"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 19 giugno 2018

Primapagina. 100 “Quello&l’altro”.


Da “Matteo Due, la barzelletta che fa ridere soltanto lui” di Antonio Padellaro, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 17 di giugno 2018: (…). Venerdì sera (15 di giugno n.d.r.), Matteo Salvini se la ride in tv mentre commenta il lavoro dei magistrati romani. Scherza, sfotte, si sente invulnerabile, in un ventre di vacca. I 200 mila euro versati dal costruttore Parnasi alla Lega? Ah ah, tutto legale. Lui se ne catastrafotte (Cammilleri). Pensate, è il ministro degli Interni, dovrebbe rappresentare “con onore e disciplina” (art. 54 della Costituzione) il governo, le istituzioni. Ma è un problema che neppure lo sfiora quando definisce “il nulla” l’inchiesta della Procura della Capitale. Migliaia di pagine di verbali? Ah ah, il nulla. Ammissioni e dimissioni (il Mr. Wolf di Acea, Lanzalone). Il nulla. Da scompisciarsi. Come dargli torto? Ormai cammina, anzi si libra, sospeso in una nuvola di lodi, celebrazioni, incensamenti. Già prima era tutto un turibolare Matteo Due (spesso gli stessi che avevano turibolato Matteo Uno Renzi). Quanto è bravo, un politico di razza, un profeta. A dirlo erano i suoi amici leghisti, gli elettori con la bava alla bocca, gli italiani (quelli che vengono “prima”) dal grilletto facile. Poi, domenica scorsa, la “vomitevole” decisione di chiudere i porti ai 629 migranti dell’Aquarius e Salvini diventa santo subito. A spellarsi le mani soprattutto quelli che lo hanno sempre considerato un furbacchione, un perdigiorno, un ganassa. Ieri era: uno che non ha mai lavorato in vita sua. Oggi è: lo statista che tutto il mondo ci invidia. Quando dice: la pacchia è finita, subito i massmediologi si arrapano per la genialità del messaggio. Quando definisce “in crociera” quelli dell’Aquarius, “vomitevole” diventa un complimento. Lui gigioneggia: “Mi sono fatto sentire, oggi l’Italia viene rispettata”. Sì, come quello che fa quattro urlacci in una sala: certo che ti sentono ma l’unico risultato è che poi t’insultano. Il “buon cuore” del premier socialista spagnolo Pedro Sánchez ci evita il disprezzo del mondo civilizzato per avere mandato alla deriva una nave di disperati. Infatti, col grande statista non vuole parlarci nessuno. Infatti, Donald Trump ed Emmanuel Macron si sperticano in elogi per Giuseppe Conte chi? Non conta una cippa ma dialogheranno solo con lui. L’uomo del Viminale ci resta male, frigna. Ma il gioco è scoperto. Il mondo ci rispetta (ah ah) ma i migranti continuano a sbarcare sulle coste italiane. Lui si accontenta di aver spezzato le reni alle Ong. Sulla vicenda dello stadio fa il bullo ma “il no so se ci sono altri elementi”, a Testaccio, si chiama strizza. È un demagogo dal fiato corto che lucra sulle disgrazie degli alleati Cinque Stelle. A cui più che la compagnia di qualche mariuolo viene fatta pagare la pretesa di legalità. Come si permettono? Invece, alla Lega di Salvini, con quei precedenti (tanto per dire: una banca padana fallita, il tesoro scomparso del tesoriere) si perdona tutto. Lì la pacchia prosegue. Però, non chiamatelo fascista. Quella fu una tragedia. Questa è una barzelletta che fa ridere solo lui.

lunedì 18 giugno 2018

Terzapagina. 33 “Qui parla «Prada»”.


