"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

lunedì 31 luglio 2017

Quodlibet. 12 “Mass media e contraddizioni esistenziali”.



Da “Mass media e contraddizioni esistenziali” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 31 di luglio dell’anno 2010: Diceva Pascal: - Burlarsi della filosofia è già fare filosofia -. Sappiamo tutti che il pensiero, la riflessione, l'atteggiamento critico non trovano molti seguaci, perché i più hanno disertato quella curiosità infantile che, nell'età dei "perché", formula domande che senza difficoltà possiamo chiamare "scientifiche" o "filosofiche": "Perché se la terra è rotonda e gira, noi non cadiamo", "Perché le stelle stanno appese in cielo?", "Come fa Dio a esistere se non ha una mamma". Nel tentativo di orientarsi nel mondo i bambini, anche senza saperlo, cercano di eliminare le contraddizioni, di trovare nessi di causalità e, non accontentandosi delle risposte fugaci e frettolose degli adulti, insistono. Questo per dire che il pensiero, la riflessione, l'atteggiamento critico non sono prerogative dei filosofi o degli scienziati, ma esigenze di tutti gli uomini che rifiutano di vivere a propria insaputa o in un mondo confezionato da altri. Accade però che il pensiero comporta una certa fatica, per cui molti si stancano di domandare e preferiscono muoversi in un mondo costruito dalle risposte degli altri. Chiamano queste risposte confezionate "realtà" e "masturbazioni mentali" ogni spunto di riflessione. Fu per questo che Talete, il primo filosofo, suscitò il riso di una servetta trace quando cadde in un fosso mentre era intento a scrutare le stelle, e fu per il suo atteggiamento critico, per la sua insistenza a mettere in questione l'ovvio che Socrate fu condannato a morte. Platone, dal canto suo, quando andò a Siracusa per realizzare il suo Stato ideale, finì in prigione, mentre Aristotele, dopo la morte di Alessandro Magno, dovette fuggire da Atene per evitare persecuzioni. Non parliamo poi di Galileo e del suo processo, di Giordano Bruno arso vivo in Campo dei Fiori, di Cartesio che evita di pubblicare il suo trattato sull'uomo per timore di fare la fine di Galileo, e via proseguendo. Nonostante questo, i loro pensieri e le loro riflessioni hanno fatto la storia dell'Occidente, per cui in quali condizioni, attraverso quali canali, mediante quali strumenti il pensiero pensa e si propaga, non ha grande rilevanza. L'importante è che continui ad avere dei seguaci e degli attenti curiosi. (…).

domenica 30 luglio 2017

Lalinguabatte. 35 “Quel comunistaccio di Keynes”.



Osservo di sottecchi il quadretto familiare. Giovani i due. Eterosessuali, tal che la coppia è di quelle che stanno nella norma. Benedetta, quindi, dall’alto dei cieli. Osservo il bimbetto che li accompagna. Ad un certo punto lei esclama, e capisco che si riferisca al bimbetto: - Da grande sarà un comunista -. Interroga lui: - Perché? – Risponde lei: – Guarda un po’ come si vuole vestire! – Trasecolo. Non mi pareva che il bimbetto avesse nulla di strano nel suo abbigliamento. È che nell’immaginario collettivo “i comunisti” sono quelli che bivaccano in quel di San Pietro. E che divorano i rubicondi bimbi del bel paese. Con quell’indecoroso “chiacchiericcio” si vinsero le elezioni politiche del ‘48. E fu per l’appunto un altro ‘48. Anche quello di Arcore ha accusato i cinesi di essersi nutriti di bimbetti di quel paese. Lo ha detto prima di intraprendere affari con l’impero che fu celeste. Ma sui comunisti sono fiorite le più straordinarie leggende metropolitane. Torno affettuosamente al mio “Cosmonauta” di Susanna Nicchiarelli. Luciana, la protagonista nel film ancora non adolescente, abbandona la chiesa nella quale sta per compiersi il rito della prima comunione. È tutta vestita di bianco. Come si conviene. Di corsa fa ritorno a casa per rinserrarsi nell’angusto bagno domestico. La madre, disperata, la supplica di uscirne, per fare ritorno nel consacrato luogo convenuto. Alla ostinazione ed al contrapposto rifiuto della bimbetta le pone la solenne domanda: - Luciana, ma perché? – E Luciana le risponde: - Perché sono comunista! – Una sequenza straordinaria. Di raro effetto. Un tempo si è stati “comunisti” in tanti, tantissimi. Una condizione additata come di grande “peccato”. Da quel “peccato” ne sono stati – ne siamo stati - toccati in molti. In milioni di esseri umani. Prima che il mostro della globalizzazione fagocitasse ogni cosa, idee ed ideologie, ad Oriente come ad Occidente. Ché sono morte definitivamente quest’ultime, le grandi ideologie. O così sembra oggigiorno. Anche John Maynard Keynes, grande economista, fu toccato da quel “peccato”? Ne ha scritto  Vladimiro Giacchè con una recensione al volume di quel grande che ha per titolo "Laissez-faire e comunismo", edito per l’editore DeriveApprodi ed in edizione integrale curata da Giorgio Lunghini e Luigi Cavallaro. Bisognerà tornare a rileggerlo. Oggi che non si ha idea di cosa stia avvenendo nel mondo dell’economia e della finanza. Se non di un impoverimento globale e collettivo. La recensione di Vladimiro Giacchè è stata pubblicata su “il Fatto Quotidiano” con il titolo “Più stato e meno mercato” il 25 di maggio dell’anno 2010. Di seguito la trascrivo in parte:

venerdì 28 luglio 2017

Quodlibet. 11 “Le sovranità statuali spodestate”.



Da “La tragedia greca e la sovranità spodestata” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 28 di luglio dell’anno 2015: Si parla di fallimento dello Stato come di cosa ovvia. (…), è “quasi” toccato ai Greci, domani chissà. È un concetto sconvolgente, che contraddice le categorie del diritto pubblico formatesi intorno all’idea dello Stato. Esso poteva contrarre debiti che doveva onorare. Ma poteva farlo secondo la sostenibilità dei suoi conti. Non era un contraente come tutti gli altri. Incorreva, sì, in crisi finanziarie che lo mettevano in difficoltà. Ma aveva, per definizione, il diritto all’ultima parola. Poteva, ad esempio, aumentare il prelievo fiscale, ridurre o “consolidare” il debito, oppure stampare carta moneta: la zecca era organo vitale dello Stato, tanto quanto l’esercito. Come tutte le costruzioni umane, anche questa poteva disintegrarsi e venire alla fine. Era il “dio in terra”, ma pur sempre un “dio mortale”, secondo l’espressione di Thomas Hobbes. Tuttavia, le ragioni della sua morte erano tutte di diritto pubblico: lotte intestine, o sconfitte in guerra. Non erano ragioni di diritto commerciale, cioè di diritto privato. Se oggi diciamo che lo Stato può fallire, è perché il suo attributo fondamentale - la sovranità - è venuto a mancare. Di fronte a lui si erge un potere che non solo lo può condizionare, ma lo può spodestare. Lo Stato china la testa di fronte a una nuova sovranità, la sovranità dei creditori. Esattamente come è per le società commerciali. I creditori esigono il pagamento dei loro crediti e, se il debitore è insolvente, possono aggredire lui e quello che resta del suo patrimonio e spartirselo tra loro. Nell’Antichità, i debitori insolventi potevano essere messi sul lastrico e perfino ridotti in schiavitù dai creditori insoddisfatti. Lo Stato, quando fallisce, si trova in condizione analoga. Tanto più aumenta la sua “esposizione”, tanto meno è in condizione di resistere alle richieste espropriative dei creditori, anche le più pesanti e inimmaginabili. Abbiamo sorriso di Totò che vendeva ai turisti la Fontana di Trevi. La realtà supera la fantasia, se è vero che, tra le possibili garanzie dello Stato debitore, i creditori considerano imprese pubbliche, isole, porti, ferrovie, monumenti, ecc. Quanto sarà valutato il Partenone e, forse, per l’appunto la Fontana di Trevi? Le armi dei creditori sono la promessa di salvezza e la minaccia di rovina, la carota e il bastone. Lo scenario immediato è la fine della “liquidità” degli istituti di credito, il panico tra i risparmiatori, l’impossibilità per lo Stato di pagare debiti, stipendi, pensioni, la disperazione dilagante; a media scadenza, chiusure e fallimenti d’imprese, disoccupazione, miseria. Chi potrebbe resistere alla forza intimidatrice di una simile catastrofe annunciata e alla forza seduttiva di qualunque prospettiva salvifica, fosse anche accompagnata da condizioni iugulatorie? È quanto è toccato alla Grecia, con somma drammaticità ed evidenza. Il premier ha chiesto al Parlamento il voto a favore di un insieme di provvedimenti impostigli, ch’egli stesso dichiarava essere contrari al programma politico col quale si era presentato alle elezioni, vincendole. Non s’era mai vista così chiara, in Europa, una tale contraddizione. Egli era lì in base alla forza conferitagli dal suo popolo, confermata in referendum, e doveva smentire se stesso e riconoscere l’esistenza d’un’altra forza, alla quale non poteva resistere. L’imposizione, che lo Spiegel ha definito “catalogo delle atrocità”, comprende cose come le proprietà pubbliche, le misure di alleggerimento del malessere sociale, l’abolizione della contrattazione collettiva, il licenziamento di gruppo, le ipoteche su beni dello Stato, le aliquote Iva, le pensioni, perfino il codice di procedura civile (per rendere più efficace la liquidazione dei beni dei debitori insolventi). S’è detto, con una certa superficialità: niente di sconvolgente.

