"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

giovedì 30 novembre 2017

Quodlibet. 37 “Il Lìder Maximo e il Sognatore”.



Da “Il Lìder Maximo e il Sognatore. La Revoluciòn resta del Che” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 30 di novembre dell’anno 2016: “Fidel Castro è un uomo affascinante” mi disse una volta Susanna Agnelli, certamente non sospettabile di filocomunismo, che lo aveva incontrato a Cuba quando era ministro degli Esteri. E che lo fosse, affascinante, nessuno, nemmeno i suoi più irriducibili detrattori, può negarlo. Naturalmente questo non può assolverlo dalle sue colpe e dai suoi crimini durante i quasi cinquant’anni della dittatura e puntualmente documentati da quel grande inviato che è Fausto Biloslavo, molto filoamericano, forse troppo, che si rifà ai dati forniti dal Cuba Archive Project: 9.240 le “morti politiche”, 5.600 i cubani giustiziati, 1.200 quelli eliminati nelle esecuzioni extragiudiziarie, 8.616 i casi di detenzione arbitraria documentati nel 2015 e 2.500 nei primi due mesi di quest’anno. Poi c’è la repressione delle libertà individuali e in particolare di quella di espressione di cui hanno fatto le spese molti intellettuali cubani. Tutti i giornali della destra, nei giorni della morte di Fidel, hanno focalizzato l’obbiettivo su questi dati incontrovertibili. Peraltro non molto lontani dagli stessi crimini commessi dal generale egiziano Abd al-Fattah al-Sisi in soli tre anni e mezzo da quando prese il potere nel luglio del 2013 con un golpe militare (e un golpe si differenzia da una rivoluzione, perché questa ha bisogno dell’appoggio della popolazione o di buona parte di essa). Ma sui crimini di al-Sisi la destra e anche la sinistra (ricorderete la dichiarazione di Matteo Renzi che lo definiva “un grande statista”) non ha mai alzato un laio se non per il caso di Giulio Regeni che è solo uno dei circa 2.500 desaparecidos nell’era al-Sisi. Ma, si sa, l’Egitto è un alleato degli americani, come americano fu il sostegno al dittatore Pinochet e ai tanti altri dittatori sudamericani che gli tornavan comodi. È stata poi pudicamente sottaciuta la situazione di Cuba prima che la Revoluciòn spazzasse via il regime di Fulgencio Batista che non era meno sanguinario di quanto lo sarà poi quello di Castro e che aveva fatto di Cuba un bordello e un Grande Casinò ad uso dei ricchi statunitensi. E allora si capisce facilmente perché poche centinaia di castristi siano riusciti a rovesciare in poco tempo il regime di Batista per ridare all’isola e ai suoi abitanti la propria identità. Pochissimo invece si è parlato in questi giorni di Ernesto Che Guevara, il ‘numero due’ della rivoluzione cubana e il primo sul campo di battaglia. Di questo medico argentino, malato di asma che andò a Cuba per combattere per una causa non sua e poi, dopo pochissimi anni di potere come ministro dell’Industria e dell’Economia, vista l’aria che tirava nonostante qualche primo successo sul piano sociale che poi Castro rafforzerà con grande fatica a causa dell’embargo americano imposto all’isola ma grazie anche all’appoggio dell’Unione Sovietica, andrà a combattere in Bolivia per un’altra causa non sua e vi troverà, nel 1967, la morte in battaglia. Il mito di Guevara è stato negli anni altalenante. Per quel che mi riguarda la prima volta che seppi di Guevara fu nel ’57 o nel ’58, non ricordo bene. A quell’epoca Guevara non era ancora un mito della sinistra tanto che il mio ‘incontro’ con il “Che” avvenne sulle pagine di Gente, il settimanale di Edilio Rusconi che di tutto poteva essere sospettato tranne che di pruriti rivoluzionari. Si trattava di un servizio fotografico. Mi ricordo in particolare un’immagine di Guevara a torso nudo sdraiato mollemente su un fianco sopra un lettino da campo. La mia fantasia di adolescente fu colpita dalla straordinaria bellezza dell’uomo. Nelle didascalie si rifaceva la storia di questo rivoluzionario che combatteva per l’ideale marxista dell’internazionalismo proletario. Il settimanale di Rusconi gli dimostrava simpatia. Lo interpretava infatti come un eroe romantico, un “cavaliere dell’ideale” in fondo innocuo. In quegli anni il mondo non era ancora completamente integrato, ‘globale’, come oggi. E quello che avveniva nella lontana Cuba poteva essere considerato con un certo distacco dai conservatori di casa nostra. Inoltre la contestazione giovanile era di là da venire. Il ’68 cambiò completamente la prospettiva. Guevara, che nel frattempo era andato a morire in Bolivia, divenne il simbolo stesso della rivoluzione. Più di Lenin, più di Mao, più di Stalin, Ernesto Guevara, diventato definitivamente il “Che”, fu il mito del Sessantotto, almeno nella sua componente libertaria. Guevara invece piaceva molto meno ai comunisti ortodossi di casa nostra. I comunisti rimproveravano a Guevara una certa vaghezza ideologica (mi ricordo in proposito degli sprezzanti giudizi di Giorgio Amendola) e, soprattutto, il fatto che avesse abbandonato un potere che aveva appena conquistato. Al positivismo marxista la romantica rinuncia di Guevara pareva inconcepibile, blasfema, un segno di debolezza di carattere. Senza contare poi che Guevara, con il suo passare da una rivoluzione all’altra (ne aveva tentata una anche in Guatemala) sembrava incarnare troppo da vicino quella “rivoluzione permanente” teorizzata da Trotzky. E Trotzky allora era tabù per i comunisti che, nonostante il rapporto Cruscev del ’56, rimanevano profondamente, intimamente stalinisti. Nel tempo il mito di Guevara si è andato perdendo a sinistra. I comunisti hanno continuato a guardarlo, e non a torto dal loro punto di vista, con diffidenza. I contestatori invecchiati, inseritisi nel frattempo nel sistema e diventati manager, imprenditori, direttori di giornali, radical chic, lo hanno relegato fra le loro debolezze giovanili.

mercoledì 29 novembre 2017

Quodlibet. 36 “Disaffezione ed astensione”.


