"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 31 maggio 2017

Paginatre. 88 “Il populismo del risentimento”.



Da “Quando il risentimento diventa populismo” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 10 di aprile 2017: (…). …è la nuova figura politica universale che attraversa l'Occidente dall'America all'Europa, il risentimento che ovunque si mette in proprio, la rabbia sociale che dappertutto si fa politica, l'outsider che infine prende il potere: o forse no, ma a lui basta aver scalciato l'establishment, buttandolo giù dal trono. Il risentimento è appagato: per il resto, si vedrà. Poiché non abbiamo un nome nuovo, per descrivere quest'ultima creatura della mondializzazione usiamo vecchie categorie che hanno contrassegnato fenomeni antichi, antipolitica, contropolitica, ribellismo, populismo. Ma invece quel che accade è figlio legittimo della postmodernità, anzi del suo Big Bang finale tra la società aperta come mai avevamo conosciuto e la crisi più lunga del secolo. Ad una ad una, come dopo i terremoti, cadono le vecchie case della politica novecentesca - i partiti - si spalancano i grandi contenitori culturali di tradizioni e di valori, come destra e sinistra, ripiegano e si confondono le stratificazioni sociali che davano identità collettiva, coscienza di classe, appartenenza, con un disegno di società che concedeva una dinamica interna e contemplava il conflitto. Tra le macerie, cammina lui: il forgotten man, scartato nella crescita, ferito con la crisi, deluso dalla rappresentanza. Poiché ciò che è accaduto nell'ultimo decennio ha fiaccato le istituzioni, ha reso impotenti i governi, ha allontanato gli organismi internazionali e ha finito addirittura per indebolire la democrazia, il forgotten scopre che nell'improvvisa fragilità del sistema la sua rabbia può diventare un surrogato della politica, potente. Non riesce a proporre soluzioni, a disegnare progetti e a farsi governo. Ma basta per presentare a chiunque il saldo di tutto ciò che non va, per chiedere conto di un mondo fuori controllo, per dare una colpa universale alla classe generale che ha esercitato il comando fino ad oggi, chiudendosi in se stessa per tutelarsi autoriproducendosi. Il risentimento non è in grado di fare una rivoluzione, creando una nuova classe dirigente. Ma è capace di realizzare la delegittimazione di un potere debole svuotandolo, per poi affidare l'energia degli istinti a chi vuole rappresentarla incarnandola in una performance elettorale. Gli istinti naturalmente non governano: ma questo è un problema di domani, intanto oggi si scalcia. Che cos'è tutto questo? Marco Revelli, (…), lo chiama "Populismo 2.0" (…), dando una declinazione modernissima a una storia ricorrente, ogni volta che un leader cerca il cortocircuito del rapporto diretto con i cittadini esaltati a popolo mentre vengono ridotti a folla. Ma se un tempo si presentava come malattia infantile del meccanismo democratico nascente, una specie di ribellione degli esclusi, oggi il populismo testimonia invece la patologia senile di una democrazia estenuata e svuotata da processi oligarchici, e diventa una rivolta degli inclusi, che avvertono la vacuità di questa inclusione inconcludente. Il populismo dunque ritorna come sintomo di un indebolimento dell'organismo democratico, una febbre della rappresentanza malata. Abbiamo detto che il fenomeno è ricorrente. Ma oggi per Revelli siamo davanti a un populismo di terza generazione dopo l'esperienza russa dell'Ottocento, il qualunquismo italiano del dopoguerra: alla crisi della democrazia si unisce una crisi sociale che declassa il ceto medio, atomizza l'universo del lavoro, inverte l'ascensore sociale. Il risultato è una rottura non tanto nel linguaggio politico - come si dice di fronte al politicamente scorretto - ma nel codice di sistema fin qui riconosciuto da maggioranze e opposizioni, con la parlamentarizzazione del consenso. Il parlamento viene anzi contrapposto alla piazza, le istituzioni vengono denunciate come la cattiva politica che le deforma, come se il contenitore fosse responsabile del contenuto e la regola dovesse dividere la colpa con chi la viola, per accrescere la feroce gioia del rogo iconoclasta che brucia senza distinguere. Una rivolta della plebe, l'"oclocrazia" evocata da Polibio "quando il popolo ambisce alla vendetta"? Ma la massa oggi in movimento, avverte Revelli, è stata a lungo un anello forte del sistema, fattore di consenso e stabilità, altro che plebe.

martedì 30 maggio 2017

Primapagina. 41 “Renzi e B. trattano protetti dal pensiero unico”.



