“L’imperatore e i sudditi”, testo di Ezio Mauro pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi: (…). Nella lunga stagione della democrazia il cittadino ha continuamente negoziato con il potere quote di sicurezza, spazi di libertà, ambiti di cittadinanza, esercizio di diritti in cambio di consenso, rispetto delle regole, coesione sociale, riconoscimento implicito dell’autorità dello Stato. Il pendolo del contratto sociale si muoveva secondo le fasi della vicenda pubblica, interna e internazionale, inclinando verso i diritti nei periodi di benessere, ripiegando sulla sicurezza nei momenti di crisi, come suggeriva la coscienza collettiva del Paese. Ma tutto questo avveniva dentro la regola democratica di base, per cui il potere appartiene al popolo, che lo esercita attraverso suoi rappresentanti, scelti con libere elezioni. È il principio della sovranità popolare, che si unisce al concetto di Stato di diritto, in base al quale tutti - inclusi i governanti - sono soggetti alla legge, condizione necessaria per garantire legalità, certezza del diritto e uguaglianza. Oggi che la cornice costituzionale del mondo democratico è sottoposta a una forte pressione e sta cedendo, un potere prova a fuoriuscire dal sistema per sovraordinarsi rispetto a tutte le altre potestà concorrenti: è l’esecutivo che non riconosce più pari dignità al legislativo e al giudiziario, perché incorona il leader di una potestà suprema. È un passaggio d’epoca, dalla stagione democratica all’età autocratica. Lo stiamo vivendo, senza accorgerci di un altro passaggio in corso, che ci riguarda tutti: quello, appunto, dall’uguaglianza alla sottomissione. Al leader della maggiore potenza mondiale non basta più governare, vuole comandare. Le sue intenzioni diventano ordini, le sue decisioni devono realizzarsi immediatamente senza il concorso, il vaglio, il controllo di altre autorità legittime. Con questa modalità esecutiva trasformata in metodo, il presidente degli Stati Uniti modella direttamente la realtà, plasmandola secondo i suoi bisogni. Il suo soggetto di riferimento non è il popolo, pur sempre composto da cittadini portatori di diritti, ma l’America da rifare grande, un’entità meta-politica portatrice di un destino più che di un progetto politico, con una missione che si raccoglie e si realizza nella perennità della supremazia universale. Per compiere questo destino metafisico l’America si vuole sganciare definitivamente da ogni obbligo nei confronti dei principi che hanno guidato per decenni la sua azione nel mondo, e cioè la democrazia e la libertà: che spesso hanno dovuto convivere con l’imperialismo a stelle e strisce camuffato sotto le loro insegne, ma non sono mai stati ripudiati come criteri ispiratori della civiltà occidentale, impersonata dall’alleanza tra Stati Uniti ed Europa. Oggi tutto questo salta, l’alleanza, l’Occidente, il legame con l’Europa, il metodo democratico. La libertà permane, ma pervertita in un’inversione di significato: la nuova libertà concepita dalla destra neo-reazionaria e sperimentata in America infatti è lo scioglimento di tutti i vincoli, il rigetto di qualsiasi tradizione, il superamento di ogni obbligo. L’America è libera in quanto liberata dalla servitù alla democrazia, ecco il punto. E qui nasce una nuova forma di potere, il dominio, che non conosce limiti e non deve giustificarsi mentre si compie. Tutto - la politica, la diplomazia, la strategia - si riassume e si centrifuga nella formula usata da Trump per spiegare le sue mire sulla Groenlandia: «Ci serve».Due parole nude che non testimoniano solo l’egoismo del nuovo potere, ma contengono l’ordine al resto del mondo di adeguarsi ai tempi, conformarsi all’ordine, ubbidire al comando. Appunto, sottomettersi. Dopo la democrazia, la gerarchia. Il presidente dispone, il mondo