Da “Non è disaffezione. La democrazia è finita” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 29 di novembre dell’anno 2014: All’indomani delle elezioni amministrative della primavera del 2012 in un articolo intitolato “Ecco perché il voto del 2013 potrebbe segnare la fine della democrazia” (Il Gazzettino, 11 maggio 2012) di fronte a un’astensione che stava montando di tornata in tornata, scrivevo: “Nel 2013 (...) l'astensione potrebbe diventare valanga. I partiti non sembrano rendersi conto che stanno ballando sull'orlo di un vulcano in eruzione. La crisi ha aperto gli occhi ai cittadini che scoprono di essere presi in giro da almeno trent'anni, governasse la destra o la sinistra o tutte e due insieme”. E concludevo: “Le elezioni del 2013, Grillo o non Grillo, potrebbero segnare, con un’astensione colossale, la fine della democrazia rappresentativa”. Nel 2013 ci fu un’ulteriore erosione dell'elettorato, ma quell’“astensione colossale” che io prevedevo già per quell’anno è arrivata ora, nell’autunno del 2014. E solo adesso, tranne Renzi che fa il pesce in barile e definisce l'astensione “secondaria” e Matteo Salvini che finge di aver vinto un’elezione che invece ha perso, come tutti, perché dai 116.394 voti delle europee è passato ai 49.736 di oggi, tutti gli esponenti di partito, i commentatori, i giornalisti scoprono l'esistenza del fenomeno. Naturalmente cercano di sminuirne la portata attribuendolo al tempo ridotto per votare, agli scontri in atto all'interno del Partito democratico e a quelli con i sindacati, agli scandali emersi in Emilia Romagna, alle inchieste della magistratura e a qualsiasi altra causa cui possano appigliarsi. Ma tutte queste ragioni non possono aver avuto che un'incidenza molto parziale, direi minima, su un fenomeno così esteso. La realtà è che la gente non crede più a questo sistema, non crede più al balletto delle elezioni, non crede più alla democrazia rappresentativa e, forse, alla democrazia tout court. I partiti che si scannano per dividersi quel poco di elettorato che gli è rimasto appiccicato fanno la stessa impressione di chi, in un castello che sta andando in fiamme, si preoccupi di assicurarsi comunque gli appartamenti migliori, mentre là fuori sono circondati da milioni di arcieri che non hanno ancora trovato il loro Robin Hood, ma che prima o poi occuperanno quelle macerie fumanti. Il fenomeno non è solo italiano. Negli Stati Uniti un deputato, in un momento di sincerità, ha affermato che “gli elettori contano poco o nulla e non sanno neanche perché e per chi votano”. Tuttavia, come ho già avuto modo di osservare, l'Italia è, storicamente, un “paese laboratorio” e la fine della democrazia da noi potrebbe preludere alla fine anche delle altre democrazie occidentali. A differenza di quanto ha scritto Antonello Caporale sul Fatto Quotidiano, non ha vinto “il partito della pantofola”. Chi è rimasto a casa è uno che ha esaurito ogni pazienza e, non essendo vincolato, a differenza di Grillo, a una rivoluzione pacifica che agisca all'interno delle regole democratiche, il giorno che, esasperato, deciderà di uscire allo scoperto lo farà, per usare un eufemismo, con le mazze da baseball. E saranno guai. Perché, come dice la Bibbia, “terribile è l’ira del mansueto”.

martedì 28 novembre 2017

Lalinguabatte. 44 “Media e peluria”.



Sentite (?) questa. Vado scorrendo le pagine patinate di una ritrovata, impolverata rivista settimanale di qualche tempo addietro che si potrebbe definire molto “glamour”, termine che, stando ai linguisti compulsati freneticamente, letteralmente ha il significato di “incantesimo”, “incantesimo” che ha la funzione di trasformare magicamente l’apparire degli umani e calamitarne l'attenzione, obnubilando ogni altra facoltà di intendere e di volere. Con parole più semplici, “glamour” come completo ottundimento. La rivista, distribuita da un importante quotidiano nazionale che ha grande presa nella pubblica opinione di sinistra o radical-chic che dir si voglia, è una rivista che si rivolge al genere femminile. Non nascondo che l’“incantesimo” si è creato anche per me che la scorrevo senza grande interesse, attratto com’ero dalla sua gradevole impaginazione e dalle immagini contenute veramente straordinarie. Alla pagina 240 della suddetta rivista mi sono imbattuto in un servizio che ha per titolo “Caccia verde” e per sottotitolo “Mappe e bussola alla mano: iniziano così le avventure per trovare alcune sostanze star  di profumi e antietà”. Il tutto arricchito con straordinarie immagini di esotici paradisi. È stato facile che la “mosca” mi saltasse al naso; capisco la ricerca spasmodica per nuove fragranze da proporre, ai sempre maleodoranti umani, sugli scaffali dell’intero pianeta Terra, ma quell’”antietà” mi è sembrato veramente eccessivo. Ecco, mi sono detto, l’ossessione della età che avanza, delle rughe sempre più evidenti e profonde, della cellulite che deforma le giovanili linee corporee; deve essere proprio una vita ossessionante quella che si conduce sul pianeta Terra, ha pensato l’alieno sempre vigile che è in me. Per non dire poi della pagina pubblicitaria – pagina 250 - incontrata di lì a poco nel mio svogliato, almeno inizialmente, scorrere della rivista. Nell’immagine, due esseri di genere femminile si attendono, si confrontano quasi: l’una, in ginocchio, che protende l’arto sinistro superiore e non anteriore, essendo divenuta, suo malgrado – quella dell’immagine -, nel corso dell’evoluzione, una bipede, proteso l’arto a raccogliere il “dono” che piove quasi giù dal cielo che l’altra, come angelo amorevole e soccorritore, le porge discendendo in volo planato e leggero dall’alto. Ma la pagina pubblicitaria riserva, ad un occhio che sia attento, ancora dell’incredibile, poiché in alto, a sinistra, campeggia uno scritto che sa di biblico: “E infine la luce fu”. L’incantesimo è creato, l’attenzione è stata catturata. Lo scopo primo della pagina è raggiunto. Poiché lo scritto biblico non ha nulla a che fare con la “creazione” della luce né, tanto meno, degli umani; la luce in questione, ho letto nella didascalia stampata a caratteri minutissimi, è “il nuovo sistema di epilazione IPL (omissis) usa la tecnologia a luce pulsata ( Intense Pulsed Light)…”. Straordinario. Prosaicamente detto, tutta una messinscena per eliminare la peluria superflua degli animali maleodoranti che l’evoluzione biologica ha reso “umani”, ma non lo sembra proprio che lo siano divenuti a pieno. "I peli superflui" è la interessante nota di Giacomo Papi rinvenuta su un numero remoto oramai del supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica”. La trascrivo – la nota - di seguito in parte. Un piccolo trattatello sociologico e di costume, una impietosa lente d’ingrandimento sulle vanità umane, senza distinzione di genere alcuno. La forza subliminale e persuasiva dei media. Con tanti saluti a quella che viene definita la “ragione umana”.

lunedì 27 novembre 2017

Quodlibet. 35 «Non c’è una politica corrotta e una società civile sana».



