"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 7 febbraio 2018

Quodlibet. 56 “Gli elettori, prodotto delle leggi elettorali”.



Da “A chi appartiene la legge elettorale” di Gustavo Zagrebelsky , pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 7 di febbraio dell’anno 2017: Gli elettori non esistono in natura. Sono il prodotto delle leggi e dei sistemi elettorali. Neanche le parole degli elettori, i loro voti, sono un dato naturale. Dipendono dagli artifici in cui sono inseriti e conteggiati per produrre un risultato. Il voto può essere rispettato, maneggiato, manipolato, reso vano e, perfino, orientato verso esiti desiderati da coloro che fanno e disfanno le leggi elettorali: leggi “performative” che non regolano ma creano il loro oggetto. Non si sta parlando di cose come brogli o corruzione. Si sta parlando degli effetti di ogni legge il cui compito sia trasformare i voti in seggi. In quella trasformazione stanno tutte le possibilità appena dette. Si comprende così il significato dell’affermazione iniziale: gli elettori sono l’effetto delle leggi elettorali. Queste, per così dire, “fanno l’elettore”, lo rispettano o lo usano; sono neutrali o sono faziose; sono sincere o sono mentitorie. Trasformano l’elettore da una realtà virtuale in una realtà concreta, ed è forse questa la ragione sottintesa che ha indotto la Corte costituzionale ad ammettere il ricorso contro le ultime leggi elettorali, indipendentemente dalla loro applicazione: producono un effetto concreto immediato, quando entrano in vigore. Che cosa sono le leggi elettorali abusive? Si può trasformare la domanda in quest’altra: di chi sono le leggi elettorali? La risposta, in teoria, è ovvia: le leggi elettorali, tra tutte le leggi, sono quelle che più d’ogni altra appartengono ai cittadini; e meno di tutte le altre, ai governanti. Le leggi elettorali abusive sono quelle fatte dai governanti come se interessassero, come se appartenessero, a loro. Guardiamo ora ciò che è accaduto e che accade. Le si fanno (o si cerca di farle) col fiato corto, guardando all’interesse immediato dei partiti. Così, esse diventano strumenti di lotta politica orientata dai sondaggi. C’è da stupirsi, allora, se all’accanimento nelle sedi del potere dove le si elaborano corrisponda l’indifferenza indispettita di grande parte di cittadini elettori che assistono alle giravolte, alle contraddizioni, alle furbizie e alle infinite improvvisate complicazioni che si svolgono sopra la loro testa? Si comprende poco o niente della riforma, ma si capisce benissimo d’essere trattati come merce, come possibile “bottino”, e non come soggetti della democrazia. La giustizia elettorale, qualunque cosa significhi, è sostituita dagli interessi. I partiti giocano molto della loro credibilità in questa partita. Esiste un documento della Commissione di Venezia (autorevole consesso che formula giudizi sullo stato della democrazia nei Paesi europei), adottato dal Consiglio d’Europa nel 2003, intitolato “codice delle buone pratiche in materia elettorale”. È un richiamo alla responsabilità e lealtà nei confronti degli elettori. Vi si legge che «la stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso. A tal punto che potrebbe, a torto o a ragione, pensare che il diritto elettorale sia uno strumento che coloro che esercitano il potere manovrano a proprio favore, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio. Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o ad un livello superiore a quello della legge ordinaria ». Queste proposizioni, di per sé, non hanno forza di legge. Tuttavia, esse integrano l’articolo 3 del Protocollo n. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: diritto a elezioni libere ed eque. Questo sì ha forza di legge. Sulla sua base la Corte di Strasburgo ha giudicato una legge della Bulgaria contraria al principio di neutralità della legge elettorale ( Ekoglasnost contro Bulgaria, n. 30386/05). Si trattava d’una legge adottata in prossimità delle elezioni che penalizzava un partito politico a favore degli altri. (…). In Italia, l’abitudine di cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle elezioni è prassi che pare normale. Così è accaduto nel 1923-4 con la “legge Acerbo”; nel 1953 con la “legge-truffa”; nel 1993-4 con la “legge Mattarella”; nel 2005-6 con la “legge Calderoli”. (…).

martedì 6 febbraio 2018

Terzapagina. 14 “Quell’estate del ‘38”.



