"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 3 febbraio 2018

Terzapagina. 12 “La Terza Rivoluzione Industriale”.



Da “Pensate all’olandese” di Jeremy Rifkin, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 28 di gennaio 2018: Il governo italiano ha intrapreso una serie di iniziative per stimolare innovazioni con l’obiettivo di accelerare la produttività e la crescita economica, agevolando la creazione di occupazione nell’economia. Sebbene queste iniziative siano essenziali, esse non sono sufficienti finché la piattaforma dominante per la gestione, l’alimentazione, e la movimentazione dell’attività economica italiana rimarrà basata sulla infrastruttura della Seconda rivoluzione industriale, con le sue telecomunicazioni centralizzate, le sue energie fossili e fissili e trasporti stradali, marittimi e aerei basati sul motore a scoppio. È vero, l’infrastruttura della Seconda rivoluzione industriale ha fornito la base per uno straordinario aumento della crescita nel XX secolo, ma quel modello ha ormai raggiunto il limite massimo della sua produttività in tutte le nazioni industriali negli ultimi 15-20 anni, e oggi determina il costante calo del Pil e un corrispondente aumento della disoccupazione. Anche se dovessimo rimodernare l’infrastruttura della Seconda rivoluzione industriale, l’effetto sull’efficienza aggregata sarebbe estremamente limitato, e così anche sulla produttività, sulle nuove opportunità di business, sull’occupazione e sulla crescita. I combustibili fossili e l’energia nucleare sono ormai superati. E le tecnologie progettate e realizzate per funzionare con queste energie, come le reti di telecomunicazione, la rete elettrica centralizzata e le forme di trasporto basate sul motore a scoppio hanno esaurito quasi del tutto la loro produttività. Quindi è adesso necessario costruire ed estendere una nuova infrastruttura intelligente di Terza Rivoluzione Industriale, ad alto tasso di integrazione digitale, che dovrà comprendere anche una rete, Internet 5G, un’Internet dell’energia rinnovabile digitalizzata, un’Internet della mobilità automatizzata e digitalizzata basata su veicoli elettrici e a idrogeno, circolanti fra gruppi di edifici intelligenti collegati individualmente nell’Internet delle cose (Idc). A tutt’oggi però l’Italia rimane fanalino di coda al 25° posto sui 28 Paesi dell’Ue nel Rapporto Desi (Digital Economy and Society Index) della Commissione Europea, che misura lo stato di avanzamento nell’economia e società digitali di ciascuno Stato membro dell’Ue. Eppure questa nuova infrastruttura intelligente diventa una priorità fondamentale nel riposizionamento dell’Italia per la transizione verso la nuova dimensione di spazio commerciale, sociale e politico pienamente integrato. Se l’Italia riuscirà a allestire ed estendere al massimo questa nuova infrastruttura digitale verde e intelligente, riuscirà a scatenare una nuova ondata di produttività che, questa sì, continuerà a crescere nella prima metà di questo secolo. La costruzione di questa infrastruttura coinvolgerà praticamente ogni settore per i prossimi 40 anni: le società di distribuzione di energia e elettricità, il settore delle telecomunicazioni tradizionali e via cavo, il settore dell’informazione e della comunicazione, il settore dell’elettronica, l’edilizia e l’industria immobiliare, i trasporti e la logistica, il settore manifatturiero, l’agricoltura, etc. E impiegherà milioni di lavoratori specializzati, semi specializzati e di professionisti.

venerdì 2 febbraio 2018

Lalinguabatte. 48 “La democrazia del pubblico”.



Ha lascito scritto Giorgio Bocca in “Valletta, Mattei e la nuova corruzione senza controlli”, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica “ nel mese di maggio dell’anno 2010: “(…). Nell’Italia uscita dalla caduta del fascismo e dalla guerra partigiana, dove i due partiti di massa, il democristiano e il comunista, erano stati ammaestrati da una storia tragica a un uso prudente e controllato del potere, le grandi personalità, gli innovatori, sentivano sul loro collo il fiato della pubblica opinione, dei milioni di persone che, dopo l’inganno fascista, dopo i sacrifici della Resistenza, esigevano un governo non solo efficace ma onesto, che consigliava ai governanti di evitare le tentazioni. La differenza fra allora e adesso è tutta qui: che adesso le tentazioni non solo vengono cercate, ma create e offerte da un governo che i controlli non li sente perché li soffoca in partenza”.

giovedì 1 febbraio 2018

Quodlibet. 55 “Adam Smith e le politiche mercantiliste”.



