La Cina festeggia l’anno del
Cavallo, ma le imprese hanno già aperto la caccia agli operai. Milioni di
lavoratori, terminate le vacanze del capodanno lunare, non torneranno nei
distretti industriali. Il 30% dei posti resterà scoperto almeno fino a giugno.
Per la prima potenza produttiva del mondo è un danno miliardario, tale da
spingere le aziende a concedere bonus e aumenti di stipendio senza procedenti,
pur di non bloccare per mesi le catene di montaggio. A fine di gennaio oltre
300 milioni di operai-migranti hanno fatto ritorno nei villaggi d’origine per
le ferie. A scoraggiare un ritorno puntuale sul posto di lavoro, oltre alla
prospettiva di un altro anno in solitudine, il costo del viaggio, i salari
bassi, la nascita di piccole imprese anche nelle regioni lontane dalla costa,
il ritorno dei profitti in agricoltura. Lo scorso anno il mancato ritorno
operaio nelle metropoli industriali è costato alle imprese cinesi il 15% del
giro d’affari. Un sondaggio dell’Accademia delle scienze rivela che nessuna
azienda ha perso meno del 10% della propria forza lavoro. I capi del personale,
da Shenzhen a Shanghai, sono dunque mobilitati: chi riuscirà a convincere il
numero più alto di dipendenti a riprendere rapidamente il lavoro, passerà un
anno del Cavallo senza assistere ad un'altra fuga di massa di lavoratori verso
le potenze emergenti del Sudest asiatico. Per la prima volta la Cina fa dunque
conoscenza con un fenomeno comune nell’Occidente pre-crisi: gli incentivi. In questi
giorni a milioni di operai vengono promessi biglietti ferroviari, rimborso dei
pasti e aumento della busta paga del 10% fino a giugno. L’invecchiamento della
popolazione e la concorrenza di Cambogia, Vietnam, Mianmar e Thailandia,
aumentano le difficoltà cinesi nel fidelizzare la forza lavoro specializzata.
Chi rientra puntualmente al lavoro otterrà un premio tra i 100 e i 1000 yuan,
ma pure biglietti per le nuove lotterie aziendali, dove si vincono 1500 euro,
pari a cinque mensilità del reddito minimo. Alcuni gruppi promettono agli
operai fedeli di organizzare party aziendali, giri turistici per i week-end, di
costruire biblioteche, sale video, piscine e asili, oppure di donare
tessere-sconto per fare shopping. Nel settore elettronica, dove la manodopera è
più giovane, si offrono perfino serate romantiche per single, per favorire i
contatti in una massa operaia vittima dell’isolamento. Tra febbraio e marzo i
benefit per i ricercatissimi lavoratori fedeli saranno a doppia cifra,
prospettiva che però, in molti casi, accresce il problema del mancato rientro
dai villaggi. I dipendenti sanno che non ripresentarsi in azienda non espone
più al licenziamento, come in passato, ma offre l’opportunità di essere
premiati. Minacciare la stabilità occupazionale cinese, per l’operaio può
rivelarsi un vantaggio. Per i colletti bianchi il reclutamento si fa invece
sempre più difficile e oggi sono loro, in caso di fallimento, a rischiare il
posto: risparmiare sui premi-fedeltà può causare il crollo della manodopera, ma
promettere troppo può aumentare il ritardo del suo rientro. Anche in Asia si
apre una fase nuova. Oltre 100 milioni di lavoratori specializzati cinesi si
dichiarano pronti ad espatriare, pur di guadagnare di più e di vivere in
ambienti meno inquinati, mentre i laureati aumentano del 34% all’anno, rispetto
ad un meno 26% di operai. Non sono solo le ferie di capodanno ad obbligare le
industrie del Dragone ad andare a caccia dei dipendenti in fuga: per la Cina
termina l’era del lavoro a basso costo e la geografia globale delle
multinazionali nomadi sta per acquisire un profilo nuovo. È la cronaca
in forma di corrispondenza, sempre puntuale ed avvincente, che Giampaolo