Da “Renzi e B. trattano per il governo protetti dal pensiero unico”, intervista di Silvia Truzzi al professor Paul Ginsborg pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 29 di maggio 2017: Se gli domandi di quest’ennesima ritrovata giovinezza di Berlusconi, ti risponde: “Questo ritorno al passato mi fa impressione. Anche molta rabbia. La stampa italiana non ha imparato la lezione, purtroppo. E nemmeno la borghesia, che si è omologata. L’unica posizione che ha cittadinanza ormai è quella neoliberista”.
(…). Professore, ci sarà di nuovo un governo di larghe intese con Pd e Forza Italia con i Cinque stelle all’opposizione? «Sì, credo sia più che possibile. Non dimentichiamoci che Berlusconi non ha mai fatto mistero di considerare Renzi il suo figlio politico. E ricordiamo anche la visita pastorale di Renzi ad Arcore: allora tutti lo criticarono, ma lui come sempre tirò dritto per la sua strada. Mi colpisce molto che non esistano in circolazione foto dei due insieme. E dire che il segretario del Pd è sempre pronto ad abbracciare tutti. Questa “clandestinità” mi fa pensare che stiano già trattando alleanze di governo. Il leader della sinistra non mette insieme il ceto medio, cerca di separarlo. Ed è molto grave».
Perché? «Il ceto medio in Italia è stato trattato come carne da macello dalla politica, usato e abbandonato. Oggi rappresenta una parte di società arrabbiata, per via della disoccupazione e dell’impoverimento. A queste persone nessuno sa dare risposte, nemmeno i Cinque Stelle. Non credo che potranno farlo neanche D’Alema e Pisapia. Il ceto medio è stato indebolito, e non solo economicamente. Intendo anche da un punto di vista culturale, sociale e politico. I partiti hanno usato alcune rivendicazioni e alcuni movimenti finché ha fatto loro comodo. Ricordo che Fassino si presentò alla manifestazione dei girotondi, dove i partiti non erano invitati, e si mise a firmare autografi. Oggi quando D’Alema cita “i comitati del No al referendum di Zagrebelsky” fa la stessa cosa: un’operazione opportunista e senza contenuti. Invece di riconoscere che esiste una società civile che va incoraggiata a crescere, cerca di risucchiarla. È un grande segno di miopia».
Come potrà un elettore del Pd che per lustri ha fatto la guerra a Berlusconi votare il suo partito sapendo che probabilmente si alleerà proprio con Berlusconi? «Io vivo in Toscana e vedo quotidianamente quanta accondiscendenza c’è verso il leader, verso tutto ciò che viene dall’alto. Lo spirito critico difetta. Ma non stupiamoci, è un atteggiamento che viene da lontano: “Compagni, è cambiata la linea!”, il caro vecchio centralismo democratico. Penso che ci siano elementi di ubbidienza cieca, passati dai padri ai figli».
Perché gli intellettuali tacciono? «Dirò una cosa antipatica: in tanti settori – della cultura, alla giustizia e alle professioni – tutto passa attraverso il potere. Se il Pd esercita un dominio vasto, si aspetta e ottiene fedeltà. In Inghilterra le risorse che la politica può distribuire sono molto meno».
Tutti tengono famiglia? «L’altra sera ho detto a mio figlio maggiore: “Ben, ho sbagliato tutto. Avrei dovuto essere un padre ‘clientelare’, utilizzare i miei contatti per sistemare i miei figli”. E lui mi ha detto: “E’ vero, babbo. Così se Bossi aveva il Trota, io potevo essere il tuo Merluzzo”. Scherzi a parte, credo che la situazione sia tristemente e banalmente questa: la maggioranza teme di inimicarsi chi ha – o anche potrebbe avere – il potere».

martedì 23 maggio 2017

Primapagina. 40 “Parole&politica a prescindere”.



Da “Saldi di fine stagione” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 23 di maggio 2017: (…). 1. “Sono assolutamente serena”. È una premessa fissa, la clausola di stile di ogni inquisito che si rispetti. Dire “sono assolutamente innocente” non si usa più da un pezzo: troppo compromettente. Meglio “sereno”, più flessibile e aperto a ogni esito processuale. E poi mettiamoci nei suoi panni: una che stava con Schifani e ora sta con Alfano con l’aggettivo “innocente” rischia sempre di offendere qualcuno. E prima o poi potrebbero chiedergliene conto: come sarebbe a dire “innocente”? Vuoi sottintendere che noi non lo siamo? Del resto, se una è innocente, non si vede perché si iscriva a FI, poi a Ncd, poi ad Api: che sia un’infiltrata? Si fa presto ad attirare le peggiori maldicenze, tipo il sospetto di concorso esterno in onestà. Lo dice pure Cetto La Qualunque al figlio: “Non mettere il casco in moto, sennò ti prendono per ricchione”. 2. “Io non ho agito nell’interesse di una persona, ma di un’intera categoria”. Già. Peccato che poi un armatore le abbia fatto il regalino e gli altri no. E le leggi andrebbero approvate gratis: altrimenti è corruzione. Almeno per il Codice penale. Invece il Parlamento suole coprire con l’immunità i politici che si vendono le leggi, in nome dell’insindacabilità per i “voti espressi”. Anche quando sono a pagamento. Quindi ci sono buone speranze che il Senato neghi ai pm l’autorizzazione a usare le intercettazioni della Vicari che ringrazia Morace per il gentile pensiero. Tipico caso di giustizia a orologeria, marca Rolex. 3. “Ho letto che sarei accusata di corruzione. Ma di che parliamo? Quell’orologio riguarda rapporti con le persone che uno ha a prescindere. Dalle intercettazioni si capisce benissimo si tratta di un regalo di Natale”. In effetti chi di noi non ha un armatore che, a ogni Natale, gli regala un Rolex a prescindere? Chi è senza Rolex di Morace scagli la prima pietra. 4. “Poi sì, io l’ho chiamato per ringraziare. Ma se lo avessi fatto per corruzione, secondo lei avrei ringraziato?”. Ecco, noi dobbiamo confessare una certa ignoranza sul galateo della corruzione: pensavamo che, alla consegna della mazzetta o del Rolex, fosse buon uso o buona educazione ringraziare. Invece la Vicari, che deve avere una certa esperienza in materia, ci spiega che in caso di corruzione è severamente sconsigliato ringraziare. A costo di passare per maleducati, si incassa in silenzio. I tangentisti alle prime armi prendano buona nota: mai dire grazie, altrimenti è corruzione. È un modo per sfoltire il sovraccarico di procure e tribunali: se il corrotto non ringrazia il corruttore, è inutile aprire un’inchiesta, perché quella non si chiama corruzione, ma regalo di Natale. Anche fuori stagione. 5. “Morace ha risparmiato 7 milioni di tasse… Ecco, non le pare che rispetto a questo il valore del Rolex fosse un po’ sproporzionato? Un po’ poco, intendo”. In effetti ultimamente i corruttori hanno il braccino un po’ corto (e figurarsi l’umiliazione della Vicari nell’apprendere che, per il suo Rolex, Morace aveva chiesto “un modello economico” e “col massimo sconto”). Anche perché ormai i politici sono in saldo: vengono via per un tozzo di pane.