Da “Quel che resta del ventennio” di Barbara Spinelli, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 27 di novembre dell’anno 2013: (…). Nel 1944, non fu un italiano ma un giornalista americano, Herbert Matthews, a dire sulla rivista Mercurio di Alba de Céspedes: «Non l’avete ucciso!» Tutt’altro che morto, il fascismo avrebbe continuato a vivere dentro gli italiani. Non certo nelle forme di ieri ma in tanti modi di pensare, di agire. L’infezione, «nostro mal du siècle», sarebbe durata a lungo: a ciascuno toccava «combatterlo per tutta la vita», dentro di sé. Lo stesso vale per la cosiddetta caduta di Berlusconi È un sollievo sapere che non sarà più decisivo, in Parlamento e nel governo, ma il berlusconismo è sempre lì, e non sarà semplice disabituarsi a una droga che ha cattivato non solo politici e partiti, ma la società. Sylos Labini lo aveva detto, nell’ottobre 2004: «Non c’è un potere politico corrotto e una società civile sana». Fosse stata sana, la società avrebbe resistito subito all’ascesa del capopopolo, che fu invece irresistibile: «Siamo tutti immersi nella corruzione», avvertì Sylos. La servitù volontaria a dominatori stranieri e predatori ce l’abbiamo nel sangue dal Medioevo, anche se riscattata da Risorgimento e Resistenza. La stessa fine della guerra, l’8 settembre’43, fu disastrosamente ambigua: «Tutti a casa », disse Badoglio, ma senza rompere con Hitler, permettendogli di occupare mezza Italia. Tutte le nostre transizioni sono fangose doppiezze. (…). Il ventennio dovrà essere finalmente giudicato: per come è nato, come ha potuto attecchire. Al pari di Mussolini non cadde dal cielo, non creò ma aggravò la crisi italiana. Nel ’94 irruppe per corazzare la cultura di illegalità e corruzione della Dc, di Craxi, della P2, e debellare non già la Prima repubblica ma la rigenerazione (una sorta di Risorgimento, anche se trascurò la dipendenza del Pci dall’oro di Mosca) avviata a Milano da Mani Pulite, e poco prima a Palermo da Falcone e Borsellino. Il berlusconismo resta innanzitutto come dispositivo del presente (…). Ma ancora più fondamentale è l’eredità culturale e politica del ventennio I suoi modi di pensare, d’agire, il mal du siècle che perdura. Senza uno spietato esame di coscienza non cesseranno d’intossicare l’Italia. (…). Altro lascito: la politica non distinta ma separata dalla morale, anzi contrapposta. È un’abitudine mentale ormai, un credo epidemico. Già Leopardi dice che gli italiani sono cinici proprio perché più astuti, smagati, meno romantici dei nordici. Non sono cambiati. Ci si aggrappa a Machiavelli, che disgiunse politica e morale. Ci si serve di lui, per dire che il fine giustifica i mezzi. Ma è un abuso che autorizza i peggiori nostri vizi: i mezzi divengono il fine (il potere per il potere) e lo storcono. Il falso machiavellismo vive a destra, a sinistra, al Quirinale. La questione morale, poco pragmatica, soffre spregio. Berlinguer la pose nel ’77: nel Pd vien chiamata una sua devianza fuorviante.

domenica 26 novembre 2017

Terzapagina. 6 “Sfiducia, tarlo delle democrazie”.



Da “Il vestito buono della politica” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 23 di novembre 2017: (…). In Italia c’è il suffragio universale: vero e falso. Vero, perché il diritto di voto è riconosciuto a tutti; falso, perché solo una minoranza lo esercita. È la differenza tra ciò che è in potenza (il diritto) e ciò che è in atto (l’esercizio del diritto). Il voto è diritto di tutti e molti non lo usano. Così la democrazia, che dovrebbe essere il sistema politico della larga partecipazione, diventa “olicrazia”, il regime in cui il governo è nelle mani di minoranze. Senza che si cambino le leggi, cambia la forma di governo. C’è, innanzitutto, una questione quantitativa. Un tempo, “l’astenuto” era l’eccezione. Nelle prime elezioni repubblicane, nel 1948, i cittadini che andarono al voto furono il 92,23 per cento: cioè, tolti coloro che erano impediti dagli acciacchi, dalla malattia o dall’assenza dall’Italia, tutti. A partire dagli anni ’80, si scese sotto l’80 per cento e si incominciò a riflettere. Oggi possiamo dire che non è l’astenuto l’eccezione, ma è il votante, soprattutto in certe fasce d’età e in certe categorie sociali. Una volta ci si chiedeva quali fossero le ragioni del non- voto; oggi, quali le ragioni del voto: un vero e proprio ribaltamento. Il diritto c’è, ma la maggioranza non ne fa uso. Se è vero che l’esercizio dei diritti è ciò che forma l’ossatura morale d’una società (una volta si diceva che bisogna tenere sempre strette le mani sui propri diritti), allora dobbiamo concludere che siamo diventati un popolo straordinariamente malleabile, arrendevole. I politologi si consolano troppo facilmente osservando che l’astensionismo è diffuso dappertutto, talora in misura anche maggiore che in Italia. Parlando solo dell’Europa, le statistiche provano che siamo comunque nella media dei maggiori Paesi dei quali non si potrebbe contestare il carattere democratico (Regno Unito, Francia, Germania, Svizzera, ecc.). Si dice anzi che sarebbe il sintomo di “democrazie mature”, consolidate: ci si fida a tal punto gli uni degli altri che non si considera necessario agire in proprio. In un certo senso, gli astenuti si fanno rappresentare dai votanti.  Il sintomo, tuttavia, è ambiguo. Non dappertutto e sempre esso significa la stessa cosa. Occorrerebbe andare a fondo nelle motivazioni: molta fiducia e molta sfiducia possono produrre lo stesso effetto. La fiducia è il pilastro della democrazia, ma la sfiducia ne è il tarlo. Non c’è bisogno di sondaggi, statistiche, analisi per capire che in Italia siamo di fronte al rinascente fenomeno di massa del rifiuto della politica, e per sapere di quale mescolanza di delusione, frustrazione, rassegnazione, rabbia e disprezzo esso si alimenta. Basta un po’ di ordinarie, quotidiane frequentazioni e conversazioni. C’è, poi anche, una questione qualitativa. Si dice che il nostro tempo è quello del populismo e dell’antipolitica, e il dilagante astensionismo è spesso indicato come un effetto dell’uno e dell’altra. Chissà perché? I populismi, comunque li si concepisca, sono sempre regimi della mobilitazione di massa (mobilitazione, non partecipazione), mentre l’astensione è una smobilitazione. L’anti-politica, poi, è un sentimento attivo che si rivolge “contro”: contro le istituzioni, i politici, lo Stato, e può sfociare in ribellismo e in anarchismo. L’astensionismo, forse, più precisamente potrebbe definirsi non-politica, “impolitica”: cioè l’atteggiamento rassegnato di chi dice “lasciatemi in pace” oppure, drammaticamente, “ho perso ogni speranza” perché non so chi votare, a chi votarmi. C’è poi, invece, il popolo dei votanti, il popolo composto da coloro che sanno chi votare - perché mantengono viva una fedeltà, una speranza e una fiducia - e da coloro che sanno a chi votarsi - perché hanno ricevuto promesse di favori o minacce di ritorsioni. Il voto dei primi è libero; quello dei secondi, è forzato. Coloro che appartengono al mondo di chi sa a chi votarsi di certo non si astengono. Così, tanto maggiore è il loro numero, tanto maggiore è l’incidenza del voto corrotto su quello libero. Se - supponiamo - votano in cento e i voti corrotti sono venti, i venti rappresentano un quinto del totale; se votano in sessanta e i voti corrotti sono sempre venti, i venti rappresentano un terzo del totale. Ciò significa, in breve, che l’astensionismo attribuisce un plusvalore al voto di scambio e, in genere, all’influenza delle varie forme di criminalità organizzata che operano nel nostro Paese. La crescita dell’astensione le favorisce. Si ha un bel dire che, astenendosi, i cittadini reagiscono in quel modo al degrado della politica “lanciando segnali”: nel frattempo, però, non fanno altro che dare maggiore potere a coloro contro i quali vorrebbero dirigere la loro protesta. C’è, infine, la questione politica. Tra gli astenuti, moltissimi sono coloro che dicono: voterei certamente, se solo sapessi per chi. E molti lo dicono con amarezza, perché sanno quanto è costata in lacrime e sangue la conquista del diritto di voto, per ogni spirito democratico il più sacro di tutti. Ma, per non fare vuota retorica (“occorre”, “serve”, “bisogna”), non basta (più) invocare il “dovere civico” di cui parla la Costituzione. Deve riattivarsi il circuito della domanda (degli elettori) e dell’offerta (di chi si candida a essere eletto).