Visetti ha fatto, sul numero del settimanale Affari&Finanza del 10 di
febbraio appena trascorso, da quell’impero che un tempo si diceva essere
celeste. Titolo del Suo pezzo: “Cina, il
caso dell’operaio che non torna dalle ferie”. Che poi è la cronaca che
mette a nudo i “vizi” vecchi e nuovi del capitalismo. “Vizi” esasperati dal
nuovo capitalismo a carattere eminentemente finanziario che sottrae al
capitalismo manifatturiero quelle risorse necessarie a garantire e gratificare
il lavoro. Capitalismo selvaggio, denudato da quella responsabilità sociale che
pur gli dovrebbe appartenere. Accadrà che da quell’opificio del mondo la fuga
delle imprese e delle aziende, sotto l’incalzare delle richieste delle
maestranze a corto di diritti e di salari di dignità, impoverirà quello che è
stato l’impero celeste, divenuto nel frattempo capitalista, per meglio
sfruttare altri angoli del pianeta Terra ove dettare la legge inesorabile del
cosiddetto “fattore limitante” del Liebig. Se ne è di già parlato su
questo blog. È tornato a questo punto della “crisi” interessante riproporre una
riflessione di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini su quella che essi hanno
definito “La deriva del capitalismo”.
L’interessante, ancor attuale riflessione è stata proposta sul quotidiano la
Repubblica il 22 di settembre dell’anno 2012. Scrivevano i due studiosi: Lo
strappo effettuato dai (…) leader conservatori, Reagan negli Stati Uniti e
Thatcher in Inghilterra, determinò un completo rovesciamento dei rapporti di
forza sia tra capitale e lavoro, sia tra capitalismo e democrazia poiché creò
una condizione di fortissimo vantaggio per le grandi imprese private nei
confronti degli stati nazionali. Da quel momento la capacità di intervento
dello Stato nell’economia andò incontro ad un drastico ridimensionamento,
mentre i lavoratori cominciarono a subire i ricatti delle delocalizzazioni
produttive. La liberazione dei capitali rappresentò dunque la mossa decisiva
che influenzò l’evoluzione dell’economia mondiale e diede l’avvio alla fase del
capitalismo finanziario. A dire la verità, anche nell’opinione degli economisti
classici la libertà dei movimenti di capitale non era stata sempre vista di
buon occhio. Un grande pensatore come David Ricardo aveva ammonito sui pericoli
inerenti alle loro libere scorribande. I capitali, aveva sostanzialmente
osservato, non sono valigie trasportabili indifferentemente da un punto
all’altro del mondo: sono elementi essenziali del contesto sociale il cui
spostamento non può non determinare conseguenze rilevanti nella sorte della
stessa coesione sociale. Per questi motivi sradicare e trasferire i capitali in
qualsiasi parte del mondo senza il consenso della comunità non può essere
considerato un comportamento virtuoso. Ma ci sono anche altre conseguenze molto
importanti, poiché si crea un mercato finanziario integrato che consente al
capitale di tutto il mondo di entrare in collegamento e di dar luogo
“all’internazionale dei capitalisti”, un’élite globale che concentra in sé un
potere immenso. L’appello di Karl Marx, “proletari di tutto il mondo unitevi”,
si realizza, ma al contrario. I mercati finanziari diventano un’istituzione
strutturata e iniziano ad esprimersi come i governi. È ben noto, infatti, che a
Wall Street si tengono riunioni periodiche dei capi delle grandi banche e delle
società finanziarie che stabiliscono i tassi di interesse e, attraverso le
decisioni di investimento o di disinvestimento, possono sfiduciare i governi
che attuano politiche economiche non gradite e sono in grado di condizionare il
destino di intere popolazioni. Il mutamento del rapporto di forza tra il