lunedì 22 maggio 2017

Primapagina. 39 “Banca Etruria”.



Da “Banca Etruria, la scintilla della crisi” di Andrea Greco, sul settimanale “A&F” del 15 di maggio 2017: (…). Perché finisce nei guai. La crisi di Banca Etruria è stata una sorpresa solo per chi guardava altrove, o non voleva vedere. L'istituto era arroccato e protetto tra le mura e il campanile di uno storico feudo Dc dai tempi di Amintore Fanfani (il nipote Giuseppe è stato sindaco con il Pd fino al dicembre 2014). Ma la "banca dell'oro", 186 sportelli, 1.800 dipendenti e una dozzina di miliardi di attivi, era al disopra delle fazioni politiche, in un sommo intreccio di poteri cattolico-agricoli e laico-massonici per un trentennio governati dal presidente massone Elio Faralli, che lasciò nel 2012 a 87 anni. Sotto il suo regno la crescita per acquisizioni aveva ingigantito anche i crediti, specie quelli ad amici e colleghi amministratori: al momento della risoluzione 13 ex amministratori e 5 ex sindaci dell'istituto erano affidati per 185 milioni, che si erano accordati senza lesinare, originando 198 posizioni di fido finite tra le sofferenze e gli incagli. I problemi del credito, già notevoli dal 2010, erano nelle cure di Emanuele Boschi, fratello di Maria Elena assunto in banca a fine 2007 come analista e salito tra i dirigenti fino al marzo 2015, quando uscì poco prima del dissesto. Insieme agli insider, i principali beneficiari dell'eccesso di generosità di Banca Etruria sono stati il gruppo Sacci, storica azienda cementiera esposta per 70 milioni; l'Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone (60 milioni); il cantiere Privilege Yard, che doveva costruire un panfilo da 127 metri, tra i più lussuosi al mondo e di cui fu costruito solo il modellino; realizzazioni e bonifiche del gruppo Uno a erre (10,6 milioni); immobiliare Cardinal Grimaldi (11,8 milioni). Ispezioni, crisi e governo. La situazione inizia a scappare di mano dall'inizio del 2012: Banca Etruria licenzia l'agenzia Fitch, che le ha assegnato un merito di credito BB+ ("spazzatura") proprio per le sofferenze "a un livello doppio rispetto alla media del sistema". Anche la Banca d'Italia, da mesi in pressing, si fa sotto: a fine 2012 chiede al management, dopo un'altra ispezione, "adeguate misure correttive per sanare la gestione" e di "integrarsi in un gruppo più solido". Il bilancio 2012 porta i segni dell'emergenza, con crediti svalutati per oltre un miliardo. Gli organi sociali cercano rimedi (benché la vigilanza poi li sanzionerà anche per la loro "sostanziale inerzia"). A metà 2013 Etruria aumenta il capitale per 100 milioni, ed emette con il beneplacito della Consob bond subordinati per 120, rifilati alla clientela minuta; una fetta dei 275 milioni che due anni dopo saranno azzerati dal bail in. Il governo Renzi, che ad Arezzo è di casa, inizia ad affannarsi per la mina Etruria, con cauti sondaggi istituzionali. Come risulta da diverse ricostruzioni e fonti, i problemi dell'Etruria, che è banca popolare, sono anche uno degli sproni perché Renzi acceleri nel progetto di riforma del credito cooperativo, che viaggia in parallelo e passerà per decreto nel gennaio 2015: ma la moral suasion aveva indotto Etruria a portarsi avanti, trasformandosi in spa sei mesi prima. Togliere di mezzo il principio "una testa, un voto" avrebbe facilitato la vendita dell'istituto, ormai necessaria. E proprio tramite ambienti del governo s'era cercato un abboccamento tra Arezzo e il fondo del Qatar, poi chiamato in causa due anni dopo per investire nel Monte dei Paschi (sempre invano). Tentativi disperati di fusione. Nel 2014 la situazione patrimoniale degenera: Bankitalia forza al cambio dei vertici e di metà del cda Etruria (è il passaggio in cui Lorenzo Rosi diventa presidente e Pier Luigi Boschi suo vice, senza deleghe). Mediobanca e il legale Paolo Gualtieri sono nominati dei consulenti per trovare compratori. La banca d'affari si occupa solo dei rapporti con tre fondi stranieri: si parla degli israeliani Hapoalim e Bank Leumi, ma nulla si muove. Più concreto il dialogo con Bper, altra popolare in storici rapporti con Arezzo, e con la popolare di Vicenza. Solo la vicentina entra nella "data room", che presuppone lo scambio di informazioni confidenziali.

