La “sfogliatura” che si
propone risale ad un giorno - che era di giovedì - del nostro calendario che
era per l’appunto il 7 di aprile dell’anno 2011. L’uomo venuto da Arcore
avrebbe da lì a qualche mese rassegnato le dimissioni e lasciato il palazzo del
governo con la piena “sfiducia” non già del parlamento del bel paese in
rappresentanza del cosiddetto popolo sovrano ma dei poteri forti dell’Europa
finanziaria e non già dei popoli. Intanto, per imperscrutabili ragioni, l’uomo
torna oggigiorno a calcare da primo attore quel teatrino della politica che
tanto aborriva e che gli procurava, a suo dire, attacchi fastidiosissimi della
peggiore “orticaria”. Vallo a credere! Tanto è vero che continua a dimenarsi su
quelle polverose tavole teatrali come il migliore ed insuperato artista della
commedia dell’arte. Scrivevo a quel tempo: Non
riesco a cancellare dalla mia mente la “stupefacente”
– ché non trattasi, in verità, secondo una delle definizioni del dizionario
Sabatini_Colletti, “di sostanza di
origine vegetale o sintetica che, introdotta nell'organismo, agisce sul sistema
nervoso provocando uno stato di torpore, di eccitazione o di alterazione della
percezione e il cui uso prolungato produce assuefazione e gravi danni psichici
e fisici” -, visione del popolo plaudente di Lampedusa, visto attraverso il
freddo occhio delle telecamere come in preda ad uno stato di torpore cerebrale
che fa un tutt’uno con il torpore di un
immaginario, immenso, squinternato “sistema
cerebrale collettivo” che dovrebbe presiedere alla vita di relazione nel
bel paese. È lo stesso popolo che nei giorni precedenti, è pur vero, si era
mobilitato in un’opera straordinaria di soccorso e di aiuto nei confronti dei
profughi approdati su quell’isola. È lo stesso popolo che, ad un certo punto,
si era visto soffocato da una straripante presenza di migranti e che aveva dato
inizio ad un mugugno che pian piano è salito di tono e di volume sino a
giungere all’orecchio distratto e/o indifferente del “grande fratello” che, di gran corsa, è approdato su quegli incolti
scogli emergenti da quel sepolcro di migranti che è divenuto, nel corso degli
ultimi anni, il mare Mediterraneo.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
mercoledì 15 novembre 2017
martedì 14 novembre 2017
Quodlibet. 32 “L’altro populismo”.
Da “L’altro
populismo” di Roberto Esposito, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del
14 di novembre dell’anno 2016: (…). Populismo è un nome vuoto, pronto a
essere riempito da contenuti anche molto eterogenei e a essere adoperato con
intenzioni differenti e contrastanti. Esso, (…), è l’esito di una caduta di mediazioni
istituzionali tra politica e vita materiale che era stata colta da tempo dalla
riflessione più acuminata. In base a tale caduta, quell’insieme di segmenti
differenziati e spesso concorrenti che formano un popolo chiedono una risposta
immediata, cioè rapida e diretta, ai loro bisogni, desideri, pulsioni, paure,
speranze. Ciò spiega perché in tutto il mondo occidentale quella che si chiama
comunemente crisi della politica sia in realtà soprattutto crisi della
rappresentanza e degli organi che la incarnano — istituzioni, partiti,
sindacati. Anche l’aumento verticale di personalizzazione della politica è
l’esito di questa dinamica. Ma, ecco la domanda decisiva: questa crisi della
rappresentanza coincide con una crisi della democrazia? La domanda è più che
legittima, visto che la democrazia moderna è essenzialmente rappresentativa. Ma
la risposta non è scontata. Dal momento che la rappresentanza è una polarità,
certo necessaria, dei sistemi democratici, il cui altro polo è pur sempre la
sovranità popolare. Ora è evidente che nell’attuale difficoltà degli organismi
rappresentativi, il gioco politico si concentra su questo secondo polo. È per
esso che passa il discrimine di cui si diceva, all’interno del campo populista.