capitale e gli altri fattori di produzione da una parte e tra il capitalismo e
il governo democratico dall’altra, rappresentano due fattori fondamentali che
sono alla radice del processo di finanziarizzazione. (…). Nell’impresa i
fattori legati al profitto riprendono una posizione dominante e con essi la
distribuzione di dividendi agli azionisti e la ricerca continua dell’incremento
delle quotazioni azionarie, indice supremo di efficienza e di forza. I
finanzieri conquistano così un ruolo centrale nella gestione delle grandi unità
produttive imponendo la loro visione del mondo rappresentata dal guadagno
immediato da ottenere con ogni mezzo. Questa è la situazione che dobbiamo
rovesciare se vogliamo realmente uscire dalla crisi. (…). Ormai è evidente a
tutti che i mercati finanziari rappresentano un potentissimo amplificatore
delle fisiologiche fluttuazioni cicliche poiché innescano dei meccanismi
cumulativi che si autoalimentano. Quando c’è crescita i mercati gettano benzina
sul fuoco e amplificano l’espansione, ma quando c’è crisi i mercati spingono
l’economia verso la depressione. Per questo è necessario fare ben di più: la
politica deve tornare a fissare le regole fondamentali dei movimenti di
capitale a livello mondiale. Occorre una nuova Bretton Woods, questa volta nel
segno di Keynes. Non è una riforma. È una rivoluzione.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
lunedì 10 marzo 2014
venerdì 7 marzo 2014
Cosecosì. 70 “I vecchi nuovi e i nuovi vecchi”.
C’è un gran parlare in giro di
vecchi da rottamare e di giovani che innovano. È un parlare senza senso alcuno.
Ché si può essere giovani ed al contempo “vecchi vecchi”, dal di dentro. E se
non “vecchi
vecchi” per personale inclinazione “vecchi vecchi” per abitudini, per
consuetudini, per educazione, per acquiescenza. Ed allora è un vuoto parlare in
termini d’anagrafe laddove ad essa si volesse associare la giovinezza delle
idee e del fare. Ed è esistito un tempo, che sembra oggigiorno remoto assai, che
sul quotidiano l’Unità, con puntualità giornaliera, compariva una rubrichetta –
“Manginobrioches”,
che si ispirava di certo a quella regnante d’oltralpe che informata che il
popolo non avesse pane da mangiare consigliava di mordere le fragranti delizie
– nella quale si discettava bonariamente e con semplicità dei massimi sistemi.
E così il 21 di novembre dell’anno 2011 compariva nella predetta rubrichetta un
“pezzo” col titolo “I vecchi nuovi e i
nuovi vecchi”. È tutto un fluire in esso di una saggezza semplice e pratica
che al tempo della “scarnificazione” del pensiero sembra essere un miracolo dal
ciel piovuto. A pensarci bene al tempo – il 2011 – l’idea di rottamare si
affacciava prepotente come la ricetta necessaria e salvifica per la risoluzione
di tutti i mali del mondo. Non ci resta che leggere il dialogo illuminante: «Zia,
che cos'è il nuovo?». «Il nuovo prima non c'era». «E quindi che cos'è nuovo,
adesso?». «Il governo è nuovo». «Ma alcuni dicono che è vecchio». «E che cos'è,
il vecchio?». «Il vecchio, zia, beh, è quello che esiste da molto tempo..». «Quindi
questo governo non può essere vecchio». «No. Ma è vecchio anche chi... ha molti
anni d'età». «E quindi?». «Quindi magari è poco elastico, vede le cose in un
modo... vecchio. Non capisce il nuovo e non lo sa realizzare». «Io ti sembro
vecchia?». «Tu hai 74 anni». «Oh, ne ho molti di più. Ogni volta che leggo
sento o vedo qualcosa, divento più vecchia: mi arricchisco di tutta la
vecchiaia del mondo, pensa». «Accidenti, e questo lo possiamo fare anche noi
giovani?». «Ogni volta che volete». « Figo». «In effetti, bisogna essere
vecchi, per essere giovani come si deve: ma questo l'ho imparato col tempo.