domenica 21 maggio 2017

Scriptamanent. 99 “Il popolo non spiega, decide”.



Da “Il popolo non spiega, decide. Ma c’è la legge” di Bruno Tinti, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 21 di maggio dell’anno 2015: (…). Il primo esempio conosciuto di giudici popolari risale al 30 d.c. (ma forse al 33), quando il popolo decise di liberare Barabba e mandare a morte Gesù. Non si sa perché i cittadini di Gerusalemme emisero questa sentenza, il popolo non spiega le sue decisioni. Poi arrivarono i Romani e il loro monumentale contributo alla vita civile: la legge – un insieme di regole che ogni cittadino doveva rispettare –, il processo – un rito per accertare se la legge era stata violata –, e la sentenza – dove si spiegava perché il giudice aveva deciso ciò che aveva deciso. Non tutti adottarono questo sistema. I Paesi anglosassoni preferirono quello utilizzato per mandare a morte Gesù. L’idea era che un cittadino doveva essere giudicato da altri cittadini. Naturalmente un processo del genere non è un giudizio tecnico, assomiglia a quello che ognuno di noi esprime sui fatti giudiziari di cui viene a conoscenza: un’opinione, più o meno meditata. E, naturalmente, non è prevista una sentenza ma solo un “verdetto”: colpevole-innocente, torto-ragione, risarcimento danni sì-no, se sì x milioni. Non si deve spiegare, proprio come avvenne quando si decise di mandare a morte Gesù: il popolo non spiega, decide. Il controllo popolare sulla correttezza delle decisioni giudiziarie avviene dunque in modi diversi. Affidandosi alla saggezza del popolo (impersonato dalla giuria) nei sistemi di Common Law; e attraverso la motivazione delle sentenze nei sistemi derivati dal diritto romano. In questo secondo sistema i controlli sono ripetuti più volte perché ci sono almeno tre gradi di giudizio e ognuno termina con una sentenza che, di nuovo, spiega il perché della decisione. Nei sistemi di Common Law non esiste l’Appello e il giudizio davanti alla Corte Suprema è solo eventuale. Il risultato di queste differenze è evidente: tutti possono sapere per quali motivi Amanda Knox è stata assolta; nessuno sa perché O. J. Simpson è stato assolto o perché Mike Tyson è stato condannato. Nonostante evidenti incongruenze, molti sistemi di origine romana hanno ceduto alla seduzione di una giustizia “amministrata dal popolo”; e però, non fidandosi di 6 o 12 cittadini di quasi certa ignoranza giuridica e di possibile mancanza di cultura e di buon senso, hanno optato per un sistema misto, il cosiddetto scabinato. Uno o più giudici professionisti e un certo numero di giudici popolari, tutti insieme a decidere; ai giudici professionisti l’obbligo di scrivere la sentenza. Il sistema in realtà è pessimo: i giudici popolari non sono in grado di gestire i problemi di diritto che i processi presentano e sono spesso tentati di sovrapporre alle regole giuridiche la loro opinione quanto alla sussistenza del fatto e dunque alla colpevolezza o meno dell’imputato. Ne deriva una inevitabile subordinazione dei giudici popolari ai giudici professionisti, talvolta l’emarginazione di una minoranza che non vuole sentire ragioni, raramente la prevalenza di una decisione non condivisa dai giudici togati (che poi però devono scrivere la sentenza). Il sistema non cambierà. Anzi, la convinzione sempre più diffusa che le sentenze debbano rispondere a principi di carattere etico, politico o economico e non semplicemente al diritto, presumibilmente porterà a riforme sempre più sbilanciate verso il giudizio sommario, il consenso popolare, perfino l’ordalia. Ha camminato sui carboni ardenti, quindi è innocente sarà la prova decisiva.

sabato 20 maggio 2017

Scriptamanent. 98 “Finché i nemici sono questi magistrati”.



