"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 26 giugno 2026

Cosedettecosì. 34 «A volerli in un campo non furono i giapponesi ma i fascisti italiani, che chiesero di torturare quella famiglia di antifascisti integrati, e che il giapponese lo parlavano benissimo, da nemici della patria».


Una mattina calda, affannosa, il 26 del giugno, capitarono le prime notizie di una battaglia orribile: l’Austria era disfatta, diecimila morti, ventimila feriti, le bandiere perdute, Verona ancora nostra, ma vicina a cedere, come le altre fortezze, all'impeto infernale degli Italiani. Mio marito era in villa, e doveva starci una settimana. Suonai con furia; la cameriera non veniva; tornai a suonare; si presentò all'uscio il domestico. «Dormite tutti? maledetti poltroni. Fammi venire subito il cocchiere, ma subito, intendi?» Qualche minuto dopo entrò Giacomo sbigottito, abbottonandosi la livrea. «Da qui a Verona quante miglia ci sono?». (Tratto da “Senso” – 1883 – di Camillo Boito).

StoriedellEstate”. “Il coraggio dei lugliagosti”, “dialogo” di Dacia Maraini con Carlo Antonelli pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 20 di giugno 2026: Raramente mi è capitato di avere a che fare con una struttura della personalità così chiara, eppure così piena di salutari fessure. "Civile" verrebbe anche da dire, ma sarebbe riduttivo, perché non si terrebbe conto dell'uso sapiente della parola, controllata con dosata naturalezza. Né troppa né poca. Dacia Maraini ammette che è così che si comporta anche con il cibo. È di una bellezza speciale che ha perso ben poco col passare del tempo. Un tempo che più che di primavere sembra essere fatto di estati. Di caldo. Ben sopportato. Come sapevano fare i siciliani e le siciliane altolocate, genia nobilissima alla quale appartiene per parte di madre (gli Alliata), con le residenze stupende decadenti, le grandi finestre socchiuse e i teli contro il sole. Quelle che racconta nel suo capolavoro di misuratezza della lingua, Bagheria. Nel 2023 è uscito Vita mia (Rizzoli). Un clamoroso racconto dei due anni centrali della sua infanzia in un campo di concentramento folle a Nagoya, frutto della trilaterale nazifascista Germania-Italia-Giappone. Sia suo padre antropologo, Fosco, uomo di rara bellezza, sia l'altrettanto tosta madre, Topazia, dissero "no" - mentre si trovavano là per una lunga ricerca - a una loro adesione all'ideologia inaccettabile della Repubblica di Salò. Entrambi rifiutarono. E si ritrovarono rinchiusi di colpo, senza cibo né niente. Con le bambine, tre. Quando vediamo le note immagini della famosa casa di vacanze a Sabaudia, comprata col fidanzato più attempato ma ben ben piacente, Alberto Moravia, e con Pier Paolo Pasolini, o le foto di un viaggio in Africa Centrale, stupende, con lei e la sorella in bikini bellissimi e ancora Moravia e PPP in canottiera e larghi pantaloni di lino, dobbiamo subito ricordarci da dove Maraini è scampata, e da che estati, a sette anni. «Luglio e agosto al campo erano pieni di zanzare, pulci e zecche», racconta, tranquilla come sempre. «E noi non avevamo niente per eliminare questi noiosi parassiti. Li dovevamo subire. Acqua ce n'era poca. Il bagno una volta alla settimana: tutti nella stessa vasca di legno in cui prima si lavavano le guardie, poi gli uomini del campo, poi la sola donna, mia madre, e infine noi bambine». Se si percepisce questa struttura del sentire morbidamente tetragona, nel senso di chiarezza, forse è dovuto anche a questo. E forse bisogna togliere il forse. Da questo libro è tratto il documentario - bello, serio e calmo come la sua protagonista - diretto da Izumi Chiaraluce, “Dacia vita mia. Dialoghi giapponesi”, che viene presentato in modo molecolare nei cinema di ricerca delle città italiane durante questi mesi. Devio il discorso. Partiamo dai vestiti, perché le faccio notare che si è sempre distinta per quell'uso sapiente del girocollo scuro sotto la camicetta, e lei mi corregge con la dolcezza ferma di chi ha visto ben altro: «Io non porto girocollo, porto una camicia col collo aperto e sopra una maglia di lana d'inverno, una giacchina di cotone d'estate», e chiude con una frase che dice tutto di lei: «Non mi piace parlare di me, da tutte le parti mi chiedono una biografia, ma io resisto». Le sue estati romane cominciano nel 1957, quando conosce Moravia, lei 20 lui 49 anni, «un uomo molto affascinante, molto affascinante» ripete come se la seconda volta la parola dovesse pesare di più. Di lui spiega che «le differenze d'età valgono fino a un certo punto, uno può essere più anziano e avere uno spirito giovane» come lui, che diceva sempre andiamo a ballare, sempre. Nel 1970 comprano la casa di Sabaudia insieme a Pasolini, una sola casa divisa in due, «Pier Paolo è morto nel '75, l'ha vissuta poco, povero», e a Sabaudia scendeva mezza Roma, Bertolucci, Schifano, Angeli, con una nostalgia asciutta, «una cosa bellissima, adesso si è persa». Pier Paolo, ricorda, era un grande giocatore di calcio, quando viaggiavano trovava sempre ragazzi con cui fare dei tiri e diventarci amico. Ma è quando le chiedo se i viaggi fossero estivi che arriva la correzione più bella, «festivi, non estivi, l'Africa d'estate è troppo