"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 12 marzo 2013

Cosecosì. 46 “La Rete ha un’ideologia”.



La tristissima vicenda politica del bel paese non conosce sosta e non lascia intravvedere esito diverso alcuno. Tutto scorre per come essa, la tristissima vicenda, ha lavorato, tranciando e spianando affinché l’esito fosse uno ed uno soltanto. Da tempo vado sostenendo come la “scarnificazione” del pensiero sia il male peggiore nel quale possano cadere i singoli se non le intere comunità. Una “scarnificazione” del pensiero che è come portar via dall’osso gli ultimi brandelli della carne che resistessero alla macabra operazione. Poiché “scarnificare” il pensiero è operazione macabra così come scuoiare e strappare gli ultimi brandelli di muscolo. È ciò che è avvenuto nel bel paese. Una “scarnificazione” che è divenuta tappa successiva di quella geniale ed opportunistica operazione di semplificazione del pensiero che la dice lunga di come e di quanto gli strateghi dei mass-media, i cosiddetti guru, siano divenuti i padroni assoluti dei destini dei singoli se non di intere comunità. E se la comunità si allarga poi a dismisura, ogni oltre misura sensibile dall’umano, allora le cose precipitano verso un orrido oscuro che tutto ingoia come quegli abissi che la mente umana stenta a raffigurarsi convenientemente. È l’abisso della Rete. Ho orrore dell’abisso che la Rete induce. Poiché in quell’abisso vanno a sfracellarsi gli ultimi pensieri liberi. Forse l’azione di “scarnificazione” del pensiero da parte dei media di tradizione si sarebbe arrestata dinnanzi agli ultimi brandelli, alle ultime schegge di un libero pensiero. Qualche miofibrilla ne sarebbe sopravvissuta. Invece, l’affermarsi prepotente della Rete rende possibile la “scarnificazione” sino alle più minuscole fibre del pensiero sopravvissuto. Ha scritto Enzo Costa sull’ultimo numero del settimanale “Il Venerdì di Repubblica” – “L’Italia stregata da un nuovo mito: il semplificatore integrale” -: Oggi il Semplificatore Integrale è dappertutto. Essendo, innanzitutto, sul web. È lì che twitta compulsivamente come smaltire tutti i rifiuti, chi fare Papa, che fare per gli esodati e/o i padri separati. È su Facebook, a fronteggiare il caos a colpi di “mi piace” e “non mi piace”, con la stessa, primordiale logica binaria dell’antico “buono-no buono” di Andy Luotto a L’altra domenica. Solo che lui non lo fa per ridere: lo fa sul serio, senza un dubbio, una sfumatura, una subordinata. E cresce e si moltiplica, dentro e fuori la rete: è in tv, a dirci che la politica fa tutta schifo, che la colpa è solo della casta, o delle banche, o dei sindacati. È in politica, magari ci è appena entrato sotto una luccicante e trionfante insegna a cinque stelle, a dirci che basta eliminare tutti i politici. È nell’impresa, nelle professioni, nelle corporazioni, a dirci che la colpa è sempre degli altri, e mai la sua. E più si moltiplica e più ci contagia, e più diventiamo lui e brandiamo felici e feroci sentenze sommarie. Ciò che non cambia e resta è la complessità della società, della vita, del mondo. Ma se ne parla poco, pochissimo, solo in qualche bar di provincia o, molto raramente, dall’ortolano. Ecco perché la Rete fa tanto paura. Poiché va oltre la “semplificazione” della quale parla Enzo Costa nell’interessante Sua riflessione. Va oltre per “scarnificare” fino all’osso la polpa oramai rinsecchita del pensiero. Poiché è tutto un affannarsi dei guru a definire la Rete come “libera” – da cosa poi? Da chi? -, post-ideologica, anzi a-ideologica, secondo la tanto ideologizzata “morte delle ideologie”. “La Rete ha un’ideologia”. Ne ha scritto, con questo sotto-titolo, Massimo Adinolfi sul quotidiano l’Unità del 17 di maggio dell’anno 2012 – “L’ideologia politica di Facebook”. Ecco un angolo del mondo, quello virtuale per l’appunto, nel quale la tristissima profezia della “morte delle ideologie” non si è inverata, ma dove esse, le ideologie, vivono nelle viscere più profonde di esso, di quel lontano, ancora inesplorato ed indecifrabile mondo, e le impregnano nel profondo. Propongo di seguito, in parte, l’acuta riflessione di Massimo Adinolfi. C’è una speranza ultima che non vuole morire: che, per dirla ancora con Enzo Costa, “la complessità della società, della vita, del mondo” abbia la meglio alla fine di questo tortuoso, tormentato cammino.