Da “Finché i nemici sono questi magistrati caro Renzi, non mi preoccuperei troppo” di Enrico Deaglio, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 20 di maggio dell’anno 2016: Nella commedia politica italiana, spesso alla ricerca di Salvatori, dopo i comici, gli industriali, i teppisti, oggi - maggio 2016 - il palcoscenico è dei magistrati. I magistrati italiani si sono autodefiniti la «morale superiore», lo «spirito della Costituzione» e ci tengono molto a farlo sapere. Ha cominciato Piercamillo Davigo, che 24 anni fa fu un pm della famosa Mani Pulite, quella - parole sue - che doveva «rovesciare l`Italia come un calzino»; quella che - sempre parole sue -  scoprì la «madre di tutte le tangenti», ma curiosamente non si accorse delle straordinarie attività criminali di Silvio Berlusconi, che pure aveva sotto casa. Il nuovo capo dell`Associazione nazionale magistrati, dichiaratamente di destra, è stato eletto coi voti dei magistrati di sinistra e ha immediatamente attaccato il primo ministro Renzi. Attento!, gli ha detto, ti curo! Io lo so bene, «la politica» è il centro della corruzione. E la stanerò, intercettando i vostri respiri e addirittura mandano agenti provocatori nelle sedi di partito. Forte, Davigo. Diventerà un politico anche lui, come il suo vecchio collega Antonio Di Pietro? Speriamo di no; la biografia dell`eroe del Molise purtroppo grottesca - dovrebbe farlo riflettere. Non sembra che la lezione sia stata imparata da un altro pm, Luigi De Magistris, diventato sindaco di Napoli sull`onda delle sue «coraggiose inchieste» sulla corruzione politica. Furono decisamente poca (e oscura) cosa, ma l`uomo è diventato un personaggio carismatico e ora, in un pubblico comizio, ha scandito: «Reni, ti devi cacare sotto! Càcati sotto, Renzi!». Probabile che venga rieletto. Non poteva mancare la voce della potente magistratura siciliana. Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, uno degli ultimi della «stagione d`oro» (è stato il pm che, pur avendo in mano il testimone del bacio Andreotti-Riina, riuscì a perdere il processo del secolo, mentre il depistaggio sulla morte di Borsellino va avanti da sé), ha fatto sentire alta la voce contro la politica renziana che «organizza la reingegnerizzazione oligarchica del potere liberista e globali sta a danno del sovranismo». Parole così forti, da far apparire ragionevoli i tempi di Antonio Ingroia, che si era limitato a proporsi come leader politico nazionale a capo di «Rivoluzione Civile». Erano tempi, peraltro, in cui esisteva ancora l`Antimafia. Vabbè, però i magistrati parlano con le sentenze, scolpite nel marmo. Scolpireste questa? Nei rivoli dell`ormai decennale processo kolossal sulle malefatte sessuali dell`ex premier (da cui, peraltro, lo stesso è stato assolto), il tribunale di Bari ha condannato gli imputati perché fornivano a Berlusconi «donne che acconsentivano a soddisfarne anche le più perverse pulsioni erotiche addirittura attraverso la consumazione di rapporti saffici». Ahi, ahi. Come si consumano i rapporti saffici? Conclusione. Se fossi Renzi… Se questi sono i nemici - per adesso, almeno - non mi cacherei sotto.

mercoledì 17 maggio 2017

Paginatre. 87 “La fine del secolo americano”.




Da “La fine del secolo americano” di Pankaj Mishra, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 16 di maggio 2017: (…). La storia globale degli ideali americani post-1945 non è stata ancora scritta, né esiste un’analisi sociologica esauriente che abbia per oggetto gli intellettuali americani e americanofili. Stiamo solo emergendo, storditi, dai decenni frenetici post-guerra fredda in cui, come scrive Don DeLillo, «la spettacolare ascesa del Dow Jones e la velocità di internet sono stati di invito per tutti a vivere permanentemente nel futuro, nello splendore utopico del capitale cibernetico ». È chiaro da tempo però che l’americanizzazione del mondo, iniziata negli anni Quaranta con progetti di modernizzazione nazionale e accelerata nella nostra epoca puntando a livello globale sui mercati non regolati, ha rappresentato l’esperimento ideologico più ambizioso mai intrapreso nell’era moderna. Si fondava sul presupposto che la popolazione del resto del mondo dovesse adottare la ricetta di progresso apparentemente valida in America, qualunque essa fosse (la libera impresa, il liberalismo del New Deal, il consumismo, la finanziarizzazione, l’individualismo neoliberale); e veniva accolta con ampio e fervido entusiasmo da non americani, come i consiglieri dello Scià di Persia, gli esperti favorevoli al libero mercato in India e i componenti della redazione dell’Economist. Gli adepti, alleati e facilitatori dell’americanizzazione, dalla Grecia all’Indonesia, erano anche di gran lunga più influenti dei loro rivali socialisti e comunisti. I linguaggi americani della modernità finirono per corrispondere al senso comune della vita intellettuale pubblica in tutti i continenti, alterando radicalmente la concezione che gran parte della popolazione mondiale nutriva della società, dell’economia, della nazione, del tempo e dell’identità individuale e collettiva. (…). I giardini d’Europa sembravano prossimi alla chiusura e le élite americane si consideravano le vere eredi dei valori apparentemente occidentali della ragione, della libertà e della democrazia, che le nazioni europee, rovinate dal massacrarsi a vicenda in patria ed esercitando con brutalità il potere imperiale all’estero, non potevano più credibilmente rivendicare. (…).

martedì 16 maggio 2017

Lalinguabatte. 34 “Demagogia e l’arte dell’adulare”.