ubbidisce come se fosse stato conquistato, già invaso senza truppe, e soggiogato. (…). La sottomissione viene proposta come necessità inevitabile, come protezione, come via d’uscita dalla fatica della democrazia, come esito impolitico delle crisi che abbiamo attraversato, come superamento delle intermediazioni, come consegna individuale alla sovranità autorizzata degli algoritmi. Per creare sottomissione il nuovo sovrano non ha necessità di cambiare il paesaggio politico perché non deve sedere su un trono, non ha rituali di insediamento e codici di capitolazione: può mantenere la superficie del sistema intatta e operare al suo interno, spingendo tutti a conformarsi, a disarmarsi, in sostanza ad arrendersi, firmando un patto che ridimensiona l’autonomia, il conflitto e la libertà in cambio dell’ordine, della stabilità, del controllo. Il cittadino assiste alla mutazione del potere grazie a questo accumulo di sovranità, e pensa di attraversare la rivoluzione autoritaria in atto rimanendo indenne. Ma in realtà la sottomissione non è mai un atto privato, bensì una scelta politica che pur se è decisa individualmente ha un riflesso pubblico: perché quando il leader si fa imperatore, l’individuo sottomesso è già diventato suddito.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
domenica 25 gennaio 2026
Doveravatetutti. 52 Raniero Lavalle: «Agli albori della modernità risuonò un grido: tacete teologi, in un compito non più vostro. La parola passava ai giuristi. Poi, in questa nostra età contemporanea, spregiati i giuristi, la parola è passata ai tecnocrati e agli azionisti. Ora, per ristabilire il diritto, il compito passa ed è nelle mani dei cittadini tutti».
“Come difendere il diritto calpestato da Trump & C.”, testo
di Raniero Lavalle pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, domenica 25 di
gennaio 2026: La storia umana è anche una storia del diritto, dalle
Dieci Tavole, secondo la Bibbia scritte dal dito di Dio, ai codici di Ur e di
Hammurabi, che per la prima volta stabilivano che il diritto consiste nella
difesa del debole e facevano del re, cioè del potere, il padre dell’orfano e il
marito della vedova, a Vasti e ad Antigone che si appellano a una legge
superiore a quella scritta dai maschi, al diritto naturale che stabilisce che
la verità, non l’autorità, fa la legge, al diritto positivo che istituisce la
legge uguale per tutti, ai diritti umani che perfino nella guerra cercano di
trattenere un residuo di ragione, alle Costituzioni postbelliche, ultime
lettere della Resistenza italiana ed europea, fino alla Convenzione
internazionale contro il genocidio che condanna un delitto così estremo da non
avere ancora neanche il nome, e che rappresenta la soglia più alta raggiunta
dal diritto nel suo sforzo di realizzare, come sua gloria, la giustizia. È per
questo che quando Trump, cioè la Casa Bianca, cioè gli Stati Uniti, proclamano
di non aver bisogno del diritto internazionale, bastando essi a sé stessi,
annunciano la morte del diritto, rendono “sovrano” il crimine, e segnano quel
passaggio d’epoca, da tempo segnalato dagli spiriti più illuminati, a
cominciare da papa Francesco. Un cambiamento che così ha pure una data, ed è il
3 gennaio, il giorno dell’ostentata incursione terroristica in Venezuela, come
in Italia fu il 3 gennaio del 1925 il precedente mussoliniano della
rivendicazione del crimine come “mente” e “moralità” del potere statuale. Il 3
gennaio 2026 non segna peraltro solo la condanna a morte del diritto; è anche
il certificato di una morte molte volte e in diversi modi annunciata, fino al
culmine del genocidio di Gaza, indifferente alle pronunzie delle Corti
internazionali, perpetrato nella latitanza del Consiglio di Sicurezza e dello
stesso segretario generale dell’Onu, e compiuto con la complicità di quasi