(…). A (René n.d.r.) Girard (antropologo, critico letterario e filosofo francese n.d.r.) dobbiamo (...) una distinzione fondamentale per capire come funziona la creatura di Mark Zuckerberg. (…). Si tratta della differenza fra mediatore esterno e mediatore interno, e del modo in cui orienta il desiderio umano. Quel che viene mediato è infatti il desiderio, che si dirige su questo oggetto o su quello solo perché qualcun altro vuole questo o quello, rendendolo così desiderabile per noi. Ma, ecco il punto, un conto è se la mediazione è esercitata da un soggetto ben distante, magari irraggiungibile e idealizzato un mediatore esterno, appunto -, un altro è se invece si tratta di un soggetto a noi vicino, anzi prossimo, così tanto da essere proprio come noi. Un friend, insomma. Su Facebook è questo, infatti, che accade. Niente mediatore esterno, niente figure terze, niente relazioni “verticali” con un ideale lontano, ma una miriade di piccole relazioni orizzontali con individui insieme ai quali condividiamo interessi, scambiamo poke, linkiamo pagine. Sheryl Sandberg, Chief operating officer di Facebook, l’ha spiegata così: «Non importa se a 100.000 persone piace x: se alle tre persone a te più vicine piace y, a te piacerà y». Le tre persone più vicine stanno per l’appunto nella posizione di mediatori interni, e in grazia di questa posizione risultano maledettamente più credibili, diretti, autentici. In una parola, la sola che quando si fa business veramente conta: efficaci. Ora, se si trattasse solo di strategie di marketing e volumi di vendita, poco male: ci si potrebbe fare ben presto l’abitudine. Ma il fatto è che attraverso questa diversa strutturazione delle relazioni sociali passano profonde modificazioni dello spazio pubblico, e non basta quindi limitarsi ad osservarle con distaccato spirito scientifico. E, si badi, non si tratta nemmeno di rilevare soltanto fenomeni come la spudorata esibizione della vita privata (Facebook è zeppo di fotografie), dalla quale si può dire che quasi più nessuno è immune, o della infantilizzazione dei comportamenti, ossia di quello che Benjamin Barber ha chiamato il nuovo “ethos infantilista” del capitalismo contemporaneo. Il fatto è che in tutti questi casi viene palesemente contraddetto il profilo dell’uomo pubblico così come è stato definito in età moderna. La sfera pubblica andava infatti rigorosamente distinta dalla sfera privata o familiare della casa: un conto è l’oikos, un altro la polis. La modernità politica nasce anzi proprio quando riesce a spezzare definitivamente ogni parentela o commistione fra quegli spazi e le relazioni che in essi si istituiscono. Ma questa distinzione cede ormai il passo alla confusione, ed è sempre più difficile tracciare in rete i confini del pubblico e del privato. Quanto all’infantilizzazione degli stili di vita (e delle scelte di consumo): non contraddice forse la figura del cittadino autonomo e responsabile, qualificato giuridicamente e politicamente in virtù della raggiunta maggiore età? Ma ancora più significativa, perché gravida di conseguenze, è la caduta verticale del mediatore esterno: quella infatti era la posizione, il luogo terzo tradizionalmente occupato dalle figure istituzionali: dal maestro, per esempio, o dall’uomo politico. La crisi di autorità del mediatore esterno, il fatto che i nostri sguardi e i nostri desideri si rivolgono in rete molto più facilmente a mediatori interni non a figure idealizzate ma proprio a persone come noi di colpo rischia di invecchiare tutta la comunicazione istituzionale, ma anche di ridefinire i luoghi stessi di formazione e di esercizio della soggettività politica. Dunque un problema ce l’abbiamo, con Facebook. James Gibson, fondatore della teoria ecologica della percezione, diceva: chiediti non cosa c’è dentro la testa di colui che guarda, ma cosa c’è intorno. Se cambia il paesaggio, cambiano infatti pure le teste e i pensieri. E il paesaggio, indubbiamente, sta cambiando. Dopodiché non si dirà certo che per questo la democrazia è in pericolo, ma perlomeno non si esalteranno acriticamente le nuove forme della partecipazione online o della vita in diretta come straordinari avanzamenti democratici. Noi conosciamo storicamente la democrazia come luogo della mediazione e della rappresentanza, e certo non è detto che sia l’unica modalità possibile. Poiché però sappiamo anche, grazie a Girard, che assenza di mediazione esterna significa pure possibilità di contagio mimetico e innesco incontrollato di rivalità, abbiamo tutte le ragioni per nutrire simpatia per il nuovo, ma anche per coltivare qualche sana diffidenza e un po’ di spirito critico.

