"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

venerdì 12 gennaio 2018

Cronachebarbare. 49 “La scomparsa del ceto medio”.





Se dovessi dare una data e segnare quindi l’inizio del mio personale impegno a contrastare, nel mio piccolo, anzi nel mio “piccolissimo”, la “deriva” politico-istituzionale-sociale del bel paese troverei facilmente la risposta: 27 di giugno dell’anno 2003, allogato com’era questo blog su di un’altra piattaforma. A quella data risulta il mio primo post sfacciatamente “controcorrente”, da bastian contrario. Non che prima di quella data me ne stessi buono buono, zitto zitto. Avevo intuito, e non era una percezione ma una terribile consapevolezza, che l’eredità lasciata al bel paese dal latitante socialista in terra d’Africa sarebbe stata delle più disastrose in termini di tenuta e rinvigorimento degli istituti democratici e della vita associata. La cosiddetta nefasta “discesa in campo” – a datare dall’anno 1994 – aveva consolidato infatti la mia consapevolezza che tutto non sarebbe stato più come prima. Importanti, ingombranti ed inquietanti personaggi salivano sul podio di regia della cosa pubblica. Con quali interessi? Con quale formazione politico-istituzionale personale? Per fare cosa? Per un dovere storiografico, detto senza albagia, ma nel rispetto della storia piccola piccola, minima, minuta anzi, che ciascuno di noi è riuscito a scrivere in questi anni tormentati, trascrivo quel post del 27 di giugno dell’anno 2003: “A seguito delle singolari vicende parlamentari che hanno portato il Paese a dotarsi di una legge tutta speciale che vale solo per cinque persone. Stiamo smarrendo la nostra identità e con essa anche la possibilità di costruire una sempre più civile convivenza. La civile convivenza di un Paese, di un qualsiasi Paese di questo pianeta, deve avere dei tratti fondamentali che ne impregnino tutto il tessuto civile, le istituzioni, il ragionare collettivo che, seppur diversificato, riconosce in quei tratti fondamentali il suo tratto caratteristico, il suo collante indiscutibile. Trovo allora confortante proporre una "spiga d'oro" di un altro "grande vecchio", Paolo Sylos Labini, raccolta da una sua pubblicazione recente "Diario di un cittadino indignato". Essa, in un momento così difficile per il nostro Paese, potrà essere memoria e guida per una pronta riscossa: "(...). La cultura è l'elemento unificante di una società e nella cultura rientra l'arte. (...) Ma, per la società, non meno importante è l'onestà civile della gente di ogni livello; è l'onestà civile diffusa che rende vivibile una società. L' autostima a livello popolare e la stima degli altri paesi sono la base dell'amor di patria e dell'orgoglio di appartenere ad una comunità. Esortazioni, gare sportive e festeggiamenti non sono inutili, ma senza quella base sono addirittura dannosi, perché pongono in risalto il contrasto fra l'apparire e l'essere, e l'amor di patria, quando c'è ipocrisia, invece di crescere diminuisce ulteriormente. (...)”. Così scriveva Paolo Sylos Labini. Così la pensava quel grande vecchio. Siamo divenuti orfani oramai dei grandi Maestri. Da quella data, ma ancor prima, ne è venuto un impegno personale che a tutt’oggi non scema, sentendo sempre di più i sinistri rumori che avvertono di un “ruinare” della Italia. Un’unica grande consolazione: essermi ritrovato in numerosissima compagnia, di persone anche di grandissima levatura morale, intellettuale e civile. Sul versante della necessaria, ancor oggi, denuncia pubblica della nefasta opera di imbarbarimento delle istituzioni tutte derivante da quell’infausta “discesa in campo”, imbarbarimento che ha coinvolto anche la vita associativa nel bel paese, ho trovato interessante, a quel tempo – della sua pubblicazione - come al tempo presente, l’attenta analisi del professor Paul Ginsborg, analisi pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 16 di ottobre dell’anno 2010 – nello stesso giorno il testo veniva letto a Firenze nel corso  del convegno "Società e Stato nell’era del berlusconismo" - col titolo “La scomparsa del ceto medio”.  Di seguito la trascrivo in parte:
