"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

domenica 22 febbraio 2015

Cosecosì. 92 “Roghi e Charlie Hebdo”.




“Untitled 2” (2010) di Luca Viapiana. Oil, Acrylic on Thermal Paper applied on Canvas. cm 54x120.
Ha scritto dottamente, come sempre, Nadia Urbinati – “La religione incompresa” – sul quotidiano la Repubblica del 18 di febbraio ultimo: (…). …la religione (…) per la sua capacità di muovere la paura e comandare l’obbedienza (…) ad essa si sono rivolti fondatori di Stati e loro consiglieri per indurre uomini e donne a fare cose che mai avrebbero altrimenti avuto il coraggio di fare. Spiega Machiavelli che solo quando i romani furono portati a sentire la paura della punizione divina i loro capi militari riuscirono a imporre il comando supremo nei campi di battaglia, perché la paura di dio superava quella della morte. Del resto, l’uso politico della religione ha un senso solo perché chi la usa e la mobilita ne conosce il potere tremendo e tragico, che sta oltre la vita e la morte. La cultura moderna, la nostra cultura illuministica, è nata e si è radicata per domare e de-potenziare questo potere tremendo. Ci è riuscita permeando la vita civile della cultura dei diritti. Ma la convinzione di averne domato la forza le si è come ritorta contro, rendendola incapace di comprendere appieno le risorse di cui la religione dispone, di leggerla come nient’altro che un segno che sta per qualcos’altro, un fenomeno arcaico e un rifugio per chi non ha, per esempio, risorse culturali ed economiche sufficienti. Opium populi. La religione è un fenomeno radicale che la cultura dei diritti ha modificato ma non cambiato nella natura. Ecco perché essa ha difficoltà ad accomodarsi con la tolleranza, un termine che designa ancora una virtù fredda o una non-virtù proprio perché richiede di accettare l’esistenza di quel che da dentro la propria fede si considera un errore. Come ci ha ricordato Norberto Bobbio in un articolo magistrale, i credenti accettano la tolleranza come una regola di prudenza ma non l’abbracciano come un imperativo o un principio in sé. (…). Essere tolleranti tra eguali costa meno, rende l’autocontrollo meno difficile. E soprattutto, ci fa dimenticare la radicalità del fenomeno religioso. Fa dimenticare che la cultura dei diritti è un bene delicato; che l’abitudine che abbiamo acquisito in questi due secoli di dissentire con ragioni invece che con i pugni non ci ha al fondo cambiati, che la religione non è diventata una filosofia o una visione del mondo come le altre; che, infine, anche il pluralismo, quando riesce a stabilizzarsi, non è proprio lo stesso di quello che si trova nel libero mercato delle idee dove si sceglie tra varie opzioni (…).

sabato 21 febbraio 2015

Cronachebarbare. 32 “L’Italia triste senza più vere passioni”.




“The familists/I familisti” di LucaViapiana (2013). Oil, Acrylic on Thermal Paper applied on Canvas. cm 120x80.
Sostiene, alla domanda di Riccardo Staglianò, il filosofo Diego Fusaro in una interessantissima intervista concessa e pubblicata sul settimanale “il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 30 di gennaio ultimo, intervista che ha per titolo “L’Italia triste senza più vere passioni”: Uno degli ultimi focolai di protesta globale è stato Occupy Wall Street. Era sulla buona strada? «Sì, perché ha messo a fuoco che il problema non era destra o sinistra, ma il capitale finanziario. (…). La realtà non è un solido cristallo ma l’esito di una prassi storica costantemente trasformabile. Insegnava Fortini: tutto è tremendo, ma non ancora irrimediabile. Ecco, chi dice il contrario fa soltanto ideologia». Giustappunto. In un lontano post del 20 di ottobre dell’anno 2011 azzardavo un commento a quanto Massimo Fini andava scrivendo su “il Fatto Quotidiano” del 15 di ottobre di quell’anno in una Sua analisi che aveva per titolo “Deglobalizzare per sopravvivere”. Scriveva allora l’illustre opinionista:

venerdì 20 febbraio 2015

Oltrelenews. 26 “Jobsact”.



