"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 31 maggio 2014

Sfogliature. 24 “L´occasione della crisi”.



Segnava l’anno undicesimo del terzo millennio. Anno quarto dall’inizio della grande “crisi globale”. Al tempo i visionari ed i negazionisti s’industriavano a diffondere la vulgata della non-esistenza della grande “crisi globale”. Oggigiorno sappiamo bene come sia andata a finire. Il primo di ottobre dell’anno 2011, prima ancora che questo blog trasmigrasse sull’attuale piattaforma digitale, mettevo in Rete il primo post della serie “Capitalismoedemocrazia”. Titolo di quel post che ho fortunatamente salvato dagli abissi oscuri della Rete: “L´occasione della crisi”. A quel tempo era tutto un vaticinare soluzioni affinché la “crisi globale” fosse di slancio superata. Affinché la corsa alla “ripresa”, altra parola magica, per non voler dire alla ripresa del grande consumo o sperpero collettivo, potesse in breve tempo ripartire. Cinismo puro! Poiché al tempo, quale imputato primo della grande “crisi globale”, veniva indicato lo Stato sociale. Fortuna e vanto della vecchia Europa. E tutti ad andar dietro alla bugiarda novella: ridimensionare se non abbattere lo Stato sociale. La Grecia ha insegnato. Intanto  accadeva che i soliti noti approfittavano della grande “crisi globale” per ri-sistemare i giganteschi conti in rosso delle banche e delle varie attività finanziarie.
Ha scritto Curzio Maltese sul numero in edicola del settimanale “il Venerdì di Repubblica” – “L’Europa è come il Titanic e sulle scialuppe salirà solo chi viaggia in prima” -: L'austerità serve soprattutto a due scopi. Il primo è continuare a finanziare il salvataggio del sistema bancario attraverso i tagli al welfare. Le grandi banche del Nord sarebbero già fallite se l'Unione non avesse pompato 1.500 miliardi nelle loro casse, ma molte comunque falliranno nei prossimi anni, perché il conto delle folli speculazioni prima o poi arriverà. Il secondo obiettivo è allargare le differenze fra Nord e Sud Europa per creare nell'area mediterranea una grande riserva di manodopera a basso prezzo, a tutto vantaggio della ripresa tedesca. Il calcolo dei poteri forti e dominanti, quelli veri, è semplice e cinico. Essi considerano che ormai l'Europa abbia fallito, che sia come il Titanic colpito dall'iceberg e sul punto di affondare. Si tratta di (…) salvare i passeggeri della prima classe, la Germania e i suoi alleati del Nord, e lasciar affondare quelli di seconda e terza, l'Italia, la Spagna, il Portogallo e la Grecia. La Germania impone al Sud i tagli allo stato sociale, ma intanto cresce perché protegge e incrementa il suo welfare. Amen. Rileggiamo il post di quel primo di ottobre: “Il consumo è il mio incubo. Ormai  è difficile che compri qualcosa senza avere sensi di colpa”. Questo è stato il commento della carissima amica Franca Maria Bagnoli, valente scrittrice ed attiva nella rete, al post del 26 di settembre “I fondamentalisti dell’economia” nel quale trascrivevo una riflessione del grande sociologo Zygmunt Bauman. Anch’io in quel post mi spingevo in affermazioni perentorie del tipo “non possiamo aiutarvi ad irrobustire la ripresa poiché siamo impossibilitati a consumare di più avendo tanto, per non dire tutto; non contate più su di noi che abbiamo avuto ed abbiamo il superfluo invogliandoci a continuare a consumare il superfluo del superfluo delle nostre vite; rivolgete le vostre attenzioni a tutti coloro che sono stati tagliati fuori da questo godere, per anni e anni, ed approntate strategie affinché siano posti nelle condizioni di consumare come si è fatto sinora da parte di quel ceto medio di consumatori incalliti e senza rimorsi”. Era ed è il mio sentire e il commento di Franca Maria mi conforta. Lungi da me la tentazione di voler suscitare nel prossimo mio “incubi” di sorta; ma sono convinto che in un tale momento di difficoltà sia giusto cogliere “l’occasione della crisi” per rivedere il nostro essere, “per proporsi seriamente una conversione del modo di produrre e di consumare, e dei modi di vivere”. Sono queste le convinzioni espresse da Adriano Sofri nel Suo editoriale “L’occasione della crisi” pubblicato sul quotidianola Repubblica” che di seguito trascrivo in parte. (…). È certo che in un qualsivoglia modo si uscirà dalla crisi presente. Il problema è come, soprattutto sul piano della realizzazione di un’equità sociale che sia presupposto irrinunciabile per democrazie sempre più compiute. Ha scritto Giorgio Ruffolo nella Sua dotta riflessione “Sono dolori se la ricchezza è un