Nel senso che l’implicazione immediata tra politica e vita, rispetto alla quale
non è più possibile tornare indietro, può essere orientata in direzioni diverse
e anche alternative. Non più riducibili alla dicotomia orizzontale tra destra e
sinistra, ma piuttosto relative alla scala verticale tra stratificazioni
sociali sovrapposte. È su questo che i populismi si dividono e possono essere
divisi. Se, (…), il loro avversario comune è sempre l’establishment politico,
finanziario, tecnocratico, diverso è il rapporto che si determina tra gruppi sociali.
Come diverso è il rapporto di forza che passa tra essi — quello che un tempo si
definiva “egemonia”. In questione è la relazione che si determina tra blocchi
socio-culturali diversi e quale tra essi ne governi la saldatura. Da qui anche
la relazione, non necessariamente negativa, con il quadro democratico. In un
certo tipo di populismo, che possiamo chiamare inclusivo, si può creare
un’alleanza tra coloro che più sono stati colpiti dalla crisi economica e ceti
sociali intermedi, senza che questo comporti una barriera nei confronti della
forza lavoro degli immigrati. Un altro tipo di populismo, di carattere
escludente, presente in Europa come in America, si chiude su se stesso,
saldando la propria identità alle spinte regressive e xenofobe che provengono
da ambienti sociali diversi in direzione letteralmente reazionaria. La partita
che oggi si apre, insomma, è in buona parte interna al campo populista. Ed essa
va giocata anche in quel campo. La vinceranno coloro che sapranno orientare il
mutamento ormai irreversibile in una direzione allo stesso tempo innovativa e
compatibile con gli standard e i valori della democrazia moderna.
lunedì 13 novembre 2017
Terzapagina. 4 “But he’s their fool (ma è pur sempre il loro cretino)”.
Da “Trump,
il cane di pezza che sfregia l’America” di Joe Lansdale, pubblicato su “il
Fatto Quotidiano” dell’8 di novembre 2017: (…). Il sogno di un mondo in cui i bianchi
sono ancora al posto di comando – come se l’avessero mai lasciato –,
l’inquinamento non ha il benché minimo effetto sull’aria o l’acqua potabile,
esiste solo una religione (la loro), e si può giocare ai cowboy o ai soldati
girando allegramente con la pistola. Il sogno di un mondo in cui i minatori del
carbone hanno lavoro e malattie polmonari a volontà, e cose come il vento e
l’energia solare sono fantascienza. Un mondo in cui è possibile assumere
migranti illegali quando ce n’è bisogno per lavare le macchine, fare i lavori
domestici e raccogliere le patate, e al tempo stesso desiderare che restino al
di là di un muro costruito dal Messico per i comodi di altre nazioni. E infine
un mondo in cui si può credere, contro qualsiasi evidenza, che il presidente
Obama sia originario del Kenya e stia orchestrando una rivoluzione sinistrorsa
che potrebbe comportare la caduta del governo nelle mani dei rettiliani e che i
suoi compagni di merende, tipo Hillary Clinton, siano ricchi pervertiti che
gestiscono giri di prostituzione minorile nello scantinato di una pizzeria.
Questa gente accetta che Trump dica che i capi scout lo hanno chiamato per
dirgli che il suo discorso è stato il più bello della storia, o che il
presidente messicano è d’accordo con lui sull’efficacia delle sue politiche per
l’immigrazione, o che Obama ha riempito la Trump Tower di microspie. Tutte
queste si sono dimostrate sfacciate bugie. Qualche volta la Casa Bianca l’ha
addirittura ammesso, senza smuovere di un millimetro l’adorazione che la base
ha per Trump, appena inferiore all’adulazione riservata a Kim Jong-un in Corea
del Nord. Mancano solo le esecuzioni di parenti, anche se in senso simbolico
potrebbero esserci anche quelle nel programma di Trump. Alcune persone a lui
molto vicine dell’amministrazione sono già state gettate alle ortiche, ma pur
tradite, ferite e malconce finora sono riemerse con parole di lode nei suoi
confronti. “Grazie, signore, posso averne ancora?” La base di Trump è fatta di
quelli che avevano paura della Russia e pensavano che Obama fosse troppo poco
risoluto nelle sue interazioni con quel paese, ma oggi trovano perfettamente
accettabili i rapporti fin troppo amichevoli di Trump con la Russia e Putin.