giovedì 27 luglio 2017

Sfogliature. 81 “Della irresponsabilità e dell’ignavia”.



Nell’Italia dell’anno 2017 che brucia nella “irresponsabilità e nell’ignavia”, che è assetata, che non ha mezzi per difendersi da piromani ed affini, in questa disastrata Italia si ri-trova spazio e (dis)interesse per discutere del ventennio nero e della necessità di difendere quel che nel paese “della irresponsabilità e dell’ignavia” viene definito la tutela della libertà di pensiero anche degli uomini in “orbace”. Quale libero pensiero? E quale libertà? È come se si volesse incredibilmente, oggi, tutelare il pensiero e l’istigazione di chi pensò ed attuò spietatamente l’Olocausto. Possibile che si voglia tutelare il libero pensiero di chi incita – o ha incitato - a compiere i misfatti più vergognosi? Ché anche in quel nero ventennio di misfatti ne furono compiuti a iosa, all’ombra di una ideologia senza remore e che ha lasciato segni terribili ed incancellabili anche a distanza oramai di tanto tempo trascorso. Incancellabili dove? Incancellabili per chi? Del resto è appena passato, nella indifferenza generale, quel “25 di luglio” dell’anno 1943 che sembrava dovesse segnare una significativa svolta per l’asfittica vita politica e sociale del bel paese. Un nulla, in verità. Poiché ci si ritrova, nell’Italia dei fuochi, a ridiscutere, come in una commedia dell’assurdo, di libertà di pensiero, ché meglio sarebbe parlare “della irresponsabilità e dell’ignavia” che caratterizza il vivere sociale e politico del nostro tempo. È che l’aria che tira non è delle migliori per le esauste democrazie dell’Occidente. Poiché riaffiora, in quello spazio di tutela del pensiero pur che sia, la “voglia” dell’uomo forte, “voglia” che in questo malandato paese è rimasta sotto traccia ma viva sempre e pronta a manifestarsi, giusto come in questa torrida estate. Ne è più che convinto Marco Revelli che in “Comandanti immaginari” di Davide Turrini – sul mensile “FQ MILLENNIUM” del mese di giugno – sostiene che “i cosiddetti uomini forti che nella nostra temperie emergono come riferimenti sono in realtà deboli. Sono il prodotto e la forma della crisi della politica. Sono figure di crisi, non di soluzione della crisi. La fine della democrazia dei partiti, che avevano caratterizzato i cosiddetti Trente gloriosus (1945-1975), un po’ come il sonno della ragione, genera mostri. Mostri nel senso etimologico, latino del termine, monstrum, figure spettacolari. La personalizzazione della politica vista come antidoto alla crisi della democrazia è in realtà la malattia della democrazia. Cercare un dio con la d maiuscola in cui identificare un noi che non c’è è un’apocalisse culturale dal punto di vista democratico. Questi pseudo uomini forti si affermano spettacolarizzando se stessi. Fenomeni da baraccone che compensano la crisi di autorevolezza. La “sfogliatura” di oggi è del lunedì 31 di maggio dell’anno 2010: (…). «Quando il presidente del Reich si era macchiato per la terza volta di violazione della Costituzione, molti socialdemocratici, in gran segreto, si misero in guardia dal parlarne: - non sfiorate l’argomento, dissero timorosi, altrimenti non esisterà nessuna remora a violare la Costituzione. Se il popolo, o il Presidente del Reich venissero a sapere che la Costituzione è già stata violata, non ci sarebbe più alcun monito che tenga. Così invece noi possiamo ancora mettere in guardia dall’infrangere la Costituzione -. Ragionando in questo modo e col sudore in fronte ad ogni nuova violazione sostennero che non si trattava affatto di violazione. E, quando la Costituzione non esistette più, violazioni costituzionali non erano comunque ancora avvenute» (...). Così ci ha lasciato scritto quel grande a nome Bertold Brecht nel Suo volume “ Le storie del signor Keuner “. La cecità, la faciloneria, l’indifferenza dei tanti, tantissimi di questi giorni, il pressapochismo familistico proprio di una larghissima fetta di italioti, potrebbero costarci tanto, tantissimo, caro, carissimo. Allora, il tutto sfociò nella tragedia orrenda del nazismo. Oggi, potrebbe il tutto sfociare in una nuova farsa dagli esiti imprevedibili. Di seguito trascrivo, nella quasi sua interezza, il colloquio tra il giornalista del quotidiano l’Unità Oreste Pivetta e lo scrittore Marco Belpoliti. Tema del colloquio: le letture del signor B – che benché padrone della più grande casa editrice del bel paese ha avuto modo di bearsi e glorificarsi nel non aver letto, da un decennio almeno, un libro che sia -, letture candidamente, si fa solo per dire, confessate in quel di Parigi:

lunedì 24 luglio 2017

Quodlibet. 10 “Una lunga regressione politica”.



Sostiene Marco Revelli in “Comandanti immaginari” di Davide Turrini – sul mensile “Millennium” del mese di giugno 2017 - che “la spinta populista accompagna e accelera la rottura dei grandi contenitori politici che erano i partiti di massa: da un lato gli ex dirigenti dei partiti popolari o di sinistra si sono identificati con le élite del capitale, dall’altro la fluidità dell’elettorato accelera lo sfarinamento delle culture politiche che stabilivano valori comuni e responsabilità condivise”. Da “L’ultimo atto di una lunga regressione politica”, colloquio di Silvia Truzzi con il professor Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale alla Università Sapienza di Roma, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 24 di luglio dell’anno 2014: (…). - M’infastidisce molto che le obiezioni dei ‘professoroni’ non vengano mai prese in considerazione nel merito. C’è una strategia di delegittimazione di tutte le riflessioni critiche. Chi prova ad alzare la mano e obiettare, è liquidato come gufo, professorone, conservatore, o addirittura come allucinato. Ma come si fa a discutere di riforme costituzionali in questi termini? L’opinione pubblica dovrebbe essere messa nelle condizioni di capire e decidere. Non ha alcun senso porre i termini della questione come una contrapposizione tra bene e male. Questa logica è contraria ai principi liberali. Hans Kelsen – il più grande giurista del Novecento, il maggiore studioso del sistema parlamentare – ha detto che il Parlamento è il luogo del compromesso. Dove per compromesso s’intende un accordo che nasce dal confronto e dalla mediazione. Qui il punto è che non si cerca alcun compromesso, si vuol semplicemente fare una prova di forza, contrapporre una parte a un’altra -.
Metodo sbagliato: le riforme costituzionali sono il compromesso più alto. - Renzi dice: abbiamo allargato la maggioranza. È certamente vero, visto che i pilastri di questa riforma sono il Pd e Forza Italia. Ma ciò non toglie che questa, per come stanno procedendo i lavori, è la riforma dei vincitori contro i vinti. Un altro grande, maledetto, giurista del Novecento, Carl Schmitt, diceva: la Costituzione è l’atto dei vincitori sui vinti. Ecco, qui si sta facendo una guerra cercando di imporre una Costituzione di alcuni contro altri. Non è accettabile -.  
Parliamo del merito. - Non piace il termine “svolta autoritaria”? Bene usiamo allora questa formula: lunga regressione. Continuano a sottolineare l’innovazione, la svolta, il presunto cambio di passo. In realtà questa riforma è fortemente conservatrice: tende a dare una forma stabile – a livello costituzionale – alla lunga regressione che ha qualificato l’ultimo ventennio politico, contrassegnato da una forte verticalizzazione del potere. Non è questo un punto di vista, la lunga regressione è rilevabile nei fatti. Basta pensare all’abuso della decretazione d’urgenza e quindi alla concentrazione del potere nelle mani del governo a scapito del Parlamento. Il Parlamento è stato svuotato, ridotto ai minimi termini, posto al servizio del governo. Gran parte del lavoro delle Camere si realizza nella conversione dei decreti governativi e nella ratifica dei trattati internazionali. In Parlamento il governo, grazie anche ai regolamenti d’aula, ha assunto un potere esorbitante -.  

