"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 12 marzo 2019

Sullaprimaoggi. 68 «La paranoia securitaria e la fissazione purificatrice di autarchia».


Tratto da “La politica e il sacro Graal del contratto” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 9 di marzo 2019: (…). Un Paese si guida e si amministra sulla base di un progetto di sviluppo, di una scommessa responsabile sul futuro, di una visione culturale: non con un presidente del Consiglio ridotto a notaio di un patto diffidente tra soggetti concorrenti, con modelli di società contrapposti e sovrapposti, che si paralizzano a vicenda senza trovare la capacità di esprimere un'idea comune dell'Italia di oggi e soprattutto di domani. Questa è la politica, (…): un'interpretazione del reale, proiettata su un percorso di trasformazione e di crescita, garantendo benessere e libertà nel rispetto dei propri ideali e della storia democratica del Paese. Bisogna purtroppo prendere atto che qui non c'è nulla di tutto questo. Due forze unite soltanto dal comune e sordo istinto di destra, che punta alla distruzione dell'ordine politico costituito, hanno creduto di trasformare in antipolitica il risentimento sociale dopo averlo suscitato e alimentato, senza tradurlo in una cultura del cambiamento capace di generare una proposta in grado di parlare alla nazione nel suo insieme. Il risultato è una febbre permanente in un Paese sbandato, perché continuamente sollecitato ma senza una guida. Con le due forze vincitrici delle elezioni che si trovano prigioniere delle loro bandiere ingigantite a ossessioni e trasformate in incubi, anzi in tabù, incapaci di produrre un disegno comune di governo. Da una parte la paranoia securitaria, che tra ruspe e pistole affonda il Paese nel buio permanente di un'emergenza continua, tenendolo nella paura invece di emanciparlo, nel nome del sovranismo. Dall'altro la fissazione purificatrice di una sorta di autarchia sociale riduttivista, che diffida della crescita, sospetta di ogni progettualità ambiziosa, denuncia qualsiasi "grande opera" come lo strumento di un moderno demonio, smontando l'Italia per poi proteggerla a pezzi con l'assistenzialismo chiamato a sostituire la crescita: in nome del popolo, naturalmente. Il risultato di questa incapacità di sciogliere le distanze e le differenze nel fuoco della politica è la spartizione permanente degli spazi di governo, degli ambiti di propaganda, e ora delle minacce reciproche. Come se i leader dei due partiti alleati non fossero vicepremier dello stesso esecutivo, ma capi separati di un governo dimezzato, di cui ognuno controlla sospettoso la propria metà. Finché in mezzo al vuoto dell'antipolitica spunta il fantasma della Tav, (…). Siamo arrivati al punto che due logiche private, e non politiche, si fronteggiano paralizzandosi: Salvini annuncia che il suo mezzo governo non firmerà il blocco dei bandi per la Tav, mentre Di Maio ribadisce che l'opera "tecnicamente" non sta in piedi. Conte, chiamato a mediare senza avere la forza politica per farlo, butta la palla in angolo, chiedendo aiuto proprio all'Europa derisa e insultata come nemica. Dietro lo scontro si delineano due elettorati distinti, due blocchi di interessi diversi, due prospettive addirittura ostili. In un esecutivo guidato dalla xenofobia leghista che fa precipitare gli alleati nei sondaggi, la disperazione di Di Maio lo riduce a vedere nella Tav l'ultimo vessillo identitario, che non può più ammainare perché sarebbe una resa completa e senza condizioni. La crisi di governo, che i Cinque Stelle imputano a Salvini, significherebbe un fallimento per una forza che uscirebbe dall'esperienza di governo non solo sconfitta ma ridimensionata nei numeri, a vantaggio dell'alleato-concorrente, che ha il forno di destra come ricambio, con Berlusconi e Meloni al posto dei grillini. Ma anche continuare così per Di Maio è un incubo a cinque stelle, perché scopre che il partner di governo è un avversario, che punta a svuotarlo a poco a poco, nell'identità e nei numeri, prima di abbandonarlo come una conchiglia vuota. La verità di cui bisognerebbe prendere atto è un'altra. Il doppio populismo è condannato dal suo stesso suprematismo all'ordalia finale, ma prima ancora - lo sperimentiamo ogni giorno - sta dimostrando di essere un'arma elettorale formidabile, e una pessima forma di governo.
Dall'economia periclitante alla politica estera a-occidentale, alla gestione degli Interni feroce coi deboli, all'ideologismo reazionario sulle politiche della famiglia, al conservatorismo sulla scuola, il contratto ha prodotto un meccanismo cieco e ottuso di spinte e controspinte che rispondono a logiche di parte e non a una cultura condivisa, senza mai tener conto dell'interesse generale, con Lega e Cinque Stelle che badano soltanto ognuno alla propria quota di elettori trasformata abusivamente in "popolo". La Tav, a questo punto, è per forza di cose un buco politico, (…).

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