venerdì 24 novembre 2017

Quodlibet. 34 “Il conflitto (sociale) ha bisogno di un pensiero”.



Da “Siamo senza talento, anche per il crimine” di Antonello Caporale, intervista a Giuseppe De Rita pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 24 di novembre dell’anno 2012: “Siamo una società di coriandoli. Linguette di carta che volano ciascuna per suo conto e si disperdono senza mai ritrovarsi. Una società di pesi piuma, senza grandi talenti, senza molti pensieri”.
Addormentati. “Manca il conflitto sociale”.
Purtroppo o per fortuna? “Il conflitto esibisce un pensiero, garantisce una riflessione, muove intelligenze, cambia la società. Il conflitto è benefico”.
Non c’è conflitto, ma c’è violenza. “No, neanche questo è vero. La suggestione è frutto di una rifrazione mediatica, quasi un effetto ottico. Episodi singoli, onde emotive, sprazzi violenti in una società piuttosto vecchia e stanca, che ha corso troppo ed è ancora relativamente agiata”.
(…). “La violenza può essere un effetto collaterale di un conflitto sociale, di una crepa che si manifesta nella società, e di un pensiero organizzato che si contrappone a un altro. Col Sessantotto è nata l’Italia nuova, le piccole aziende, i grandi numeri del sommerso. Quello era un conflitto autentico. La storia patria dell’ultimo cinquantennio è figlia di quel conflitto. Oggi purtroppo non è così. Ignava quando non pigra, non conosce che la solitudine. Questi sono picchi di rabbia, piccole onde isolate”.
Ci sarebbe da rallegrarsene. “Niente affatto. Marcuse illustrava questa nostra età, del cosiddetto tardo capitalismo: moltiplica l’offerta e distrugge il desiderio. Ecco, questa è una società senza desiderio, senza rabbia organizzata né un’idea condivisa di futuro. Siamo soli ma senza solitudini; soli e senza desideri”.
Disperazioni singole. “Ci sono migliaia di precari, ma ciascuno vive la sua difficoltà nel silenzio della sua stanza, della sua casa. Nessuno riconosce come propria la precarietà dell’altro, non la identifica, non avverte relazione né connessione, e la sua difficoltà resta una questione domestica, un dilemma personale, una disgrazia singola. E la rete non collega i sentimenti e per di più azzera le relazioni fisiche. Siamo più vicini eppure molto più lontani l’uno dall’altro”.
Viva il conflitto! “Il conflitto per essere vero ha bisogno di un pensiero, di una riflessione profonda. E il conflitto è benefico, serve alla società perché la ristruttura, fa emergere idee e gambe. Uomini nuovi”.
E tutti questi coltelli in giro? E le botte da orbi per strada? Questi che fenomeni sono? “Magari mi iscriverete fra i beoti ottimisti, ma questi non sono sintomi di un conflitto, piuttosto enzimi di un disagio che la crisi tende a espandere. Non da sottovalutare ma non in grado di farmi dire: l’Italia è divenuta un Paese violento”.
La paura come effetto ottico? “Tipica rifrazione mediatica. Le cosiddette bolle. Si estremizzano e si rendono di massa particolari picchi emotivi”.
I continui disordini di piazza li rubrichiamo come picchi emotivi? “Ricordo quando partecipai alle proteste per Trieste italiana. Botte da orbi per strada, eppure quella fu una ragazzata, non una cosa seria”.

martedì 21 novembre 2017

Quodlibet. 33 “Umanità e crisi dei valori”.