Da “Jobs Act, una generazione di giovani tradita da chi avrebbe dovuto difenderla” di Marco Politi, su “il Fatto Quotidiano” del 30 di dicembre dell’anno 2014: Il bilancio di fine anno è impietoso: tre milioni di precari permanenti si ritrovano truffati dal Jobs Act. Tre milioni di ventenni, trentenni (e ormai spesso anche quarantenni) non hanno ottenuto uno straccio di garanzia reale che il loro precariato permanente sia considerato una pagina chiusa. Perché il governo non ha voltato pagina. La realtà la conoscono tutti gli addetti ai lavori: il “contratto a tutele crescenti” ha un valore se si tratta di un contratto unico di impiego. Se invece continuano a esistere i contrattini co.co.co., co.co.pro., finte collaborazioni, finti associati in partecipazione, finte partite Iva, finti lavoratori a chiamata, se continua a esistere il triennio di contratti a tempo determinato, che lascia il dipendente completamente all’arbitrio delle aziende, il nuovo contratto propagandato dal premier sarà solo un “ulteriore contratto precario”. Lo dice Annamaria Furlan della Cisl, non Landini. Nel frattempo si è scoperto (è uno studio della Uil) che per le aziende è vantaggioso assumere con gli incentivi statali del contratto a tutele crescenti e poi dopo un paio d’anni licenziare, intascando la differenza tra il risarcimento al lavoratore e i soldi incassati dallo Stato. Dopo le aziende possono ricominciare daccapo con i contrattini. Sono passati dieci mesi per partorire questa porcheria, impedendo tra l’altro al Parlamento di esprimersi sulla normativa specifica. E in questo periodo di autoincensamento ossessivo Renzi non ha preso la decisione di cancellare i contratti di sfruttamento. Il decisionista è fuggito di fronte all’unica decisione, che avrebbe dato una prospettiva vera a tre milioni di persone. Siamo di fronte al tradimento di una generazione, anzi di più generazioni. La parte giovane dell’Italia, condannata allo sfruttamento più devastante perché non soltanto a pari lavoro (rispetto a un assunto a tempo indeterminato) non corrisponde pari compenso, ma l’instabilità strutturale impedisce qualsiasi progetto futuro. Per un premier, che del lavoro conosce unicamente l’esperienza di padroncino nell’azienda di papà, è difficile comprendere la vita del Paese reale. Ma i cosiddetti “saggi” del suo staff gli spieghino che non ci sarà ripresa, non ci sarà consumo, non ci saranno mini-investimenti familiari, non verranno spesi nemmeno i mitici 80 euro, se tre milioni di giovani e non più giovani hanno l’acqua al collo del contratto a scadenza permanente. Lo sa il premier quante donne e quanti uomini lavorano ben oltre l’orario con i contratti fasulli? Lo sa quanti lavorano anche negli intervalli temporali, in cui non dovrebbero essere impiegati? Conosce la sorte di quei giovani che lavorano in uno studio di avvocati a zero compenso? Dietro questi tre milioni ce ne sono altri sei di genitori, nonni e parenti, che in vari modi sostengono i giovani precari, ed è quindi folle sperare che spendano per altri consumi invece di tenere i soldi da parte per gli imprevisti. L’economia reale è questa, non le sceneggiate alla Leopolda travestita da garage. Perciò il tradimento di questa generazione è drammatico non solo per i giovani e le giovani lasciate allo sbando, ma incide in maniera pesantemente negativa anche sulle prospettive dell’Italia nel suo insieme. In ogni caso il premier per documentarsi faccia un giretto da Eataly. Io sono convinto che Farinetti sia una persona in gamba, che conosce il suo mestiere. Sono convinto che gli bastano sei mesi per capire se un ragazzo ha voglia di lavorare e altri sei mesi per formarlo compiutamente. Allora i conti sono presto fatti: chi lavora da un anno è stato assunto a tempo indeterminato? Oppure c’è un turnover artificiale di precari? Si faccia un giro Matteo in questa e altre realtà e imparerà un sacco di cose. Ma non prenda più in giro i giovani italiani.

mercoledì 18 febbraio 2015

Oltrelenews. 25 “L’1% vs il 99%”.