“(…). …rispetto ai primitivi, noi oggi disponiamo di una psiche più ampia. Chiamo psiche l’intervallo tra la pulsione che mi induce all’azione e l’azione. Non più odio quindi uccido, non più  desidero e quindi stupro, non più voglio e quindi rubo. Ma questo solo a livello individuale. A livello collettivo quello che è proibito a livello individuale diventa praticabile a livello di Stati, Nazioni, Religioni perché, in questi casi, gli individui sono portati a difendere la loro appartenenza, la loro identità, la loro fede, non personalmente, ma attraverso i governi che eleggono e che li rappresentano. (…). Le nostre procedure democratiche hanno trasferito dagli individui alle nazioni e dalle nazioni alle civiltà i sentimenti più primitivi e bestiali che nel tempo antico albergavano solo nell’animo dell’individuo. Il risultato è che oggi abbiamo individui abbastanza riflessivi e Stati o addirittura civiltà scatenate. Gli effetti sono catastrofici e sotto gli occhi di tutti. (…). Ne concludo che l’individuo, che ha guadagnato la riflessione capace di dominare la violenza dei sentimenti, è impotente di fronte alla collettività che, attraverso la retorica ideologica dell’appartenenza, dell’identità, della civiltà da difendere, scatena la violenza delle emozioni senza concedere spazio alla riflessione. E questo (…) attraverso il gioco delle parole (…). L’informazione televisiva fa il resto. Mescolando le parole e diffondendo il fraintendimento, incanala l’odio individuale che c’è in ciascuno di noi e lo fa diventare odio collettivo che, a questo punto, diventa innocente: le forze del bene contro le forze del male. Così convertita, la nostra coscienza è tranquilla, i mali invece restano incalcolabili”. Così scriveva il professor Umberto Galimberti nel Suo “L’odio di Stato” pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 21 di febbraio dell’anno 2004, che ho appena trascrivo in parte. Lo “scarto” è tutto lì. Evidente. Lo “scarto” è tra la pulsione ancestrale, lo spirito animale che ci domina, ed il dominio che di quella pulsione riusciamo a mettere in atto “un istante prima di…”. A ripensarci, dopo tanti anni oramai, ritorna vivido alla mia mente il ricordo di F.R., un mio alunno che a quel tempo mi fu carissimo assai, di quelli dipinti dall’istituzione come “elementi” – sì, proprio così definiti e tratteggiati nei profili dei giudizi, “elemento” come si definiscono nella tavola chimica di Mendeleev - “difficili”, a “rischio”, ma in verità, ricordo bene ancor’oggi, un adolescente pieno di spirito aperto, sveglio, bisognevole d’affetto, di aiuto, di quell’aiuto che tante volte l’istituzione scuola gli negava anche al suo minimo necessario. E fu F.R. che, in una pausa delle nostre quotidiane attività, ebbe a dirmi, di fronte alla scolaresca tutta: - Professo’, ma quanta pazienza avete avuto con me! -. Lui scambiava per pazienza ciò che l’essere educatori ci richiedeva ed imponeva costantemente e senza misura minima alcuna. È che, anche nella difficile arte dell’educare, diveniva necessario la riduzione di quello “scarto” poiché le nostre stesse pulsioni primordiali abbisognavano d’essere costantemente individuate, imbrigliate, domate ed incanalate per quelle vie trasversali per le quali giungere dolcemente e diritti all’animo ed alla mente di chi ci era stato affidato dalla sorte. Ed è alla difficile conquista ed assimilazione profonda dell’imperativo “un istante prima di..”, conquista ed assimilazione profonda con intransigenza imposte prima di tutto a noi stessi, a me stesso, che ispiravo la mia azione educativa, uniformavo la mia prassi quotidiana, affinché dalla conquista di quella consapevolezza e da quell’esercizio derivassero poi, nei miei giovanissimi alunni, delle persone nuove, persone nuove che fossero capaci per l’appunto di fermarsi, dinanzi al baratro di quello  “scarto” individuato e segnalato dal sopracitato dotto Autore. È che allora mi sorreggeva, come non mai, l’intima convinzione che per quella via passasse anche la possibilità di costruire nel Paese una democrazia che fosse più compiuta, una democrazia che, con un’aggettivazione che mi è molto cara, definirei senza mezzi termini “resistenziale”.

lunedì 15 maggio 2017

Scriptamanent. 97 “Ricordando Beha”.