venerdì 8 marzo 2013

Capitalismoedemocrazia. 33 “Il pianeta delle disuguaglianze”.



Ho scritto l’ultimo post della sezione ben otto mesi addietro. Andavo ricercando con essa – allora come oggi - il nesso inscindibile tra l’ampliarsi delle disuguaglianze e la decadenza per la salute e la natura della democrazia che ne sarebbe sopravvissuta. Lo scenario cambia, aggrovigliandosi sempre di più. Le prospettive permangono fortemente negative. Eppure qualche buontempone, nel corso della ultima campagna elettorale nel bel paese, ha invitato a non drammatizzarne i toni. Cose da clown. I clowns: figure che dominano la scena attuale. Mi dice M.A.M., al telefono, di una sua cara conoscenza affetta da un morbo gravissimo. All’ultima seduta della chemio – in una struttura pubblica - le hanno suggerito di procacciarsi il farmaco necessario a sue spese, ricorrendo al mercato sovrabbondante della vicina Svizzera. Quel tipo di farmaco, per la chemio iniziata, scarseggia nel bel paese e la cara amica di M.A.M. correrebbe il rischio di dover interrompere il ciclo di cura. Ho risposto, interloquendo con M.A.M., di avere letto nei decorsi mesi di tante altre situazioni simili a quella da lei descritta nella vicina Grecia. In Grecia si muore poiché le multinazionali si rifiutano di fare le consegne - a quel servizio sanitario - dei costosissimi farmaci per la cura dei terribili mali. Mi rendo conto come la situazione della Grecia stia divenendo la condizione che si estenderà all’intero continente europeo nel quale lo smantellamento dello stato sociale è da tempo ben avviato. La notizia allarmante datami da M.A.M. è una misura reale del dramma sociale che potrebbe investire milioni e milioni di cittadini europei. Anche la salute diviene, gioco-forza, un problema di “classe”. Raggiungere il ricco mercato svizzero non rappresenterà problema alcuno per coloro i quali si pongono nei più alti strati sociali. Per tutti gli altri la conservazione della salute diverrà un azzardo. Ha scritto il sociologo tedesco Zygmunt Bauman nell’ultimo Suo lavoro editoriale “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti. Falso!” – Laterza editore (2013) pagg. 112 € 9, anticipato sul quotidiano la Repubblica del 25 di febbraio col titolo “Il pianeta delle disuguaglianze” -: Uno studio recente dell’Istituto mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo (…) dell’Università delle Nazioni Unite riferisce che nel 2000 l’1 per cento delle persone adulte più ricche possedeva da solo il 40 per cento delle risorse globali, e che il 10 per cento più ricco deteneva l’85 per cento della ricchezza mondiale totale. La metà inferiore della popolazione adulta del mondo possedeva l’1 per cento della ricchezza globale. Ma questa è solo l’istantanea di un processo in corso… Notizie sempre più negative e sempre peggiori per l’uguaglianza degli esseri umani, e quindi anche per la qualità della vita di tutti noi, si susseguono di giorno in giorno. (…). Oggi, il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito pro capite di ben 428 volte più alto del paese più povero, lo Zimbabwe. E questi, non dimentichiamolo, sono confronti fra medie, che ricadono quindi nella storiella del pollo di Trilussa… Diventa evidente come una persistente “lotta di classe” all’incontrario sia sopravvissuta e sia stata portata avanti nel mentre si sosteneva la morte delle ideologie e della contrapposizione tra le storiche categorie sociali. Tutti sempre più disuguali. Non potrebbe essere diversamente nella storia ultima nel mondo occidentale. Scrivono Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace sul numero del 4 di marzo del settimanale “Affari&Finanza” – “La classe operaia è andata all'inferno in dieci anni redditi crollati del 10%” - a commento di una indagine condotta dalla Banca d’Italia: Per i lavoratori manuali, il reddito netto è cresciuto non soltanto meno di quello di tutti gli altri gruppi sociali, ma anche molto meno dell'inflazione. I numeri parlano chiaro: le famiglie della classe che un tempo Marx indicò come l'attore principale che avrebbe dovuto scardinare il sistema capitalistico hanno vissuto durante il "decennio berlusconiano" un vero e proprio tracollo. Di fronte a un aumento complessivo del reddito netto familiare del 12,8 per cento, ovvero dell'1,3 medio annuo, hanno dovuto subire un incremento dell'inflazione, nello stesso periodo, molto più elevato, con il 2,2 per cento medio annuo. Alla fine del decennio i redditi netti reali sono scesi del 9,5 per cento. Ma i dati della Banca d'Italia dicono molto di più. Dicono che c'è stato un gigantesco trasferimento di risorse - quelle scarse risorse che in