Da “La crisi fa bene ai ricchi raddoppia i loro beni” di Federico Fubini, sul quotidiano la repubblica del 19 di gennaio 2015: (…). È andata così. Nel 2008 la ricchezza netta accumulata del 30% più povero degli italiani, poco più di 18 milioni di persone, era pari al doppio del patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche del Paese. I 18,1 milioni di italiani più poveri in termini patrimoniali avevano, messi insieme, 114 miliardi di euro fra immobili, denaro liquido e risparmi investiti. Le dieci famiglie più ricche invece arrivavano a un totale di 58 miliardi di euro. In altri termini persone come Leonardo Del Vecchio, i Ferrero, i Berlusconi, Giorgio Armani o Francesco Gaetano Caltagirone, anche coalizzandosi, arrivavano a valere più o meno la metà di un gruppo di 18 milioni di persone che, in media, potevano contare su un patrimonio di 6.300 euro ciascuno. Cinque anni dopo, e siamo nel 2013, sorpasso e doppiaggio sono già consumati: le dieci famiglie con i maggiori patrimoni ora sono diventate più ricche di quanto lo sia nel complesso il 30% degli italiani (e residenti stranieri) più poveri. Quelle grandi famiglie a questo punto detengono nel complesso 98 miliardi di euro. Per loro un balzo in avanti patrimoniale di quasi il 70%, compiuto mentre l'economia italiana balzava all'indietro di circa il 12%.

domenica 15 febbraio 2015

Cosecosì. 91 “La risata di Charlie Hebdo”.



“Damasco” 2014. Oil, Acrylic on Thermal Paper applied on Canvas. cm 100x80 di Luca Viapiana.


“Risus abundat in ore stultorum”. Non so come voi l’abbiate preso quell’antico proverbio latino. Intendo dire, se esso abbia avuto il potere di segnare, come l’”imprinting” di Lorenz con le sue oche, il vostro trascorso infantile. Se a voi non ha fatto effetto alcuno ritenetevi fortunati. Ben diversamente è avvenuto per me. Fu sulle labbra della mia cara, carissima mamma che comparve prestissimo quel proverbio. Quando quella, a me tanto cara, ritenne necessario dispiegare la sua  azione per la formazione civile e sociale dei suoi pargoli. A fin di bene, s’intende. Allora si usava educare la prole sin dalla più tenera età e quella cara non disdegnava di riprenderci ad ogni pie’ sospinto ogni qualvolta la nostra audacia infantile rompeva le regole che cercava di insufflarci nella mente. Ed una delle regole di quella cara faceva riferimento proprio a quel proverbio. Ne sono rimasto segnato. Il riso e la risata come suo derivato ed il ricorso ad essi non sono stati da quegli anni gioiosi in poi, per me almeno, il rimedio che tanto bene apporta al resto della umanità. Poiché il ridere, nelle forme poi sguaiate dei tempi correnti neanche a parlarne, era un venire contro le buone maniere e la buona educazione che quella a me tanto cara non risparmiava di darci. E devo ammettere che quell’”imprinting” è stato così risolutivo da avere negli anni della adolescenza ed anche dopo non più ricercato quel mezzo del ridere o della grassa risata per alleviare la pesantezza del vivere. Segnato. Per sempre. Ricordo ancora distintamente le occasioni di visite fatte in case altrui prima delle quali, dinnanzi al portone e prima di suonare il campanello, quel “risus abundat in ore stultorum” ci veniva ricordato sottovoce e con un’occhiataccia che tutto lasciava intendere. Questo è stato ed è tuttora il mio rapporto con il ridere e la risata. Poi c’è stata la tragedia di “Charlie Hebdo” e delle sue risate. Con tutto ciò che ne è seguito e ne seguirà ancora. A proposito delle quali, le risate intendo dire, mi è stato illuminante leggere quanto ha scritto Christian Salmon sul quotidiano la Repubblica del 6 di febbraio ultimo – col titolo “Free speeck” -:

venerdì 13 febbraio 2015

Cosecosì. 90 “A proposito di Charlie Hebdo”.




“Idolo mentale chiuso (uno tra tutti quelli possibili)” 2011. Oil, Acrylic on Thermal Paper applied on Canvas cm 120x80” di Luca Viapiana.

