"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 14 gennaio 2018

Quodlibet. 48 “Una scuola che insegni a pensare”.



Da “Una scuola che insegni a pensare” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 14 di gennaio dell’anno 2017: Era l'auspicio di Kant, ma per realizzarsi ha bisogno di insegnanti autorevoli. E di genitori che smettan di sostenere l'indolenza dei propri figli. Al di là di tutte le riforme della scuola che immancabilmente si introducono a ogni cambio di Ministro, i mali della scuola sono arcinoti, ma non si vogliono vedere nonostante la loro evidenza. Il primo è costituito dagli insegnanti, molti dei quali o non conoscono la loro materia, o non la sanno comunicare nel modo giusto, o non sono abbastanza carismatici da affascinare i ragazzi che, solo se affascinati, trovano gusto e passione per lo studio. Quando si ha carisma, da cui deriva un'automatica autorevolezza, la disciplina non è un problema, e quando lo è, ciò è dovuto al fatto che il professore non è all'altezza del compito. Il secondo problema sono i genitori i quali, dopo che non hanno mai detto un no ai loro figli, e mai hanno chiesto loro un sacrificio, per non avere conflitti in famiglia, invece di riprovare la loro condotta indolente (eufemismo per non dir di peggio), riprovano la condotta dei professori che, con le loro valutazioni, richiamano i ragazzi a un minimo (e dico minimo) impegno. Facendo i sindacalisti dei figli, i genitori pensano di garantirsi il loro affetto e la loro stima, quando invece altro non garantiscono che un apprezzamento per la loro indolenza. Il diritto allo studio va assicurato solo a chi ha davvero voglia di studiare, dopo aver dato a tutti la possibilità di farlo e di assaporare il piacere e il sacrificio che lo studio richiede. Quanto alla filosofia è ovvio che, al pari delle lingue straniere, sarebbe utile praticarla fin dalle elementari, alle quali i bambini accedono avendo già avuto modo di porsi le domande filosofiche di quella stagione dei "perché" (4 anni), quando chiedevano: "Perché se la terra che è rotonda e gira intorno al sole, noi non ci capovolgiamo?", oppure: "Come fa a esistere Dio se non ha una mamma che l'ha messo al mondo?". Questo tipo di domande non ricevono mai una risposta seria e alla portata della loro età; i genitori non hanno mai tempo, o non sapendo come rispondere chiudono con: "Quando sarai grande capirai". Così il bambino interiorizza che le domande che fanno pensare non sono interessanti (visto che nessuno le prende in considerazione), per cui è meglio non porsele e vivere spensieratamente (senza pensieri, quindi da superficiali, per non dire da deficienti). La filosofia non è solo, e neppure soprattutto, una materia scolastica. È un atteggiamento, un modo di stare al mondo che stabilisce una differenza tra chi si pone problemi, non solo teorici, ma anche pratici, e cerca una soluzione, e chi non se li pone, e quando gliene capita uno non ha strumenti per affrontarlo e neppure capisce se è un vero problema o no. E questo vale anche per il dolore, a proposito del quale Eschilo diceva che "È un errore della mente". La mente, infatti, se ha solo quattro pensieri in testa, non ha strumenti per affrontare il dolore, oppure, ancor peggio, il dolore è tanto più acuto quanto meno si è capaci di relativizzarlo, dal momento che l'orizzonte della nostra coscienza è troppo angusto, perché ci si è tenuti per tutta la vita, e magari con orgoglio, lontani dalla cultura.

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