"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 15 gennaio 2017

Primapagina. 23 “Governo: uno sberleffo dopo il 4 dicembre”.



Da “Il governo Gentiloni, una presa in giro per 20 milioni di italiani”, intervista di Marco Travaglio al professor Gustavo Zagrebelsky pubblicata su “il Fatto Quotidiano" del 13 di gennaio 2017: (…). Cosa hanno voluto dire i 20 milioni di elettori del No? - Voltiamo pagina dalle politiche neoliberiste e dalla svendita del patrimonio pubblico che monopolizzano il dibattito culturale, accademico, giornalistico e politico da 30 anni e hanno prodotto tanti disastri sociali. Operazione completata con la riforma costituzionale dell’articolo 81, cioè dell’equilibrio di bilancio sotto l’egida della Commissione europea, approvata in fretta e furia sotto il governo Monti da centrodestra e centrosinistra nel silenzio generale. Ecco: proponeteci un’altra politica -. 
Che c’è di male nell’imporre bilanci in ordine? - L’equilibrio di bilancio comporta di fatto la rinuncia alla politica keynesiana di investimenti pubblici per creare sviluppo e lavoro, cioè la pura e semplice rinuncia alla politica. In nome del primato assoluto dell’economia finanziarizzata. Come in Grecia, dove la democrazia è stata azzerata. Nei miei incontri per il No, ho colto una gran fame di politica, cioè di una sana competizione fra politica ed economia, senza il predominio della seconda sulla prima -.
Si spieghi meglio. - Fare politica significa scegliere liberamente tra opzioni: se tutto è obbligato da istituzioni esterne, grandi banche e fondi d’investimento, la politica sparisce. È la dittatura del presente, un presente repulsivo per molte persone. Nella dittatura del presente la politica sparisce e la democrazia diventa una farsa. Le elezioni diventano un intralcio, a meno che le oligarchie non siano sicure del risultato. Il sale della democrazia è l’incertezza del responso popolare. Invece si preferisce uno sciapo regime del consenso -.
E, dopo il referendum, ecco il governo-fotocopia. – (…). Uno statista deve dire che il futuro non è oggi, ma va costruito da oggi con enormi sacrifici, e che i sacrifici devono distribuirsi tra coloro che possono sopportarli e, spesso, hanno vissuto finora da parassiti alle spalle degli altri -.
Vedo che Renzi lei non lo nomina proprio… E del governo Gentiloni che dice? - È il rifiuto di guardare la realtà, una riprova dell’autoreferenzialità del politicantismo. Quasi uno sberleffo dopo il 4 dicembre. Era troppo sperare che si prendesse atto dell’enorme significato politico del referendum, del colossale voto di sfiducia che l’elettorato ha espresso nei confronti degli autori della tentata “riforma”? Non è una questione personale: saranno tutte ottime persone. Ma è una questione politica. Invece, Maria Elena Boschi, la madrina della “riforma”, è stata promossa in un ruolo-chiave nel governo e la coautrice e relatrice, Anna Finocchiaro, è diventata ministro. Mah! L’unica novità è la ministra dell’Istruzione, subito caduta sul suo titolo di studio. Per il resto, uno scambio di posti. Ma per i nostri politici, forse perché sospettano di contare poco o nulla, chiunque può fare qualunque cosa -.

sabato 14 gennaio 2017

Scriptamanent. 61 “#noiquelliditelemaco”.



Disse: “la generazione nuova che abita oggi l’Europa”. E Poletti allora? Disse pure: “Is e veri gud italian”. Ma si riferiva ad Antonio Meucci, mica a Poletti. Che resta, purtroppo per noi tutti, ministro. Furbo lui! Da “La pro loco Renzi e l’Ulisse tour” di Daniela Ranieri, su “il Fatto Quotidiano” del 14 di gennaio dell’anno 2015: Mi sa che gli spin doctor che lavorano alla costruzione del mito “Renzi grande comunicatore” stanno cercando di superare i record stabiliti da quell’altro, il premier tycoon delle tv guardato con imbarazzata pietà da tutto il mondo ogni volta che apriva bocca. Altrimenti perché consigliargli, o non sconsigliarlo, di chiudere il suo gassoso semestre di presidenza europea con un’altra metafora, dopo quella già imbarazzante con cui l’aveva aperto? Forse la scommessa del semestre italiano è stata persa perché “la generazione nuova che abita oggi l’Europa” non si è “riscoperta Telemaco”, non si è fatta erede, prendendo “la tradizione da cui veniamo e darla ai nostri figli”, come disse nel suo intrepido discorso d’esordio? Sarà per quello. “Ho imparato cosa fosse l’Europa nello studiare la storia della mia città”, ha detto rivolto a un’aula semivuota, “e nella mia città c’è un grande personaggio che quando mette in bocca una piccola orazione a Ulisse fa un riferimento che trovo estremamente efficace oggi”. Il grande personaggio è Dante, e la piccola orazione è quella di Ulisse nell’Inferno che Renzi recita a memoria: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute, cioè virtù, e conoscenza”. A parte che Dante dice “canoscenza”, l’impressione , per noi “che seguiamo da casa” e che siamo il target privilegiato di Renzi, è di estremo imbarazzo. Il risultato è quello di un premier provinciale, saccentone e pittoresco, un ibrido tra il già citato B. e Balotelli, icona di una italianità un po’ spaccona e molto cialtrona che va forte all’estero.

venerdì 13 gennaio 2017

Scriptamanent. 60 “La Cina non sta mettendo in crisi il mondo”.



