Tratto da “Che
cosa divide scienza e coscienza” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul
quotidiano la Repubblica del 19 di ottobre 2019: Nel tempo della sua prodigiosa
esplosione, la scienza ha messo nell’angolo l’etica. Entrambe sono nella natura
dell’essere umano, ma l’una procede indipendentemente dall’altra. Corre per le
sue strade la prima, la seconda annaspa. “L’uomo è antiquato”, s’è detto per
indicare questa condizione. Ricerca, innovazione, sperimentazione, sviluppo
sono le sue veloci parole d’ordine. Quelle dell’etica sono altre, lente:
giudizio, giustizia, rispetto, senso del limite, “non fare agli altri…”, ecc.
La scienza è neutrale: si occupa di fatti, l’etica di valori. Il collegamento
tra gli uni e gli altri spetta ad altre “agenzie”: politiche, economiche,
morali. La scienza è scienza e l’etica è l’etica. Troppo facile. Il senso
comune spesso diffida della scienza, come s’è visto nelle controversie su
vaccinazioni, metodo Stamina, cura Di Bella. Il degrado ambientale è tema che
fornirà tante nuove occasioni di scontro tra negazionisti e catastrofisti,
senza che la scienza possa mettere fine con una sua parola. I motivi di diffidenza
sono vari: lo spirito sopra la materia, il soggetto prima dell’oggetto, la
metafisica contro la fisica, il libero arbitrio contro il determinismo, il
catastrofismo e il sospetto di complotti. Soprattutto, aleggia la sindrome
dell’apprendista stregone. Le macchine raccolgono ed elaborano dati e
informazioni in misura che il cervello umano non può sognarsi di padroneggiare.
Ma sono senz’anima e tra poco saranno capaci di procedere per proprio conto, di
“pensare, parlare e fare per noi”. Se incrociamo queste due rischiose
proposizioni: “ciò che è stato scoperto, lo è per sempre” “tutto ciò che può
essere fatto, può essere fatto” — dove “potere” ha due significati: come
capacità e come liceità — si comprendono i rischi d’una scienza che non conosce
limiti. Che cosa uscirà dal vaso della bella e ambigua Pandora? Jules Verne (I
cinquecento milioni della Bégum) narra dell’invenzione del cannone onnipotente
che finisce per annientare l’artificiere.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 21 dicembre 2019
venerdì 20 dicembre 2019
Letturedeigiornipassati. 76 «Quel circolo vizioso in cui si è incagliata la nostra economia».
Tratto da “L'ossessione
del lavoro al tempo della crisi” di
Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica
del 20 di dicembre dell’anno 2014: Più l’occupazione scarseggia, più nella sua ricerca
riponiamo ogni speranza di realizzazione.
giovedì 19 dicembre 2019
Strettamentepersonale. 25 «Siamo gamberi della nostra stessa vita».
Non Vi sbalordisca e non crei
scompiglio nelle vostre radicate certezze se dico che ho un interesse “minore”
per la mia realtà biologica rispetto all’interesse, maggiore, che riservo alla
mia realtà a-biologica, quella legata al pensiero ed alla “consapevolezza”
dell’esistere. Il biologico non assicura “consapevolezza” dell’esistere, ché
altrimenti tutte le forme biologiche ne dovrebbero avere una piena contezza,
amebe incluse. È certo che mi interessi del mio stato di salute, che me ne
preoccupi in date circostanze, stato di salute che è strettamente aspetto biologico
della mia realtà ma non del mio “esistere”, che è solamente il mio
apparire ma non il mio essere, ma non disdegno di pensare che anche esso, il
mio stato biologico di benessere, possa avere un qualche remoto legame con la
mia struttura di pensiero, con quella che chiamo sovente la mia “impronta
psichica”. Sono interconnessioni intuite – ma solamente intuite, si
badi bene - da tempo, ma non ancora convenientemente indagate e scientificamente
dimostrate; sarà possibile mai una dimostrazione esaustiva di una tale
interconnessione del corpo con il proprio pensiero? Ma torno ad affermare come
preminente mi appaia la “salute” della mia “impronta
psichica”, persa o compromessa la quale ben poca cosa sopravviverebbe