Da “Non è il libero commercio che favorisce i lavoratori” di Alberto Bagnai, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” dell’1 di febbraio dell’anno 2017: I dazi! I muri! Le guerre! L’avvento di Trump ha colto di sorpresa i commentatori, cui sembra strano che, dopo trent’anni e passa di diminuzione della quota salari, gli oppressi, non potendo cambiare musica, abbiano deciso di cambiare almeno il suonatore. Ne è seguita una slavina di non sequitur i quali, pur essendo esilaranti per gli addetti ai lavori, rischiano di essere fuorvianti per il pubblico. Ne esemplifico qualcuno partendo dal dibattito, civile e denso di contenuti, svoltosi lo scorso 23 gennaio su Sky fra Sandro Trento e Claudio Borghi Aquilini. Si è spaziato da Davide Ricardo, l’economista britannico che dopo le guerre napoleoniche si batté per l’abolizione dei dazi sul grano, a Donald Trump, che ostenta ben altre intenzioni. Trento sostiene che il libero commercio favorisca i lavoratori perché abbatte i prezzi dei prodotti di consumo. Di converso, quindi, i poveri verrebbero danneggiati dai dazi. Lo dimostrerebbe il fatto che nel XIX secolo “quando vengono aboliti i dazi effettivamente il salario reale dei lavoratori in Inghilterra aumenta”. D’altra parte, i dazi non danneggerebbero solo i salari negli Stati Uniti, ma anche i redditi in Europa, perché “gli Stati Uniti hanno svolto in gran parte del dopoguerra il ruolo di locomotiva dell’economia mondiale… tramite le importazioni: comperavano prodotti dal resto del mondo e trascinavano la crescita. Se gli Stati Uniti minacciano di smettere di fare questa politica il messaggio è molto preoccupante, soprattutto per un continente come l’Europa che non è in grado di crescere da solo”. Ecco, partiamo dalla fine. Sì, gli Stati Uniti sono stati la locomotiva della crescita mondiale, proprio perché acquistavano beni altrui (erano importatori netti). Le importazioni di un Paese sono infatti reddito distribuito altrove. Ma se chi compra (importa) sostiene la crescita altrui, chi vende (esporta) la deprime. Per questo motivo Adam Smith definiva “beggar-thy-neighbour” (impoverisci il vicino) le politiche mercantiliste, quelle dei Paesi che per crescere contano solo sulle esportazioni. Ora, se gli Stati Uniti sono il motore della crescita mondiale perché importano, come la mettiamo con l’evergreen dei guitti da talk show, la storiella della Germania locomotiva dell’Europa perché “è competitiva” e quindi esporta? Ovviamente hanno torto i guitti e ha ragione Trento, che implicitamente chiarisce perché l’Europa “non è in grado di crescere”: lo sarebbe se non fosse appesantita dal surplus commerciale tedesco, un surplus che fa bene solo ai capitalisti tedeschi. Lo ha detto egregiamente Trento sul blog del Fatto Quotidiano il 14 novembre 2012: con l’euro la Germania “ha messo in gabbia temibili concorrenti” e la sua industria “scarica su tutta la collettività il prezzo della propria competitività. Per favorire le vendite di Bmw… è necessario anche… contenere i consumi interni”. Ed ecco il non sequitur: a sentire Trento, sembra che chi vuole esportare debba impoverire i propri operai (tecnicamente: “contenere” i loro consumi), e questo perché chi importa possa arricchire i propri (offrendo loro beni a buon mercato). Le due storie non stanno insieme, e per capire qual è quella giusta chiediamo aiuto ai dati. Robert Allen (Oxford e New York University) ha ricostruito la serie del potere d’acquisto degli operai inglesi dal 1770 al 1869. Fra il 1770 e il 1815 (data in cui vennero adottati i dazi) la crescita media annua dei salari reali inglesi fu dello 0,3% (un po’ come oggi in Italia); fra 1815 e 1846 (coi dazi) fu dello 0,7% (più alta di 0,4 punti); aboliti i dazi, fra 1846 e 1869 fu dello 0.9% (più alta di soli 0,2 punti). Allen intitola il suo lavoro: “Il pessimismo preservato”. Sì, l’idea ottimistica di Trento, secondo cui i potentati economici, e gli economisti che se ne fanno cantori, avrebbero dickensianamente a cuore le sorti degli umili, non regge. Ricardo, esponente della borghesia industriale, voleva abolire i dazi per abbattere la rendita della nobiltà terriera, non per aumentare il salario reale dei lavoratori, che infatti non aumentò significativamente.