Un altro “scriptamanent” anomalo. Ma necessario, giusto per rendere un ultimo omaggio ad Oliviero Beha. Da “Elogio di una presa per il naso generale” di Oliviero Beha, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di gennaio dell’anno 2015: Ci vuole un fisico bestiale, cantava con enfasi Luca Carboni… ma anche delle menti particolari, aggiungerei io, almeno per dare vita alla diffusa sceneggiata in corso nel Paese, a spese di un’opinione pubblica polverizzata e grazie a un concorso mediatico di fronte al quale non sai se ridere o piangere. Prendiamo il presidente uscente, proprio oggi a quel che pare, giacché si è appena concluso il semestre Ue di presidenza italiana. Di cui pare essersi accorto soprattutto Renzi. Napolitano ha detto a una bambina che ormai al Quirinale “si sentiva un po’ in prigione”. Non male per un capo di Stato rieletto per la prima volta nella storia della Repubblica sul Colle. L’avranno obbligato? Mah… Di sicuro è persona attenta alla vita delle istituzioni, secondo l’opinione prevalente. Siamo sicuri? Per esempio, randomizzando qua e là, vi risulta che negli ultimi due mesi abbondanti Napolitano abbia tuonato per l’elezione del quindicesimo giudice della Corte costituzionale, monca da un po’ (l’effetto Violante…)? No: eletta in quota sinistra Silvana Sciarra, come quattordicesimo membro, del quindicesimo se ne sono tutti dimenticati, Napolitano compreso. Peccato: anche perché la Consulta è quella strana congrega che ha giudicato per la prima volta nella nostra storia incostituzionale la legge elettorale suina, il “Porcellum”, grazie al quale siedono in Parlamento quelli che hanno eletto Napolitano per due volte, e adesso ne stabiliranno il successore. Niente, se ne fregano: sia di quello che sentenzia la Corte che del suo Plenum incompleto. Ma su questo tutti zitti, nel disinteresse universale. Così come non abbastanza si parla del mutamento (o addirittura dello stravolgimento) delle caratteristiche presidenziali avvenuto durante il novennato. C’è chi sostiene che è grazie a tale mutamento presidenzialistico e alla figura di prestigio sul Colle che l’Italia non è andata a picco. Fantastico ragionamento: se non è a picco così, tra i record di disoccupati e il debito pubblico, che deve accadere di peggio? Si ragiona per Napolitano come per Renzi: se non loro, chi? È un giochetto buono all’inizio, che però ora perde i pezzi perché Napolitano evapora e Renzi arretra. Forse era un giochetto cieco… Come non sembra che a nessuno urga una legge sui partiti, che dia loro trasparenza e identità organizzativa e funzionale, in termini di diritto. Si va avanti alla becera, come nelle primarie di Genova che non sono state poi così diverse nello stile, nel clima e negli effetti da tutte le ultime altre, a partire da quelle che hanno battezzato Renzi. Vota chiunque, meglio se dietro compenso… Significa nebulizzare la politica attraverso la dissoluzione dei suoi principali agenti, appunto i partiti, ma di questo come della legge elettorale incostituzionale se ne fregano. Nel pasticcio generale che canzona e raggira il Paese, la strage di Parigi oltre alla questione islamica sub specie terroristica evidenzia una cosuccia come la libertà d’espressione, di satira ecc. Che accada in Italia, in fondo alle classifiche relative di “Reporters sans frontieres”, fa di nuovo sghignazzare. Sarebbe il caso che ognuno tra i media si guardasse in casa, al di là di ragionamenti sulla “opportunità” o la “licenza” (in luogo della libertà) della vignetta XY. E rendesse operativa la frase di Brecht, “la verità è concreta”. Censura, parziale o totale, autocensura, condizionamenti del mercato e del potere…? Tutto giusto, ma ripartiamo dalla quotidianità, e dalla (in)dipendenza dell’informazione, esattamente come si dovrebbe fare per la sentenza ignorata della Consulta su come lorsignori sono finiti in Parlamento. Altrimenti, duole dirlo, è tutta una presa per il naso. Forse ci vorrebbe una vignetta su questo, non solo sulla barba del profeta…

domenica 14 maggio 2017

Capitalismoedemocrazia. 61 “Caos, unica risposta al mondo che non cambia”.