A proposito di “Charlie Hebdo”. Che è il tema ricorrente di questi nostri giorni e che lo sarà ancor di più negli anni a venire. Non ci si facciano illusioni. Poiché il nodo sta altrove. È che la storia l’hanno scritta i vincitori. Da sempre. Al popolo, a quelli del “regno di sotto” non rimane che abbozzare e sottomettersi. Si abbia però il coraggio di individuare quell”altrove” di cui prima si parlava. È che la nefasta azione dei mass-media interviene in soccorso del vincitore di turno. E la nefasta azione si concretizza in quella azione operosa di “distrazione di massa” per la qual cosa si tacciono e si negano alla pubblica riflessione gli aspetti nascosti degli accadimenti e dei sommovimenti che si sono da sempre registrati tra gli umani. Fa scuola nell’occasione l’azione di contrapporre il cosiddetto “sultanato” a tutti gli altri buoni ed onesti uomini che affollano il pianeta Terra. E quale strumento migliore se non issare bandiere e labari che si rifacciano ad un qualsivoglia credo ed a tutto ciò che concorra a definire una religione che sia contrapposta al resto delle religioni? È la dilagante azione messa in campo per distrarre da tutti quei problemi che afferiscono a ben altre sfere del vivere umano, l’economia innanzitutto. Questi nostri tremebondi giorni che vedono il trionfo del “capitalismo finanziario” a scapito di un capitalismo manifatturiero socialmente più utile vedono dispiegarsi, per l’ennesima volta nella storia degli umani, la consueta strategia di “distrazione di massa” tesa a far volgere l’attenzione verso quell’”altrove” che da sempre rappresenta lo strumento migliore per accenderne gli animi senza che la ragione abbia a contenerne l’infausta azione. I problemi sono ben altri. E sopra tutti gli altri il problema dei problemi, ovvero l’esplodere delle enormi disuguaglianze planetarie che, mai colmate nei secoli precedenti, trovano nella era della globalizzazione modo di ampliarsi oltre ogni misura raggiungendo livelli tali di insopportabilità che necessariamente accendono gli animi degli esclusi. Insisterà l’azione messa in atto affinché i sommovimenti si facciano ricadere nell’ambito del solito scontro di civiltà e/o religioso. Tornerà sempre utile farne un riferimento, ma il punto è ben altro.

mercoledì 11 febbraio 2015

Uominiedio. 17 “La virtù dei cristiani è la libertà”.



I fatti atroci di “Charlie Hebdo” inducono a tenere desta l’attenzione ed esigono che le libere coscienze si interroghino su ciò che questo angolo di mondo, l’Europa, rappresenta, pur tra le sue infinite difficoltà, per il cammino dell’intera comunità umana. È necessario tutto ciò affinché non trovi fertile terreno sul quale attecchire la mala pianta del “mata il moro” che sopravvive ancora oggi, come la peggiore delle erbe infestanti, nell’immaginario collettivo di tante contrade della vecchia Europa. E la riflessione e la conoscenza rappresentano strumenti e vie attraverso i quali ricondurre alla razionalità i nuovi problemi che le società del secolo ventunesime sono chiamate ad affrontare senza ricorrere alle vie brevi della semplificazione e della alterazione della storia. Poiché i fatti tragici di “Charlie Hebdo” stanno lì a dimostrare come tanta parte del genere umano stia ancora a soggiacere sotto il pesante tallone di quelle che il teologo cattolico Vito Mancuso definisce “ideologie totalizzanti”. E se l’Europa è uscita faticosamente da quel tunnel lo deve innanzitutto alla “fortunata” sua Storia, a quella combinazione di fatti ed eventi che nel corso del passato millennio l’hanno tirata fuori dall’oscurantismo che tuttora assoggetta tutta una grandissima parte di mondo. È questa consapevolezza che necessita all’Occidente cristianizzato affinché quella mala pianta non abbia ad attecchire rendendo così un servigio alle forze più oscurantiste e nemiche del progresso e della modernità. Ha scritto Vito Mancuso sul quotidiano la Repubblica del 22 di gennaio 2015 – “Un nuovo spettro si aggira per l’Europa”:

martedì 10 febbraio 2015

Oltrelenews. 24 “Unpaesecoatto”.