sabato 22 luglio 2017

Primapagina. 42 “Lo strabismo di Renzi”.



Da “Il sentiero stretto e i consigli strabici” di Fabio Bogo, pubblicato sul settimanale “A&F” del 17 di luglio 2017: Abbandonato il posto di comando a Palazzo Chigi, Matteo Renzi si muove da azionista di maggioranza dell’azienda guidata da Paolo Gentiloni: come segretario del Pd l’ex premier traccia linee guida in campo economico e tira le orecchie a tutti . È stato il caso del Fiscal Compact, che Renzi vuole ridiscutere minacciando veti. Le risposte di Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda: «È materia della prossima legislatura». Pensiero implicito: e quindi del prossimo capo del governo. La pensa così anche Bruxelles, che ha fatto sapere che le trattative su questo e altre proposte avvengono comunque a livello di istituzioni. Il segretario di un partito ancora non lo è. Ed è il caso anche dell’ipotesi di ridurre le tasse, tema caro a Renzi. Sempre Padoan ha sillabato: «Se lo spazio fiscale è limitato bisogna valutare come usarlo; non sempre le tasse hanno gli stessi effetti su crescita e occupazione», perchè «il sentiero è stretto». Altro intervento a gamba tesa, rivolto al passato ma con riflessi per il futuro, contro la Banca d’Italia. «Sulla vicenda delle banche – ha detto Renzi - ho commesso degli errori, uno dei quali è stato quello di affidarmi quasi totalmente alle valutazioni e alle considerazioni della Banca d’Italia, rispettosi della solida tradizione di questa prestigiosa istituzione». Si poteva fare meglio, in sostanza. E sul capitolo banche forse – ha detto ancora l’ex premier - «avremmo dovuto fare qualche cosa di diverso, facendo un team ad hoc appena arrivati al governo». Tra tutte l’ultima indicazione è la più singolare, sintomo di uno strabismo nelle valutazioni. Perchè di team in realtà Renzi a Palazzo Chigi ne ha avuti diversi, ma non hanno resistito a lungo. Andrea Guerra, uno dei nomi spesi all’inizio del mandato, è durato pochi mesi e poi ha preferito tornare ad occuparsi di aziende con Eataly. Tommaso Nannicini, sottosegretario e responsabile del programma economico del Pd, è emigrato da Palazzo Chigi ad Harvard, e lo stesso ha fatto Filippo Taddei che ha lasciato il partito del segretario per andarsene alla Columbia University. Prima avevano mollato gli ormeggi Carlo Cottarelli, ereditato dal precedente governo come commissario alla spending review (destinazione Fmi) e il suo successore Roberto Perotti, che nel novembre 2015 è tornato deluso agli incarichi universitari. Un esodo di cervelli che ha assottigliato la schiera dei risolutivi consulenti. Perché gli economisti sono gente concreta. Esperti di teorie e scenari, se chiamati dalla politica gradirebbero magari provare a tradurre le loro ricette in fatti, ed evitare le facili suggestioni. Tipo quelle che davano Jp Morgan padrone della situazione del Monte dei Paschi o il Qatar pronto a intervenire nello stesso Mps e poi in Alitalia. Per la cronaca, Mps è stato nazionalizzato dopo che si è perso tempo prezioso e Alitalia, commissariata, sta ancora aspettando il partner-salvatore. Se in questi casi sono intervenuti consulenti, vuol dire che il loro consiglio valeva davvero poco.

lunedì 17 luglio 2017

Paginatre. 93 “Fellini visto da Villaggio”.