Interferenze russe nelle elezioni, e chi se ne importa?, dicono, tanto ha vinto
Trump. Pur tenendo conto del fatto che Fox News smercia le informazioni
dell’estrema destra creando un vero e proprio universo alternativo, viene
comunque da chiedersi che razza di parassita si sia infilato nelle orecchie di
queste persone, divorando la parte del cervello che ha a che fare con la
logica, o con il loro tanto sbandierato comune buonsenso… È possibile che quel
parassita sia lo stesso Trump, o Fox News, ma la verità è che, se si guarda il
quadro generale, siamo più vicini a una forma di sindrome di Stoccolma. O forse
una chiave ancora più adatta a capire il fenomeno è il tribalismo: queste
persone difendono la tribù e il suo capo, anche se il capo è un bugiardo
narcisista che si è persino preso il disturbo di realizzare una falsa copertina
della rivista TIME con la sua foto sopra e distribuirla nei suoi campi da golf.
Tra l’altro, non aveva anche detto che non si sarebbe mai preso una vacanza e
che Obama giocava troppo a golf? Per anni gli elettori di Trump si sono visti
promettere cose che non hanno mai ricevuto. Promesse che venivano agitate di
fronte a loro come un cane di pezza da vincere ai baracconi, ma dopo ogni
elezione il cane veniva allontanato di scatto, proprio nel momento in cui
stavano allungando verso l’animale le loro dita bramose, quasi sempre bianche.
Il cane veniva fatto sparire, e tornava la politica di sempre. Il cane era solo
un’esca. Ma stavolta il premio non gli è stato strappato di mano, anzi, è stato
eletto il cane stesso. È senza un occhio, la stoffa è tutta consumata e una
delle zampe penzola da un filo di cotone sfilacciato, ma ciò non basta a farli
desistere. Finalmente hanno messo le mani su quel cavolo di premio, e, anche se
è in condizioni pietose, non hanno nessuna intenzione di mollarlo. Il cane di
pezza esprime le loro opinioni istituzionali su omofobia, xenofobia, bigotteria
e razzismo, l’idea che il vecchio mondo fosse un mondo migliore… tutte queste
cose escono direttamente dalla bocca del pupazzo. Gran parte dell’elettorato di
Trump non riesce a guardargli dentro, tanto è pieno di quella cosa che si trova
nei letamai, ma molti membri della sua tribù lo vedono esattamente per quello
che è, e tuttavia si dicono che, anche se è inaffidabile come l’Ogino-Knaus, e
ci sono buone possibilità che sia un cretino, è pur sempre il “loro” cretino.
Giustificano la loro posizione dicendo cose come: “Non credo che Trump sia
davvero razzista” o “Lo dice solo per tenere viva l’attenzione della base”.
Sono disposti a prendersi il pacchetto completo, dicono, pur di non rinunciare
allo straccio di imbottitura rimasto nel cane di pezza. Ma stanno trascurando
una palese verità, che si applica a Trump, e di fatto anche a loro. Kurt
Vonnegut l’ha espressa meglio di chiunque altro. “Tu sei quello che fingi di
essere”. Sagge parole, e adesso, quasi un anno dopo che Trump è diventato
Presidente degli Stati Uniti, abbiamo visto il livello del discorso scendere
dieci chilometri più in basso dell’inferno, e abbiamo visto il re dei palloni
gonfiati mostrare di essere un ipocrita in ogni modo possibile, tra le molte
altre cose perché gioca a golf più di Obama, dopo aver tanto criticato per
questo l’ex presidente. Ha promesso di non andare in vacanza, ma praticamente
lui vive in vacanza.
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