Da “Bertelli: «L'euro ci ha difeso. Attenti al debito e al futuro»", intervista di Luca Piana a Patrizio Bertelli - “Ceo” di Prada -, pubblicata l’11 di giugno 2018 sul settimanale “A&F”:  (…). Il governo Conte si è appena insediato, Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono i nuovi uomini forti d'Italia. Interrogativi? “Non è un problema d'interrogativi. (…). Il fatto è che non ci si può improvvisare imprenditori, così come in politica non si dovrebbe improvvisare nulla. Hanno parlato di nuovi barbari, ma secondo me il problema è ben più profondo, riguarda la nostra società".
In che modo? "I nuovi politici sono la conseguenza di un Paese in cui è stato tolto il servizio militare, senza sostituirlo con un servizio civile in cui venisse insegnato il senso della Costituzione, dove si facesse formazione, o si coinvolgessero le persone nel sistema della protezione civile. Una volta il rispetto lo imparavi in molti modi, nelle fabbriche grazie al ruolo del partito socialista o del partito comunista, negli oratori con la Chiesa. Si è dissolto il sistema di formazione diretta che riguardava non soltanto gli aspetti sociali e culturali, ma anche il lavoro, l'industria, il mondo contadino. Oggi la formazione i ragazzi la fanno su Instagram o su Facebook. Mi ricordano un po' gli albanesi che negli anni Ottanta arrivavano in Italia, convinti che tutto fosse come nei programmi televisivi".
Le mancano i partiti di un tempo? "No. Mi manca il senso del sociale che si trasmetteva nelle fabbriche, nei comitati con cui le istituzioni affrontavano i problemi, nel sindacato. Pensi anche al cinema, al messaggio d'impegno trasmesso da molti film, penso ai lavori di Gian Maria Volonté e persino a tante commedie, come "Mimì metallurgico"".
E invece oggi, che genere di messaggio passa? "Un messaggio che a me sembra insidioso, soprattutto per i ragazzi. Le persone credono che gli effetti del voto di protesta non possano nuocere a loro stessi, che alla fine non incidano sulla sfera quotidiana, sui risparmi, sui rapporti economici su cui è fondata la loro stessa vita. Non pensano che un voto che vuol essere semplicemente "contro il sistema" rischia di ribaltarsi contro loro stessi, perché alla fine il sistema siamo tutti noi. Stiamo vivendo un momento di cecità civica e civile, un po' come i soldati che venivano mandati in guerra. Nessuno di loro avrebbe seguito i generali, se avesse saputo che andava a morire. E così si diceva che la guerra sarebbe durata pochissimo, o che vincere sarebbe stato facile".
Il populismo fa presa ovunque ma l'Italia è l'unico grande Paese d'Europa in cui i populisti sono al governo, come ha certificato il premier Conte il giorno della fiducia. Come lo spiega? "In generale occorre osservare che, oggi, nel mondo le persone che sono nate dagli anni Ottanta in poi rappresentano già la maggior parte della popolazione. Parliamo spesso di millennials ma, in realtà, dobbiamo tutti capire che cosa pensa la "generazione Z", i ragazzi nati dopo il 2000. I vecchi partiti non hanno compreso che occorreva mettersi in comunicazione con una moltitudine di persone che comunicano essenzialmente via social. Spiegare perché da noi queste nuove forze siano arrivate al potere è facile, basta confrontare il nostro reddito medio con quello di Francia e Germania. C'è troppa povertà e c'è la difficoltà di molti giovani a trovare un'identità sociale, che passa per il coinvolgimento nel lavoro. Poi pesa anche un senso di vendetta nei confronti di decenni di malgoverno".
Quando parla di scelte politiche che si ribaltano contro gli elettori, pensa anche ai messaggi anti Europa che, in maniera non limpida, hanno caratterizzato la formazione del nuovo governo? "Gli imprenditori del Nord hanno votato in massa per la flat tax, ma ora sono terrorizzati: se si esce dall'euro, vanno tutti a rotoli. L'euro è il collante dell'Europa. Se non ci fosse, un Paese come il nostro tornerebbe ai tempi in cui l'inflazione era al 15 per cento. L'euro ci ha difeso, abbiamo avuto grandi benefici ma, allo stesso tempo, non possiamo pensare di scaricare le nostre magagne addosso agli altri, e penso soprattutto al debito pubblico".
In questa nuova fabbrica lavorano quasi 800 persone, in Italia avete 2.974 dipendenti nella produzione e 4.706 in totale. Come si sente un imprenditore a sostenere uno sforzo simile, pensando che potrebbe essere messo in discussione un aspetto di fondo come l'appartenenza all'euro? "Non mi faccio condizionare. C'è stato un momento in cui avremmo potuto decidere se produrre fuori dall'Italia, e abbiamo scelto di stare qui. La conseguenza è che dobbiamo tenere un livello altissimo, con un forte senso di appartenenza da parte di tutti".
Perché i gruppi come Prada, con tanti lavoratori, in Italia sono rari? "È l'effetto del mancato sviluppo tecnologico. Il nostro mondo produttivo è rimasto troppo artigianale, e naturalmente non intendo il senso migliore della parola, quello che riguarda la capacità delle persone di compiere lavorazioni di altissima qualità. Quello è fondamentale, ed è un punto di forza del made in Italy. Essere artigiani diventa un freno quando pensi di poter fare tutto da solo".
Tante medie imprese vivono una fase positiva. Gli imprenditori stanno imparando a superare i vecchi limiti? "Quelli che esportano sì. Stare sui mercati internazionali ti obbliga a migliorare continuamente. Molti però non sono ancora riusciti a fare il salto verso una vera coscienza industriale".
Che cosa potrebbe aiutarli? "È facile da dire, difficile da fare. Ci vuole un piano per agevolare le imprese che hanno un progetto, sostenerle mentre lo mettono in pratica e poi accompagnarle all'estero, con un Paese capace di vendere la propria immagine. L'Italia non si è guadagnata sul campo i galloni che l'avrebbero fatta rispettare di più. La nostra posizione, per molti versi marginale, poteva essere più credibile se, ad esempio, avessimo investito di più in cultura, in forza intellettuale, in competenza. Siamo sempre stati all'avanguardia, pensi al Rinascimento, ma oggi non siamo all'altezza dell'eredità che la storia ci ha lasciato".
Come si torna sulla cresta dell'onda? "È un aspetto culturale. Bisogna puntare sull'istruzione, sull'università, costringere i ragazzi a laurearsi e a studiare di più".
In campagna elettorale il Jobs Act è stato uno dei bersagli dei partiti della nuova maggioranza. Se venisse reintrodotto l'articolo 18, che cosa ne direbbe? "Molto sinceramente, mi è indifferente. Non so nemmeno bene come funzioni, non mi sono mai posto il problema. Se davvero vogliono, lo rimettano. Abbiamo sempre scelto i nostri collaboratori con l'idea di investire su di loro: dopo l'apprendistato, entravano in azienda per rimanerci. Ma il Jobs Act, e gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, sono stati fattori importantissimi per favorire l'occupazione".

domenica 17 giugno 2018

Cronachebarbare. 54 “Il risiko furbetto della «sinistra unita»”.