Da “Io, da Fantozzi a Fellini”, incontro di Ottavio Cirio Zanetti con Paolo Villaggio pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 9 di luglio 2017: «C’è una sola persona al mondo che io ho conosciuto e che è riconoscibile solo per il nome. Dovunque nel mondo, basta dire Federico, è lui, l’unico, irripetibile: Federico non può che essere Federico Fellini. Scola ci ha fatto anche un film, Che strano chiamarsi Federico. Quando ho conosciuto Federico, non ho conosciuto una persona, ma ho riconosciuto quello che potevo immaginare e sapevo di Federico Fellini. Cioè un grande affabulatore, molto simpatico, vanitoso, bugiardo, e ne è nata subito un’amicizia. Cioè, sia chiaro, c’è stato uno scontro tra due logorroici incredibili; alla fine però ho capito per la prima volta nella vita (io sono presuntuoso, ho sempre avuto la quasi certezza di essere superiore per quello che riguarda la brillantezza del discorso, anche l’ironia cattiva di tipo anglosassone) beh, ho capito che lui dopo in po’ mi distanziava e rimanevo a bocca aperta ad ascoltare quella frenesia che lo prendeva quando cominciava ad affabulare». (…).
A ognuno il suo Rex. «In 8 1/2 c’è ad un certo punto una frase magica: “Asa Nisi Masa”. Era una cosa che diceva la nonna di Federico che mi ricordato con violenza che c’erano delle cose che anche la mia nonna diceva: una frase veneziana, per esempio, mia nonna era veneziana: “alla moda del piombo”. Questa frase ha un significato preciso: fare al meglio le cose che devi fare. “Alla moda del piombo” voleva dire: nel modo migliore. Ma tutto in Fellini è evocazione dell’infanzia. Nella notte in cui in Amarcord aspettano di fronte a Rimini, nelle barche, il passaggio del Rex che da Trieste andava fino a Genova e poi in America vincendo il famoso nastro azzurro (che era la decorazione per l’attraversamento dell’ Atlantico) il Rex è visto in una maniera che avevo dimenticato completamente. Una mattina verso le 11 con la nonna veneziana e con mio fratello gemello sono alla foce del fiume Foce di Genova. Ad un certo momento sento “uuuuuuuuuh” (fa il l’imitazione della sirena di una nave) come degli strani nitriti. A quei tempi le reti si portavano al largo con i gozzi, si buttavano le reti e poi dato che era un lavoro faticoso, da terra due cavall,i uno da una parte e uno dall’altra, trascinavano le reti fino sulla spiaggia. Sulla spiaggia si vedevano le donne e c’era questo odore di pesce e di cavallo. E qui comincia il momento del ricordo che avevo completamente accantonat : la misura del Rex. Nel film si sente urlare “il Rex, il Rex !”, si svegliano tutti perché era l’alba, il sole non era ancora sorto. Invece nel mio passaggio del Rex il sole stava calando, c’era la stessa luce magica , da sogno, che non è la realtà, e mentre annusavo quell odore ho sentito gridare: “il Rex, oh belin, c’è il Rex!” e tutti a correre verso il bagnasciuga con i sandali, erano dei sandali con dei buchi, io mio fratello e la nonna rimasta un po’ indietro che gridava: “Attenzione alle scarpe!”. Noi invece siamo entrati quasi con i piedi in acqua ed è comparso il Rex, lo stesso Rex che avevo dimenticato. Compare improvvisamente da dietro la diga foranea (la grande diga protettiva dei porti italiani e francesi del Mediterraneo), compare una montagna nera, alta mille metri, questa è stata l’impressione, questo è il ricordo ed è quello che mi ha restituito Fellini. Quell’immagine dimenticata lui me l’ha fatta rivedere e riscoprire». (…).
Tre inquadrature, ed è subito Fellini. «Ho cominciato col dirti che basta dire Federico ed è subito Fellini. Per come raccontava i suoi film, con un segno completamente diverso da tutti gli altri, era unico, irripetibile. Dunque, tu vai a vedere in un cinematografo di Los Angeles con effetti speciali, magari con gli odori, forse esagero, lo sbarco in Normandia, ti siedi e cominciano, già pronto a stupirti, magari è Spielberg e vedi inquadrature che sono fatte da dieci elicotteri e poi ripetute con effetti speciali e poi intrappolate da montagne, vedi che ci sono almeno dieci macchine da presa, non riconosci Spielberg se tu non sai che è Spielberg, lo vedi e dici: però, insomma,sono americani. Entri e vedi Satyricon, non sai che è un film di Fellini, ma bastano tre inquadrature, ecco, è lui cioè lui è riconoscibile sempre e comunque fin dalle prime inquadrature. Dai primi tre minuti capisci che il suo è un modo di raccontare completamene diverso, viene da un’altra dimensione, non è quella abituale, non è il mestiere che conosci: perché lui il mestiere lo viveva in uno stato di semitrance, mentre girava».