Da “La crisi dei valori? Anche stavolta passerà” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 21 di novembre dell’anno 2015: Nietzsche, nell'annunciare il nichilismo, «l'ospite inquietante» che già abita la nostra casa, così lo definisce: «Manca lo scopo, manca la risposta al perché, tutti i valori si svalutano». Prima di lui Hölderlin, in riferimento ai valori, scriveva in termini poetici: «Che più non son gli dèi fuggiti, né ancor sono i venienti». Dal canto suo Heidegger, nel suo libro su Nietzsche, risolve in questo modo la questione: «I valori non sono, semplicemente valgono», ossia non discendono dal cielo, ma sono semplici coefficienti sociali che ogni comunità fa valere, se si rivelano idonei a ridurre al massimo la conflittualità tra gli uomini. Prima della Rivoluzione francese, per esempio, la società era organizzata secondo valori gerarchici, dopo la rivoluzione ha adottato valori di uguaglianza (almeno formale), cambiando in tal modo l'ordine dei valori. Se questo non accadesse nel corso della storia, noi saremmo ancora all'età dei Babilonesi. Anche se le cose sono sempre andate così, non lo si diceva, perché per dare ai valori un fondamento stabile e assoluto, quindi per meglio farli valere con una maggior forza vincolante, si preferiva ancorarli al volere di Dio. Ancora oggi, per molti uomini di religione, certi valori non sono negoziabili, perché discenderebbero direttamente da Dio, e come tali sarebbero intoccabili. Sennonché, sempre Nietzsche ci avverte che il collasso dei valori dipende dalla morte di Dio, che nel Medioevo, per esempio, era vivo e "faceva mondo", se è vero che la letteratura parlava di inferno, purgatorio paradiso, l'arte era arte sacra e persino la donna era donna angelo. Così, se dovessimo togliere Dio, non capiremmo nulla di quell'epoca. Ma se togliessimo Dio dal nostro tempo, lo capiremmo ancora? Risposta: sì. Non lo capiremmo più se togliessimo la parola "denaro" o la parola "tecnica". E allora il mondo non accadrebbe più come Dio vuole. Ma siccome Dio è sempre stato pensato come il fondamento dei valori, è chiaro che una società che si struttura a prescindere da Dio, non riconosce più valori assoluti, ma solo valori relativi, convenzioni, per ridurre al minimo, come dicevamo prima, i conflitti al suo interno. Ciò non significa che non ci siano più valori, semplicemente essi hanno perso il loro carattere assoluto che aveva in Dio il suo fondamento, e sono stati affidati a dispositivi legislativi che, progressivamente, le società che li adottano hanno psicologicamente interiorizzati. Grazie a questa interiorizzazione, certi valori "valgono". Tali sono i valori della democrazia, dei diritti umani, dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, del diritto alla salute e all'istruzione e via discorrendo. Anche se talvolta di fronte al mercato o al denaro, che oggi sembra diventato il generatore simbolico di tutti i valori, e che spesso mette a tacere tutti quelli che confliggono con il suo accumulo. Quanto alla tecnica, anch'essa ha i suoi valori che si chiamano "efficienza" e "produttività", ma siccome la tecnica non tende a uno scopo, perché mira solo al suo auto-potenziamento, al suo sviluppo afinalizzato (che, come ricordava Pasolini, è altra cosa dal progresso che subordina lo sviluppo al miglioramento delle condizioni umane), resta da vedere fin quando l'egemonia di questi valori potrà continuare a regolare la storia a prescindere dall'indigenza a cui sottopone gran parte dell'umanità. Di questa crisi dei valori tecnici ed economici già si vedono i segnali. E forse saranno proprio i giovani, (…), a cambiare il corso delle cose, perché il futuro è comunque loro. E non credo che si rassegneranno a un'eterna disoccupazione, così come i migranti non si rassegnano alla miseria, alle malattie, alle guerre e alla morte e perciò s'incamminano verso di noi, finendo, per esempio, per promuovere da noi, sia pur tra mille difficoltà e resistenze, il valore dell'accoglienza.

lunedì 20 novembre 2017

Primapagina. 57 “L’enigma di Trump un anno dopo”.



Da “L’enigma di Trump un anno dopo” di Roberto Faenza, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 di novembre 2017: (…). Ci avevano spiegato che gli elettori dell’uomo dal ciuffo color zenzero erano stati in maggioranza bianchi, poveri, blue collar, conservatori e repubblicani. Adesso, invece, l’American National Election Study rivela che almeno due terzi sono elettori di varie classi sociali, benestanti, con un reddito spesso superiore ai 100.000 dollari, molti dei quali provenienti dal Partito democratico, in odio a Hillary Clinton. (…). Trump ha vinto perché ha saputo parlare al ventre del Paese, stanco di un presidente dalla pelle nera, la cui elezione era stata uno choc mai elaborato. Quella parte degli Stati Uniti non poteva digerire un secondo affronto, mandando alla Casa Bianca una donna. Trump è bravo a spargere illusioni: “Sapendo fare perfettamente i miei affari, posso fare lo stesso con i vostri”. Parla come i salesman e in questo somiglia al nostro Silvio Berlusconi. (…). Già l’idea di erigere una muraglia ai confini del Messico per impedire a un fiume di disperati di guadagnare qualche dollaro, sfruttati come sotto lo schiavismo, dimostra le idee dell’uomo della Casa Bianca. Per fortuna la costruzione, lunga 650 miglia, il cui costo è di 40 miliardi di dollari, è rimandata perché non ci sono i soldi. Trump li ha chiesti al presidente messicano, che ha risposto con una risata. Il Trumpworld è un regno che somiglia a Disneyland. Abituato alle porte d’oro massiccio della sua magione di New York, quando Trump jr., 11 anni, è entrato alla Casa Bianca ha chiesto: papà, ma siamo diventati poveri? È questo il mondo in cui si muove il presidente. Lo hanno votato un gran numero di diseredati, senza capire che avrebbe fatto diventare i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Vedi l’annunciato taglio delle tasse dal 35% al 20%, che favorirà soprattutto corporation e i magnati. Dobbiamo però ammettere che l’America di Trump sta correndo verso un benessere insperato. L’economia tira, la disoccupazione è scesa al 4,1%, la più bassa da 17 anni, la Borsa macina ogni settimana plusvalenze, sono stati promessi 25 milioni di nuovi posti di lavoro. Dunque tutto bene? Quando i media pensavano che Trump non ce l’avrebbe fatta gli sparavano contro, adesso che l’economia tira persino il New York Times s’è fatto rispettoso. Chiedo a Wilder Knight, un avvocato di Wall Street che ha lavorato con Trump, ma non l’ha votato, cosa pensa di questa euforia. La sua risposta è netta: il presidente sta promettendo la luna, come la sparata di investire 1.000 miliardi di dollari in infrastrutture. Per farlo dovrà indebitarsi. Trump sta amministrando l’America come uno dei suoi casinò. Un costruttore importante, Michael J. Kosoff, prevede che di questo passo, da qui a tre anni, ci sarà un nuovo crac finanziario, come quello del 2007. Quando pensiamo alla crisi che ancora paghiamo di tasca nostra, pochi ricordano che è iniziata in America con la bolla immobiliare, dunque non per colpa nostra. Solo che gli americani si sono ripresi, noi invece siamo ancora a leccarci le ferite. Betty Lou, una insegnante di high school, mi racconta che il Trumpworld è un Paese dove c’è un riccone che ha pagato 17 milioni di dollari all’asta per il Rolex d’oro di Paul Newman. È il Paese dove in una città come Chicago c’è una sparatoria ogni 2 ore, con oltre 8.000 morti in 6 anni. È il Paese dove puoi comprare per strada un fucile a pompa a 75 dollari, coi risultato che si vedono. È il paese dove in California a spegnere gli incendi assoldano i detenuti e li pagano un dollaro all’ora. È la terra dove negli ultimi 12 mesi sono stati registrati 64.070 decessi di overdose per lo più giovani. Ed è il Paese dove il Ku Klux Kan ora che c’è Trump accorre ai suoi comizi e applaude imbracciando le armi di fronte a centinaia di poliziotti che restano a guardare. Sento il mitico Harry Belafonte, che da poco ha compiuto 90 anni. È figlio di emigrati giamaicani e forse esagera, ma secondo lui “Hitler non è così lontano da casa nostra”. Per Daniel Radcliff, il protagonista di Harry Potter, Trump ricorda Lord Voldemort, il mago della saga dal volto sfigurato. In questi giorni Trump, tornato dalla Cina, gode alla grande vedendo al tappeto i divi di Hollywood, che gli è sempre stata contro, annichiliti dal caso Weinstein. Molti sperano che l’uomo non duri, raggiunto da un impeachment per le sue connessioni elettorali con la Russia. Non so se sperarlo, considerando che al suo posto salirebbe l’attuale vice, Mike Pence, ancora più reazionario, uno che se potesse metterebbe in galera i gay e i medici abortisti. Se le cose si mettessero davvero male, credo che per restare in sella Trump tirerebbe fuori l’asso dalla manica di un bombardamento sulla testa di Kim, il pazzo nordcoreano. Un po’ come fece Bill Clinton quando, nel 1998, due giorni prima della richiesta di dimissioni per aver mentito sulla sua relazione con Monica Lewinsky, si salvò bombardando l’Iraq.

