"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 7 giugno 2026

Capitalismoedemocrazia. 90 Isaia Sales: «Le ali della nostra economia sono tarpate dalle disuguaglianze. E la gravità consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nell’immediato Secondo dopoguerra».


(…). Siamo davanti a un’altra metamorfosi del capitale, che rivela non soltanto una flessibilità sorprendente, ma anche la capacità di un vero e proprio salto di specie per cogliere le nuove opportunità della fase. Prima abbiamo assistito al passaggio dall’economia industriale all’economia finanziaria. Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà. Nasce così una super-classe padrona dell’universo a parte in cui vive, e che non ha più nulla da spartire con il resto della società: non perché i destini sono platealmente divaricati (questo è sempre avvenuto tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione) ma perché la potenza, la distanza e la differenza oggi si misurano tra chi ricrea il mondo e chi lo abita. La novità è che quest’ultima declinazione del capitalismo ha acquistato talmente coscienza di sé che ha deciso l’ultimo passo: riscrivere la formula della democrazia. (…). Dopo la seconda guerra mondiale mercato e politica hanno camminato insieme dando forma al nucleo centrale della modernità, l’alleanza tra capitalismo, democrazia rappresentativa, welfare e lavoro. Poi il potere è diventato globale, la politica è rimasta locale, la sua mediazione è saltata rompendo la cornice del compromesso socialdemocratico, lavoro e capitale hanno perso l’unità di tempo e di luogo, nessun vincolo di società collega più il ricco col povero. Viviamo nella sproporzione quotidiana tra imprese che pesano più di uno Stato e regole democratiche svalutate, perché non riescono a essere la misura del moderno scambio, e di conseguenza l’equilibrio che propongono non è riconosciuto: troppo arretrato per un capitalismo che è uscito dai muri della fabbrica, attraversa i confini, prescinde dal territorio, sceglie dove usufruire della legislazione più compiacente, dove depositare lo scarico fiscale più conveniente. È mutante, ubiquo, cosmopolita, il suo habitat non è più la comunità ma la rete, sceglie la velocità al posto della regolarità, si realizza nella contemporaneità che sostituisce il progresso, troppo lento, e quindi soppiantato dall’innovazione, che detta il canone della modernità. Anzi, come dice Marco Revelli (…), «l’innovazione, che funzionava come acceleratore della dinamica del sistema, si trasforma in consolidamento e potenziamento di rendite di posizione grazie alle quali i forti diventano sempre più forti, divorano i più deboli, e concentrano in sé ricchezza e potere». È a questo punto che il capitale fa un passo in più, ed esprime il suo dubbio supremo sulla democrazia. Troppa incertezza, troppa negoziazione. Un sistema infinito di controlli. Una schiera di arbitri. Una barriera di giudici. Un canone fisso, rigido e immutabile, che per ogni decisione prevede le procedure. Basta enumerare tutti questi passaggi per concludere che la democrazia è contro lo spirito del tempo che chiede velocità, non accetta intermediazione, propone decisione, sceglie immediatezza. Il mercato si è talmente emancipato che crede di non avere più bisogno di legittimazione democratica, può stare fuori dal sistema, a lato, dov’è già fuoruscito come in un mondo parallelo. Perché sottostare a regole che non lo rappresentano, scritte nell’altro secolo mentre qui tutto è contemporaneo? Non è arrivato il momento in cui l’energia d’innovazione che ha cambiato due o tre volte il mondo in cui viviamo attraversi infine anche la politica, la trasfiguri e fabbrichi direttamente un modello di democrazia 2.0, smart, tascabile, tecnologico, con tutte le risposte già pronte e quindi in grado di silenziare le domande e azzerare il dubbio, spianando il cammino per chi governa? In più, magari, con il tasto on/off per disconnettersi ogni tanto e vivere in pace, senza essere cittadini 24 ore su 24, anche quando si dorme, con uno spreco politico inutile. Il fatto nuovo è che qui non si manifesta solo un capitalismo reazionario, ma precipita anche e soprattutto la conclusione “tecnica” di una cultura del mercato apparentemente neutrale, nutrita di prevalenze statistiche suggerite dall’algoritmo: dunque inconsapevole anche se cosciente, pronta a tutto in quanto espressione di un capitale che si considera ormai fine a se stesso, capace di misurare il mondo da solo, estraneo al vecchio conflitto politico e insofferente delle categorie antiquate di destra e sinistra. Il tecno-capitalismo è ciò che crea, unica misura di quanto vale. Se in questo cammino incontra un potere finalmente verticale, capace di decidere senza compromessi, il capitalismo lo accompagnerà, accettando anche un ruolo da vassallo: in attesa del momento in cui, cacciato il mediatore democratico, scoppierà il conflitto tra la forza del capitale e il governo della forza per decidere chi infine dovrà sedere a capotavola nel mondo nuovo. (Tratto da “La destra, il capitale e la democrazia” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 7 di giugno 2026).