(…). Negli ultimi quindici anni il ceto medio si è diviso in due mondi, piuttosto diversi uno dall’altro... Chiamerei l’uno il ceto medio riflessivo, capace di bridging (cioè capacità di costruire ponti verso altri) e, in termini occupazionali, caratterizzato dal lavoro dipendente; l’altro il ceto medio concorrenziale, tendente al bonding (cioè tendenza a rafforzare i legami interni a uno specifico gruppo) e prevalentemente dedito al lavoro autonomo. Partiamo con la prima componente, il ceto medio riflessivo. In tutta l’Europa si è sviluppato un ceto medio attivo nelle professioni socialmente utili, nel terzo settore e tra gli assistenti sociali, ma anche tra gli insegnanti e gli studenti, gli impiegati direttivi e di concetto del settore pubblico, i nuovi operatori nel mondo dell’informazione e della cultura... Ad ingrossarne le file è stato un numero sempre crescente di donne molto istruite, alla ricerca di un impiego adeguato alla loro professionalità, ma in forte difficoltà nel trovarlo, soprattutto al Sud... Questa componente dei ceti medi contemporanei in apparenza è dotata di notevole potenziale civico. Se guardiamo il caso italiano vediamo come l’opposizione al regime di Berlusconi provenga in parte considerevole da questi settori dei ceti medi. A partire dalle grandi manifestazioni della primavera e dell’autunno 2002, fino alle dimostrazioni organizzate attraverso internet dal ‘Popolo Viola’ del dicembre 2009 e di ottobre 2010, numerosi appartenenti a questi strati sociali si sono mobilitati contro il regime... Non bisogna in nessun modo esagerare le capacità civiche di questa parte dei ceti medi, né la loro consapevolezza di sé come gruppo sociale... Essi hanno sempre possibilità di scelta e, di fronte alla ripetitività delle proteste e soprattutto allo scarso incoraggiamento proveniente dal ceto politico di sinistra, perdono slancio e speranza... Vengo ora alla seconda agglomerazione – i ceti medi – prevalentemente dediti al lavoro autonomo e fortemente orientati al mercato... Storicamente una componente di spicco di questo mondo sono sempre stati i distretti industriali italiani, apprezzati da numerosi studi internazionali e considerati anche portatori di un specifico modello di coesione sociale... Viene da chiedersi, però, quanto questo quadro sia ancora valido nel Nord Italia, di fronte alla crescita della Lega... Nella Lombardia e nel Veneto, se non nella Toscana e nell’Emilia-Romagna, si è sviluppato un modello diverso, fortemente basato sul bonding territoriale e sull’appartenenza etnica, sullo sfruttamento di una sottoclasse di immigrati, sulla scarsa presenza di equità sociale e su una forma di democrazia fortemente personalizzata e di partito. Davanti a quest’onda gli studiosi devono dirci cosa resta dell’ethos dei vecchi gloriosi distretti industriali... Qual è l’apporto del ‘Berlusconismo’ a questo quadro generale?... La singolarità del ‘Berlusconismo’ risiede nell’uso particolare che egli ha fatto delle opportunità che il degrado democratico degli anni ‘80 gli ha offerto. In modo precoce (1984) ha potuto stabilire un controllo mediatico sulla televisione commerciale unico in Europa, senza la sorveglianza di un qualsiasi garante pubblico, e ha potuto utilizzare questa libertà per reiterare incessantemente determinati valori e stili di vita, e per trascurarne o denigrarne altri... Questo sfrenato potere mediatico è il primo elemento del Berlusconismo. Un secondo è il comportamento di Berlusconi nei confronti dello Stato e della sfera pubblica. Qui riscontriamo una forte diversità rispetto alla signora Thatcher. Quest’ultima, per quanto radicale, non mise mai in dubbio le istituzioni e le pratiche della democrazia britannica. Berlusconi, al contrario, come dimostra anche la sua famosa videocassetta del 26 gennaio 1994, quella della ‘discesa in campo’, ha sempre considerato la sfera pubblica una zona di conquista, di occupazione, di trasformazione... L’ultimo apporto del Berlusconismo... è l’esplicito appoggio a un elemento dei ceti medi – quello del lavoro autonomo e concorrenziale – a spese dell’altro, quello più riflessivo e basato sul lavoro dipendente. Berlusconi blandisce il primo con tutta una serie di carezze - agevolazioni fiscali, condoni edilizi, la depenalizzazione sostanziale del falso in bilancio... All’altro elemento dei ceti medi, il ‘Berlusconismo’ riserva solo schiaffi – lo smantellamento progressivo della scuola pubblica, il degrado senza fine delle grandi istituzioni culturali, gli stipendi in calo verticale in termini di potere d’acquisto. Così - e questo forse è la sua eredità più dannosa - Berlusconi contribuisce in modo drammatico a spaccare il ceto medio, e ad incrementare il livello di incomunicabilità tra le sue due componenti principali. Ogni tanto mi sembra che i moniti ottocenteschi di Disraeli circa il rischio di creare due Nazioni siano di scottante attualità per l’Italia contemporanea...”.

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