Ha scritto la filosofa Donatella Di Cesare in “L’Europa è in guerra verso l’autodistruzione” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 10 di febbraio 2023: (…). Nella guerra siamo già pienamente coinvolti, l’ha ammesso perfino la premier Meloni. C’è da chiedersi quale limite si deve superare per l’entrata formale in guerra. Il continuum dell’escalation sembra inarrestabile e le armi diventano ormai jet e missili a lungo raggio. A partire da quando si deve usare il termine “guerra”? Se c’è chi parla di una vittoria che deve diventare realtà, qui si deve in effetti già constatare una sconfitta annunciata di tutti. La responsabilità dell’attuale dirigenza europea e di chi detiene in questo momento le leve del potere passerà alla storia. E in tutto questo si deve ammettere non solo che l’Europa si è suicidata, ma che il progetto europeo, così come in tanti lo avevamo auspicato, è fallito. E in modo irreversibile.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
domenica 12 febbraio 2023
Eventi. 100 Edgar Morin: «Siamo entrati nella crisi dell'umanità senza accedere all'Umanità».
A lato. Fernando Botero. "Ratto d'Europa".
L’Europa ha tradito se stessa e la propria missione, ha deluso
e, per certi versi ingannato i propri cittadini. L’Ue avrebbe dovuto stare
accanto al popolo ucraino non assecondando la guerra, non inviando armi, ma
mantenendo dall’inizio quel ruolo terzo, quella funzione diplomatica, che
sarebbe stata indispensabile. A distanza ormai di un anno ne avvertiamo tutta
l’assenza e percepiamo sempre più distintamente la subalternità completa agli
Stati Uniti. Errori erano stati già commessi prima, quando era stata accettata
l’invasione della Crimea, quando erano stati trascurati gli accordi di Minsk.
Adesso non si tratta, però, di semplici errori, bensì di una virata completa, un’inversione
di rotta. La nuova unione delle armi è la marcia verso la disgregazione delle
piccole patrie interne e l’isolamento del Vecchio continente, coinvolto in un
conflitto imponderabile con la Russia. Da cittadina e da filosofa ho sempre
difeso l’idea di Europa, anche nelle circostanze più abiette e imbarazzanti.
Chi può dimenticare lo scempio che è stato perpetrato in Grecia? Quando la
Troika ha imposto misure draconiane sarebbe bastata una somma accettabile per
salvare vite umane che sono state invece sacrificate sull’altare
dell’austerità. Sono morti di stenti e di fame anziani, donne, bambini. Allora
non c’erano i soldi per gli aiuti, oggi ci sono per le armi. Sotto i peggiori
auspici è cominciato il nuovo secolo per l’Europa. Ma in molti abbiamo creduto
che la catastrofe greca fosse un capitolo osceno che avrebbe potuto essere
presto chiuso per riprendere il cammino. Poi, però, le cose non sono andate
meglio. Il 2015 è stato l’anno della crisi migratoria. La Germania di Merkel ha
aperto le porte ai siriani, ma ha insieme firmato un accordo con Erdogan:
miliardi per i grandi campi profughi. Non parliamo poi dell’Italia e dei suoi
scellerati accordi con la Libia a firma Minniti. Violazione dei diritti umani,
morti in mare, criminalizzazione delle Ong. Anche qui le cose sono peggiorate
costantemente. E oggi si annuncia la costruzione di muri in stile americano per
impedire l’ingresso dei migranti. C’erano molte cose che legavano gli europei:
il ribrezzo per una violenza sfrenata, una certa idea di cura e sostegno
dell’altro, quel senso di umanità che viene dalla cultura, ma anche da una
storia tragica. Tutto questo era la nostra preziosa, impareggiabile, Europa,
che sembra perduta. Non è stata seguita la politica della solidarietà e della
cura reciproca, ma solo quella delle sanzioni e delle armi sulla pelle dei più
deboli. Forse la retriva Polonia sarà guida e traino di un continente
subalterno e allo sbando. Certo gli equilibri sono cambiati in modo definitivo
e preoccupante. L’Italia, sempre più isolata, anche a causa del governo
postfascista, guarda a possibili alleanze mediterranee, mentre la Germania
oscilla riluttante e divisa. E malgrado tutto i panzer tedeschi saranno
simbolicamente inviati al fronte orientale. Difficile immaginare uno scenario peggiore:
il “fato dell’Europa” che si compie nel tradimento e nell’autodistruzione. Di
seguito “Il silenzio dell’Europa che non
vuole la pace”, testo di Edgar Morin tratto la Suo ultimo saggio “Di guerra
in guerra” (Raffaello Cortina editore) e riportato sul quotidiano “la
Repubblica” sempre del 10 di febbraio: L'errore e l'illusione, molto spesso, hanno