calda. Si andava quando si poteva», il che vuol dire che le estati vere, paradossalmente, erano quelle ferme: il mare, la casa, gli amici. E di quella foto celebre del viaggio in Mali, con lei, Pasolini e Maria Callas, la stupisce ancora quanto Callas si fosse adattata senza fare una piega a quei viaggi spartani, senza alberghi, Land Rovere scatolette, «pensavo si sarebbe rivoltata davanti alla povertà delle nostre avventure», mentre invece voleva Pasolini, che a sua volta, dice, l'aveva amata in senso platonico, troppo impegnato a sparire, nel buio, per tornare poi in piena notte. Quando passi del tempo con questa scrittrice fatta di materia pura, entri in un mondo poco frequentato, oggi. Hanno parlato di "realismo magico" per descrivere la sua opera, e un po' si capisce perché, sentendola parlare. Si produce come una forma di incantamento, razionale però. E nello stesso tempo fatto di ellissi circolari. Un mondo molto strano, oggi. Quando le chiedo da dove venga quella calma che sembra precedere ogni cosa che dice, risponde che suo padre la chiamava saggezza, «diceva che ero stata una bambina piena di questa virtù», ma che è stato soprattutto il campo, quei due anni di fame e freddo e malattie, a formarle il carattere, «perché in un posto così o diventi così, oppure vieni distrutta per la vita». E tiene a ripetere, perché è una ferita che non si chiude, che a volerli in un campo non furono i giapponesi ma i fascisti italiani, che chiesero di torturare quella famiglia di antifascisti integrati, e che il giapponese lo parlavano benissimo, da nemici della patria. Sono le estati di cui non si parla mai, quelle al campo, dove lei era l'unica delle tre sorelle abbastanza grande per sgusciare fuori dai fili spinati e andare a lavorare di nascosto dai contadini, e dove il daikon (che non è il cipollotto che immaginavo io, ma una rapa, e nemmeno buona) era una delle poche cose che davano loro da mangiare. Racconta dei bachi da seta («ci volevano mani molto piccole e sensibili», per tenerli), la morbidezza e l'odore delle foglie di gelso, e di come, dopo tre ore di un lavoro che i contadini avrebbero dovuto denunciare e che invece coprivano, tornasse al campo, con la fame addosso, stringendo un pomodoro o una patata da dividere in cinque. La liberazione, nel 1945, arrivò in silenzio, una mattina in cui le guardie semplicemente non c'erano più, e dopo un anno a Tokyo a curarsi dal beriberi e dallo scorbuto, ospiti dell'unico albergo rimasto in piedi, l'Imperial Hotel di Frank Lloyd Wright (risparmiato dalle bombe perché americano e simbolo di alta intelligenza progettuale), tornarono in Sicilia, dove non li aspettava un mondo dorato, perché della madre, degli Alliata, era rimasta giusto la memoria della vigna che sarebbe diventata il Corvo e poco altro. Lei ricorda una miseria di lampade a petrolio, niente acqua, una carie mai curata per mancanza di soldi, e il padre che per campare faceva il fotografo. Ed è in quelle estati siciliane, tra il mare in cui Fosco le insegnava a nuotare a lungo, a trattenere il fiato sott'acqua, a pescare le cernie, e i libri che divorava perché in casa «credevano nell'importanza della lettura», che si forma il suo sguardo, e già allora la vacanza, per lei, è tutto fuorché ozio. Da quelle estati nasce anche il suo primo romanzo, “La vacanza”, che Moravia volle e sostenne nel 1962, e che mette in scena una ragazzina di 14 anni e tutta una partita di seduzione e di violenza che la letteratura italiana di allora non sapeva dove collocare, e lei tiene a distinguere, ricordandomi che “La vacanza” non è autobiografico, «ci sono esperienze che ho conosciuto, ma quella ragazzina non sono io», e di sé dice soltanto di essere stata vitale, sana, che attirava senza volerlo. «Non facevo la seduttrice, e quando diventava prepotenza scappavo», per poi consegnarmi una frase che mi resta addosso, e cioè che «il potere della seduzione si scontra sempre con quello di chi della seduzione approfitta». Chiaro. «Le mie giornate sembrano lunghissime e invece sono sempre più corte», mi scrive dopo il nostro incontro. E a 87 anni cammina, mangia «pulito» (definizione sua), non ha mai fatto una dieta, né troppo né poco di nuovo. Con il presente, dice, cerca di tenere un rapporto attento (è orripilata dalla destra israeliana, lo dice senza giri di parole). E così con la memoria. Ed è per questo che ha finalmente finito quel libro sul campo in Giappone, lasciato a metà per anni perché troppo doloroso. L'anno scorso è tornata a Hokkaido, a rivedere la casa dove avevano abitato e la tomba che hanno dedicato a suo padre, e dove l'imperatore le ha fatto avere una medaglia che tiene in casa. Il suo impegno per l'emancipazione femminile, il teatro fatto da e per le donne, il presidio quotidiano esercitato senza sforzo (comunista? «No, socialista semmai». Ma non craxiana. «Si figuri») sono parte di quella vita minima e maxima insieme. A un certo punto Maraini torna a raccontare delle uscite in barca, a pescare, lei e lui, anche col mare alto, dei tuffi in apnea giù di parecchi metri. Forse il coraggio è proprio ciò che manca ai nostri lugliagosti. Quello che l'ha resa così.

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