domenica 19 novembre 2017

Primapagina. 56 “M&M ed il famelico CronoSilvio”.



Recita  l’autorevolissima Enciclopedia Treccani che nella mitologia “Crono (gr. Κρόνος) (era) Il più giovane dei Titani della mitologia greca, figlio di Urano (il Cielo) e di Gea (la Terra). Secondo la Teogonia esiodea, C. mutilò il padre che, timoroso di perdere la signoria del mondo, teneva in prigionia i figli; ma poi C. stesso, sposo di Rea, temendo che i figli lo privassero del potere, li divorava appena nati, finché Rea riuscì a porre in salvo il sesto, Zeus, dando a divorare a C. una pietra avvolta in fasce. Zeus, cresciuto, costrinse il padre a rigettare i cinque figli ingoiati (Estia, Demetra, Era, Ades, Posidone), e con loro lottò contro C. e gli altri Titani (Titanomachia) che alla fine furono relegati nel Tartaro. (…).”.

Da “L'immortale B” di Marco Damilano, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 12 di novembre 2017: (…). Matteo (Renzi) debuttò nel 1994, a 19 anni. Non in una sezione di partito, ma su Canale 5, alla “Ruota della fortuna”. Vinse quarantotto milioni di lire in gettoni d’oro e in più un bene inestimabile che stava per diventare l’unico valore in campo: la visibilità, la notorietà. Negli stessi mesi gareggiava sulle reti Mediaset l’altro Matteo (Salvini). A “Doppio Slalom” quando era solo un adolescente, a “Il pranzo è servito” nel 1993, mentre la Lega di Umberto Bossi sventolava il cappio nell’aula di Montecitorio contro i politici corrotti. Matteo e Matteo, Renzi e Salvini, erano ragazzi di venti anni con precoce passione politica che andavano nelle tv del Biscione a giocare davanti alle telecamere mentre il proprietario di Mediaset Berlusconi scendeva in campo con Forza Italia. A rivederli oggi, più che futuri leader Renzi e Salvini, nella tv berlusconiana, appaiono come due giovani entusiasti di esserci, conformisti. Nativi nella nuova era, con i dischi che sono cd, i film che sono videocassette e poi dvd, i libri si sfogliano ma non si leggono e poi ci sarà internet su cui trovare tutto. La cultura è un singolo brano, una singola scena da rivedere mille volte, un frame, una citazione da acchiappare e rilanciare, nel grande mare della Rete. Luigi Di Maio non è mai entrato da concorrente in una rete Mediaset, nel 1993-94 andava alle elementari. Ma di quella cultura, la cultura berlusconiana dell’ultimo quarto di secolo, è il prodotto esemplare. Con le sue incerte nozioni di storia e geografia, il Venezuela di Pinochet, con la sua immagine pettinata, sembra un agente di Publitalia. E non ti sorprenderesti di ritrovarlo in un meeting di Forza Italia. Una cultura post, non anti. Attrezzata dunque a raccogliere l’elettorato berlusconiano lasciato orfano dal suo demiurgo. Per Renzi, in questi anni, ha significato rompere la concertazione con i sindacati, incrociare la polemica con i giudici e con i cosiddetti poteri forti, dichiarare la fine dei cosiddetti corpi intermedi, proporre un modello istituzionale verticalizzato sul capo del governo, predicare e praticare il modello del partito personale, teorizzato anni fa da Mauro Calise, anche se non (ancora) patrimoniale e senza minoranze interne, come è sempre stato Forza Italia. Per Salvini lo spazio libero lasciato da Berlusconi è stato quello della destra diffusa al Nord, dove la Lega è il vero partito di governo e di rappresentanza degli interessi economici delle regioni forti, e del Sud, dove è venuto a mancare un forte riferimento politico dopo la dissoluzione di quello che fu il Movimento sociale e poi Alleanza nazionale. Per il Movimento 5 Stelle, le praterie rimaste libere dalla (provvisoria) scomparsa di Berlusconi sono state quelle dell’anti-politica: l’Italia che fu moderata e che ora invece è rabbiosa contro i politici di professione, il Palazzo romano, ma anche i professori, i giornalisti, una carica anti-istituzionale che trova il suo strumento di sfogo sulla rete. Il guaio, per i pretendenti all’eredità, è che arrivati alla fine della legislatura scoprono che il Caimano è ancora vivo. Ammaccato, certo. Con i consensi che non sono più quelli di una volta: il 16,4 per cento in Sicilia e 315mila voti contro il 26,4 e 593mila voti raccolti dall’allora Pdl guidato da Alfano alle elezioni per il Senato del 2013 e lo strabiliante 46,8 e un milione e 166mila voti del 2008, quando la creatura berlusconiana era al massimo della potenza. In quel caso, nel Pdl erano confluiti anche An e Gianfranco Fini: un altro aspirante alla successione finito spiaggiato e poi triturato dalla macchina di Arcore, (…).

sabato 18 novembre 2017

Primapagina. 55 “Mr. B e le toghe rosse”.



