"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 17 agosto 2018

Sullaprimaoggi. 17 «Chieda scusa, ministro!».



Ha scritto il professor Alberto Asor Rosa – in “Vita da prof, non pensione d’oro” – sul quotidiano la Repubblica del 14 di agosto 2018: (…). Questi autentici e irrimediabili analfabeti che ci governano, - parole poche e sommarie, sintassi intollerabile, anfanare d’insulti e proterve battute - hanno in mente qualcosa di ben preciso, che è la cancellazione di tutta la storia italiana precedente, con le sue categorie, le sue culture, le sue tradizioni, i suoi protagonisti, la sua memoria. Offendere e umiliare fino in fondo chi ne è stato, bene o male, protagonista, significa favorire l’avvento di una nuova stagione, in cui tutte le élite, di ogni natura, verranno fatte fuori una dietro l’altra. Hanno cominciato con professori universitari, magistrati, continueranno con i giornalisti, gli uomini della televisione, i liberi professionisti, i tecnici dell’industria, ecc. ecc. Se potessero ora, dopo l’attacco alle “ pensioni d’oro”, abolirebbero d’un tratto le Università: come mai non è venuto ancora in mente al duo Grillo- Casaleggio che anche la ricerca e l’istruzione di livello superiore si potrebbero fare, estraendone a sorte i protagonisti? Si eviterebbe il rischio, da parte loro, di superstiti voci di elaborazione e di protesta. Anche questa per me è una conferma. Esiste un verbo ispirato alla piatta omogeneità della massa, che verrà applicato fino in fondo, se non si troverà il modo di fermarli. Di seguito il testo parzialmente tratto da "Ministro Salvini ora l’ha capito? La ’ndrangheta fa soldi al nord" di Roberto Saviano, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 14 di agosto 2018: (…). Chieda scusa, ministro, in nome di un partito che ha governato nei territori settentrionali maggiormente infiltrati dalle mafie senza mai chiudere le porte al potere criminale nel Nord Italia. Lo faccia per tutti gli anni in cui il suo partito ha negato l'esistenza delle mafie al Nord, credendo fosse un fenomeno nato da terroni corrotti e incivili, circoscritto all'arretrato Meridione. Per anni lei in prima persona e il suo partito avete commesso il più pericoloso dei crimini: colpevolizzare indistintamente l'intero Sud significava isolare la parte sana che era la parte maggiore, rendendo difficilissimo riconoscere il problema. E mentre vi esibivate in un profluvio di accuse e insulti verso i "terroni tutti mafiosi", marchiati come portatori di corruzione e sperperatori di denaro pubblico, distoglievate l'attenzione dalla vera questione mafiosa che era tutta di natura economica e ben lontana dal Sud. Chieda scusa per aver criminalizzato tutti i meridionali per anni, mentre l'imprenditoria settentrionale stringeva accordi con imprese