Essere nuovi è una cosa molto difficile, e devi essere molto vecchio, per saper
essere nuovo. Guarda la sinistra, per dire». «La sinistra è vecchia o nuova,
zia?». «Dipende: ci sono giovani che sono vecchissimi, e meno male. Se non se
lo ricordassero loro, che sinistra significa condividere e proteggere i più deboli,
magari gli altri non se lo ricorderebbero mai. (…). Ma purtroppo ci sono anche
quelli vecchi che sono smemorati come se fossero nuovi, e quelli nuovi che sono
semplicemente vecchi, anche loro senza memoria e senza uno straccio di nuova
idea». «Ma non erano quegli altri, quelli che se ne sono andati, vecchi e senza
uno straccio di nuova idea?». «Lo erano. Vecchissimi, decrepiti, anche se si
tingevano i capelli e le parole. Di quei vecchi che non sono capaci di essere
vecchi, e quindi incapaci di nuovo». «Insomma, è meglio essere vecchi o
nuovi?». «Tutti e due, nipote, tutti e due». È proprio così: «bisogna
essere vecchi, per essere giovani come si deve». Poiché poi accade che
si venga a scoprire, con grande raccapriccio, come i cosiddetti giovani giovani
non lo siano affatto. Un gran bel pasticcio. E così avviene di sentire da
questi giovani, che forse giovani non lo sono, parole del tipo “Non
è intenzione di questo governo chiedere dimissioni di ministri o sottosegretari
solo sulla base di un avviso di garanzia, ma solo per problemi di opportunità
politica”. E poi ancora “L’avviso di garanzia è un atto dovuto, non
un’anticipazione di condanna”. E poi, tanto per apparire giovani,
risoluti ed operativi “All’esito del procedimento il governo
valuterà se chiedere le dimissioni del sottosegretario”. E sin qui il
nuovo non si intravvede. Non esiste proprio ancora. Scrive infatti Marco
Travaglio su “il Fatto Quotidiano” di oggi – “#inquisitostaisereno” -: Detta così, pare che ogni cittadino abbia
diritto a ricevere almeno un avviso di garanzia. Qualcuno dovrebbe spiegare
alla ministra delle Riforme che quell’atto è dovuto agli indagati, non a tutti
i cittadini: per quanto possa apparirle strano, milioni di italiani non hanno
mai visto un avviso di garanzia e vivono benissimo senza. Sono gli indagati
che, quando il pm deve compiere atti (interrogatori, perquisizioni, sequestri)
alla presenza del loro difensore, “avvisano” l’indagato perché ne nomini uno.
E, per essere indagati, occorre essere sospettati di aver commesso un reato:
altrimenti niente atto dovuto. Ora, è comprensibile che la giovane Boschi
auguri lunga vita al suo governo: ma per quanto lunga sia la durata del Renzi
I, sarà sempre inferiore a quella di un processo. Dunque non sarà questo
governo a valutare l’esito dei processi ai suoi membri. (…). Elementare!