Meriterebbe questo “Appelli & coltelli: il risiko furbetto della «sinistra unita»” di Marta Fana e Francesca Fornario, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” il sabato del 17 di giugno dell’anno 2017, di far parte di quella rubrichetta “quodlibet” che vado tenendo e nella quale mi premuro di inserire ciò che ho letto nel tempo passato e che mi è piaciuto tanto e che potrebbe piacere ad altri. Ma in questo caso sono portato ad una scelta diversa essendo la “materia prima” di quell’articolo quanto di più scadente e deplorevole si possa immaginare. E per materia prima intendo i figuranti della politica del nostro sgangherato paese. Che non merita quella pessima “materia prima” entrare a far parte di quell’empireo che raccoglie – o cerca di raccogliere - il meglio delle cose pensate e scritte. Ce ne fornisce l’ennesima prova di quell’inadeguatezza della “materia prima” Fabio Bogo sul settimanale “A&F” dell’11 di giugno ultimo, nel Suo pezzo di spalla nella prima pagina che ha per titolo “Lo spoils system e il fuoco ai fienili”: (…). All'assemblea di Confcommercio, il vicepremier e ministro dello Sviluppo e del Lavoro Luigi Di Maio ha infiammato la platea annunciando l'addio a redditometro, studi di settore e spesometro. Peccato che i primi due già non ci siano più, e che l'ultimo sia in via di progressiva sostituzione con la fatturazione elettronica. Ovazione anche all'annuncio che i commercianti sono tutti onesti e che l'onere della prova sull'evasione fiscale verrà invertito. Cosa questo significhi non è chiaro, dal momento che lo Stato che si muove contro un evasore lo fa proprio sulla base di prove, costituite da violazioni che ritiene di aver accertato. Poi c'è il caso dei controlli, che verrebbero garantiti grazie all'unificazione di tutte le banche dati. L'idea in realtà non ha mai avuto grande popolarità in casa 5Stelle. All'avvio del data-base dell'anagrafe tributaria, il cosiddetto Serpico, Beppe Grillo aveva così commentato: "Ogni transazione dei nostri conti correnti verrà esaminata, è un passo verso la repubblica dei Soviet". E infine la pace fiscale. Che si lancia, in modo perlomeno imprudente, mentre è ancora aperta la rottamazione delle cartelle, i cui potenziali incassi sono già stati messi a bilancio. Ma di argomenti per raccogliere ancora consenso ce ne sono molti altri, nella logica della campagna elettorale permanente che ha preso piede. (…). Si è a questo punto d’ignoranza grossolana se non assoluta, d’improvvisazione spavalda, di un incessante e riprovevole saltibeccare come nefaste cavallette su per “li rami” fronzuti - per loro -, ovvero per quelli della casta della politica. E di saltibeccanti nefaste cavallette di quella che era abitualmente chiamata la “sinistra” ne hanno scritto - per l’appunto - le due autorevolissime corsiviste all’inizio citate. Leggiamole:

venerdì 15 giugno 2018

Primapagina. 99 “Il tracimante falso nuovismo leghista”.


Da “Operazione Gattopardo” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 15 di giugno 2018: (…). Il quadro che emerge è un magnifico selfie di quel che accade in Italia quando cambia o rischia di cambiare il sistema con i suoi equilibri di potere. Ciò che è accaduto dopo il 4 marzo ha due soli precedenti in 72 anni di storia repubblicana. Quello dell’immediato dopoguerra, quando andarono al governo le forze politiche escluse dal ventennio fascista. E quello del 1992-‘94, quando crollò la Prima Repubblica sotto le macerie di Tangentopoli e l’istinto di sopravvivenza dell’Ancien Regime produsse subito un formidabile anticorpo al cambiamento: B. A bilanciarne il gattopardismo provvide una forza nuova e dirompente come la Lega di Bossi. Che infatti dopo sette mesi lo buttò giù. Oggi il Gattopardo è la Lega di Salvini che, sotto le mentite spoglie del nuovo che avanza, ricicla tutto il vecchio che è avanzato (idee, persone, lobby, prassi), controbilanciato dall’elemento più nuovo che la politica italiana al momento conosca: i 5Stelle. Questi però non hanno né la solidità culturale, il savoir faire amministrativo e la classe dirigente adeguata per arginare il tracimante falso nuovismo leghista. E nemmeno per resistere ai tentativi di infiltrazione. Parnasi, Bisignani e quelli come loro sanno benissimo che i Di Maio e le Raggi sono inavvicinabili: hanno mille difetti, ma non la corruttibilità. E allora aggirano l’ostacolo e bussano alla porta dei Lanzalone, trovandola spalancata. Distinguere le verità dalle millanterie sarà compito dei magistrati. Ma leggere di riunioni in casa Parnasi fra Lanzalone e Giorgetti, leghista per tutte le stagioni, per “fare il governo” e di missioni di Lanzalone nei palazzi del potere per le nomine pubbliche dà l’idea della permeabilità del “nuovo” alle infiltrazioni del “vecchio”. Un movimento cresciuto troppo in fretta e chiamato troppo presto al governo con quadri improvvisati si affida agli “esterni”: tecnici, consulenti, boiardi, funzionari, avvocati presi a prestito dal privato, dall’università, dal Parastato, dalla Pubblica amministrazione, che magari sono fin troppo competenti, ma non necessariamente condividono i valori di chi li ha chiamati. E presto o tardi possono cedere a tentazioni di potere, di privilegio, di conflitto d’interessi o addirittura di corruzione. E allora può succedere di tutto: di azzeccare la scelta arruolando persone di valore (si spera che Conte lo sia) o di sbagliare clamorosamente portandosi il nemico in casa, come Marra, Lanzalone o Giordana (il braccio destro della Appendino dimessosi per una multa levata a un amico). Troppi campanelli d’allarme per non porsi il problema strutturale di un Movimento nato sulla trasparenza, sull’onestà e sul civismo che potrebbe fare del bene all’Italia e invece rischia di perdere – e soprattutto di farci perdere – un occasione che potrebbe essere l’unica: la cronica mancanza di una classe dirigente autonoma, forte e preparata e responsabile, capace di attrarre le forze migliori della società. Col risultato di affidare la scelta di candidati, sindaci, assessori, ministri, sottosegretari e consulenti al caso, o al culo. Certo, quando poi la mela marcia salta fuori, ci si può consolare rinfacciando agli altri di essere peggio e di non cacciare nessuno nemmeno dopo la condanna definitiva. Ma, fermo restando che nessuno nasce dal nulla, tutti hanno una vita precedente e la fabbrica dei santi ha chiuso da un pezzo, una forza “diversa” dovrebbe darsi gli strumenti più adeguati per selezionare uomini e donne a prova di bomba. Altrimenti, di errore in errore, passerà fra la gente l’idea che sono tutti uguali, non si può cambiare niente e tanto vale riaffidarsi ai vecchi puzzoni. A noi, della sorte dei 5Stelle, importa poco o nulla: ma se anche stavolta le aspettative di cambiare venissero frustrate, nessun altro ci proverà mai più.

giovedì 14 giugno 2018

Primapagina. 98 “La politica del «serpente mangia serpente»”.