controllate da 'ndrangheta, camorra e cosa nostra. La vostra incompetenza non vi faceva vedere che i soldi delle mafie meridionali andavano in soccorso delle imprese del Nord. Mentre tutto questo accadeva lei e i suoi parlavate di secessionismo attaccando i meridionali che studiavano nelle università settentrionali, che lavoravano nelle fabbriche lombarde, piemontesi, che costruivano condomini in Emilia Romagna. Chieda scusa. (…). Sono ambiziosi questi 'ndranghetisti del Nord, tanto che nel 2009 il boss Carmelo Novella, capo della 'ndrangheta in Lombardia, venne ucciso per le sue mire secessioniste (eh sì, anche la 'ndrangheta ha avuto il suo periodo secessionista): compare Nuzzo voleva che l'organizzazione lombarda, potentissima sul piano economico, divenisse indipendente rispetto alla casa madre di San Luca e si era messo a distribuire cariche senza il consenso della base calabrese. Tutto questo lo ignora, come ignora la maggior parte di ciò di cui parla apprendendolo per sentito dire, lo stesso metodo approssimativo lo usa sulle mafie. Si ricorderà le fiaccolate leghiste contro il soggiorno obbligato dei boss al Nord, considerato l'origine di tutti i mali, il vettore dell'esportazione del virus criminale, ignorando completamente che la potenza mafiosa al Nord risiedeva nell'interlocuzione politica e imprenditoriale, terreno fertile indispensabile per l'attecchimento delle mafie. Per anni l'antimafia leghista è stata questo, una lotta contro il soggiorno obbligato, già allora considerata da molti giudici solo una battaglia ideologica. La Lega faceva affari con quelli che considerava "invasori" e dietro al grido di "Roma ladrona" faceva sparire 49 milioni di rimborsi elettorali. 49 milioni di soldi pubblici. Come sono stati spesi? Segua le condanne e le inchieste giudiziarie, la Lega quei soldi li ha riciclati grazie alla mediazione di Romolo Girardelli, uomo della cosca De Stefano di Reggio Calabria, i soldi sono finiti in paradisi fiscali a Cipro e in Tanzania. Ma proprio in quel frangente lei, ministro, ha capito che la caduta giudiziaria dei vecchi dirigenti della Lega poteva favorirla, ma aveva bisogno di allargare il consenso. D'improvviso, quei meridionali ladri e mafiosi che insultavate sono tornati utili perché con i voti del solo Nord non si può governare tutto il Paese. Pecunia non olet, e neanche i voti puzzano. Nemmeno quelli dei meridionali. Non deve aver causato poco disorientamento nella base questo cambio di rotta, che però è stato colmato prontamente sostituendo il vecchio nemico con uno nuovo: fuori i meridionali, dentro gli immigrati. Ora deve sapere che le mafie non hanno paura dei suoi tweet, l'unica cosa che temono è la luce. Luce sui loro affari, luce sul loro potere. E lei o non conosce o mente sapendo di mentire.