regnato nelle menti dei governanti e dei governati. Ci fu un decennio di
sonnambulismo collettivo dal 1930 al 1940, e ci fu l'impossibilità di credere
all'occupazione della Francia e a una Seconda guerra mondiale. Nel corso dei
cosiddetti "trenta gloriosi" di sviluppo economico in direzione di
una società dei consumi, fu impensabile immaginare che le stesse basi della
nostra civiltà sarebbero state scosse e che lo sviluppo tecno-economico avrebbe
condotto non solo al sottosviluppo etico-politico, ma anche a gigantesche crisi
planetarie. Nello stesso tempo fu ignorata e occultata la degradazione della
biosfera che ingloba l'antroposfera, riconosciuta dal 1970 dai pionieri
scientifici dell'ecologia. E la coscienza ecologica, rimossa per mezzo secolo,
resta ancora insufficiente. Illusoria era la certezza dei politici e degli
economisti secondo cui il neoliberalismo sarebbe il produttore di una crescita
continua. La pandemia mondiale, suscitando una crisi planetaria enorme e
multidimensionale, fu incompresa, dato il dominio di un pensiero meccanicista,
lineare e incapace di concepire la complessità dei fenomeni. Mentre ci si
rallegra di essere entrati nella società della conoscenza, si è sprofondati in
una cecità tanto più grande in quanto crede di possedere i mezzi adeguati del
sapere. Questa cecità porta a ignorare che nel 1945 è iniziata una nuova era
con la minaccia di morte per l'umanità, minaccia che è continuamente
accresciuta dalla proliferazione delle armi nucleari, dalla loro sofisticazione
e dal loro possibile utilizzo qualora l'escalation continui ad aggravare e ad
amplificare la Guerra d'Ucraina. Siamo entrati nella crisi dell'umanità senza
accedere all'Umanità; ma non si vede l'insieme, tutt'al più si vedono alcuni
frammenti del grande problema. Ed è in queste condizioni che è sopraggiunta
l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia. Non solo vi si riproducono gli
orrori e i crimini delle guerre precedenti, come quelli della Seconda guerra
mondiale, non solo rimane assente la coscienza dell'inatteso,
dell'imprevedibile, dell'errore, dell'illusione, che non hanno smesso di fare
di noi dei giocattoli inconsapevoli della storia, ma appaiono anche nuovi
orrori, nuovi errori, nuove illusioni, nuove sorprese, nuovi inattesi. Si può
ora comprendere la mia intenzione in questo riandare alle guerre che ho
conosciuto. Perché ogni guerra comporta criminalità, più o meno grande secondo
la natura dei combattenti; ogni guerra racchiude in sé manicheismo, propaganda
unilaterale, isteria bellicosa, spionite, menzogna, preparazione di armi sempre
più mortali, errori e illusioni, imprevisti e sorprese... E mi sembra
essenziale che queste considerazioni siano presenti nel nostro sguardo sulla
guerra attuale: la Guerra d'Ucraina non sfugge alle logiche di ogni guerra
condotta tra avversari risoluti e accaniti. Dobbiamo ora riconoscere, nello
stesso tempo, ciò che è semplice (l'invasione dell'Ucraina da parte della
Russia, l'opposizione fra democrazia occidentale e dispotismo russo) e ciò che
è complesso (il contesto storico e geopolitico). È sorprendente che in una
congiuntura così pericolosa, il cui pericolo aumenta continuamente, si levino
così poche voci in favore della pace nelle nazioni più esposte, in primo luogo
in quelle europee. È sorprendente vedere così poca coscienza e così poca
volontà in Europa, soprattutto nell'immaginare e nel promuovere una politica di
pace. Parlare di cessate il fuoco, di negoziati, è denunciato come una
ignominiosa capitolazione da parte dei bellicosi, che incoraggiano la guerra
che vogliono a tutti i costi evitare a casa loro. Recentemente si sono levate
alcune voci, fra cui quella di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di
Sant'Egidio. Ma esse sono coperte dalla voce tonante dei sostenitori russi e
americani del "sino alla fine" (dov'è la fine?). L'urgenza è grande:
questa guerra provoca una crisi considerevole che aggrava e aggraverà tutte le
altre enormi crisi del secolo subite dall'umanità, come la crisi ecologica, la
crisi economica, la crisi delle civiltà, la crisi del pensiero. Che a loro
volta aggravano e aggraveranno la crisi e i mali nati da questa guerra. Nel
2017 c'erano ottanta milioni di esseri umani sull'orlo della carestia. Poi,
dopo la pandemia, duecentosettantasei milioni, e attualmente
trecentoquarantacinque milioni. Più la guerra si aggrava, più la pace è
difficile e più è urgente. Evitiamo una guerra mondiale. Sarebbe peggio della
precedente.
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