E di seguito: Nessuno vuole abolire la presunzione di non colpevolezza fino a
condanna definitiva. Ma qui non si tratta di stabilire se Lupi, Barracciu,
Bubbico, De Filippo e Del Basso de Caro siano colpevoli o innocenti: solo se
sia opportuno che amministrino il Paese. Nessuno vuol buttarli in galera: ma
fuori dal governo sì. Così come in tutte le democrazie, dove basta un sospetto
(neppure un’indagine) perché l’interessato si dimetta da qualunque carica
pubblica. Salvo rientrare in politica una volta assolti. Lunedì Formigoni
sghignazzava in tv (…) che in Italia gli inquisiti non devono dimettersi perché
poi alcuni vengono assolti. Come se all’estero tutti gli indagati venissero
regolarmente condannati, per legge. (…). …in Italia c’è un libello chiamato
Costituzione che all’art. 54 prescrive a chi svolge pubbliche funzioni di
esercitarle “con disciplina e onore”. Che onore può vantare chi deve rispondere
di un reato? (…). E qui si viene
al nuovo che non c’è. Domanda Marco Travaglio: Ma era politicamente opportuno
infilare nel governo 5 indagati? Con quali criteri vengono selezionati i
ministri e i loro vice? E da quali elenchi vengono scelti: dai registri
degl’indagati delle procure? Davvero Renzi e i partiti che l’appoggiano
(soprattutto il suo, con 4 indagati su 5) non conoscono 62 incensurati tutti
insieme? Ma che razza di gente frequentano? E soprattutto: dove sarebbe la
novità di Renzi rispetto agli altri? Ecco, è che ci abbiamo pure una
Costituzione. Per farne cosa? È che questo nuovo che non è nuovo comincia a
stupire. Ma non già per il nuovo che non porta con sé, quanto per la
decrepitezza degli atteggiamenti che come fuoco sotto la cenere cova nelle
menti e negli animi dei “vecchi nuovi” che non sono affatto
i “nuovi
vecchi”. Sono i “vecchi vecchi” di sempre. Camuffati
da giovani. Ha scritto Francesco Merlo sul quotidiano la Repubblica di ieri
giovedì 6 di marzo – “Se i bimbi cantano
il culto di Matteo” -: (…).
…a Siracusa ho visto di peggio. Un retroscena rivela infatti che
nell’esibizione di quella scuola di borgata, vicina alla chiesa di Lucia, santa
e sempre più cieca, non c’è stato solo l’accanimento politico — e ridicolo —
del sindaco Giancarlo Garozzo. (…). …io, che da quelle parti sono nato, ci ho
visto soprattutto la tristezza infinita di un Meridione che è ancora e sempre
lo scenario naturale dello zio d’America, e mi sono ricordato che Silvio
Berlusconi a Lampedusa fu accolto come un messia, come un conquistador. Perché
sempre così è salutato l’uomo potente che viene da fuori, l’uomo del cargo che
può essere un capopartito, un cantante, un calciatore, un presidente del
consiglio o non importa chi, purché venga appunto da fuori. Renzi si rilegga,
per risarcire l’Italia, Carlo Levi che racconta di quel tal Vincent
Impellitteri che — cito a memoria — tornato dall’America, entra in paese (era
la provincia di Palermo e non di Siracusa) su una lussuosa macchina scoperta,
ed è accolto dalla gente in festa che lo tratta come uno sciamano: «‘Tuccamu a
machina, così ce ne andiamo in America’ gridavano i ragazzi del luogo». Ebbene,
Impellitteri non solo non li abbraccia e non dà loro il cinque, ma si addolora
e si rattrista al punto che si mette a piangere. Ecco, ci sarà da
piangere ancora!
martedì 4 marzo 2014
Eventi. 17 “C’è un’Europa oltre Bruxelles scegliamola con il voto”.
L’Europa (per riprendere una
metafora del sociologo francese Bruno Latour) si trova nella situazione di
un’azienda automobilistica che constata che i suoi modelli di punta hanno freni
malfunzionanti e producono emissioni di anidride carbonica nocive per la salute
dei guidatori e dei passeggeri. Cosa fa l’azienda? Ritira il suo prodotto!
L’Europa deve riportare in un’officina di riparazione il suo modello di
modernità autodistruttiva – ossia: ripensarlo e ricollaudarlo politicamente. È
quanto andava scrivendo il sociologo Ulrich Beck - “Quattro risposte sull'Europa” - sul quotidiano la Repubblica del 4
di maggio dell’anno 2013. Siamo a soli due mesi dalle elezioni europee. Ed ho
avuto modo di scrivere, nel post precedente, che il tempo è venuto. È venuto il
tempo che si parli di Europa in Europa ma anche e soprattutto nel nostro paese.