giovedì 16 agosto 2018

Sullaprimaoggi. 16 “I dieci anni che hanno diviso il mondo”.


Tratto da “I dieci anni che hanno diviso il mondo” di Ettore Livini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 9 di agosto dell’anno 2017: (…). Lo tsunami dei subprime ha travolto tutto e tutti il 9 agosto 2007 senza guardare in faccia nessuno e infischiandosene dei confini. Quel mattino – complice uno scarno comunicato di Bnp-Paribas che formalizzava ciò che tutti sapevano («la liquidità sui mercati è evaporata») – le banche hanno smesso all’improvviso di prestarsi soldi a vicenda. Fed e Bce sono intervenute d’urgenza con un’iniezione di contanti da 125 miliardi in 24 ore (86 milioni al minuto) per evitare che la finanza globale andasse in tilt. E da allora non hanno mai smesso di stampare moneta per esorcizzare un remake del 1929. Qualche vittima collaterale, ovviamente, c’è stata: Lehman Brothers è fallita, Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo sono state salvate dal corto circuito dei debiti sovrani grazie a 535 miliardi di aiuti, l’Islanda è andata in bancarotta, Europa e Stati Uniti hanno messo sul piatto 5.900 miliardi – la somma dei Pil di Francia e Germania – per puntellare gli istituti di credito. E 10 mila persone, calcola il British Journal of Psychiatry, si sono suicidate per motivi economici. Il salvataggio però è (quasi) andato in porto lasciandoci in eredità un mondo a tre velocità. Qualcuno non ha mai smesso di correre: il Pil della Cina, ad esempio, è balzato dell’85% dal 2007. Le vittime più robuste hanno sofferto poco: gli Usa son tornati a crescere già dal 2009, il prodotto interno lordo tedesco – malgrado un paio di anni in rosso – ha messo assieme dal 2007 un bel +5,5%. E il valore dei listini mondiali, crollato a 31 mila miliardi di dollari nei giorni più bui, è più che raddoppiato ora a 77 mila miliardi, più del Pil di tutto il pianeta. La grande finanza, risorta dalle sue ceneri, gode ottima salute: banche d’affari e big del credito – gli “untori” del crac salvati dai soldi dei contribuenti – macinano utili come negli anni d’oro e al netto delle norme più rigide imposte da Barack Obama (quella riforma Frank-Dodd che ora Donald Trump vuole smantellare) se le sono cavata con poco: zero condanne o quasi, nessuna licenza cancellata e 150 miliardi di dollari di multe per manipolazione del mercato. Noccioline per chi come gli istituti Usa ha realizzato nel 2016 profitti record per 171 miliardi di dollari, 25 in più di dieci anni fa. Il “grande freddo” invece deve ancora finire per i Paesi più deboli e indebitati come l’Italia che faticano a metabolizzare le scorie della crisi. La cartella medica del Belpaese nel 2017 è quella di una nazione in convalescenza. E in condizioni molto peggiori di quelle in cui si trovava prima di Lehman e delle fibrillazioni dello spread. Un dato parla per tutti: dieci anni fa gli italiani che vivevano in povertà assoluta per l’Istat erano 2,42 milioni. Ora sono 4,7, il doppio. Il nostro tasso di disoccupazione nel giorno dell’annuncio di Bnp-Paribas era del 6,2%, ora è dell’11,3%. Negli Usa, per dire, è tornato al 4,3%, esattamente lo stesso livello di allora, a Berlino è calato dal 9% al 5,7%. (…). …Mario Draghi e il suo provvidenziale intervento a favore dell’euro hanno fatto da paracadute ai nostri guai, schiacciando i tassi e regalandoci un “tesoretto” extra: nel 2012 l’annus horribilis dello spread, l’Italia aveva pagato 83 miliardi di euro di interessi sul debito – lo scorso anno il conto è stato di 66, 13 in meno. Il Paese delle cicale non è riuscito però a sfruttare questa manna piovuta dal cielo della Bce: il debito pubblico ha continuato a salire senza soste. Il 9 agosto del 2007 ogni neonato tricolore nasceva con sulle spalle un’esposizione di 28.556 euro. Chi viene al mondo oggi invece parte con una zavorra lievitata a 36.800. La crisi, come in un circolo vizioso, ha finito per autoalimentarsi: il reddito disponibile degli italiani è crollato del 10% in 10 anni e fatica ancora a rialzare la testa. Un decennio fa solo il 15% delle famiglie doveva mettere mano ai risparmi per far quadrare i conti di casa. Oggi sono il 25%. In tanti, obtorto collo, sono stati costretti a smettere di pagare le rate di mutui e prestiti. Risultato: le sofferenze nette delle banche sono salite dai 15 miliardi di euro del 2007 ai 77 di oggi, mettendo altra polvere negli ingranaggi dell’economia. A due lustri da quel 9 agosto nero, nessuno in Italia ha davvero voglia di festeggiare. Il Pil nazionale, certifica Banca d’Italia, tornerà a livelli pre-crisi solo nel 2019. Cinque anni dopo l’Europa che conta.