un magro decennio l'Italia ha saputo creare - dai lavoratori dipendenti nel loro complesso (compresi dunque gli operai) a quelli autonomi (imprenditori, liberi professionisti, commercianti). I primi, infatti, hanno perso il 3,1 per cento di reddito rispetto all'inflazione (più 19,2 per cento la crescita del reddito contro un'inflazione del 22,3), mentre i secondi hanno visto crescere le loro entrate del 10,3 per cento in più rispetto alla marcia del carovita. Entrando all'interno delle varie categorie, troviamo che, tra i lavoratori dipendenti, sono stati i dirigenti a vincere, con un aumento dei redditi superiore di ben 14,1 punti percentuali rispetto all'inflazione. Gli impiegati sono riusciti a malapena a tenere il passo del costo della vita, con una crescita di 1 solo punto percentuale rispetto all'aumento dei prezzi. Imprenditori e liberi professionisti, invece, hanno preso un 10,1 per cento in più. (…). Nel decennio d'oro di Berlusconi è stata l'upper class ad avvantaggiarsi nettamente. La maggior parte dei lavoratori dipendenti (ad esclusione dei dirigenti) sono invece diventati relativamente più poveri. È l’amara realtà che la storia raccontatami da M.A.M. mi ha fatto toccare con mano nella sua durezza. Riprendo di seguito l’interessante scritto di Zigmund Bauman: L’ostinata persistenza della povertà su un pianeta alle prese col fondamentalismo della crescita economica è già abbastanza per indurre le persone pensanti a fermarsi un momento e a riflettere sulle vittime dirette e indirette di una così ineguale distribuzione della ricchezza. L’abisso sempre più profondo che separa i poveri e privi di prospettiva dai benestanti ottimistici, fiduciosi e chiassosi - (…) -  è una ragione evidente per essere gravemente preoccupati. (…) …la principale vittima della disuguaglianza che si approfondisce sarà la democrazia, in quanto i mezzi di sopravvivenza e di vita dignitosa, sempre più scarsi, ricercati e inaccessibili, diventano oggetto di una rivalità brutale e forse di guerra fra i privilegiati e i bisognosi lasciati senza aiuto. Una delle fondamentali giustificazioni morali addotte a favore dell’economia di libero mercato, e cioè che il perseguimento del profitto individuale fornisce anche il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, risulta indebolita. Nei due decenni che hanno preceduto l’accendersi dell’ultima crisi finanziaria, nella grande maggioranza dei paesi dell’OCSE il reddito interno reale per il 10 per cento delle persone al vertice della piramide sociale è aumentato con una velocità del 10 per cento superiore rispetto a quello dei più poveri. In alcuni paesi, il reddito reale della fascia al fondo della piramide è in realtà diminuito. Le disparità di reddito si sono quindi notevolmente ampliate. «Negli Stati Uniti, il reddito medio del 10 per cento al vertice è attualmente 14 volte quello del 10 percento al fondo», si vede costretto ad ammettere Jeremy Warner, caporedattore di The Daily Telegraph, uno dei quotidiani più entusiasti nell’esaltare la «mano invisibile» dei mercati che sarebbe capace, agli occhi tanto dei redattori quanto dei lettori, di risolvere tutti i problemi da essi creati (e magari qualcuno in più). Warner aggiunge: «La crescente disuguaglianza del reddito, benché ovviamente indesiderabile dal punto di vista sociale, non ha necessariamente grande rilevanza se tutti diventano contemporaneamente più ricchi. Ma se la maggior parte dei vantaggi del progresso economico vanno a un numero relativamente ristretto di persone che guadagnano già un reddito elevato — che è quanto sta accadendo nella realtà di oggi — si avvia evidentemente a diventare un problema». (…). In stridente contraddizione con le dichiarazioni dei politici, che pretendono di essere riciclate come credenza popolare non più soggetta a riflessione né controllata né messa in discussione, la ricchezza accumulata al vertice della società ha mancato clamorosamente di «filtrare verso il basso» così da rendere un po’ più ricchi tutti quanti noi o farci sentire più sicuri, più ottimisti circa il futuro nostro e dei nostri figli, o più felici… Nella storia umana la disuguaglianza, con tutta la sua fin troppo evidente tendenza ad autoriprodursi in maniera sempre più estesa e accelerata, non è certo una notizia. Scrivono ancora Bonafede e Di Pace: …per gli operai, è sorprendente scoprire che nel primo decennio del XXI secolo questa categoria non si è soltanto depauperata più di tutte ma è diventata anche più numerosa, arrivando a rappresentare il 23,1 per cento delle famiglie invece che il 20,8 per cento d'inizio secolo. Si direbbe che la “mobilità sociale” l’è bella e morta.