Da “Questo è un governo di selvaggi, ma il Pd doveva parlare coi 5stelle”, intervista di Antonello Caporale al professor Aldo Masullo – già deputato del P.C.I. e successivamente senatore - pubblicata su “il fatto Quotidiano” dell’11 di giugno 2018: (…). “Domenica 3 giugno ero in casa in poltrona come rintronato dalla novità. Le immagini scorrevano e il nuovo mondo si presentava. Ho provato una enorme solitudine. Mi sono sentito perso. Il mio era lo straniamento di chi non ritrova non solo i volti, e questo è naturale, ma le parole, le movenze, le virtù e persino i vizi di una compagnia alla quale in qualche modo era abituato”.
Professore, lei sebbene col mal di pancia, ha votato Partito democratico. “L’ho fatto e ancora lo rifarei per il senso che io do alla parola fedeltà. La fedeltà non è una virtù privata o pubblica oppure un gesto romantico. So bene quali siano le pecche, quanti gli errori, e il numero dei narcisi e degli sprovveduti, degli arruffapopolo che sono transitati nel Pd. La fedeltà che ho tributato al mio partito di riferimento, dal Pci a tutti i suoi eredi, rappresenta lo sforzo continuo che noi facciamo per dare una durata alle nostre idee, conservare qualcosa che è avvenuto ieri. Nel deserto generale delle idee, la stabilità ideologica rappresenta per me un porto sicuro, un piccolo punto fermo”.
Altri elettori di sinistra, e se ne contano a milioni, hanno deciso diversamente da lei. “So bene. Perciò mi sarei aspettato che il Pd, invece di divenire spettatore muto, promuovesse anzi provocasse nell’immediato dopo voto un confronto con i Cinque Stelle. Io non avrei atteso la chiamata, avrei invece avanzato dei punti programmatici sui quali discutere. Forse non sarebbe accaduto nulla di strabiliante, ma avremmo acquisito una posizione dominante nel dibattito politico e non saremmo relegati al solo commento di uno scenario così lontano dalle nostre aspettative”.

martedì 12 giugno 2018

Primapagina. 97 “I pirati della «Carta» e le domande che premono”.


Da “Quel «contratto» e i pirati della Carta” di Salvatore Settis, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 2 di giugno 2018: (…). Lo Statuto Albertino (1848) sopravvisse cent’anni. Mussolini cercò di cambiarlo nominando una “Commissione dei Soloni”, antesignana delle commissioni di “saggi” per la modifica costituzionale di questi ultimi anni. Ma le modifiche proposte dai Soloni erano così tenui che il duce preferì soprassedere, e alterare l’ordinamento con una raffica di fascistissime leggi ordinarie, contando sul fatto che lo Statuto non lo vietava espressamente e sulla complicità del Re. I saggi di nuova generazione ci hanno propinato soloneggiando la riforma costituzionale Renzi-Boschi, bocciata dal referendum: perché, per nostra fortuna, la Costituzione repubblicana prevede una procedura rigorosa. Ma le voglie di cambiar tutto non si sono spente. C’è chi (come Renzi) sogna di rilanciare modifiche simili a quelle appena naufragate. C’è chi finge di dimenticare articoli cruciali della Carta, devastando la spesa sociale, la cultura, la sanità, la scuola, il diritto al lavoro (che in Costituzione ci sono) in nome dell’ossequio ai mercati (che in Costituzione non c’è). E c’è chi rispolvera adattandola ai tempi l’opposizione, formulata ai tempi dello Statuto Albertino, fra Costituzione formale e “Costituzione materiale”.(…). Alla luce di questa aberrazione strisciante la crisi istituzionale dei giorni scorsi rivela il diffuso ripudio della difesa della Costituzione che sembrò unire il Paese nel referendum del 4 dicembre 2016, e la riscrittura di una fantacostituzione a propria immagine e somiglianza da parte di molti attori politici e istituzionali. Di qui le crescenti e contrapposte anomalie della crisi dopo il 4 marzo. Per esempio (lo ha scritto sul Fatto Tomaso Montanari) “l’irresponsabile percorso di privatizzazione delle istituzioni repubblicane, culminato nel contratto fra Lega e Cinque Stelle”. Tale testo ripropone sì i consueti accordi fra partiti, che però non presero mai la forma notarile del contratto fra alleati che diffidano l’un dell’altro. Ma senza questa diffidenza non si capisce come mai al ruolo di presidente del Consiglio sia stato designato non (come vuole l’art. 95 della Costituzione) un responsabile in prima persona della politica generale del governo, bensì un “esecutore” di voleri altrui. Il dialogo fra presidente del Consiglio incaricato e Presidente della Repubblica (previsto dall’art. 92 della Costituzione) ne risultava compromesso. Da un lato un premier uno e trino, dall’altro un Capo dello Stato riluttante ad accettare la situazione. In questo scontro non di forze, ma di debolezze, la prova data dagli alleati giallo-verdi e da Mattarella con l’impuntatura sul nome di Paolo Savona è l’episodio più singolare. Nel governo Conte ci sono ministri assai discutibili, come Salvini che vorrebbe armare gli italiani e deportare i migranti. Ma è su Savona che abbiamo visto scontrarsi due opposte “Costituzioni materiali”: quella di chi nega al Capo dello Stato il diritto di discutere la scelta dei ministri che deve nominare e quella di un Presidente che invoca i mercati per sigillare un suo veto, che poi si rimangia spostando Savona di una casella sulla scacchiera del governo. E perché mai il Capo dello Stato dovrebbe impedire che un nuovo governo apra un negoziato sulle politiche di bilancio e di austerità in Europa? Contro queste politiche si sono pronunciati molti nostri governanti, anche l’allora presidente del Consiglio Renzi; ma senza trarne le conseguenze. E l’unica possibile interpretazione del risultato elettorale è che su questo fronte un altissimo numero di italiani si aspetta un governo capace non di uscire dall’euro, ma di negoziare un’Europa più giusta, essendone l’Italia non un servitore o una colonia, bensì uno dei principali componenti.