Da “Toghe azzurre”  di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 18 di novembre 2017: (…). …possiamo dire senza tema di smentita (…) che dai giudici, salvo rarissime eccezioni, il Caimano non ha mai avuto nulla da temere (…). Quattro esempi, nella lunga collezione di processi. Guardia di Finanza. Indagato nel ’94 e poi rinviato a giudizio per quattro tangenti pagate (e confessate) da manager Fininvest a ufficiali della Guardia di Finanza per ammorbidire verifiche fiscali a Videotime, Mondadori, Mediolanum e Telepiù fra il 1990 e il ’94. Secondo i pm e il gup, le avevano autorizzate sia Silvio sia Paolo B.. Ma il Tribunale di Milano, oltre ai manager corruttori e ai finanzieri corrotti, condanna soltanto Silvio (2 anni e 9 mesi) e assolve Paolo, che pure era reo confesso (si sarebbe autocalunniato per coprire il fratello). La Corte d’appello conferma l’impianto della prima sentenza, ma concede al Cavaliere le attenuanti generiche, così la prescrizione si dimezza e falcidia le tre tangenti più antiche. La sentenza però afferma che B. era colpevole per tutte e tre. Resta quella per Telepiù, ma i giudici non la ritengono sufficientemente provata e lo assolvono col comma 2 dell’art. 530 Cpp (la vecchia insufficienza di prove). Poi, già che si sono, tornano a ipotizzare che sia responsabile anche Paolo (ormai fuori pericolo). Uno splendido assist che nel 2001 consente alla Cassazione l’autogol perfetto: conferma tutte le condanne fuorché per B., che dalla prescrizione sulle prime tre tangenti passa all’assoluzione per insufficienza di prove (il solito comma 2 del 530), perché il via libera alle mazzette potrebbe averlo dato lui, ma pure Paolo. Che però, già assolto, non può essere riprocessato. Così B. può pure andare in giro a fare la vittima delle toghe rosse. Lodo Mondadori. Nel 1997 B. è indagato con gli avvocati Previti, Acampora, Pacifico e col giudice Vittorio Metta per averlo comprato in cambio della sentenza del ’90 che annullava il lodo Mondadori e regalava la casa editrice a Fininvest. Ma nel 2000 il gup proscioglie tutti col solito comma 2 dell’art. 530. La Procura ricorre alla Corte d’appello. Che nel 2001 le dà ragione e torto al gup, rinviando a giudizio tutti gli imputati tranne B., appena tornato a Palazzo Chigi: lui si salva per prescrizione. Motivo: lui – diversamente dai coimputati – non risponde di corruzione giudiziaria, ma semplice, per un buco legislativo che all’epoca ne faceva “solo” un “privato corruttore”. E come tale, a differenza degli altri, merita le attenuanti generiche che dimezzano la prescrizione. Per tre motivi. 1) A Roma c’era un “evidente un sistema di mercimonio delle pronunce giudiziarie”. Il “così fan tutti”, anziché un’aggravante, diventa un attenuante. 2) B., dopo aver scippato la Mondadori a De Benedetti, fece un “accordo con l’attuale parte offesa” (l’Ingegnere) per restituirgliene un pezzo (Repubblica e l’Espresso). Che è come premiare il ladro d’auto che, una volta rubata una macchina, gentilmente restituisce al derubato il volante e un sedile. 3) “Per le attuali condizioni di vita individuale e sociale il cui oggettivo rilievo di per sé giustifica l’applicazione” delle attenuanti. Il presidente del Consiglio merita un trattamento particolare. “Di per sé”. La Cassazione confermerà poi con qualche ritocco l’incredibile sentenza, condannando Previti, Pacifico, Acampora e Metta per corruzione giudiziaria. Ma non B.: lui è speciale. Di per sé.

venerdì 17 novembre 2017

Lalinguabatte. 43 “Ius soli? No! Ius culturae, sì”.