giovedì 7 marzo 2013

Cosecosì. 45 “Vent'anni alla fine del mondo”.



Ha scritto il professor Umberto Galimberti sul settimanale “D” del 16 di febbraio 2013 - “Vent'anni alla fine del mondo” -: Apocalisse non è la fine. È svelare ciò che è stato tenuto ipocritamente nascosto. (…). Apocalisse (dal greco apo-kalypto) vuol dire "togliere il velo" "svelare quel che era nascosto". E quest'opera di verità la stanno facendo i giovani, per farci sapere che mondo abbiamo creato per loro. Un mondo senza sogni, un mondo senza desideri che abbiamo estinto ogni volta che davamo loro una cosa prima ancora che la desiderassero. Piacerebbe anche a me fare mia questa affermazione/intuizione dell’illustre Autore. In verità dubito assai in una meritoria “opera di verità” delle masse giovanili dell’Occidente opulento. Mi sovviene invece un pensiero, a proposito dei giovani, dell’indimenticabile segretario di quello che è stato il più grande e forte partito comunista dell’Occidente, Enrico Berlinguer. Diceva: - Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia -. Mi pare di cogliere nella grande maggioranza dei giovani d’oggi ben poca spinta ad impadronirsi “di ogni ramo del sapere” e di lottare “con i lavoratori e gli oppressi”. “Privilegio e ingiustizia” sono tornati ad essere la caratteristica proprio di questo tempo che ci è dato di vivere. Continua nella Sua riflessione il professor Galimberti: I giovani non ci succedono come sempre è avvenuto nel ritmo delle generazioni, i giovani di oggi divaricano da noi, se ne vanno da un'altra parte, cercano un'altra terra, perché questa è per loro inospitale. E in questa ricerca sentono su di loro il destino dei Maya, estinti con l'avvento degli occidentali. Perché è l'Occidente, che si crede la punta più avanzata di civiltà, ad aver creato questo mondo senza speranza, con la terribile sensazione della sua fine, che per il momento chiamiamo semplicemente "crisi". Ma non è una crisi. Come dice la parola "Occidente", è un tramonto. Ecco, mi pare che l’illustre Autore operi una generalizzazione che in verità non mi sento di accettare. I giovani, o meglio una grossissima parte di essi, al pari dei loro genitori, di quello che è stato il ceto medio del benessere, hanno spento qualsivoglia desiderio di contrastare lo stile di vita propugnato nell’Occidente opulento, non avvertendo la strapotenza di una civiltà edonisticamente malata che, forse col senno del poi, sarà individuata in futuro come la società che ha “creato questo mondo senza speranza”, società della finanza e delle banche che hanno spinto di recente un premier-tecnico dell’Occidente a riconoscere ed a dichiarare “perduta” tutta una generazione. Ben pochi sono stati, negli anni recenti, i “maestri” che abbiano orientato il cammino sociale ed economico in una ben diversa direzione. Oggigiorno i giovani, soprattutto essi, vivono “con la terribile sensazione della fine” di una società malata e divenuta arrogantemente ingiusta ed in perenne “crisi", crisi" che è anticamera di “un tramonto” di un distorto modello di sviluppo. La lettura della riflessione citata mi ha spinto a ricercare tra i miei ritagli una riflessione del professor Galimberti che ha per titolo “L'egemonia del mercato e i giovani”, riflessione pubblicata sempre sul settimanale “D” del 12 di giugno dell’anno 2010. La ripropongo in parte. Scrive Franco Totaro: “I fini dell'economia sono anche i nostri fini?”