giovedì 13 luglio 2017

Quodlibet. 9 “Renzi non era all’altezza di fare il Renzi”.




Dell’appena scomparso Oliviero Beha ri-leggiamo “Vent’anni o pochi mesi: le parabole degli ultimi premier”, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di luglio dell’anno 2016: (…). Renzi che parte per rottamare quattro anni fa non ha nulla all’apparenza del Renzi traballante di oggi. Forse fin dall’inizio (“Si diventa solo ciò che si è”, parafrasi personale di Nietzche) era poco più di un fuoco di paglia, forse la realtà politica e sociale di paglia del Paese gli ha preso fuoco e lui sentiva solo un po’ caldo. Ossia Renzi non era all’altezza di fare il Renzi, nel bene come nel male, e questa sua condizione mi pareva chiara da tempo. Mille volte è stato tradotto nell’erede di Berlusconi per una serie di ragioni antropodemocristiane che non sto a riassumere, pur essendo Silvio essenzialmente un uomo d’affari e Matteo un uomo di potere. Differenza che non avrebbe affatto impedito a Berlusconi di guidare ai tempi i Ds, se sapientemente glielo avessero chiesto invece di  semplicemente inciuciarci, o a Renzi di fare carriera in Forza Italia o altro nome in ditta senza farsi appesantire da pregiudizi ideologici. Ma l’arco discendente del Fiorentino ha moltissimo in comune oggettivamente con la traiettoria a “pallonetto” di Berlusconi. Certo, la prima si è concentrata in pochissimo tempo mentre la seconda si è sviluppata in un ventennio un po’ arrotondato, con dentro un paio d’etti di Prodi, una spruzzata di D’Alema, un pizzico ma proprio poco di Amato. Ascesa folgorante, graduale dissolvimento del “principio di realtà” per cui si perde il contatto con il Paese, tramonto, occaso, rotta. Magari con la distinzione nell’analogia che Berlusconi pur maldestramente ha segnato un pezzo di storia, il Nostro un po’ di mesi di cronaca. Ma le assonanze non finiscono qui, e proprio da qui dovrebbe iniziare un’autentica preoccupazione degli italiani, che votino “no” al referendum costituzionale come vorrebbe non l’antirenzismo calcistico ma un minimo di buon senso applicato, oppure “sì” per favorire la “governabilità” (ma dove, ma quando, ma per far che ridotti come siamo?). Durante l’era berlusconiana (…) abbattere il il Berlusca non sarebbe bastato a risanare il Paese, guasto da tanti, troppi punti di vista (cfr.per tutti “Dopo di lui il diluvio”, 2011). Giustamente di tale discorso non è fregato nulla a nessuno. Ci riprovo, perversamente. Siamo sicuri che dire no al referendum e a Renzi sia sufficiente a scuotere e riscuotere un Paese in questo coma, per certi aspetti soprattutto culturale e solo dopo politico e sociale (mentre mancano i soldi, perché chi può se li ruba, lo so…)? Non varrebbe la pena di prefigurarsi un domani per non ritrovarsi addirittura peggio, ipotesi che vi scandalizzerà ma è successo con Berlusconi e a Roma si dice che “il peggio non è morto mai”? Così, un po’ per celia un po’ per non morire, votiamo “no” ma facciamo anche altro per non ricadere in un dopo-Renzi che rispecchi il dopo-Berlusconi. Un Titanic dopo l’altro, non solo come rischio nelle urne…