tutta la comunità internazionale, con le sue armi o almeno col suo silenzio
(non però dei molti di tutto il mondo che hanno navigato e manifestato “proPal”
e perciò sono stati bollati come “terroristi” dai poteri selvaggi); e quando
Trump chiede la grazia per Netanyahu e il Nobel per sé opera una
rilegittimazione del genocidio, la negazione della negazione. Ma, al di là di
questo estremo, molte volte e sempre di nuovo la morte del diritto è stata
annunciata e viene sancita: la proibizione ai rappresentanti palestinesi
(compreso il presidente Abu Mazen) di mettere piede a New York per l’Assemblea
generale dell’Onu (extraterritoriale); il rifiuto del negoziato per porre
termine all’inutile strage della guerra in Ucraina (dagli uni e dagli altri
mitizzata come “difesa”); la legittimazione italiana dell’aggressione al
Venezuela insieme all’attacco contro la giurisdizione, cioè contro il potere di
“dire il diritto”; l’analoga e ben più letale offesa al potere giudiziario
negli Stati Uniti, fino al sovvertimento della Costituzione e dei suoi
emendamenti, fino alle violenze poliziesche, alla deportazione degli innocenti,
alle dimissioni dei procuratori federali impediti dal Dipartimento di giustizia
di indagare sull’esecutivo; il movente delittuoso dei crimini di Stato e delle
velleità di conquista di terre ghiacciate e non, dato dalla “competizione
strategica” come modalità del rapporto internazionale; e lungo sarebbe l’elenco
delle guerre non ripudiate e combattute in tutto il mondo contro la loro
interdizione decretata dalle legislazioni interne e dall’Onu. È chiaro perciò
che da questo momento in poi nessuna cosa è più necessaria e urgente che una
lotta per il diritto, per rimetterlo al mondo, prima che la sua fine, per la
concatenazione delle cause come per l’eterogenesi dei fini, ci porti all’immane
disastro. Come è stato giustamente sostenuto dal fisico Carlo Rovelli il
“punctum saliens” dell’attuale rapporto tra gli Stati non può più essere
l’antitesi tra “democrazie” e “autocrazie”, tra Est e Ovest, tra Stati Uniti,
Unione europea, Russia e Cina, ma tutti insieme dobbiamo batterci per
ristabilire il diritto come regola della vita internazionale e “sicurezza” per
la Terra. Ma come farlo? Prima del Covid si era pensato che potesse promuoversi
una Costituzione per tutta la Terra; poi si è scatenato l’inferno, e si è
capito che una sola Costituzione per tutti, per tutte le Nazioni, per tutte le
culture, non si può (non ancora?) fare. E oggi è chiaro che il diritto non
basta a salvarci, quando il diritto nega sé stesso. A questo punto bisogna
ricorrere a un’istanza più alta. Agli albori della modernità, quando si
trattava di passare dal regime di cristianità allo Stato secolare, risuonò un
grido: tacete teologi, in un compito non più vostro. La parola passava ai
giuristi. Poi, in questa nostra età contemporanea, spregiati i giuristi, la
parola è passata ai tecnocrati e agli azionisti. Ora, per ristabilire il
diritto, il compito passa ed è nelle mani dei cittadini tutti. È dalla società
che viene il diritto, non dal diritto nasce la società. Il Nobel per la pace se
lo devono guadagnare i popoli, con le loro culture, la loro informazione e le
loro politiche. L’Occidente in declino sembra incapace di farlo. Ma perfino la
Cina ha avuto la sua rivoluzione culturale, e la Russia la Perestroika. Ora da
noi, qui in Occidente, ci vuole un Sessantotto delle Nazioni.
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RispondiEliminaBellissimo articolo di Raniero Lavalle. Mostra sempre la sua sapienza professionale di giornalista, oltre ad una grande lucidità (visto la sua veneranda età). Condivido in pieno il suo pensiero. Grazie per questo bellissimo articolo. Ho semore ammirato Raniero Lavalle
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