E bisognerebbe parlarne alla luce di quanto Ulrich Beck aggiungeva nella Sua
riflessione: Immaginiamo che in Gran Bretagna gli euroscettici prendano il
sopravvento e che la Gran Bretagna esca dall’Ue. I britannici avrebbero allora
un senso più chiaro della loro identità? Avrebbero più sovranità per decidere
sulle loro faccende? No! Molto probabilmente gli scozzesi e i gallesi
rimarrebbero nell’Ue; di conseguenza, si creerebbe una frattura dell’United
Kingdom. E la Gran Bretagna – no, l’Inghilterra! – subirebbe una notevole
perdita di sovranità, se per sovranità si intende il potere reale di
influenzare le proprie faccende e le decisioni degli altri. Credo che la
situazione storica sia assolutamente inequivocabile: l’Unione Europea è in
grado di realizzare gli interessi nazionali più di quanto potranno mai fare le
nazioni da sole. Perché si affermi questa convinzione, è necessario battersi in
Europa per l’Europa. Poiché deve essere chiara la scelta di fronte alla
quale ci troveremo in quanto elettori: non tanto un antistorico “Europa
sì/Europa no” ma piuttosto quale Europa in un mondo della complessità e delle
grandi dimensioni che solo aggregando forze consentirà di entrare a pieno
titolo nella competizione planetaria. Ed a tale proposito Ulrich Beck
sottolineava: Tutti si interrogano sull’Europa, ma nessuno ribalta da capo a piedi la
domanda sull’Europa. Non dobbiamo soltanto riflettere sulla visione di un altro
futuro europeo, ma anche sulla visione di una “altra nazione”: come si possono
liberare dall’orizzonte del XIX secolo e come si possono aprire al mondo
cosmopolitico del XXI secolo l’autocomprensione della grande nation, del
nazionalismo e la categoria dello Stato nazionale democratico? Occorre allora
distinguere chiaramente tra un fondamentalismo nazionale non-patriottico, che
si rifugia nella nostalgia e si chiude all’Europa e al mondo, e un nazionalismo
cosmopolitico, che ridefinisce i suoi interessi nazionali aprendosi al mondo,
nell’alleanza cooperativa con gli altri paesi europei. Che l’Ue abbia un futuro
dipende da una Francia europea, una Grecia europea, una Germania, una Spagna,
una Polonia, un’Olanda, ecc. europee. È questa la dimensione utile che
dovrebbe assumere la discussione su l’Europa che si vorrà dalle elezioni di
maggio. Ma nel bel paese tutto si confonde in un chiacchiericcio inconcludente
che soccorre bene la politica dalla qualità pessima. Eppure non dovrebbe
sfuggire ai più che la partita è decisiva e della massima importanza sol che si
voglia invertire una linea politica europea improntata esclusivamente alla più
disperata strategia dell’austerità a tutti i costi. Ritengo che sia importante
allora prepararsi a nuove strategie e a dare credito alle nuove proposte che
vengano dalla società civile che ben poco peso e nessuna parola ha potuto avere
e manifestare sulle scelte operate dalle oligarchie europee. Il tempo è venuto
ho di già scritto, aggiungendo che non ce ne sarà concesso un altro ancora. Il
dramma del paese ellenico, mirabilmente tratteggiato da Barbara Spinelli sulla
scorta dei dati forniti dalla rivista medico-scientifica Lancet, sta lì a
gettare una luce sinistra su di un avvenire non troppo lontano che potrebbe
inverarsi anche per tanti altri paesi della vecchia Europa. In questa direzione
va l’appello che Ulrich Beck – “C’è
un’Europa oltre Bruxelles scegliamola con il voto” – ha lanciato dalle
colonne del quotidiano la Repubblica del
27 di febbraio, appello sottoscritto anche da Zygmunt Bauman, Elisabeth