Ha scritto Curzio Maltese nella Sua consueta rubrica “Contromano” pubblicata sul settimanale “il venerdì di Repubblica” del 21 di aprile 2017 nel “pezzo” che ha per titolo “Se il Caos è l'unica risposta al mondo che non cambia”: (…). L’uomo di mezza età che incontri alla posta, che per metà della vita ha salito la scala sociale e da dieci anni scende gradino dopo gradino, sempre più velocemente. Il giovane che non vede differenza fra destra e sinistra perché non c’è stata differenza fra governi di destra e di sinistra nel breve corso della sua vita. L’insegnante che è stato declassato a operaio della scuola e l’operaio ridotto a precario e il precario diventato da poco disoccupato. A questi dimenticati e sconfitti della globalizzazione, i governi, i partiti, i sindacati, i giornali e le televisioni in tutti questi anni hanno raccontato che il mondo non si può cambiare ed è inutile farsi illusioni. Mercato, finanza, Unione europea e Bce e Fmi funzionano secondo leggi di natura immutabili. There is no alternative, come diceva la signora Thatcher. E siccome loro, gli sconfitti, non riescono ad adattarsi e non possono sperare di cambiare nulla, rimane una strada sola: distruggere tutto. Con l’unico strumento di dignità del quale ancora dispongono, il voto. Brexit e Trump hanno vinto non perché evocassero chissà quali passioni o speranze, ma perché i loro avversari incarnavano uno status quo ormai talmente intollerabile da spingere milioni di persone a tifare per il caos. (…).Non è forse l’Europa stessa il fantasma che si aggira per l’Europa? La risposta dei vincenti finora è stata di colpevolizzare gli sconfitti. Ora non funziona più. È questo il punto: della inadeguatezza oramai conclamata di quella che un tempo veniva definita la “classe dirigente” della sinistra. Una “classe dirigente” che ha avuto la sprovvedutezza ed il torto supremo di far credere alle moltitudini della ineluttabilità del trionfo del liberismo più selvaggio. A quale prezzo? Quel prezzo lo ha ben delineato, per quanto riguarda il nostro mondo privilegiato di Occidentali, Curzio Maltese nelle annotazioni Sue sopra riportate. Di ben altro spirito è stata la risposta fornita al lettore S.P. di quel settimanale da parte di Michele Serra nel numero ultimo del 12 di maggio.Scrive l’opinionista che il capitale è scappato, la ricchezza finanziaria è pari sette volte il Pil mondiale, i “padroni” con la marsina e le tute blu sono categorie sociali che, in Occidente, hanno un peso socio-politico oramai abbastanza relativo. Il problema è come recuperare il bottino andando a cercarlo a Wall Street e nella City.

sabato 13 maggio 2017

Scriptamanent. 96 “Legalità, condizione preliminare dell'agire politico”.



Da “I superstiti dell'Apocalisse” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 13 di maggio dell’anno 2016: (…). È un triangolo che dovrebbe avere una base comune, e condivisa: la legalità. In un sistema democratico trasparente nelle procedure e nei controlli, la legalità dovrebbe essere una condizione preliminare dell'agire politico, insieme con l'onestà dei suoi attori. In questo Paese si è trasformata invece in un vero e proprio programma politico (…), assorbendone ogni identità, proprio a causa delle forme di illegalità diffusa che le inchieste giudiziarie hanno portato alla luce nei partiti tradizionali insieme con la disonestà di molti amministratori pubblici, generosamente distribuiti in tutto lo schieramento partitico. Questo fa sì che il triangolo entri in crisi: da un lato, la politica dei partiti si chiude sulla difensiva, maledice a bassa voce i magistrati ritenendoli intrusi abusivi, incredibilmente incapace di rispondere alla sfida del malcostume corruttivo con misure interne (forte pulizia, selezione rigorosa, guardia alta) e con provvedimenti di legge che raccolgano l'allarme sociale per la diffusione di pratiche illegali e stabiliscano subito contromisure efficaci. (…). Si potrebbe dire che la bandiera dell'onestà rappresenta comunque un passo avanti e una buona garanzia di base, nelle attuali condizioni del Paese. In realtà è una condizione indispensabile, ma non sufficiente, in quanto rischia di ridurre la politica ad una sola dimensione, di non chiederle altro, di accontentarsi di ciò che è già dovuto ai cittadini e alla comunità che si governa. La modernità, insieme con la costituzionalizzazione dell'intero universo politico-culturale nei Paesi occidentali aveva superato la concezione della politica come scontro tra Bene e Male, usandola anzi come strumento di neutralizzazione dei conflitti. Oggi si rischia una neutralizzazione della politica perché il sistema viene additato dai nuovi populismi come interamente colpevole, completamente colluso, totalmente complice e dunque definitivamente perduto. Non resta che aspettare l'ora "x" in cui "Dio sputerà sulla candela" e si spegnerà la luce su questa Seconda Repubblica, in attesa dell'avvento politico del Redentore. Ovviamente è uno schema che getta a mare (insieme con le responsabilità dei corrotti e con l'incapacità dei partiti storici di reagire all'ondata di corruzione che li sommerge, dopo aver sradicato il sistema) anche le speranze nella democrazia, la fiducia nelle sue risorse, la capacità soprattutto di distinguere e di graduare i giudizi, che dovrebbe essere il compito di chi fa politica, oltre che di chi fa informazione. Siamo ormai al fascio di ogni erba, purché sia o sembri erba cattiva: e se un po' di grano finisce in mezzo al loglio non importa, si fa buon peso. (…). Tutto questo è inevitabile quando si scommette sulla crisi del sistema a fini di profitto politico: che succede quando la crisi coinvolge (sia pure in minima parte) chi la alimenta, soffiando sul peggior fuoco con quella che Croce chiamava la "feroce gioia" contro le istituzioni? Qual è il segno culturale che questo atteggiamento porta nelle istituzioni, e nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini, già consumato dalla crisi di legalità che rischia ogni giorno di più di diventare crisi di legittimità? Cioran definisce il reazionario come "un profittatore del terribile, il cui pensiero irrigidito per calcolo calunnia il tempo".