“Le disuguaglianze, piombo dell’Italia”, testo di Isaia Sales – saggista e politico - pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi: La bolla mediatica di un paese solido nonostante i venti contrari che spirano dall’infida Europa sta lasciando il posto alla crescente consapevolezza di vivere in una nazione in preoccupante declino. Sembra essersi esaurita la spinta propulsiva della nostra creatività, la capacità di superare in avanti i momenti difficili, ripartendo a razzo dopo crisi strutturali o eventi drammatici. Dalla crisi del 2008 l’Italia non riesce più a tirarsi fuori dagli impacci, dai limiti storici della sua base produttiva, senza un guizzo risolutivo, senza idee innovative e senza classi dirigenti consapevoli della fine di un ciclo storico: l’arresto traumatico della lunga fase di espansione di una nazione che pur non possedendo materie prime era diventata una delle manifatture più importanti del mondo. Come se tutti i fattori di debolezza, che per un lungo tratto erano stati nascosti o attutiti dalla fase di espansione, improvvisamente fossero emersi in maniera tale da diventare un ostacolo per ogni duratura ripresa. L’ultima illusione che la ricchezza del Nord fosse in grado di trascinare con sé l’intera economia nazionale è miseramente naufragata. La spinta propulsiva che ci si aspettava dall’aver dato centralità alla questione settentrionale si è dimostrata un bluff. Giuseppe Berta aveva dimostrato già nel 2015 nel saggio Le vie del Nord come il Settentrione non fosse più il motore del paese sul piano economico e come avesse dissipato quelle “virtuose pratiche” (civili e morali) di cui si credeva un tempo depositario. Bisogna tornare al 1973 per vedere così minacciata la nostra economia dall’aumento vertiginoso dell’energia. Perché l’Italia si sta dimostrando così fragile? Perché ai grandi sconvolgimenti si presenta meno attrezzata per superarli o per limitarne i danni? Restiamo un paese “oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capirne con chiarezza il perché”, come scriveva Guido Piovene nel suo preziosissimo Viaggio in Italia. “Sotto un involucro di sorriso e bonomia, l’Italia è diventata il paese d’Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo”. Considerazioni ancora oggi attuali. La responsabilità di tutto ciò, certo, non è ascrivibile solo alle destre oggi al governo, ma il loro modo di intendere le priorità della nazione non fa altro che acuire i motivi che sono alla base del declino di lungo periodo. La destra italiana ha oggi la responsabilità grave di nascondere la polvere sotto il tappeto con un trionfalismo arrogante, di rivestire di subalternità e di aggressività una particolare forma di nazionalismo localistico e impotente. Qual è la zavorra che appesantisce la nostra economia e ci trascina sempre più giù nelle statistiche del malessere? A mio parere l’Italia è malata essenzialmente di disuguaglianze (territoriali, sociali, economiche, di genere, di salute, di dotazioni di servizi essenziali) e questa sua malattia si ripercuote, ormai senza più attenuazioni, sulla sua base produttiva. Tutto ciò che nel passato era sembrato funzionale allo sviluppo, ora sembra accelerarne la caduta. Il Sud a scarso livello di industrializzazione, il basso costo della manodopera, l’emigrazione di massa dal meridione, i servizi pubblici sostituiti dalla famiglia e dai parenti, la più ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro, un peso enorme dei lavori precari che non ha pari in Europa, l’assenza di politiche alternative sull’energia, la produzione in serie di violenza dalle periferie delle grandi aree metropolitane e delle medie città di cemento che abbiamo irresponsabilmente costruito. Le ali della nostra