Da “Roma, zozza e derubata. Spero migliori qualcosa” di Antonello Caporale, intervista all’attore-regista Carlo Verdone pubblicata su “il Fatto Quotidiano” dell’8 di giugno dell’anno 2013:  (…). - Scrissi la sceneggiatura di botto. Un quarto d’ora ed ero pronto alla discesa in campo -.
Il manifesto programmatico: Affida la città a chi ha sofferto. - Un mezzo bullo, sicuramente mitomane e una netta inclinazione all’esibizionismo. I politici, mi sono accorto poi col tempo, hanno un piacere assoluto nella mitomania, che è una pura devianza dell’intelligenza, una cosa da psicanalisi, una questione evidente di regressione fantastica, estrema necessità di stupire ed esibirsi -.
Gli italiani sono affascinati dai mitomani. - Gli italiani, lei dice. È un Paese così disunito, strano, distinto. A una parte di italiani il mitomane affascina, l’eccentrico fa proseliti, il miliardario conquista simpatie chiama all’emulazione, produce milizie che ingaggiano una lotta col destino per divenire ridens e pieni di banconote. Hanno un bisogno patologico di una suggestione forte, eccessiva -.

lunedì 9 febbraio 2015

Sfogliature. 36 “Potrei credere soltanto in un Dio che ride”.



Cosa ce ne viene dalla terribile esperienza di “Charlie Hebdo”? È la terribile vicenda di “Charlie Hebdo” che mi spinge a proporre questa “sfogliatura” di un post che risale al 24 di maggio dell’anno 2011 e che aveva allora, mantenuto anche in questa occasione, per titolo, “Potrei credere soltanto in un Dio che ride”. Non è un voler banalizzare le “seriose” cose proprie delle religioni – per la qual cosa faccio mio quanto il grande Woody ebbe a sostenere “grazie a Dio sono ateo” - ma mi convinco sempre di più che la “seriosità” religiosa, di tutte le religioni senza distinzione alcuna, la loro intolleranza, reputandosi ogni religione l’unica depositaria della verità, siano state nel tempo degli umani motivo di terribili tragedie e lo saranno per sempre se la ragione non ci soccorrerà. Ritrovo il post alle pagine 2.091 e 2.092 dell’e-book fortunosamente salvato dalle profondità oscure delle rete e come tale lo ripropongo:

domenica 8 febbraio 2015

Oltrelenews. 23 “Deutschlandüberalles”.



Da “L’orologio della Ue segna solo l’ora tedesca” di Paolo De Ioanna, sul settimanale “Affari&Finanza” del 13 di ottobre dell’anno 2014: Avete mai visto un orologio nel quale funziona alla perfezione un solo quadrante, quello dei minuti, mentre gli altri (ore, giorni, settimane) vanno per conto loro? Evidentemente no! Le istituzioni europee sono un meccanismo nel quale aste e bilancieri regolano (o vorrebbero regolare) alla perfezione le politiche di bilancio, il livello di deficit, debito e spesa pubblica per ciascun paese membro; gli altri quadranti (investimenti via bilancio europeo; controllo del debito da parte della banca centrale; vigilanza su tutte le banche, ecc.) non sono regolati. O meglio sono regolati in funzione dei minuti, pardon del debito. L’orologio funziona male, segna sempre l’1%, sia che segni l’inflazione, la crescita reale, ecc. Mentre i parlamenti nazionali fingono di dialogare e quello europeo si interroga sulla sua funzione, l’orologio segna sempre lo stesso tempo. È un orologio molto coerente, costruito per segnare il tempo storico e le esigenze politiche ed economiche del paese egemone (la Germania) e della corona dei suoi satelliti economici.

sabato 7 febbraio 2015

Storiedallitalia. 69 “Grecia”.