Da “La Cina non sta mettendo in crisi il mondo: è un po’ vero il contrario” di Alberto Bagnai, su “il Fatto Quotidiano” del 13 di gennaio dell’anno 2016: (…). Con la crisi dei subprime (…) i media ci presentarono una Cina salvifica, motore dell’economia mondiale, che ci avrebbe tirato fuori dalle secche. Ma (…) c’erano due problemi. Uno (…): nonostante le dimensioni geografiche e demografiche, la Cina faceva solo il 7% del Pil mondiale ed era difficile che riuscisse a tirarsi dietro il restante 93%. Inoltre, anche se in Cina la crescita media nel decennio precedente era stata dell’11%, il paese prima o poi avrebbe rallentato. Si chiama teoria della convergenza, sta in tutti i libri, e deriva dal fatto che il capitale è molto produttivo (determinando tassi di crescita elevati) dove è più scarso (e quindi nelle economie meno progredite). Arriviamo ad oggi. Il vento è cambiato (…). L’economia mondiale è immersa nella crisi più prolungata dell’ultimo secolo. I dati mostrano che questa è dovuta, in larga parte, al suicidio del secondo polo dell’economia globale, l’Eurozona, che dal 2012 in poi sta dando un contributo negativo alla crescita mondiale, a causa di una ben precisa scelta politica (l’austerità). Torna la tentazione di prendersela con qualcun altro: il “destino cinico e baro” (che oggi gli economisti chiamano “ipotesi della stagnazione secolare”), o anche, perché no, un altro classico, la Cina, colpevole secondo alcuni di smettere di crescere, e di perturbare i mercati. Ma le cose non stanno esattamente così. Intanto, la Cina, a differenza dell’Eurozona, ha tentato di remare a favore della ripresa. Il suo rallentamento è stato inferiore a quello previsto dagli economisti: la crescita media nel periodo della crisi è stata attorno al 9%, contro il 7% di molte previsioni. Questo risultato superiore alle aspettative è una conseguenza paradossale della crisi stessa. Questa da un lato ha indotto i governi occidentali a politiche monetarie molto espansive, e dall’altro ha reso i paesi emergenti una meta allettante per la grande massa di liquidità creata. Di conseguenza, fra il decennio pre-crisi e il periodo successivo gli afflussi netti di capitali in Cina sono raddoppiati, favorendo il manifestarsi di bolle come quella del mercato azionario, oggi agli onori della cronaca, ma soprattutto ostacolando il riequilibrio del modello di crescita cinese. Lo mostra il rapporto fra investimenti fissi e Pil, ulteriormente cresciuto, fino a raggiungere il 48%, anche grazie a un flusso crescente di investimenti diretti dall’estero. Questa massiccia creazione di capacità produttiva risulta necessariamente eccessiva in un mondo in crisi di domanda, dovuta in larga parte al fatto che l’Eurozona continua a pretendere di campare sulla domanda altrui, rimanendo venditrice (anziché acquirente) netta di beni. Un approccio che riflette la volontà della sua potenza egemone, la Germania, che inoltre, per interposta Bce, ha anche pilotato al ribasso il cambio dell’euro, in un disperato tentativo di dare ossigeno alle sue economie satellite (naturalmente, a spese altrui). La svalutazione dell’euro rispetto al dollaro è stata anche una colossale svalutazione competitiva rispetto alla Cina, cioè un secondo ostacolo posto dall’Eurozona sulla pista di “atterraggio dolce” dell’economia cinese. Una manovra aggressiva, intervenuta in un quadro nel quale il calo del prezzo del petrolio, se favorisce la Cina dal lato dell’offerta (rendendo più convenienti le fonti di energia fossili), la sfavorisce dal lato della domanda (perché mette in crisi tutti i paesi emergenti esportatori di materie prime, in particolare quelli africani, con i quali la Cina ha intensificato i propri rapporti commerciali). La ricomposizione pacifica di questi squilibri richiederebbe che noi per primi ripensassimo il nostro modello di sviluppo, abbandonando la delirante idea tedesca di competere al ribasso con la Cina sul costo del lavoro, e riprendendo un percorso di investimenti pubblici che ci consentisse di tutelare il nostro vantaggio tecnologico. Ma questo, a un paese che pur di non pagare i suoi operai importa braccia con la spregiudicatezza e i risultati cui assistiamo, proprio non possiamo chiederlo.