domenica 10 giugno 2018

Terzapagina. 32 “Al punto di non ritorno”.


Da “Al punto di non ritorno” di Massimo Cacciari, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 3 di giugno 2018: (…). Temo si sia ormai giunti a un punto di non ritorno. E questo riguarda il linguaggio stesso della politica, quel linguaggio che è lo strumento essenziale con il quale possiamo comunicare, intenderci e fra-intenderci, quel linguaggio che è l’arma fondamentale della democrazia, poiché essa è tutta pervasa dall’idea che attraverso la parola ci si possa convincere, che il discorso possa argomentare sulla realtà delle cose in forme tali da essere più forte di ogni violenza o prepotenza. Questa crisi minaccia di rappresentare la tomba di ogni sforzo per rendere quanto più possibile ragionevole e responsabile il discorso politico. Si tratta di ben altro che della resa incondizionata alle forme di fumettistica gestualità dei social, che sotto la maschera della semplicità e trasparenza occultano perfettamente finalità e fattori della lotta politica.

venerdì 8 giugno 2018

Primapagina. 96 “Lettera aperta al Presidente del Consiglio”.


Da “Lettera a Conte sulla Costituzione” di Salvatore Settis, pubblicata su “il Fatto Quotidiano” dell’8 di giugno 2018: Signor presidente del Consiglio: ho letto con attenzione il Suo discorso al Senato e mi permetto di sottoporLe qualche domanda. Due aspetti del Suo testo mi hanno colpito: le fonti d’ispirazione e la gerarchia delle priorità. Sulle fonti d’ispirazione: Lei ha citato cinque volte (tutte appropriate) la Costituzione, nove volte (tutte superflue) il cosiddetto “contratto di governo”, un accordo privato fra leader di partito che la Costituzione non prevede. È ben vero che Lei si dichiara “consapevole delle prerogative che l’art. 95 della Costituzione assegna al presidente del Consiglio dei ministri”, ma due righe più sotto interpreta queste prerogative nel senso di “rendersi garante dell’attuazione del Contratto per il governo del cambiamento”. “Garante” è certo molto di più della qualifica di “esecutore” che Le è stata da altri affibbiata; ma Lei è proprio sicuro che “garante del contratto” corrisponda ai doveri costituzionali prescritti dall’art. 95, secondo cui il presidente del Consiglio “dirige la politica generale del governo e ne è responsabile”? Di tale “contratto” Lei, così ha scritto, ha “condiviso i contenuti – pur in via discreta – sin dalla sua elaborazione”. Non ritiene opportuno spiegare ai cittadini che cosa vuol dire “condividere in via discreta”, rispetto ai Suoi doveri costituzionali? E di precisare quando e dove e in che termini, nel Suo discorso, si esplicita la Sua promessa di “anticipare in quale direzione si esplicherà il Suo personale contributo”? Vengo al secondo aspetto. Forse perché segue la falsariga del cosiddetto “contratto”, il Suo discorso è organizzato per punti, offrendo una sorta di mappatura tematica dei problemi da affrontare, ma non una chiara gerarchia di priorità, ad esempio indicando il rapporto fra misure di riduzione della spesa pubblica (o di maggiore introito fiscale) da un lato, e di incremento della spesa dall’altro. Secondo molte analisi della situazione italiana, il consenso popolare ai partiti che sostengono il Suo governo è largamente dovuto all’insoddisfazione generalizzata per le politiche di austerità e di taglio della spesa sociale imposte dai governi precedenti in nome dell’Europa. Il Suo discorso contiene in merito affermazioni condivisibili, in particolare sul possibile ruolo dell’Italia nel re-indirizzare le politiche europee secondo principi di equità e di giustizia.

giovedì 7 giugno 2018

Quodlibet. 87 “Che fare del Pd?”.