. Sull'atmosfera nichilista che caratterizza il clima in cui vivono i giovani d'oggi mi sono espresso più volte… (…). La loro sfiducia, la loro vita più notturna che diurna, l'alcol e la droga, assunti più per anestetizzarsi che per divertirsi, sono sintomi di una crisi non tanto esistenziale quanto culturale, da riferirsi al fatto che la nostra cultura conosce come unico generatore simbolico di tutti i valori esclusivamente il denaro, da conseguire con ogni mezzo, ivi compreso lo sfruttamento del lavoro dei giovani, che non hanno alcun potere contrattuale se non quello del prendere o lasciare. “L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo”, diceva Kant nel formulare il principio fondamentale della sua morale. Ma chi non è mezzo di profitto, sia che si tratti dell'immigrato o di uno qualunque di noi che lavora in una fabbrica o in un ufficio a qualsiasi condizione gli venga imposta, non ha diritto di cittadinanza. E tutto questo perché l'economia globalizzata ha reso concorrenziale anche il costo del lavoro sempre più al ribasso. Oggi i giovani vivono erodendo la ricchezza dei padri, ma non avranno ricchezza da far erodere ai loro figli, che saranno la prima generazione veramente senza futuro. Ma siccome lo sguardo dei governanti non si allunga oltre la propria biografia, di questa mancanza di futuro al momento nessuno si occupa. Invocare che l'economia non sia più egemone, ma venga subordinata alla vita delle persone, oggi ha del patetico. Ma a questo si dovrà pervenire, se non si vuole assistere a quella profezia che Spengler, Heidegger, Jaspers, Anders nel secolo scorso, con largo anticipo, andavano annunciando sotto il titolo Tramonto dell'Occidente. A tutto ciò, a questa disastrosa deriva politica, morale e sociale ben poca cosa è stato opposto nelle ubertose contrade del bel paese. In altre contrade di questo pianeta una fuggevole forma di “protesta” e di “azione” di contrasto la si è tentata, regimi e governi sono stati spodestati se non minacciati nella loro sopravvivenza. Nulla di tutto ciò si è potuto registrare nel bel paese. Se non l’ultima “fiammata” dello tsunami elettorale che rappresenta più che altro l’azione ultima possibile di disperati. Quale peso essa potrà avere per la storia futura? Può essere bastevole, per una presa di coscienza delle gravissime malattie proprie di un Occidente pericolosamente al “tramonto” – come preconizzato nell’anno 2010 – la “rabbia” di chi ha visto sfuggirgli la vita presente e con essa il futuro? La “cecità sociale” ha un prezzo altissimo che immancabilmente ricadrà sui più poveri e sugli individui e gruppi socialmente indifesi. Ed allora, la risposta giusta è quella scaturita dalle elezioni politiche recenti? Ha scritto Ezio Mauro all’indomani delle elezioni – su la Repubblica del 27 di febbraio col titolo “La sede vacante” -: (…). In una parola, è come se il governo della fase che viviamo fosse impossibile, per una fetta di pubblica opinione. O peggio, inutile. Dentro questa rinuncia ipnotica, si scavano percorsi a breve, abitati da illusioni politiche, fantasmi culturali. Nazionalizziamo le banche, anzi chiudiamole. Ignoriamo lo spread, che importa se cresce? Non badiamo ai mercati, tanto sono un po’ pazzi. Se la Germania pretende troppo, usciamo dall’euro. Sciocchezze che funzionano come false rassicurazioni, perché non esistono risposte banali a problemi complessi. Ma funzionano, come le false promesse sulle tasse che si possono restituire, i soldi che arrivano dalla Svizzera, il magnate-demiurgo che in ogni caso, se mancano i miliardi, li metterà di tasca sua. (…). …la politica è in sede vacante, e qualcos’altro di confuso, semplice ed elementare, consolatorio e primordiale ne ha preso il posto. Un negazionismo autarchico, insieme orgoglioso e compassionevole, che è un prodotto non secondario della crisi sociale del nostro tempo. I populismi diventano l’espressione compiuta ed organizzata di tutto questo.(…). A questo punto avrei forse trovato la risposta alla mia domanda.