Amo la Grecia. Punto. Amo la “feta” – nel loro idioma φέτα” - dei compagni Tsipras e Varoufakis. Non vi sembri snobismo o irriverenza se pongo la “feta” ai primissimi posti tra i miei amori, anteponendola alle decine di ben più importanti altri amori. È che, come saggiamente ha detto qualcuno, al mondo non si possono amare tutte le cose e tutti gli esseri umani. Bisogna scegliere. E la “feta” la amo visceralmente. Amo la musica greca, con quel Mikis Teodorakis in testa. Amo Irene Papas. Amo il sommo poeta greco che ci ha fatto dono delle sue stupende leggende di dei ed eroi. Amo i matematici greci ed i pensatori greci che ci hanno consentito, nei secoli, il lungo cammino per abbandonare le caverne e giungere all’odierna era del computer con il quale vado vergando su questi miei amori. Amo la civiltà greca tutta che ci ha fatto dono della conquista più importante per gli esseri umani, ovvero l’imperfetta democrazia. Amo tutto ciò e non penserò mai di cambiare idea sulla Grecia e sulla sua straordinaria storia. Poiché alla Grecia tanto dobbiamo, soprattutto in un momento di gravissime sue difficoltà. Ma si aggira tra di noi uno zuzzurellone che all’alba della vittoria dei compagni Tsipras e Varoufakis sembrava pronto a saltare il fossato per passare armi e bagagli dall’altra parte, ovvero dalla parte dei tiranneggiati dal capitalismo finanziario internazionale. È stata solo una impressione, ché quando dall’alto è calato il “diktat” europeo lo zuzzurellone “de’ noantri” ha fatto pronto rientro nei ranghi. Eppure non è da dimenticare allorquando lo zuzzurellone “de’ noantri” tuonava contro l’Europa dei burocrati, contro l’Europa dei ragionieri, e maramaldeggiando da par suo come suol fare “noi non prendiamo ordini dall’Europa”, “noi abbiamo fatto gli esami in casa”, “i nostri conti sono in ordine”, “noi…noi…noi…”, “blablabla-blablabla-blablabla…”. Era tutto uno scherzo dello zuzzurellone “de’ noantri”. La memoria cortissima di quelli del bel paese gli torna comoda. Ché quando il “monsieur” della Francia accennò un miserrimo strepito contro quelli dell’Europa lo zuzzurellone “de’ noantri” si illuse d’aver trovato finalmente il compagno d’armi tanto desiderato. E se la memoria lunga non soccorre, purtroppo, quelli del bel paese una “memoria” di Federico Fubini - “L’asse fragile con la Francia” - sul quotidiano la Repubblica di giovedì 2 di ottobre dell’anno 2014 la dice lunga sulle rodomontate dello zuzzurellone “de’ noantri”.

venerdì 6 febbraio 2015

Oltrelenews. 22 “Primarie”.



Da “Il lato oscuro delle primarie aperte a tutti” di Nadia Urbinati, sul quotidiano la Repubblica del 14 di gennaio 2015: (…). La candidata Raffaella Paita ha vinto le primarie liguri anche con il voto di simpatizzanti del centrodestra. Nei giorni scorsi, elementi di Forza Italia e del Ncd hanno annunciato pubblicamente il loro appoggio alla candidata che correva contro Sergio Cofferati. Questo è uno degli effetti deleteri delle primarie aperte: il fatto che il Pd possa diventare il partito di tutti. Non solo partito nazionale, come anche desidera il suo segretario, non solo partito che piglia tutto, ma purtroppo anche un partito che può essere preso da chi vuole. Oltretutto, le primarie aperte sono aggravate anche dal fatto che non c'è una legge dello Stato che regoli le primarie e le istituisca per tutti i partiti. Ciò rende la situazione ancora più paradossale e al limite della legittimità: ci sono alcuni elettori (nel caso ligure quelli di centro destra) che hanno un potere doppio rispetto ad altri elettori (quelli del Pd) in quanto possono determinare il risultato in due schieramenti.

mercoledì 4 febbraio 2015

Oltrelenews. 21 “Quantitativeasing”.



