Ha scritto Silvia Truzzi su “il
Fatto Quotidiano” di domenica 27 di marzo dell’anno 2011 - nella Sua rubrica “Fatti
di vita” - nel “pezzo” che ha per titolo “Poveri figli”, a proposito della diffusissima tendenza dei “nuovi”
genitori a “farsi giustizia” da sé nelle aule scolastiche del bel paese: “(…).
È passata – cattiva maestra televisione – l’idea che urlare la propria ragione
le conferisca una qualche supremazia argomentativa. Naturalmente è l’illusione
dello stupido. Questi comportamenti alla ora ti metto a posto io dipendono da
una, spesso immotivata, iperidea di sé. E dalla convinzione che, considerando
il successo un imperativo categorico, non siano tollerabili inciampi (…). Ma la
strada per il successo, ammesso che sia un traguardo preferibile alla felicità,
è piena di buche. Non è una considerazione morale: è, semplicemente, logica.
Essere andati a scuola vent’anni fa non vuol dire saper insegnare, anche se non
tutti i prof ne sono degni (…). Quando hai 16 anni la scuola è una rottura di
palle che ti costringe a svegliarti presto e a sbadigliare per le successive
due ore in classe. Non capisci a cosa serve studiare, specie in un mondo di
cafoni analfabeti. Tutto è molto, molto, più chiaro dopo. Non si tratta solo di
imparare a usare il congiuntivo, che pure ha una sua importanza (…). Si tratta
di formarsi, individuarsi, crescere. Imparare a ragionare, sostanziare le
proprie tesi, rendere elastico il cervello. A riconoscere la bellezza di una
conversazione vivace dalla banalità del luogo comune. Si sostiene che
bisognerebbe insegnare cultura d’impresa al posto di greco, latino e filosofia:
Faber est suae quisque fortunae (ognuno è artefice della propria sorte).
L’importante sarebbe almeno avere la possibilità di scegliere chi si vuole
diventare, se esseri pensanti o idioti che sanno solo chattare via skype o
mandare sms. Sapendo di sé sarà più facile scegliere anche le persone che ci
fanno compagnia nel viaggio (altrimenti si rischia di finire le proprie serate
a parlare con imbecilli che a quarant’anni cedono alla lusinga di credersi
adolescenti con tutto davanti). Ma la vita è un soffio e la leggerezza non ha
nulla a che fare con la vacuità. Per questo è il caso che mamme e papà si
fermino sul portone di scuola. Possono impiegare le loro giornate in modi più
proficui, magari insegnando ai ragazzi – questo sì è un affare loro – il valore
della conquista: del sapere, dell’intelligenza, della costruzione.” Termine
della bellissima citazione. Ho passato tantissimi decenni nelle aule
scolastiche nella mia qualità di insegnante ed ho potuto conoscere così decine
e decine e decine di genitori dei miei alunni. Quanti? Chi potrà mai
stabilirlo? Mi corre l’obbligo di dire, in proposito, che all’inizio di quella
mia carriera la “specie” genitori era del tipo “professò, ammazzatulu, dateci
nu’ paru e scaffi ca’ si merita” – professore, ammazzatelo, dategli un
paio di schiaffi che se li merita, resa nella lingua risciacquata in Arno –
oppure del tipo di quella “povera” donna, “povera” nel senso
letterale della parola, che per ingraziarsi l’insegnante del suo figliolo si
presentava, in un gelido mattino, con un quarto del suo pane di farina di
castagno per impetrare comprensione per le assenze di quella sua creatura,
l’ultima di una lunga serie, che in quel particolare periodo dell’anno veniva
impegnata nella raccolta delle castagne, una risorsa per tutta la comunità di
quel luogo, disertando l’obbligo della frequenza. Un “quarto” del suo pane,
sottratto a quella nutrita schiera di bocche da sfamare.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
mercoledì 18 dicembre 2019
martedì 17 dicembre 2019
Letturedeigiornipassati. 75 Nietzsche: «Dammi, ti prego… una maschera ancora! Una seconda maschera».
Tratto da “A
quale fine si è formata la coscienza?” di Umberto Galimberti, pubblicato
sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica del 17 di dicembre dell’anno
2016: Non c’è uno scopo. La consapevolezza è un fatto, dov’è custodita
l’essenza tragica della condizione umana, a cui, per vivere, cerchiamo rimedi
ricorrendo a una serie di inganni. Siccome l'uomo promuove le sue azioni in
vista di un fine, applica questo criterio anche alla natura le cui espressioni,
dal mondo vegetale a quello animale e a quello umano, avvengono perché
avvengono, senza ragione e senza perché, semplicemente perché ci sono le
condizioni per il loro accadere senza che ci sia sottesa alcuna finalità. Non
ha quindi senso chiedersi quale utilità può avere, in ordine alla prosecuzione
della specie, il fatto che l'uomo possieda una "coscienza di sé" e si
renda conto di tutto quello che gli accade. La possiede perché nell'evoluzione
ci sono state le condizioni per la sua formazione. E nella coscienza di sé la
cultura greca antica vide l'essenza tragica della condizione umana, così ben
descritta dalla sentenza di Sileno che, a re Mida che gli chiedeva quale fosse
la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo, rispose: «Stirpe miserabile ed
effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per
te è vantaggioso non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile:
non esser nati, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore
per te è morire presto». Perché? Perché a causa della coscienza l'uomo per
vivere ha bisogno di costruire un senso in vista della morte che è l'implosione
di ogni senso. Questa dimensione tragica è l'elemento costitutivo dell'uomo,
che la coscienza di sé ha costruito come un Io aperto al mondo per poi
ricordargli che è aperto per nulla.
lunedì 16 dicembre 2019
Letturedeigiornipassati. 74 «La guerra è globale, e noi la combattiamo a mani nude».
Nella “globalità” della guerra decisa dal
capitalismo (poco manifatturiero, molto finanziario) i perdenti sono e saranno
sempre coloro i quali mal si attrezzeranno – per insipienza, per ignoranza - per
quella guerra. E questo disastrato paese vanta la casta politica ed una casta imprenditoriale
che rappresentano l’esempio massimo e più compiuto per insensatezza e
sprovvedutezza. Ha scritto il 29 di novembre ultimo Gad Lerner sul settimanale “il
Venerdì” del quotidiano la Repubblica col titolo “La società inoperosa e i suoi schiavi”: (…). Siamo (…) un Paese nel quale
da molti anni il numero di cittadini italiani che non lavorano (52,2 per cento)
ha superato il numero di cittadini italiani che lavorano (39,9 per cento). (…).
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