"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 21 dicembre 2019

Cosedaleggere. 20 «La scienza ha messo nell’angolo l’etica».


Tratto da “Che cosa divide scienza e coscienza” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 19 di ottobre 2019: Nel tempo della sua prodigiosa esplosione, la scienza ha messo nell’angolo l’etica. Entrambe sono nella natura dell’essere umano, ma l’una procede indipendentemente dall’altra. Corre per le sue strade la prima, la seconda annaspa. “L’uomo è antiquato”, s’è detto per indicare questa condizione. Ricerca, innovazione, sperimentazione, sviluppo sono le sue veloci parole d’ordine. Quelle dell’etica sono altre, lente: giudizio, giustizia, rispetto, senso del limite, “non fare agli altri…”, ecc. La scienza è neutrale: si occupa di fatti, l’etica di valori. Il collegamento tra gli uni e gli altri spetta ad altre “agenzie”: politiche, economiche, morali. La scienza è scienza e l’etica è l’etica. Troppo facile. Il senso comune spesso diffida della scienza, come s’è visto nelle controversie su vaccinazioni, metodo Stamina, cura Di Bella. Il degrado ambientale è tema che fornirà tante nuove occasioni di scontro tra negazionisti e catastrofisti, senza che la scienza possa mettere fine con una sua parola. I motivi di diffidenza sono vari: lo spirito sopra la materia, il soggetto prima dell’oggetto, la metafisica contro la fisica, il libero arbitrio contro il determinismo, il catastrofismo e il sospetto di complotti. Soprattutto, aleggia la sindrome dell’apprendista stregone. Le macchine raccolgono ed elaborano dati e informazioni in misura che il cervello umano non può sognarsi di padroneggiare. Ma sono senz’anima e tra poco saranno capaci di procedere per proprio conto, di “pensare, parlare e fare per noi”. Se incrociamo queste due rischiose proposizioni: “ciò che è stato scoperto, lo è per sempre” “tutto ciò che può essere fatto, può essere fatto” — dove “potere” ha due significati: come capacità e come liceità — si comprendono i rischi d’una scienza che non conosce limiti. Che cosa uscirà dal vaso della bella e ambigua Pandora? Jules Verne (I cinquecento milioni della Bégum) narra dell’invenzione del cannone onnipotente che finisce per annientare l’artificiere.

venerdì 20 dicembre 2019

Letturedeigiornipassati. 76 «Quel circolo vizioso in cui si è incagliata la nostra economia».


Tratto da “L'ossessione del lavoro al tempo della crisi”  di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica del 20 di dicembre dell’anno 2014: Più l’occupazione scarseggia, più nella sua ricerca riponiamo ogni speranza di realizzazione.

giovedì 19 dicembre 2019

Strettamentepersonale. 25 «Siamo gamberi della nostra stessa vita».