Da “Crisi, la spesa pubblica non produce miracoli” di Fabio Scacciavillani, su “il Fatto Quotidiano” del 30 di luglio dell’anno 2014: (…). …in Italia l’ingegno miracolistico in politica economica alimenta una variante dell’avanspettacolo con malcelate aspirazioni colte. Anzi, dal mito del salario come variabile indipendente (la versione sindacale della biblica manna dal cielo), all’evergreen della politica industriale (in virtù della quale statisti del calibro di Tremonti, Galan, Formigoni, Gasparri, Penati&Bersani, Clini o Vendola indirizzerebbero le risorse pubbliche e private), oggi le salumerie che dispensano prosciutto da bulbo oculare, si piccano di impartire approfondimenti televisivi. In questo campo il San Daniele sagacemente stagionato è rappresentato dalla mistica della spesa pubblica e il relativo Sacro Graal del cosiddetto moltiplicatore keynesiano (appellativo atto a evocare i pani e i pesci evangelici). Basterebbe citare l’incalcolabile numero di crisi economiche e finanziarie (dall’Argentina alla Grecia, dall’Indonesia all’Ecuador) provocate dalla spesa pubblica fuori controllo, per capire che l’unico moltiplicatore è quello delle clientele elettorali e dei debiti che zavorrano il futuro delle nuove generazioni. Per sincerarsene basta un banale conto della serva.

martedì 3 febbraio 2015

Storiedallitalia. 68 “È normale: cammina”.



Ho puntualmente, nell’occasione, disertato tutti i talkshow costruiti per imbambolare la gente. Ho saltato d’un balzo – tanto per rendere un’immagine concreta – i fogli e fogli, decine e decine, dei quotidiani che abitualmente acquisto, per non essere insufflato dagli sbuffi dell’incenso che gli attivi turiferari di turno si sono premurati di diffondere per ogni luogo con un agitare forsennato dei loro turiboli. Ma con tutto ciò l’eco di quanto è avvenuto non ho potuto evitarla. Poiché le indecorose rappresentazioni di piaggeria che i turiferari della stampa hanno nell’occasione messo in atto, così come di tutti gli altri mass-media, hanno raggiunto tali livelli di insostenibilità che sarebbe stato opportuno, per una sana “igiene mentale”, fuggire in un altrove lontano nel quale fosse possibile nascondersi per evitare gli spruzzi delle loro  eccessive salivazioni. È tutto divenuto così esagerato nel bel paese che quel tutto sfiora l’irriverenza e la rappresentazione dell’osceno. Afferma lo scrittore inglese Tim Parks in una intervista rilasciata a Virginia Della Sala - “È poco famoso? Meglio per Renzi” -  pubblicata da “il Fatto Quotidiano” del primo di febbraio:

lunedì 2 febbraio 2015

Oltrelenews. 20 “Riformecostituzionali”.



La missione “costituente” del Renzi Matteo ben esplicitata nel suo volume “Tra De Gasperi e gli U2. I trentenni e il futuro” – Giunti editore (2006) -, visione ripresa e ben illustrata con le doverose citazioni tratte dall’autorevole scritto in “Il vecchio pallino del turbo premier” di Lucio Giunio Bruto su “il Fatto quotidiano” del 22 di ottobre dell’anno 2014: (…). Secondo lo sbrigativo presidente della Provincia di Firenze (nei pronunciamenti che risalgono all’anno 2006, oggigiorno primo ministro n.d.r.), “i vecchi codici del passato non dicono più niente”, e per capirlo “basta esaminare dieci articoli della Costituzione per fare i conti con la dimensione radicale della novità (...) i valori della Costituzione valgono ancora per tutti?”. La risposta renziana è no. E per dimostrarlo (...) comincia l’esame dei 10 articoli:

domenica 1 febbraio 2015

Oltrelenews. 19 “Banchepopolari”.



Da “Una misura che non ha ragioni economiche”, intervista di Adriano Bonafede, sul settimanale “Affari&Finanza” del 26 di gennaio 2015, al professor Donato Masciandaro direttore del dipartimento di “Economia della regolamentazione finanziaria” della Università Bocconi di Milano: «La misura che il governo ha preso nei confronti delle grandi popolari non ha alcuna ragione economica generale ma può trovare una giustificazione soltanto in esigenze politiche di breve periodo». (…). «Le popolari esistono in tutti i paesi industrializzati. La vera anomalia è il paese in cui un governo usa un decreto legge per cambiarne la governance». Professor Masciandaro, questa misura presa dal governo Renzi non è dunque necessaria? «Non esiste alcuna evidenza empirica al mondo che supporti l’idea su cui fonda il decreto Renzi, secondo cui una banca, per essere efficiente, deve essere una società per azioni».