mercoledì 15 agosto 2018

Riletture. 07 “Equità, welfare e Keynes”.


Tratto da “Equità, welfare e Keynes: la ricetta della Svezia dove solo il 2% è diventato più povero” di Federico Rampini, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 15 di agosto dell’anno 2016: (…). Il Rapporto del McKinsey Global Institute sull'impoverimento generazionale, (…), esalta il modello scandinavo come antidoto alla regressione del tenore di vita che affligge le economie più avanzate. E mette il nostro paese all'indice, il peggiore di tutto l'Occidente per la performance economica misurata nell'arco di un decennio. "Ad una estremità c'è l'Italia dove i redditi sono rimasti fermi o sono diminuiti per la quasi totalità della popolazione. Al polo opposto c'è la Svezia dove solo il 20% della popolazione ha avuto i propri redditi bloccati o ridotti". Così si legge nella recente indagine intitolata "Poorer than their parents? A new perspective on income inequality" (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull'ineguaglianza dei redditi). Questa citazione si riferisce peraltro ai "redditi di mercato", cioè prima di calcolare l'impatto degli ammortizzatori sociali, delle tasse, di tutte le politiche pubbliche sui bilanci delle famiglie. Quel che interessa ancora di più, è il risultato finale in tasca ai cittadini, sono i "redditi disponibili": quelli che rimangono dopo l'intervento del fisco e l'eventuale aiuto del Welfare. Ebbene, alla fine il divario tra Svezia e Italia si accentua ancora di più. Il ristagno o impoverimento decennale passa dal 97% fino a quasi il 100% degli italiani. Mentre per gli svedesi si scende dal 20% al 2% della popolazione "bloccata o impoverita". Eppure tutti i paesi esaminati nell'indagine (Nordamerica ed Europa occidentale) hanno subito lo stesso shock esterno: dopo la crisi finanziaria globale del 2008 il Pil si è ridotto in tutte le economie senza eccezione. Il Rapporto McKinsey è molto dettagliato su ciò che fa la differenza tra i due estremi di Italia e Svezia. Il modello svedese si fonda su una serie di ricette originali. A cominciare dai rapporti di forze sociali. "Il 68% dei lavoratori svedesi sono sindacalizzati", un record in tutto l'Occidente. Questo li ha resi capaci di spostare in loro favore la distribuzione nazionale del reddito, la ripartizione della "torta" fra profitti e salari. È un tema centrale, perché nell'insieme dell'Occidente questo è un periodo dominato da una dinamica del tutto opposta: "I profitti delle imprese sono saliti ai livelli record dagli ultimi tre decenni, +30% rispetto al 1980". Torna in primo piano la battaglia distributiva, che era stata al centro dell'attenzione negli anni Settanta, poi fu contrastata dal liberismo che dava la priorità alla crescita. Da Ronald Reagan e Margaret Thatcher in poi, si è imposto il dogma secondo cui non conta la diseguaglianza tra i ricchi e il resto della società, perché "quando sale la marea alza tutti i battelli, grandi e piccoli". Più di trent'anni dopo, lo studioso delle diseguaglianze Thomas Piketty sconfigge il padre del neoliberismo Milton Friedman. Un eccesso di diseguaglianze contribuisce alla "stagnazione secolare", bloccando la crescita. Lo stesso Rapporto McKinsey è generoso di riconoscimenti verso Piketty: a conferma che ormai l'attenzione alle diseguaglianze è trasversale, non è un tema "ideologico". (La società McKinsey, nota soprattutto per le consulenze d'impresa, non ha fama di essere un think tank radicale). Il modello Svezia, (…), contiene vari altri ingredienti che si riconducono all'importanza dell'intervento pubblico. Sono state messe in opera "normative per proteggere i salari". Dopo la crisi finanziaria globale il governo svedese "ha operato d'intesa con i sindacati per raggiungere accordi di riduzione temporanea degli orari di lavoro, in alternativa ai licenziamenti, in modo da mantenere alti livelli di occupazione". Sono state "aumentate le assunzioni con contratti a tempo determinato nei servizi pubblici", sempre al fine di contrastare l'aumento della disoccupazione. "Sono stati ridotti gli oneri sociali e il cuneo fiscale per le imprese. Sono stati offerti incentivi fiscali per le assunzioni di giovani e disoccupati di lungo periodo". (…). Le lezioni dalla Svezia comunque non mancano; insieme con le difficoltà ad esportarle da Stoccolma a Roma. Da una parte il "paradiso svedese" è la conferma della bontà delle ricette keynesiane: in una recessione o in una prolungata stagnazione, lo Stato è l'unico ad avere la capacità di rianimare un'economia esangue. La Svezia ha più autonomia nel decidere politiche di bilancio neo-keynesiane, in quanto non fa parte dell'Eurozona e quindi non è sottoposta alle stesse rigidità (rifiutò di entrare nell'euro con il referendum del 2003). La Svezia parte anche da una situazione di bilancio molto più florida della nostra: il suo debito pubblico era inferiore al 40% del Pil prima della grande crisi, è aumentato da allora, ma rimane ben inferiore ai livelli italiani. Ha un'evasione fiscale tra le più basse del mondo; e una spesa pubblica notoriamente efficiente, poco viziata da clientelismi e sprechi. Un modello davvero, in tutti i sensi.

martedì 14 agosto 2018

Sullaprimaoggi. 15 “«La propensione della finanza a delinquere»”.