Da “Uno schiaffo per le leggi razziali” di Bernardo Valli, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 28 di gennaio 2018: Il ragazzo doveva avere dodici anni, almeno quattro più di me, e questo gli conferiva ai miei occhi un’irraggiungibile superiorità. Quando si dondolava sull’altalena e sferrava calci mi sembrava invulnerabile. Tentavamo invano di fermarlo e di costringerlo a cederci il posto. Mio fratello maggiore, all’incirca coetaneo del nostro avversario, guidava gli attacchi. E guardavamo come se fossero ferite di guerra i segni, un leggero graffio e un appena visibile livido, lasciati sul suo corpo dalle punte delle scarpe nemiche che ci arrivavano addosso come lanciate da una catapulta. Il gioco, più sgarbato che violento, ci appassionava in quella fine estate del 1938, nel parco di un albergo di Fiumetto. Non riuscimmo mai a disarcionare dall’altalena l’adolescente con i riccioli biondi, un fisico ben disegnato e uno sguardo deciso. Non si univa mai a noi e nel tardo pomeriggio, al ritorno dalla spiaggia, occupava l’altalena e lanciava la sfida. Eravamo uno sparuto branco di giovani villeggianti, ne ricordo quattro, e lui era sempre solo in quell’oasi borghese dove all’odore denso della pineta si mescolava quello della crema Nivea, usata per le scottature del sole. Un giorno mia madre ci disse di lasciare in pace quel ragazzo. Non valsero le nostre proteste. Replicammo che non consentendoci di usare l’altalena il provocatore era lui, ma fummo messi a tacere con due schiaffi. Uno a testa. A mio fratello e a me. I due ceffoni dettero alle parole materne il peso di un ordine perentorio: non dovevamo rispondere ai calci. Mia madre sapeva essere autoritaria e al tempo stesso giusta. Le sue punizioni avevano sempre una spiegazione logica. In quel caso ci dette l’impressione di non esercitare il suo potere secondo i principi che ci aveva inculcato e che noi interpretavamo in modo spicciativo, e certamente sbagliato: rispettate e fatevi rispettare. Qualcosa di simile a occhio per occhio. Come non rispondere a chi ti sferrava dei calci? L’esortazione evangelica di porgere l’altra guancia non rientrava nel nostro ancora infantile codice d’onore, più tribale che cristiano. La remissività impostaci ci sembrò in contraddizione con l’abituale invito a tenere la schiena dritta. Non capimmo la svolta, ma ci adeguammo nei pochi giorni che restavano prima della fine della vacanza. Il ragazzo coi riccioli biondi forse si stupì della nostra improvvisa gentilezza. La nostra docilità probabilmente lo deluse. La memoria non arriva tanto lontano per ricostruire l’episodio nei particolari. Il mistero dei due schiaffi affibbiati a me e a mio fratello per rafforzare lo strano, perché non spiegato, ordine di rispettare il ragazzo biondo dell’altalena, durò a lungo. Soltanto anni dopo, evocando quella tarda estate del 1938, ricordai a mia madre l’episodio dimenticato per due decenni. E lei mi spiegò quello che allora, a suo giudizio, non avremmo capito. Era l’estate delle leggi razziali. In luglio “ Il giornale d’Italia” aveva pubblicato il manifesto degli scienziati razzisti, anticipando i decreti sulla questione ebraica. E in quei giorni di metà settembre, mentre noi ragazzi eravamo impegnati nella “guerra dell’altalena”, Mussolini pronunciava un discorso antisemita sulla piazza Unità d’Italia, davanti al municipio di Trieste. Il 5 agosto era uscito il primo numero di “Difesa della razza”, diretta da Telesio Interlandi, con un disegno sulla copertina che annunciava il contenuto della rivista: una spada, simbolo del fascismo, divideva il profilo dell’italico antico romano da quelli delle razze spurie. E all’interno si invitavano gli italiani a «dichiararsi francamente razzisti». Sarebbero stati vietati i matrimoni tra italiani ed ebrei; gli ebrei non avrebbero più potuto avere degli ariani come dipendenti; né avrebbero potuto esercitare professioni come il notaio, il funzionario di banca, il giornalista, l’insegnante; e gli studenti ebrei avrebbero dovuto frequentare scuole separate… Tra l’estate e l’autunno del ’38 l’ondata antisemita si era abbattuta sull’Italia fascista e quel ragazzo dell’altalena, essendo ebreo, ne era una vittima. Per questo mia madre voleva che lo rispettassimo. Era un modo di dirgli che noi non eravamo d’ accordo su quel che accadeva. Quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario e ho l’impressione di sentire lo schiaffo materno.

lunedì 5 febbraio 2018

Terzapagina. 13 “Josef Felder e il sogno d’Europa”.