Da “L’identità perduta” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 7 di giugno dell’anno 2016: Il buon vecchio "che fare?" dopo aver perseguitato la sinistra da più di cent'anni oggi dovrebbe modestamente essere aggiornato così: che fare del Pd? (…). Renzi ha scalato il partito non tanto per usarlo come un soggetto culturale e politico della trasformazione italiana, ma come uno strumento indispensabile per arrivare alla guida del governo. Giunto a palazzo Chigi, ha mantenuto la segreteria del Pd per controllare la sua massa politica di manovra e di voto, ma dando l'impressione di non saper più che farsene. Soprattutto, di non aver l'ambizione di guidarlo, ma soltanto di comandarlo. Ma i partiti, persino in questi anni liquidi, chiedono in primo luogo di essere rappresentati, e non soltanto indossati, perché non sono dei guanti. Il problema della rappresentanza comporta prima di tutto un atto di responsabilità di fronte alla storia che ogni partito consegna al leader temporaneamente alla guida. Bisogna avere il sentimento delle generazioni che passano, dei lasciti e degli errori, per caricarsi del peso della memoria rispettandola, sapendo che una forza politica è un soggetto collettivo che raccoglie intelligenze ed esperienze diverse, fuse in una tradizione comune che tocca legittimamente al leader impersonare secondo la sua cultura, il suo carattere e la sua personalità. Tutto questo cozza contro l'aspirazione di Renzi a presentarsi come un uomo nuovo, una sorta di "papa straniero" della sinistra italiana? (…). La domanda che ripetiamo da tempo è proprio questa: Renzi ha coscienza di far parte di una storia che ha tutto il diritto di innovare, anche a strappi e spintoni, ma che gli è stata consegnata come un patrimonio di testimonianza repubblicana, civile, democratica (insieme ad altre storie politiche concorrenti: e a molti errori) perché venga riconosciuto, aggiornato, arricchito e riconsegnato vitale a chi verrà dopo di lui? Questo è ciò che contraddistingue un partito rispetto ad un gruppo di potere e d'interesse, e distingue la leadership dal comando. Una forza come il Pd non si può amministrare nei giorni dispari e nei ritagli di tempo, né può essere affidata a funzionari delegati a funzioni da staff. Ha bisogno di vita vera, di uscire da quei tristi incunaboli televisivi del Nazareno, di prendersi qualche rischio di pensiero autonomo e di libera progettazione, per aiutare il governo e soprattutto se stesso, parlando al Paese. È difficile capire, al contrario, perché un politico ambizioso come Renzi si accontenti di guidare metà partito, rinunciando a rappresentare l'intero universo del Pd, che unito potrebbe essere ancora - forse - la spina dorsale del sistema politico e istituzionale italiano.

mercoledì 6 giugno 2018

Quodlibet. 86 “Il Pd non esiste, è una invenzione. O un rimorso”.


Da “Noi come l’ancien régime”, intervista di Silvia Truzzi a Barbara Spinelli pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 6 di giugno dell’anno 2013: (…). - L’urgenza è come i valori: ce ne sono di supremi, e il resto è relativo. L’urgenza, in Italia, sono i partiti totalmente inaffidabili e moralmente devastati; e la politica rintanata in oligarchie chiuse, che nemmeno ascoltano il responso delle urne. Se sopra tale marasma metti il cappello del capo forte, non solo congeli lo strapotere presidenziale, ma cronicizzi le malattie stesse che il presidenzialismo – ma attenzione: è un inganno – pretende di guarire. Il presidenzialismo dilata ovunque le oligarchie: ergo in Italia dilata la corruzione -.
Il capo dello Stato ha messo  una data di scadenza al governo, una cosa mai vista. Grillo ha  obiettato: “A che titolo dice queste cose?”. Lei che ne pensa? - Grillo ha perfettamente ragione: dove sta scritto che il presidente determina in anticipo, ignorando le Camere, la durata dei governi? Perfino a Parigi, dove tale prerogativa esiste – ed è grave che esista – l’Eliseo si guarda da dichiarazioni simili. In Francia il presidente è contemporaneamente presidente del Consiglio dei ministri. La stessa cosa ormai avviene in Italia: il presidenzialismo nei fatti c’è già. Questo governo è un Monti bis, con i politici dentro. E alla presidenza c’è Napolitano. Intendo presidenza del Consiglio, non della Repubblica -.
Così si sfalda il sistema delle garanzie e dei contrappesi costituzionali. - Salta completamente. E prefigura già la Repubblica presidenziale. Inoltre abbiamo un presidente della Repubblica-presidente del Consiglio che gode di privilegi extra-ordinari , che nessun premier può avere. Tanto più perniciosa diventa la storia delle telefonate tra Colle e Mancino sul processo Stato-mafia. Esiste dunque un potere che ha speciali prerogative e immunità, senza essere controllabile. La democrazia è governo e controllo. Perché Grillo dà fastidio? Perché è sul controllo che insiste -.
Il professor Cordero parlando di Berlusconi ha evocato spesso il “golpe al ralenti”. Gli  strappi di questi mesi suggeriscono la stessa idea: eppure l’informazione non ha quasi reagito. – (…). Ma sulle derive oligarchiche della democrazia, e sul tradimento degli elettori avvenuto con le larghe intese, stampa e tv sembrano intontite, se non ammaliate. Io insisto sempre molto sulla questione morale, intesa come dovere di non tradire la parola data. Ma son pochi a insistere. Perfino Fabrizio Barca, il più cosciente del naufragio del Pd, ha tenuto a precisare, interrogato su Berlusconi: “Teniamo separati il piano dell’etica e della politica”. Ma da quando in qua? -.

martedì 5 giugno 2018

Lalinguabatte. 57 “Il segretario è già uscito, non è in sede, arrangiati”.



