbiamo fatto andare delle foglie". (Fondo M., Interrogatori Amleto Poveromo). La fossa scavata dagli assassini era angusta: mezzo metro di profondità, da 40 a 70 centimetri di larghezza; sotto il terreno molle "vi era uno strato roccioso". Erano ormai le nove di sera. La macchina, attraversando la periferia cittadina ormai deserta, puntò verso il centro. L'idea di Dumini, che aveva mantenuto il suo sangue freddo, era di portare la Lancia a Firenze, togliendola per qualche giorno dalle strade di Roma, e solo allora, ripulita a dovere, restituirla al garage di via dei Crociferi. Raggiunto alla redazione del Corriere Italiano, il direttore Filippelli, reduce da una cena, trovò ad attenderlo un serafico Dumini. Costui, secondo il racconto di un altro "cekista", era "calmo, indifferente e normale, niente affatto turbato!'; gli descrisse i particolari del delitto e prospettò la necessità di togliere dalla vista per qualche giorno la tragica Lancia. Tra gli uomini della Ceka, alla fine, prevalse l'idea di non affrontare subito un viaggio verso Firenze, ma di nascondere la macchina per qualche giorno in un garage tranquillo, seguendo poi le direttive di Mussolini. Quest'ultimo fu avvisato nelle prime ore del" mattino da Arturo Fasciolo, suo segretario particolare e stenografo. Costui consegnò a sua volta al capo del governo, nella sede della Presidenza, "il passaporto di Matteotti e la lettera di un socialista genovese diretta al deputato, che erano state tolte dal cadavere". La Lancia nera, che era stata parcheggiata in via della Stamperia, fu nascosta nel garage privato del caporedattore del Corriere Italiano Nello Quilici, nella zona periferica di Città Giardino. Poi la comitiva, che lungo il percorso aveva animatamente discusso su pregi e difetti della prestigiosa vettura, tornò in via Cavour 44 per far scendere Dumini. Lì abitava la sua fidanzata Bianca. L'uomo non era preoccupato: con qualche complicazione, il compito af-fidatogli era stato eseguito; come testimoniò poi la lettura dei quotidiani del mattino, tutto era tranquillo. Nel pomeriggio sarebbe ripresa alla Camera la discussione sull'Esercizio provvisorio. Non c'era traccia della voce, diffusa da alcuni ragazzini al Flaminio, dell'aggressione a un giovane uomo dalle parti del lungotevere Arnaldo da Brescia. Apparentemente il caso Matteotti ("la sua misteriosa scomparsa", scrivevano i giornali del governo) era destinato a chiudersi presto, con qualche bugia di Stato. Ne era convinto il mussoliniano Marinelli, che aveva tranquillizzato l'inquieto Cesare Rossi: "Bisogna essere calmi e tutto si metterà a posto... è il Presidente che insisteva sernpre... L'unica cosa da fare è stare al nostro posto e far finta di niente". Ma il "caso Matteotti" esplose politicamente in tutta Italia dopo l'individuazione della Lancia attraverso la targa (che un portiere aveva casualmente registrato). Molti - in quel 1924 di smarrimento e di indignazione - si spinsero a prevedere la caduta di Mussolini. La terribile vicenda, dopo il ritrovamento del cadavere, fu esaminata talvolta con scrupolo dalla giustizia. Ma negli anni le bugie del regime - ormai onnipotente - prevalsero sulla verità. Furono le ricerche, le inchieste e i processi veri (ma nel dopoguerra) ad aprire gli archivi e a punire alcuni dei colpevoli. Ma questa è un'altra storia da raccontare. (FINE)

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