Era noto da tempo quanto la “casta” della politica fosse succube di quella autorità che alberga al di là del Tevere. Per un tornaconto elettorale becero ha trattenuto, quella “casta”, un intero paese nelle condizioni di sudditanza rispetto ad un potere altro, ritardandone lo sviluppo nei costumi e nelle coscienze sempre più ammorbate da scelte, dell’imbelle legislatore, che sono state lontane dai tempi e dalla sensibilità diffusa. Ora, con la comparsa di un legislatore nuovo ed inatteso – il vescovo di Roma a nome Francesco - anche la “casta” sente l’odore del nuovo che avanza e cerca opportunisticamente di cogliere al volo l’occasione per quelle scelte legislative che per la pavidità sua sono rimaste rinserrate nei cassetti dei palazzi che contano. È bastato che quel vescovo, nell’esercizio del suo mandato, pronunciasse frasi del tipo “non è eutanasia lo stop a cure inutili” – frase attribuitagli e riportata nei titoli del quotidiano la Repubblica - che la “casta” si risvegliasse di colpo dal colpevole sonno e dall’incoscienza per additare ad una data vicina l’approvazione della tanto attesa legge sul “biotestamento” e, così come per una rincorsa contro il tempo tiranno, l’approvazione anche dell’altra tanto attesa legge civile ed umana che è lo “ius soli”. Eppure non sono mancati i pronunciamenti d’oltre Tevere per offrire all’imbelle “casta” l’opportunità – allorquando ce ne fosse stato bisogno – di procedere a quell’adeguamento della nostra legislazione in fatto di morte e diritti dei vivi tutti, di qualsivoglia etnia e colore della pelle purché abitatori del bel paese. Sosteneva Pio XII – al secolo Papa Pacelli Roma, 2 marzo 1876/9 ottobre 1958 – che “non c’è obbligo di impiegare tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e, in casi ben determinati, è lecito astenersene”. E Paolo VI – al secolo Papa Montini, 26 settembre 1897/Castel Gandolfo, 6 agosto 1978 – sosteneva: “Pur escludendosi l’eutanasia, ciò non significa obbligare il medico a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre la scienza”. E così Giovanni Paolo II – al secolo Papa Wojtyla, 18 maggio 1920/Città del Vaticano, 2 aprile 2005 -: “Si può in coscienza rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita”. Financo un papa “tradizionalista” quale è stato Benedetto XVI – al secolo papa Ratzinger; Marktl, 16 aprile 1927, dimissionario percependo l’inadeguatezza sua rispetto alle problematiche di un mondo globalizzato - ha avuto l’ispirazione di sostenere che “la ricerca medica si trova talora di fronte a scelte difficili, ma serve un giusto equilibrio tra insistenza e desistenza”. Ma per l’imbelle “casta” il tornaconto elettorale, anche conoscendo tali “magistrali” pronunciamenti, ha prevalso su ogni altro aspetto sbattendo le porte a quella parte di società civile che insistentemente la richiamava al suo dovere di legislatore nell’interesse della generalità dei cittadini e non solamente nel rispetto degli indirizzi di una parte dottrinalmente orientata. Cosicché all’indomani del solenne pronunciamento del legislatore d’oltre Tevere è stato tutto un coro ed un susseguirsi di intenzioni – ripensamenti - affinché quelle due leggi escano finalmente dal limbo nel quale l’ignavia della “casta” le aveva relegate. Ma è stata proprio quella ignavia della “casta” con i suoi colpevoli, opportunistici ripensamenti a fini elettorali e di potere e con la rinuncia a qualsivoglia “pedagogia della politica” che ha fatto attecchire e maturare nella società civile tutto un “ius culturae” che fa da robusto argine, se non da grande e serio ostacolo, al progredire di un più diffusamente sentire per una coscienza civica e civile più alta e sentita. Ne ha scritto sempre magistralmente Umberto Galimberti sull’ultimo numero del settimanale “D” dell’11 di novembre – “Lo ius culturae nasconde troppi equivoci  e spaventose rimozioni” – che in parte trascrivo:

giovedì 16 novembre 2017

Terzapagina. 5 “Il welfare in crisi d’identità”.



Da “Il welfare in crisi d’identità” di Andrea Boitani, pubblicato sul settimanale “A&F” del 9 di ottobre 2017: Le voci relative alla crisi del Welfare State risalgono almeno alla fine degli anni ’70. In quegli anni si cominciò a notare che il welfare state stava diventando un peso enorme per la finanza pubblica dei paesi occidentali e che la presenza del welfare state fiaccava lo spirito imprenditoriale e incentivava i comportamenti opportunisti dei cittadini. In una parola, il welfare state indeboliva le potenzialità di crescita delle nazioni. Dopo quarant’anni si continua a parlare di crisi e di necessità di riforma e ridimensionamento del welfare state. Per molti il fulgido esempio è ancora quello di Margaret Thatcher. Ma siamo in presenza di crisi strutturale o di dolori legati alla crescita? E se di crisi si deve parlare essa sta nella concezione stessa del welfare state o nel modo in cui esso si è nel tempo realizzato? Il welfare state dovrebbe essere ridimensionato e riservato compassionevolmente ai “poveri” come suggerito dal Libro Bianco dell’ex ministro Sacconi? Oppure dovrebbe mantenere il suo carattere universalistico, ma accentuando gli intenti redistributivi, come sembrano raccomandare alcuni studiosi con propensioni di sinistra? (…). Il welfare è nato e si è progressivamente affermato per spostare alcuni i rischi (dalla disoccupazione alla salute, dagli infortuni sul lavoro alla vecchiaia) dalle spalle dei cittadini e delle imprese a quelle più larghe dello stato, cioè della collettività nazionale in modo indipendente dal reddito di ciascuno. Lo stato ha scaricato i rischi dai soggetti economici e lo ha ripartito tra il massimo numero di persone possibile, riducendo quindi il costo di assicurarlo. Ha consentito così al mercato di divenire più efficiente e di sprigionare più energie. L’esperienza storica degli anni ’50 e ’60 sembra dimostrarlo: il periodo di più straordinaria crescita economica dei paesi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti ha coinciso con la progressiva estensione del ruolo dello stato come “manager dei rischi”: i mercati erano abbastanza flessibili ma la rete di protezione dai rischi via via più estesa e più solida. L’opposto della ricetta neo-liberista degli ultimi trent’anni, consistente in mercati più flessibili insieme a meno protezione dai rischi. Naturalmente, qualsiasi sistema di assicurazione ha insita una proprietà redistributiva. Che non si configura però come togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno. Così si convogliano le risorse raccolte da tutti per dare a coloro che il caso o la storia personale e collettiva hanno reso bisognosi. Un tipo di redistribuzione su cui tutti sono d’accordo perché sanno di avere qualche probabilità di trovarsi tra quelli che avranno bisogno (tutti possiamo ammalarci e tutti possiamo perdere il nostro lavoro o divenire inabili al lavoro e tutti, a un certo punto, diventeremo vecchi). Il welfare state può essere anche più redistributivo di così, se per esempio i contributi per ciascun programma sono proporzionali al reddito e le prestazioni sono proporzionali al bisogno (sanità) o hanno un tetto indipendente dai contributi versati (pensioni, sussidi di disoccupazione). Però spingere troppo oltre questo specifico carattere redistributivo del welfare state può metterlo in crisi. Le tentazioni di opting out dal servizio sanitario nazionale da parte dei redditi più elevati, per esempio, crescono tanto più ampio è il divario tra contributi e valore delle prestazioni. Ma l’opting out dei più ricchi sarebbe esiziale per la sopravvivenza stessa del sistema ripartizione dei rischi e di mutualità su cui il welfare state poggia. Così come sarebbe dannosa, all’opposto, la privatizzazione del sistema sanitario (cui vorrebbe tornare il presidente Trump), che – con le informazioni oggi disponibili in campo genetico – permetterebbe di segmentare i rischi in modo molto fine, rendendo insopportabilmente costose le polizze assicurative di chi risultasse geneticamente predisposto a gravi malattie. I più bisognosi di assicurazione potrebbero permettersi una polizza solo se molto facoltosi. I difetti e le incrostazioni del welfare state si vedono in molti paesi. Di riforma c’è bisogno. Ma non per ridimensionare il welfare, quanto per riportarlo ai suoi fini originari, laddove se ne è allontanato, e possibilmente per allargare la platea dei soggetti coinvolti (ancora una volta, si ripartiscono meglio i rischi), passando progressivamente da un welfare nazionale a un welfare europeo.