Mi scriveva l’indimenticato, carissimo amico Franco L., prematuramente scomparso, in uno dei suoi ultimi, sempre attesissimi, appassionati e graditissimi commenti ad un mio post del 30 di dicembre dell’anno 2010: (…). Di fatto c’è già un nuovo ordine mondiale ma non sappiamo come sia; non possiamo guardare soltanto al nostro piccolo campicello e alla scellerata («scellerata» già allora, ma non gli è stato concesso dalla maligna sorte di vedere la politica di questi nostri giorni) condizione della politica del nostro paese;  bisogna volare più in alto, capire i processi globali, cercare di dare risposte ...serve aiuto per capire, base opportuna per ogni agire. Gli risposi che ero d’accordo, anzi d’accordissimo che ci fosse bisogno di “capire i processi globali”. Ma è che quei “processi globali” li aveva capiti, tanto tempo prima di quei tempi e dell’oggi, il grande vecchio di Treviri. E quindi non è che “non sappiamo come sia” il nuovo “ordine mondiale”. Anzi è un ordine vecchio, vecchissimo, l’ordine del sopraffattore sul più debole che accetta il nuovo ordine – nuovo si fa per dire - e viene sopraffatto. Quel vecchio grande nelle Sue opere, “Grundisse” in particolare ed in tanti altri punti del Suo “Capitale”, aveva vaticinato le truffe speculative della finanza allegra di questi tempi, truffe i cui danni sono stati ripiananti con le finanze pubbliche dei paesi occidentali. Scriveva Bruno Gravagnuolo sul quotidiano l’Unità del 31 di quel dicembre dell’anno 2010 nell’articolo “Buon Anno Nuovo, vecchio Dr. Marx”, articolo che era di presentazione di due interessanti biografie del grande vecchio di Treviri - Nicolao Merker “Karl Marx. Vita e opere” editore Laterza, pp. 257, € 18,00; Francis Wheen “Karl Marx. Una vita” Isbn, pp. 397, € 27,00 -  che quel grande vecchio aveva azzeccato un’altra profezia, ovvero “l’intensificazione del valore prodotto, tramite l’intensificazione tecnologica dei tempi di lavoro (più tempo di sfruttamento in meno tempo). E con meno addetti. Inoltre: la creazione di un immenso esercito di riserva flessibile per il lavoro capitalistico che tiene bassi i salari e in concorrenza virtuosa (per il capitalista). E ancora: l’intercambiabilità dei lavori, in un lavoro generale e «astratto» dove tutti fanno tutto e a poco prezzo nella costrizione continua di doversi riciclare. Dalla fabbrica, ai servizi, all’intrattenimento. Da ultimo, e qui l’«antica novità»: l’assottigliamento del ceto medio, passato dall’espansione degli anni di welfare alla minaccia dell’impoverimento. Col corollario invece dell’espansione del lavoro dipendente e multiuso, decentrato e delocalizzato, al punto di non sapersi più riconoscere come classe (e magari incattivito da ideologie populiste, localiste o fondamentaliste). Ebbene Marx conobbe, a modo suo e anticipò, queste cose.” Nulla di nuovo, quindi, sulla scena iniqua del mondo. La strategia globale è chiara; omologare ed omogeneizzare il mondo globalizzato del lavoro, dei prestatori d’opera, sui parametri più bassi, che non sarà, in quell’ottica, strumento di redistribuzione di redditi, ma soltanto impoverimento delle masse dei prestatori d’opera con conseguente arricchimento delle rendite finanziarie e non del capitale utilizzato negli investimenti produttivi. La domanda a questo punto sorge spontanea: le masse dei prestatori d’opera del mondo occidentale accetteranno di essere appiattite sui parametri retributivi resi al minimo dalle economie dei paesi emergenti e senza tutele del mondo del lavoro?

lunedì 4 giugno 2018

Quodlibet. 85 “«L’ostracismo di Dio dalla sfera pubblica»”.


Da “La democrazia senza velo” di Paolo Flores d'Arcais, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 4 di giugno dell’anno 2016: La società belga “G4S Secure Solutions” ha come norma che i dipendenti non possano esibire segni di appartenenza religiosa. Samira Achbita dopo tre anni di lavoro pretende di indossare il velo islamico e l’azienda la licenzia. Il “Centro belga per le pari opportunità e la lotta al razzismo” fa causa alla società e la Cassazione del Belgio investe del problema la Corte di giustizia europea, il cui avvocato generale, Juliane Kokott, conclude a favore dell’azienda. Sumaya Abdel Qader, leader musulmana “progressista” e candidata del Pd al Consiglio comunale di Milano, si indigna: «Mettersi il velo è una pratica religiosa, che dovrebbe essere garantita dall’ordinamento giuridico a tutela della libertà religiosa». Sumaya Abdel Qader ha torto, e con lei i moltissimi “multiculturalisti” di una “sinistra” anti-illuminista che ha completamente perduto la bussola dell’eguaglianza e dell’emancipazione. In una società democratica i simboli religiosi dovrebbero anzi essere vietati in tutti gli uffici e servizi pubblici, scuola in primis (e il divieto dei privati non dovrebbe essere considerata discriminazione). Un ufficio pubblico è infatti un bene comune, deve appartenere a tutti, non solo ai cittadini diversamente credenti ma a tutti i diversamente miscredenti e atei. Laddove si esibisca o campeggi un simbolo di appartenenza religiosa quello spazio è sottratto a quanti non vi si riconoscono, è confiscato e privatizzato. Che i simboli religiosi consentiti siano più di uno non cambia nulla, lottizza la confisca tra alcune fedi, ma una prevaricazione plurale sempre prevaricazione resta. Per garantire eguaglianza bisognerebbe che ogni possibile religione (compreso il “Dio degli spaghetti volanti” la cui Chiesa è ufficializzata negli Usa) e ogni possibile ateismo avessero i propri simboli appesi alle pareti, ma così non saremmo allo spazio comune bensì al bailamme delle identità in conflitto. Esattamente l’opposto dell’eguale cittadinanza, l’unica appartenenza che una democrazia riconosce. Sumaya Abdel Qader e i “multiculturalisti” di “sinistra” naturalmente sono in buona compagnia, il Papa, niente meno. Non solo il fondamentalista Karol Wojtyla e il teologo della crociata contro la modernità Joseph Ratzinger, per i quali l’aborto è “il genocidio del nostro tempo” (medici e infermieri che rispettano la volontà della donna all’interruzione della maternità messi moralmente sullo stesso piano di un Ss, del resto l’anatema di Wojtyla, perché non vi fossero dubbi, fu pronunciato in Polonia a pochi chilometri da Auschwitz), ma anche il buonissimo e apertissimo Francesco che manda ormai in estasi fior di “laici” in debito di “Senso” e marrani del valore fondante e irrinunciabile della sinistra, l’eguaglianza sostanziale. Ma questa convergenza, che vorrebbe le fedi religiose come humus per la democrazia contro il pericolo nichilista, e che ha affatturato anche pensatori un tempo di riferimento come Habermas, non fa che rendere esplicita e improcrastinabile per l’intera Europa (se ancora ha una chance di nascere) la necessità di radicarsi in una laicità coerente e adamantina, quella “alla francese”, rettificata anzi in alcune sue “concessioni” (scuole private, ad esempio).

domenica 3 giugno 2018

Quodlibet. 84 “Renzi-Grillo-Berlusconi, papocchio levantino”.



