Sopra. "Monumento" - 2026 - di Banksy.
All'alba del 29 aprile scorso una nuova statua è apparsa in Waterloo Place, a Londra. I passanti più distratti non si saranno accorti di quell'ennesima figura scura su un piedistallo chiaro, fornita apparentemente della stessa retorica che anima le altre presenze monumentali di quell'area. Ma chi, invece, l'avesse guardata con attenzione avrebbe scoperto che quella lingua è parlata in maniera antifrastica: cioè usando la stessa formula retorica per farle dire l'esatto contrario. Un uomo - un maschio, in completo e cravatta - incede marzialmente, portando una bandiera (la bandiera nazionale del Regno Unito, suggerisce il contesto patriottico e imperialista dei monumenti vicini). Ma questa, gonfiata dal vento, gli copre il volto: al punto da impedirgli di accorgersi che sta camminando nel vuoto, e che tra pochi istanti rovinerà al suolo. Il messaggio di questo geniale antimonumento è semplice, e univoco: esattamente come lo è quello delle altre statue prossime. Se queste ultime esaltano l'amor di patria, il coraggio, le virtù militari e la forza, quello mette in guardia sui pericoli di un cieco amor di patria, di un coraggio male indirizzato, di virtù militari messe al servizio del colonialismo, di una forza capace di distruggere innanzitutto chi la esercita. È un riuscitissimo esempio di risemantizzazione del tessuto monumentale di una grande capitale imperiale, il capostipite di una nuova specie di antimonumenti che potrebbero fiorire ovunque. Da noi, per esempio, sulla via fascista e colonialista dei Fori Imperiali, sulla quale ancora celebriamo la Costituzione che ripudia la guerra portando in trionfo gli strumenti della guerra: un grottesco nonsenso che andrebbe abolito prima possibile. E che, nel frattempo, andrebbe messo in ridicolo proprio attraverso l'antiretorica della statua londinese. Che è un'opera di Banksy, firmata sul piedistallo e "rivendicata" su Instagram. Il prestigio dell'anonimo principe dell'arte di strada è tale che il sindaco di Londra ha dichiarato di volere che l'opera rimanga dov'è: fornendo così un magnifico incoraggiamento a tutti i ragazzi che nel mondo sfidano leggi assurde e repressive, e cambiano dal basso il volto delle città. Perché oggi che la guerra è così terribilmente vicina, abbiamo bisogno che tutto ci ricordi la follia delle nazioni armate: mentre i soldati di bronzo sui piedistalli, le bandiere nazionali, e le parate militari continuano a suggerirci l'antica menzogna per cui sarebbe dolce e decoroso morire per la patria. Cosa cui si può credere solo marciando nel vuoto, ad occhi chiusi. (Tratto da “Marciando nel vuoto” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 12 di giugno 2026).
“Gli ultimi giorni di Karl Kraus”, intervista di Marco Cicala a Massimo Cacciari pubblicata sulla stessa edizione del settimanale “il Venerdì di Repubblica”: (…). «…siamo tornati a vivere in tempi letteralmente catastrofici (…). Tempi di guerre selvagge, senza regole. Non assistiamo forse al crollo di ogni forma di diritto? A contrapposizioni "religiose" tra il Bene e il Male alimentate dalla politica, dai media? Kraus (Karl Kraus, 1874-1936 n.d.r.) è in pratica l'unico intellettuale europeo che durante la Prima guerra mondiale abbia sostenuto tesi del tutto anti-patriottiche. Fuori da qualsiasi pacifismo astratto, esprimeva una critica radicale a ogni militarismo, ogni nazionalismo. In ambito germanico l'intellighenzia e la stessa socialdemocrazia si erano unite nella demonizzazione del nemico. Kraus aprirà “Gli ultimi giorni” con (la) foto di Battisti. Un’immagine che sembra richiamare i dipinti di Bruegel o certi “Ecce Homo” della pittura tedesca tra Quattro e Cinquecento. Lui, un austriaco, che mette in evidenza l'orrore perpetrato dai suoi. Bel coraggio, no?». ·
Agli occhi di Kraus il primo conflitto mondiale costituisce un punto di non ritorno. Nessuna guerra sarà più come prima. «E nessuna pace. La pace implica una qualche forma di riconoscimento tra contendenti, vincitore e vinto. Ma se io sono la Civiltà e l'altro il Barbaro, il criminale che va annichilito, se il nemico è il Male, con chi la fai la pace? Con il Male?».
Secondo lui a causare la guerra erano stati i giornali, sua bestia nera. Una tesi a prima vista paradossale. «Gli attacchi alla stampa rientrano più in generale nella critica krausiana del linguaggio, alla lingua dell'ideologia, della propaganda, della demagogia che corrompono i popoli. In guerra salta ogni responsabilità del linguaggio, ogni necessità di giustificarsi, di articolarsi in un giudizio. Quando la violenza diventa "religiosa", muove da presupposti mitologici non più argomentabili».
Però quel lavorio di intossicazione collettiva era cominciato in tempi di pace. Kraus aveva iniziato a denunciarlo sin dalla fondazione della sua rivista Die Packel, "La fiaccola", nel 1899. «Certo, la guerra è il compimento di un processo di disfacimento dell'umano che lui aveva evidenziato prendendosela per decenni con la lingua della stampa, con le idiozie, le frasi fatte, gli strafalcioni grammaticali, gli errori storici, la pessima letteratura che incontrava sui giornali. Per Kraus la grande colpa della stampa è di cercare l'audience facendosi ruffiana del senso comune. Di mettersi al servizio del senso comune. E il senso comune è ontologicamente cattivo. In questo, Kraus è un diretto discendente del Flaubert di Bouvard e Pécuchet e della sua critica della bétise».