economia sono tarpate dalle disuguaglianze. E la gravità consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nell’immediato Secondo dopoguerra, avviando un paese povero e sconfitto verso i suoi anni migliori, con il sostanziale consenso di tutti i principali attori politici che avevano sconfitto il fascismo. La lotta alle disuguaglianze, dunque, non è solo un entusiasmante programma politico, ma una grande strategia di crescita dell’economia. L’Italia è un paese lungo geograficamente, ristretto economicamente e storto socialmente. Ma gli squilibri territoriali e gli egoismi sociali, oltre un certo limite, diventano un handicap economico, rallentano il motore dello sviluppo, ne inficiano la potenza, e addirittura sono in grado di incepparlo. Se il Pil rappresenta la ricchezza di una nazione, è ovvio che questa ricchezza non aumenta se non quando essa si propaga in tutte le sue parti. In effetti, una nazione è come un corpo. Se si cammina su di un solo piede, sarà difficile mantenersi in piedi, ed è già un miracolo fare qualche passo in avanti. Se si usa una sola mano pur avendone due, si possono sollevare pesi inferiori alle possibilità. Viene in mente l’apologo intramontabile di Menenio Agrippa: un corpo è sano solo se lo sono tutte le sue parti e solo se esse cooperano tra loro. Abbiamo bisogno di un nuovo apologo per l’Italia, quello delle divisioni territoriali e della umiliazione sociale si sta dimostrando perdente. Se guardiamo ai dati sulla crescita salariale nel periodo 2020-2025, l’Italia compare all’ultimo posto in Europa. Il salario lordo annuo degli italiani, a parità di potere d’acquisto, è stato nel 2021 di 29.694 euro rispetto ai 29.341 del 1990. Nello stesso periodo gli spagnoli sono passati da 25.000 dollari a 27.000, i francesi da 29.000 a 40.000 e i tedeschi da 30.000 a 43.000. L’Italia, dunque, è rimasta sostanzialmente ferma al 1990. I vantaggi sarebbero enormi se si riducesse la disparità delle retribuzioni tra l’Italia e il resto d’Europa. In Italia il divario di genere è doppio rispetto al resto d’Europa. Se in Europa la differenza tra il tasso di occupazione delle donne rispetto a quello degli uomini è di 10,7 punti, nel nostro paese è di ben 20 punti. Una differenza, però, non uniforme territorialmente: nel Sud appena il 35% delle madri con figli in età prescolare lavora rispetto al 64% delle mamme del Centro-Nord. E il tasso di occupazione delle donne nel Sud è così basso non soltanto perché mancano gli asili ma perché manca il lavoro. In ogni caso, se si portasse il tasso di occupazione femminile meridionale ai livelli del Centro-Nord comporterebbe un vantaggio economico per l’Italia intera, oltre che un passo in avanti in materia di diritti elementari. Si vive in due Italie nettamente distinte, è evidente. Geograficamente e socialmente. Come fa a reggere una nazione con differenze così marcate? Ecco perché l’Autonomia differenziata è un veleno per la nostra base produttive. Un secondo motore dello sviluppo, quello meridionale, sarebbe più che necessario all’Italia intera. Ecco perché l’avversione per il salario minimo (e per ogni forma di riduzione delle differenze salariali) è un ulteriore freno per la nostra economia. Ecco perché aver tolto il reddito di cittadinanza porterà solo all’aumento della povertà e una riduzione dei consumi. I progressisti hanno una grande opportunità di mostrarsi fino in fondo tali e di non cercare nel moderatismo la chiave di volta del successo. L’Italia sta sperimentando il radicalismo della destra, quello di sinistra non ancora. L’identità dei progressisti non può che definirsi come lotta quotidiana alle disuguaglianze per arrestare il declino della nazione.

Nessun commento:

Posta un commento