Non Vi sbalordisca e non crei scompiglio nelle vostre radicate certezze se dico che ho un interesse “minore” per la mia realtà biologica rispetto all’interesse, maggiore, che riservo alla mia realtà a-biologica, quella legata al pensiero ed alla “consapevolezza” dell’esistere. Il biologico non assicura “consapevolezza” dell’esistere, ché altrimenti tutte le forme biologiche ne dovrebbero avere una piena contezza, amebe incluse. È certo che mi interessi del mio stato di salute, che me ne preoccupi in date circostanze, stato di salute che è strettamente aspetto biologico della mia realtà ma non del mio “esistere”, che è solamente il mio apparire ma non il mio essere, ma non disdegno di pensare che anche esso, il mio stato biologico di benessere, possa avere un qualche remoto legame con la mia struttura di pensiero, con quella che chiamo sovente la mia “impronta psichica”. Sono interconnessioni intuite – ma solamente intuite, si badi bene - da tempo, ma non ancora convenientemente indagate e scientificamente dimostrate; sarà possibile mai una dimostrazione esaustiva di una tale interconnessione del corpo con il proprio pensiero? Ma torno ad affermare come preminente mi appaia la “salute” della mia “impronta psichica”, persa o compromessa la quale ben poca cosa sopravviverebbe di me stesso, della mia percezione del vivere ma ancor più della mia “consapevolezza” di vivere “un tempo”, anzi “il tempo”, un tempo preciso e difficilmente scambiabile con un altro tempo che sia diverso dal mio. Pensavo a queste cose al tempo della notizia del mancamento, esorcizzato ma purtroppo dolorosamente avvenuto, di un carissimo amico, R. D*N., che ci fu carissimo assai, e che ci ha lasciati, in quell’amaro momento, la levità del Suo “vivere”, la Sua “educazione” senza pari, come intrisa fuori da questo tempo, la Sua consapevole “remissività” che gli faceva da fedele compagna allorquando le immancabili “storture” della vita non mancavano di tediarlo. Gli amici se ne vanno, quasi in punta di piedi, per non disturbare il turbinio di questo inquieto mondo, e di essi non ci rimane che la loro memoria, memoria che è quella speciale categoria dello spirito che connota il nostro precario transito in questo mondo. Ma è essa, la memoria, l’unico mezzo che conforta e rafforza la nostra “consapevolezza” d’essere al mondo e nel “tempo”, e dopo, per il tramite d’altri, d’esserci stati nel mondo. E gli amici che ci hanno lasciati e che ci lasciano, dismessa la propria realtà corporale, lasciato oramai quell’inutile ingombro, me li immagino incamminarsi per gli inesplorati sentieri e per sempre verdi distese a coltivare la memoria, unica ancora che ci tiene ben fermi e radicati a quello che è stato il nostro reale “vivere” nel tempo. Ha scritto Giacomo Papi in una Sua memoria che ha per titolo “Noi stessi”, memoria pubblicata sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” (marzo 2011), che di seguito trascrivo in parte: “Il passato ci gonfia e ci abita, ci esiste in segreto davanti, senza rivelarci mai che siamo già avvenuti. Camminiamo a ritroso dentro la storia. Siamo gamberi della nostra stessa vita. Soltanto ciò che è avvenuto esiste davvero e per sempre. Per questo cerchiamo di restare”. Dovrebbe essere la paura di non lasciare nulla nel nostro dopo, al di là della paura della nostra “morte biologica”, che dovrebbe spingere ciascuno a quella “religiosità” della vita, ad una indispensabile, irrinunciabile “religiosità” della vita, che non abbisogna di precettistica e di indottrinamenti particolari, “religiosità” che viene oggigiorno disdegnata per godere pienamente dell’abbraccio suadente, che tradisce, del momento fuggevole ed incerto che si è chiamati spensieratamente a vivere. Ancora Giacomo Papi: Il passato ci gonfia e ci abita, ci esiste in segreto davanti, senza mai rivelarci che siamo già avvenuti. (…). Gli chiedo: - Dimmi una cosa passata di moda -. Risponde: - Me stesso -. (…). Ci allontaniamo a piedi su strade costruite tanto tempo fa, sovrastati da case che hanno ospitato le vite di centinaia di persone che non ci sono più e anche noi, mentre parliamo, siamo fatti di passato. - Se penso a tutte le cose che sono stato -, dice, - alunno di judo, di nuoto, delle medie, delle superiori, se penso alle mode che mi hanno attraversato, ai pantaloni che ci facevano indossare da bambini e a quelli che mi facevo indossare io da adolescente, so che l'individuo più passato di moda sono io. Sono tutti. Andrò avanti così per tutta la vita finché non potrò essere altro che niente. Non c'è verso di essere contemporanei checché ne dicano gli stilisti -. Come istantanee, rivedo i baffi all'ingiù di mio papà, gli ombretti di mia mamma, la nostra Ami 8 beige, Kabir Bedi, lo zio Zeb della Conquista del West, Fonzie, Miguel Bosé, Lio, le Superga d'inverno. Se non ci fosse memoria, si dice, non avremmo identità. Noi siamo i nostri ricordi, solo che i nostri ricordi sono tutti fuori moda. - L'istante è un germoglio dalle radici infinite che immagina l'albero che non diventerà mai -, scrive Junichiro Kawasaki, il poeta giapponese. E poi conclude: - Il presente è una scoreggia del passato che si disperde nel futuro -.