fantasma” pubblicata sul quotidiano l’Unità: Braudel (…) ha definito ‘autunno della finanza’ quella fase, attraversata da tutti i cicli storici capitalistici nella quale, a causa del declino dei rendimenti delle attività economiche reali (agricole, commerciali, industriali) le risorse in esse impiegate vengono ritirate dai loro impieghi e rese disponibili per essere investite in nuovi impieghi: funzione preziosa per la circolazione e lo sviluppo delle attività economiche, ma transitoria. Una volta svolto il suo compito, la finanza esce di scena e le risorse sono reinvestite in attività produttive”. Siamo quindi nel bel mezzo di un ‘autunno della finanza’; l’ennesimo, stando alla autorevolissima opinione di Giorgio Ruffolo. Se ne uscirà di certo per via di quelle ciclicità delle crisi capitalistiche delle quali aveva parlato con sorprendente preveggenza il grande di Treviri. Uscirne per “riprendere come se niente fosse dal punto cui eravamo arrivati?”. Mi sembra un azzardo incredibile, insostenibile. “L’occasione della crisi” c’è; basta coglierne le opportunità. “La crisi non è se non la velocità bruscamente vertiginosa che ha preso il guazzabuglio ingovernato che chiamiamo, ormai pigramente, capitalismo”. È questa l’amara conclusione di Adriano Sofri. Il binomio capitalismo-democrazia reggerà al vento impetuoso della finanziarizzazione globale che ha svuotato il “capitale produttivo” a favore di un “capitale finanziario” che non conosce regole e non possiede finalità sociale alcuna? (…). Risuona un´unica invocazione: La Crescita! Però non occorre essere adepti della Decrescita per sentire che la crescita può voler dire cose diverse, e se ne volesse dire una sola, riprendere come se niente fosse dal punto cui eravamo arrivati, sarebbe impossibile e cieca. Eppure la crisi è la migliore, forse la sola, occasione per proporsi seriamente una conversione del modo di produrre e di consumare, e dei modi di vivere. (…). La chiamo conversione, perché di questo si tratta, di un cambiamento di vita, e non della sola riconversione da una produzione e una merce a un´altra produzione e un´altra merce. Che la conversione abbia un senso religioso non nuoce affatto, perché la posta è qualcosa di sacro, come il rapporto fra gli umani, le altre creature, e il pianeta. (…). Viene un momento, nella esistenza personale e in quella del genere umano, in cui scelte e fatti compiuti accumulati sono così pesanti da impedire di cominciare daccapo, e anche soltanto di cambiare significativamente strada. Si vede che lo si deve fare, ma non lo si può più fare. Né per propria scelta razionale (la cosa più improbabile) né perché la situazione di necessità costringe. Siamo a questo punto? Il feticcio della crescita indiscriminata ha, lui sì, portato già a una decrescita forzosa e mortificata, e tutt´altro che provvisoria. Molto prima del 2007 o del 2011 eravamo avvisati che stavamo vivendo ben al di là delle nostre possibilità. La Crescita – la scrivo maiuscola, in omaggio alla stranezza per cui tutti la pronunciano come se sapessero davvero che cos´è – è come la carota che penzola davanti al muso del somaro bastonato dal carrettiere. Il somaro sta per stramazzare, e il carrettiere lo bastona più di prima. Questa decrescita, recessione e impoverimento, si misura già sul metro di famiglie e individui che riducono i propri consumi, per necessità o paura del futuro. Vedremo come la restrizione si tradurrà in una modificazione nella scala dei desideri e dei valori. Che cosa, cioè, venga sentito come superfluo. (…). La crisi non è se non la velocità bruscamente vertiginosa che ha preso il guazzabuglio ingovernato che chiamiamo, ormai pigramente, capitalismo. Non si sa se ridere o piangere a sentire che il sistema mondiale andrà a fondo o no nel giro del prossimo mese, delle prossime settimane, delle prossime ore. Ma la crisi è la sfilata in cui il re col suo codazzo di cortigiani esce finalmente a mostrare ai sudditi la meraviglia del suo abito, e il bambino screanzato che non tiene gli occhi a terra esclama: Ma è nudo! Permette di guardare come un bambino – dopo essersi sfregati bene gli occhi, dopo una lunga pesante dormita – le cifre degli armamenti, o l´ingaggio daghestano di Eto´o, o le automobili ferme che abitano le città e ne sfrattano gli umani, e di esclamare che è una cosa da pazzi. Occorre coraggio per affrontare dentro la crisi l´idea di un altro modo di muoversi, di abitare, di impiegare il vento e la monnezza e il tempo, di imparare e insegnare. (…).”

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