Tratto da “Dieci anni dopo: così la crisi ha diviso il mondo” di Federico Rampini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 9 di agosto dell’anno 2017: (...). La finanza domina il mondo più che mai, anche grazie ad un'alleanza di ferro con i giganti delle tecnologie digitali. Inoltre la Grande Crisi ci ha lasciato in eredità una svolta politica inaudita. Donald Trump non sarebbe alla Casa Bianca, se quella maxi-recessione non avesse generato disastri economici, sofferenza sociale, un profondo senso di ingiustizia mescolato a risentimento, che il populismo di destra ha cavalcato con efficacia. L'antefatto? La crescita americana era già segnata dalle diseguaglianze sociali (una patologia in peggioramento costante da 30 anni); classe operaia e ceto medio faticavano a mantenere il tenore di vita. Il sistema bancario "curò" quegli squilibri a modo suo: speculandoci sopra. Wall Street facilitò l'accesso alla casa in modo scriteriato. Mutui ad alto rischio venivano concessi a debitori in situazioni precarie, che al primo shock congiunturale sarebbero diventati insolventi. I banchieri si disinteressavano degli enormi rischi accumulati, spalmandoli sul mercato, nascondendoli dentro complicati titoli strutturati. Sullo sfondo, altri macro-squilibri: l'eccesso di risparmio in paesi esportatori come Cina e Germania, protagonisti di un vasto "riciclaggio" dei surplus commerciali. Episodi di iperinflazione delle materie prime. In un clima torbido, con controlli inadeguati e conflitti d'interessi a gogò, arrivò il Dies Irae: prima il crac di alcuni fondi immobiliari Bnp (9 agosto 2007), qualche mese dopo l'insolvenza di Bear Stearns, un anno dopo il crac di Lehman. Una spirale di panico, seguita dal contagio all'economia reale in tutto l'Occidente. Si salvò solo la Cina, irrobustendo il dirigismo di Stato. Dieci anni dopo, il paesaggio sembra irriconoscibile. L'economia americana è nell'ottavo anno di crescita consecutiva, il pieno impiego è vicino. Eppure l'8 novembre ha prevalso la narrazione trumpiana su un paese allo sfascio. Il candidato più catastrofista della storia ha conquistato i voti dei metalmeccanici, i cui posti di lavoro erano stati salvati da Barack Obama. Una volta al potere, Trump ha riempito la sua Casa Bianca di uomini (e una donna) della Goldman Sachs. E sta lavorando per smantellare i controlli su Wall Street introdotti dal suo predecessore, la legge Dodd-Frank. Le banche si riconquistano un pezzo alla volta la libertà di far danno. Non che fossero veramente rinsavite negli ultimi anni. Malgrado le multe miliardarie la propensione della finanza a delinquere non è diminuita: alcuni degli scandali più gravi (come la manipolazione del Libor di Londra) sono avvenuti diversi anni dopo il 2007. Dalla Deutsche Bank alla Popolare di Vicenza e Banca Etruria, l'Europa non si è dimostrata migliore. Certo alcune falle del sistema sono state tappate, i requisiti di capitalizzazione (leggi: solidità) delle banche sono più severi. Tuttavia Obama dovette ammettere che "nessun banchiere è finito in prigione" per i disastri del 2009, e la causa la indicò nelle leggi sbagliate, piegate agli interessi delle lobby. (...). Le élite progressiste sono apparse troppo spesso organiche agli interessi della finanza. Fu proprio questa una scintilla iniziale dell'ondata di populismo. Precursore di Trump fu il Tea Party. Movimento radicale di una destra anti-tasse e anti-Stato, nacque nel 2009 per protestare contro il maxi- salvataggio delle banche di Wall Street: 800 miliardi sborsati dai contribuenti. È vero che quell'operazione si saldò in pareggio e perfino con un piccolo guadagno per le finanze pubbliche, molti anni dopo. Ma nel 2008-2009 ci fu un'ecatombe di piccole imprese, una carneficina di posti di lavoro, e con loro lo Stato non fu così solerte e generoso. Poi arrivò una terapia d'eccezione: il "Quantitative easing" della banca centrale, quando la Federal Reserve comprò titoli in quantità enormi per inondare l'economia di credito a buon mercato. Un'alluvione da 4.000 miliardi solo negli Stati Uniti; in ritardo, la ricetta fu copiata dalla Bce. Ha funzionato a metà. La crescita rimane "sub-ottimale", nettamente inferiore rispetto all'Età dell'Oro tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta. La finanza continua a esercitare un peso eccessivo, prelevando rendite parassitarie dall'economia reale. Il mondo galleggia sulla liquidità creata dalle banche centrali. Gli stessi Padroni della Rete, le "cinque sorelle" Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google privilegiano la finanza sull'innovazione. (Le diseguaglianze più estreme si registrano proprio nella Silicon Valley). Ci sono gli ingredienti di una stagnazione secolare perché si sono guastati i motori storici dello sviluppo capitalistico: demografia, diffusione di potere d'acquisto, progresso della produttività, decollo di paesi emergenti. E ora che i repubblicani al potere a Washington lanciano ai banchieri il segnale del "liberi tutti" con la deregulation finanziaria, un nuovo incidente non è davvero da escludere.

lunedì 13 agosto 2018

Riletture. 06 “La «stagnazione secolare», «la farfalla e i kalashnikov»”.