Da “Elogio (impopolare) della libera Europa” di Emanuele Felice, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 28 gennaio 2018: Josef Felder era un deputato socialdemocratico di appena 32 anni, quando nel parlamento tedesco votò contro i pieni poteri a Hitler. Il 24 marzo 1933, giorno della fine della repubblica di Weimar. Per quel voto Felder fu rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau, il primo ad aprire nella Germania nazista, al cui ingresso campeggiava la celebre scritta «Il lavoro rende liberi». Fu tenuto in catene in una cella di isolamento. I nazisti gli davano da mangiare solo una volta ogni quattro giorni. Per caso, una di quelle volte venne a coincidere con la vigilia di Natale. Quella sera una guardia aprì la finestrella della cella, gli fece vedere un piatto di salsicce bavaresi, con insalata di patate. Disse «questa sarebbe proprio una bella cena di Natale. Ma tu non la meriti, perché sei un traditore». Poco dopo arrivò il comandante delle guardie, portando una corda. E mostrò al prigioniero come avrebbe potuto impiccarsi, dalle condutture del soffitto. «Controllerò che tu lo faccia», disse. Ritornò altre due volte quella notte, per spingerlo al suicidio. Ma Felder non si impiccò. Sarebbe uscito vivo da Dachau. E poi sarebbe sopravvissuto anche alla guerra fredda. Morirà nel 2000, a cento anni di età. Farà in tempo a vedere il suo paese riunificato, prospero, democratico. Farà in tempo a vedere l’Unione Europea, il sogno di un continente pacificato, divenire realtà. E l’idea socialdemocratica per cui lottava, quell’idea di una sinistra antitotalitaria che lo contrapponeva ai nazisti ma a quel tempo anche ai comunisti, contribuire a forgiare le istituzioni e la politica europee, assieme alla cultura cristiano-democratica e a quella liberale. Josef Felder può essere considerato un eroe della sinistra riformista, ma più in generale un eroe della democrazia. Pronto a dare la vita per le sue idee, ma al contempo a quella vita attaccato tenacemente, pur nella disperazione, fino all’ultimo. E la sua è una storia a lieto fine. Come è a lieto fine, a tutt’oggi almeno, la storia della Germania e dell’Europa. (…). Esattamente cento anni fa, l’Europa era impantanata nella prima guerra mondiale: nelle trincee del fronte occidentale si uccidevano milioni di francesi e tedeschi. Oggi il legame fra i due principali paesi europei è talmente saldo da sembrare indissolubile, e quegli immensi campi di croci appaiono a tutti davvero un’«inutile strage» – e lo stesso vale per i trecentomila italiani morti sull’Isonzo. Ma l’Italia come si pone di fronte al rilancio dell’Europa? Il parlamento che uscirà dalle elezioni di marzo sarà chiamato a confrontarsi innanzitutto su questa sfida. Da noi però se ne parla poco, anzi non se ne parla affatto. Prevale nei confronti dell’Europa un sentimento di generale sfiducia, se non di aperta ostilità. Sul piano economico, molti imputano all’euro il declino degli ultimi anni. Curioso transfer di responsabilità, quando tutti gli altri paesi che hanno la stessa moneta (tutti, nessuno escluso) sono cresciuti più di noi: è illogico, oltre che autoreferenziale, dare la colpa di un record negativo a quello che abbiamo in comune con gli altri (la moneta), anziché a quello che ce ne separa (il peggior funzionamento della pubblica amministrazione e della giustizia, i minori investimenti in istruzione e ricerca, il familismo delle imprese: per fare tre esempi). Ma si sa, additare l’euro auto-assolve gli imprenditori e la classe politica, auto-assolve anche gli elettori che l’hanno votata. E pazienza se così facendo ci teniamo i nostri mali. E tuttavia il discorso sull’Europa, per una politica che sia degna di questo nome, non può ridursi nemmeno solo alla moneta unica, o al mero dato economico. Fra i benefici si potrebbero annoverare le norme a difesa dei consumatori e a tutela dell’ambiente, la libera circolazione dei lavoratori, fino alle recenti conquiste per le persone omosessuali (la legge Cirinnà è stata approvata per colmare un vulnus nei diritti umani che le istituzioni europee ci rimproveravano). Senza l’Europa l’Italia sarebbe probabilmente un paese più ingessato e arretrato. Meno libero, non più libero. Forse anche meno democratico. Perché poi c’è un altro aspetto, ideale ma anche concreto, che deve essere valorizzato: pur con tutti i suoi limiti, l’Unione Europea rappresenta la più avanzata frontiera di difesa della democrazia che vi sia oggi nel mondo. Per sua stessa natura: un esperimento di fratellanza fra i popoli che non ha paragoni in tutta la storia umana. E poi per quello che fa. Con rare eccezioni, i popoli prima si erano sempre uniti attraverso la violenza, cioè per conquista o sotto la minaccia delle armi, o al più grazie a qualche matrimonio dinastico. Negli ultimi sessant’anni, a poco a poco sempre più paesi, tanti da formare quasi un continente, si sono messi insieme: volontariamente, e democraticamente, decidendo di condividere sovranità e destini. Insieme, hanno dato vita a quella che è oggi la regione del mondo a più alto sviluppo umano: non solo il reddito, ma anche la salute, l’istruzione, i diritti sociali e le libertà civili; l’ambiente e perfino (almeno de jure) i diritti degli animali.