Beck-Gernsheim, Daniel Birnbaum, Angelo Bolaffi, Jacques Delors, Chris Dercon,
Slavenka Drakulic, Ólafur Elíasson, Péter Esterházy, Iván Fischer, Anthony
Giddens, Lars Gustafsson,Jürgen Habermas, Ágnes Heller, Harold James, Mary
Kaldor, Navid Kermani, Ivan Krastev, Michael Krüger, Pascal Lamy, Bruno Latour,
Antonín Jaroslav Liehm, Robert Menasse, Christoph Möllers, Henrietta L. Moore,
Edgar Morin, Adolf Muschg, Cees Nooteboom, Andrei Plesu, Ilma Rakusa, Volker
Schlöndorff, Peter Schneider, Gesine Schwan, Hanna Schygulla, Tomáš Sedlácek,
Kostas Simitis, Klaus Staeck, Richard Swartz, Michael M. Thoss, Lilian Thuram,
Alain Touraine, António Vitorino, Christina Weiss, Michel Wieviorka: Il
prossimo maggio le cittadine e i cittadini saranno per la prima volta chiamati
alla scelta sul futuro dell’Europa. Quale Europa vogliamo? Dal momento
dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona e per tutta la durata della
crisi i cittadini non hanno mai avuto l’opportunità di esprimere il loro
giudizio sul futuro dell’Unione Europea, in un processo di formazione
democratica della volontà. Questa volta, la novità è costituita dalla presenza
di diversi candidati alla carica di presidente della Commissione europea, con
la possibilità di scegliere tra diversi modelli d’Europa. È un salto quantico
politico. Infatti, nel medesimo momento e in tutta l’Europa discuteremo in
lingue diverse sugli stessi temi – cioè su persone e sui loro programmi.
Vogliamo il “meno Europa” di un David Cameron, dettato dagli imperativi del
mercato, oppure un’“altra Europa”, che sottopone il mercato a regole
democratiche, come ha in mente il presidente del Parlamento europeo, Martin
Schulz? I partiti anti-europei e i loro candidati vogliono essere eletti
democraticamente per minare la democrazia in Europa. Invitiamo i cittadini
d’Europa a negare il loro voto a questo attacco politico suicida. Ma è
assolutamente necessario prendere sul serio lo scetticismo dei cittadini. Per
la rinascita dell’Europa è indispensabile mettere pubblicamente in luce i
difetti congeniti dell’Ue. Noi siamo contrari a una politica europea capace di
mobilitare 700 miliardi di euro per stabilizzare il sistema bancario, ma che
vuole spendere soltanto 6 miliardi per contrastare la disoccupazione giovanile.
Molti, e tra di loro anche tanti giovani europei, hanno la sensazione che
esista un mondo parallelo anonimo chiamato “Bruxelles”, e che esso minacci la
loro identità, la loro lingua e la loro cultura. È sorta un’Europa delle
élites, senza un’Europa dei cittadini. Per guadagnare i cittadini all’Europa,
la politica deve affrontare i temi che stanno a cuore alle persone. L’Europa si
trova in un moment of decision. Dipenderà essenzialmente dall’esperienza, dagli
orientamenti di fondo, dal coraggio e dall’abilità del prossimo presidente
della Commissione europea se riusciremo a superare in Europa il “dispotismo
benintenzionato” (Jacques Delors) e a far acquisire al vecchio continente una
posizione energica e una voce che parli del futuro in un mondo globalizzato.
Il tempo è venuto, allora. E non ci si potrà sottrarre al dovere ed all’impegno
di dare un nuovo indirizzo all’Europa che non sia più l’Europa dei mercati ma
diventi un’Europa che pieghi i mercati alle necessità ed ai bisogni dei
cittadini europei. Se non al prossimo maggio, quando? Sol che ci si liberi da
vetusti schemi mentali e che si faccia convinzione comune e diffusa che
l’interdipendenza e l’unione sono necessarie per competere nel mondo
globalizzato del secolo ventunesimo.
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