Tratto da “La farfalla e i kalashnikov” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di agosto dell’anno 2011: (…). Una volta si diceva che il battito d’ali di una farfalla in Giappone poteva provocare una catastrofe nell’emisfero opposto. Era un’iperbole per esprimere il concetto che l’eco-sistema-Terra è integrato e ogni sua componente è interdipendente. Un battito d’ali di farfalla sposta dell’aria che muove un moscerino che cambia la sua traiettoria e quella di un passero che gli faceva la posta e così via. Rimaneva comunque un’iperbole perché la forza d’attrito a un certo punto spezzava queste concatenazioni. Nel mondo globale invece l’iperbole si è realizzata in economia, attraverso il denaro che, essendo virtuale, non conosce l’attrito. Enormi masse di denaro si spostano ogni giorno, ogni ora, ogni minuto da una parte all’altra del mondo senza trovare ostacoli. In un mondo integrato e globale il battito d’ali di una farfalla americana, per restare alla nostra metafora, può avere conseguenze devastanti in ogni angolo del pianeta. Ne restano fuori solo quelle popolazioni, ormai delle mosche bianche, che, o per rifiuto consapevole o per altro, non sono entrate nel mercato internazionale (certamente gli indigeni delle Isole Andemane possono farsi un baffo di questi tsunami monetari). Lo abbiamo visto con la crisi dei “subprime” americani del 2008 che è rimbalzata in Europa provocando il default dell’Irlanda e della Grecia e che poi, come un’onda di ritorno, ha colpito di nuovo gli Stati Uniti mentre in Europa le defaillances irlandese e greca hanno intaccato il Portogallo, la Spagna, hanno aggredito l’Italia e domani, probabilmente, tutto il vecchio continente. Ma il contraccolpo colpisce anche i paesi cosiddetti emergenti dell’Asia. La cosa più inquietante, anzi disperante, è il senso di impotenza che dà questo sistema. Nessuno, individuo o Stato, è più arbitro del proprio destino. Tu puoi aver lavorato una vita, con fatica e con coscienza, e basta un battito d’ali in una qualsiasi parte del mondo per distruggere, d’un colpo, il tuo lavoro, la tua fatica, i tuoi risparmi (che sono “forza-lavoro”, energia tesaurizzata e messa da parte). Ma le leadership mondiali si ostinano a parare ogni nuova crisi immettendo nel sistema altro denaro inesistente (nel senso che non corrisponde a nulla, questo è il senso dell’innalzamento legale del debito pubblico americano, che è come se uno che ha tutti i parametri del sangue sballati decidesse di essere guarito perché li ha portati a un livello più alto) che va ad aumentare lo tsunami della massa monetaria che, al prossimo colpo, si abbatterà su di noi con una violenza ancor più devastante. Finché, fra non molto, arriverà il colpo del ko che nessun trucchetto contabile riuscirà a mascherare. Possibile che sia così difficile da capire che non dobbiamo più crescere ma decrescere, che non dobbiamo modernizzare ma smodernizzare, che dobbiamo allentare la morsa dell’integrazione globale? Il mondo occidentale (inteso in senso lato perché ormai quasi tutti i paesi sono coinvolti nel modello di sviluppo a crescita esponenziale partito dall’Europa, in Inghilterra, a metà del XVIII secolo) si rifiuta di capire, perché considera irrinunciabili gli standard di benessere acquisiti. E allora si droga di denaro. Non comprende che se non pilota una decrescita graduale di questo benessere lo perderà tutto d’un colpo per quanti sacrifici, e massacri, possa pretendere dalle popolazioni. Quando la gente delle città, crollato il sistema del denaro, si accorgerà che non può mangiare l’asfalto e bere il petrolio, si riverserà alla ricerca di cibo nelle campagne dove si saranno rifugiati i più previdenti, provvedendosi dell’autosufficienza alimentare oltre che di un buon numero di kalashnikov per respingere queste masse di disperati.