La “storia elettorale” ultima alla prova dei fatti. Ci ha pensato il 4 di marzo a verificarne la cieca stoltezza. Da “L’inganno tedesco” di Massimo Giannini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 3 giugno dell’anno 2017: (…).

sabato 2 giugno 2018

Terzapagina. 31“Quel «’68» e come eravamo”.


Da “Il treno dei desideri cambiati” di Michele Smargiassi, pubblicato sul settimanale “Il Venerdì” del 25 di maggio 2018: Il treno dei desideri era giallino di sopra e rosso di sotto, aveva otto carrozze e un muso tondo da scimmietta. Partiva alle 7.40 dalla stazione Centrale di Milano e arrivava alle 11.30 a Sanremo, in tempo per la prima grigliata di pesce. Il Trans Europ Express 48 "Ligure", una delle glorie delle ferrovie italiane, il treno delle vacanze, la tradotta euforica delle trasferte balneari dei milanesi in Riviera, non andava affatto all'incontrario nel 1968, anzi. Quelle tre ore e cinquanta di percorrenza erano una performance eccellente. Il suo erede di oggi, il Tello, ci mette solo venti minuti di meno. Insomma anche allora il marito in città che pativa nostalgia della moglie in vacanza poteva correre da "lei, partita per le spiagge" in meno di mezza giornata. Quell'Italia del Sessantotto era azzurra, troppo azzurra, ma in fondo non così lunga. Non era un paese rimasto all'Ottocento. C'erano treni già piuttosto veloci, l'Autostrada del Sole aveva legato Milano a Roma quattro anni prima. L'aeroplano che fischia sopra i tetti era ancora una metafora di viaggi di lusso, ma via terra, volendo, ci si poteva spostare con tempi paragonabili a quelli di oggi. Volendo. Ma lo volevamo davvero? Il baratro di mezzo secolo che ci separa dall'Italia di Azzurro, mirabile elegia musicale socio-psicologica di Paolo Conte, non è fatto di siderali progressi tecnologici che rendono praticabili oggi, subito, i desideri che ieri erano impossibili. Quegli interminabili abbacinati pomeriggi di domenica estiva urbana non erano la conseguenza di una arretratezza materiale, di una povertà di risorse materiali: non in quell'alba radiosa di consumismo inebriante, di Seicento lucide, moplen infrangibili e lavatrici servizievoli. Passeggiare in cortile, in silenzio, senza neppure "un prete per chiacchierar", non era per niente obbligatorio. Il telefono c'era. Su in casa, ok, sulla mensola del corridoio, legato al muro, ma c'era: avendo voglia di chiacchierare, lo si poteva fare. Ma non lo facevamo. Per molti anni ancora, solo due italiani su dieci avrebbero fatto più di una telefonata al giorno. E solo una su cento era un'interurbana. E certo, allora non eravamo connessi col mondo in qualsiasi momento, anche sotto l'oleandro e il baobab giù in cortile. Ma la televisione, su in casa, intronata come un altare nel buco del mobile del tinello, col centrino di pizzo sopra, c'era già da ben quindici anni. Almeno in un appartamento su due. Centosessanta abbonamenti tv ogni mille abitanti. Potevi scegliere solo tra Primo Canale e Secondo Programma, d'accordo, ma qualcosa da guardare per interrompere la noia c'era. Volendo. Ma volevamo? Non era un diverso rapporto con le cose, quello che la voce di Celentano nel vero inno nazionale dell'Italia del benessere ci riporta alla memoria con l'irruenza irrazionale di una madeleine proustiana. Era un diverso rapporto col tempo. Che era una risorsa naturale abbondante, ecologica, non esauribile, almeno così ci sembrava. L'interminabile monotonia di un pomeriggio assolato è il sapore agrodolce che qualsiasi bambino posteggiato a casa dei nonni ha conservato nel frigorifero della memoria. Quella noia svogliata di una sedia a sdraio, di un libro leggiucchiato nella frescura di un giardino, tra l'ipnosi meridiana delle cicale, che Luca Guadagnino ha saputo magistralmente rievocare nel suo Chiamami col tuo nome. La noia è un lusso della gioventù, età azzurra. Gioventù degli individui, ma anche delle società. Quell'Italia partorita dalla guerra era ancora un paese giovane. Poter scialare con munificenza il tempo, questo era l'otium dei romani, è la vera ricchezza di chi il tempo sente di averlo tutto davanti, e ha la ragionevole certezza che il tempo che alla fine arriverà sarà generoso. Perché mettergli fretta? Pur avendo passato l'esame di maturità, i ragazzi aspettavano senza scalpitare troppo il ventunesimo compleanno per poter votare, o anche solo per poter firmare un documento. Intanto accettavano con benevolo fatalismo e anche un po' di divertimento un anno perso di inutile naja, questo prelievo fiscale dello Stato di una percentuale di giovinezza. Ci stava. Ci sarebbe stato tutto il tempo, più avanti, per assolvere gli obblighi sociali. Intanto, scialla...

venerdì 1 giugno 2018

Primapagina. 95 “Politica&psichiatria”.


Da “Il lettino dello psicanalista è una tribuna elettorale”, intervista di Antonello Caporale allo psicoanalista Luigi Zoja pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 31 di maggio 2018: - Mi è capitato un paziente immerso in una acuta crisi familiare seguita al divorzio. È riuscito a destinare una fetta del nostro colloquio alla situazione politica. Quello mi convince, quell’altro no…-.