Della grande stampa viennese stigmatizzava anche le doppiezze morali, le collusioni economiche, il sensazionalismo. Lui se ne era messo al riparo facendosi un giornale tutto da solo, grazie al patrimonio di famiglia. Della Fackel fu editore, direttore, redattore, articolista pressoché esclusivo. Quasi che nell'epoca dell'informazione mercificata il giornalismo artigianale fosse l'unica via di scampo per garantirsi l'indipendenza. «Con la sua rivista artigianale, ma curatissima e di enorme influenza nell'area germanica, Kraus critica la stampa attraverso la stampa. Capisce la sua modernità, la sua forza, ma non si arrende al mezzo: ci schiaffa dentro contenuti corrosivi, dissacranti. Facendo nomi e cognomi, puntando il dito contro industriali, giornalisti, scrittori e su su fino all'imperatore».
Qual era l'idea di linguaggio che difendeva? «Un linguaggio adeguato alla cosa, alla situazione di fatto, un linguaggio "giusto". Giustizia è ius dicere: quando dico, se dico, devo dire il giusto. Altrimenti taccio. Nella lingua della comunicazione Kraus coglieva il tradimento di questa tensione verso la cosa. E al giornalismo contrapponeva la forza, la bellezza, la concretezza della grande tra-dizione culturale europea, della grande lingua poetica che per lui è essenzialmente quella tedesca e quella inglese. Una lingua che in qualche modo Kraus ritiene ancora di poter salvare. Ma la guerra spazzerà via le ultime illusioni».
D'altra parte Kraus fa storia a sé in quel lussureggiante laboratorio di innovazioni artistiche, letterarie, filosofiche che è la Vienna del suo tempo. «Non capisce né Mahler né Schònberg, Detesta la Secessione. Schiele nemmeno lo vede. Sostiene Wedekind, Strindberg, in minima misura anche certo espressionismo. Ma la grande avanguardia sostanzialmente la ignora, la sfiora oppure la critica apertamente».
La Fackel arrivò a vendere 30 mila e copie. Kafka, Wittgenstein, Benjamin, Adorno, Brecht... la leggevano tutti, che ne fossero estimatori o meno. Ma quella di Kraus non è solo parola scritta, le sue magnetiche letture pubbliche erano attese quanto l'uscita del giornale. «Ne tenne oltre 700. In un certo senso potremmo considerarlo un influencer. Il poeta Trakl lo definì "bianco arciprete della verità". Una sorta di stregone del linguaggio. Elias Canetti, che considerava Kraus un grande maestro da cui si era affrancato, avrebbe ricordato la deriva settaria nella quale era incorso il circolo dei fanatici krausiani».
Karl Kraus è uno scrittore dalla tessitura complessa, spesso difficilmente traducibile. Eppure lo si cita soprattutto come un aforista folgorante, un satirista geniale. «Ma in lui non c'è mai la risata liberatoria, c'è piuttosto un ghigno senza catarsi. La guerra decreterà poi l'impossibilità stessa della satira, della critica, ridotte all'impotenza dalle dimensioni della catastrofe. La satira non ha più ragion d'essere perché la sofferenza non è più portatrice di conoscenza. Dal dolore l'umanità dimostra di non saper imparare un bel niente. E così l'umanità finisce. Punto».
Negli ultimi anni è come se la parola satirica di Kraus ammutolisse perché è ormai la realtà stessa ad aver assunto i tratti di un'atroce parodia. «L'osceno ormai si denuncia da solo, fa orrore da sé. E a lui basterà mostrarlo. Negli Ultimi giorni Kraus fa ricorso a una tecnica nuovissima. Portando all'estremo l'uso della pura e semplice citazione delle parole altrui che intende dissacrare, mette in bocca ai personaggi frasi vere che ha letto su giornali, manifesti, opuscoli, volantini, che ha sentito nei discorsi ufficiali, nei caffè o per strada. Raccoglie quelle frasi e le espone, puntandoci sopra un riflettore e isolandole così dal rumore generale. La sua critica non è quindi un discorso "su" qualcosa, ma un mostrare. Con o senza commento. Questa capacità di suscitare orrore fa del testo krausiano il più grande esempio di teatro politico del Novecento. Superiore allo stesso Brecht».
Kraus moriva esattamente novant'anni fa, il 12 giugno 1936. La Seconda guerra gli fu risparmiata, ma aveva assistito all'affermazione del nazismo e riuscì a dedicarle un lungo scritto quasi testamentario, “La terza notte di Valpurga”. Sarebbe uscito postumo. Si apriva con una frase che la dice tutta: "Su Hitler non mi viene in mente niente". «Gli manca la parola, non riesce a pensare nulla di nuovo perché tutto è già accaduto. La tentazione del silenzio si fa sempre più forte. Basta sfogliare gli ultimi numeri della Fackel per rendersi conto che dopo la Prima guerra il discorso di Kraus va esaurendosi».
Fu un inattuale: disallineato dal proprio tempo nel quale però volle comunque immergersi. Che cosa resta della sua inattualità? «Il coraggio intellettuale. Destare orrore. Far vedere le cose con un linguaggio che le rappresenti. Usare quel linguaggio prima di tutto contro i tuoi, quelli della tua parte. Oggi ci si potrebbe provare con i media vecchi e nuovi? Non lo so. Forse un giornalismo sulla falsa riga di quello della Fackel non è più possibile, vista la strapotenza del mezzo. E dei padroni del mezzo».

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