di me stesso, della mia percezione del vivere ma ancor più della mia “consapevolezza”
di vivere “un tempo”, anzi “il tempo”, un tempo preciso
e difficilmente scambiabile con un altro tempo che sia diverso dal mio. Pensavo
a queste cose al tempo della notizia del mancamento, esorcizzato ma purtroppo
dolorosamente avvenuto, di un carissimo amico, R. D*N., che ci fu
carissimo assai, e che ci ha lasciati, in quell’amaro momento, la levità del
Suo “vivere”,
la Sua “educazione” senza pari, come intrisa fuori da questo tempo, la
Sua consapevole “remissività” che gli faceva da fedele compagna allorquando le
immancabili “storture” della vita non mancavano di tediarlo. Gli amici se
ne vanno, quasi in punta di piedi, per non disturbare il turbinio di questo
inquieto mondo, e di essi non ci rimane che la loro memoria, memoria che è
quella speciale categoria dello spirito che connota il nostro precario transito
in questo mondo. Ma è essa, la memoria, l’unico mezzo che conforta e rafforza la
nostra “consapevolezza” d’essere al mondo e nel “tempo”, e dopo, per il
tramite d’altri, d’esserci stati nel mondo. E gli amici che ci hanno lasciati e
che ci lasciano, dismessa la propria realtà corporale, lasciato oramai
quell’inutile ingombro, me li immagino incamminarsi per gli inesplorati
sentieri e per sempre verdi distese a coltivare la memoria, unica ancora che ci
tiene ben fermi e radicati a quello che è stato il nostro reale “vivere”
nel tempo. Ha scritto Giacomo Papi in una Sua memoria che ha per titolo “Noi stessi”, memoria pubblicata sul
supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” (marzo 2011), che di seguito
trascrivo in parte: “Il passato ci gonfia e ci abita, ci esiste in segreto davanti, senza
rivelarci mai che siamo già avvenuti. Camminiamo a ritroso dentro la storia.
Siamo gamberi della nostra stessa vita. Soltanto ciò che è avvenuto esiste
davvero e per sempre. Per questo cerchiamo di restare”. Dovrebbe essere
la paura di non lasciare nulla nel nostro dopo, al di là della paura della
nostra “morte biologica”, che dovrebbe spingere ciascuno a quella “religiosità”
della vita, ad una indispensabile, irrinunciabile “religiosità” della vita,
che non abbisogna di precettistica e di indottrinamenti particolari, “religiosità”
che viene oggigiorno disdegnata per godere pienamente dell’abbraccio suadente,
che tradisce, del momento fuggevole ed incerto che si è chiamati spensieratamente
a vivere. Ancora Giacomo Papi: Il passato ci gonfia e ci abita, ci esiste
in segreto davanti, senza mai rivelarci che siamo già avvenuti. (…). Gli
chiedo: - Dimmi una cosa passata di moda -. Risponde: - Me stesso -. (…). Ci
allontaniamo a piedi su strade costruite tanto tempo fa, sovrastati da case che
hanno ospitato le vite di centinaia di persone che non ci sono più e anche noi,
mentre parliamo, siamo fatti di passato. - Se penso a tutte le cose che sono
stato -, dice, - alunno di judo, di nuoto, delle medie, delle superiori, se
penso alle mode che mi hanno attraversato, ai pantaloni che ci facevano
indossare da bambini e a quelli che mi facevo indossare io da adolescente, so
che l'individuo più passato di moda sono io. Sono tutti. Andrò avanti così per
tutta la vita finché non potrò essere altro che niente. Non c'è verso di essere
contemporanei checché ne dicano gli stilisti -. Come istantanee, rivedo i baffi
all'ingiù di mio papà, gli ombretti di mia mamma, la nostra Ami 8 beige, Kabir
Bedi, lo zio Zeb della Conquista del West, Fonzie, Miguel Bosé, Lio, le Superga
d'inverno. Se non ci fosse memoria, si dice, non avremmo identità. Noi siamo i
nostri ricordi, solo che i nostri ricordi sono tutti fuori moda. - L'istante è
un germoglio dalle radici infinite che immagina l'albero che non diventerà mai
-, scrive Junichiro Kawasaki, il poeta giapponese. E poi conclude: - Il
presente è una scoreggia del passato che si disperde nel futuro -.
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