"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 4 dicembre 2017

Terzapagina. 8 “4 dicembre 2016: il grande NO”.



Nella ricorrenza del referendum del 4 di dicembre dell’anno 2016 si propone la ri-lettura del testo “Non umiliate il Parlamento” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” dell’8 di settembre dell’anno 2015: Il funzionamento della democrazia è cosa difficile, stretto tra l’inconcludenza e la forza. Chi crede che si tratti di una battaglia che si combatte una volta ogni cinque anni in occasione delle elezioni politiche e che, nell’intervallo, tutto ti è concesso perché sei il “Vincitore”, si sbaglia di grosso ed è destinato a essere travolto, prima o poi, dal suo orgoglio, o dalla sua ingenuità, mal posti. La prima vittima dell’illusione trionfalistica è il Parlamento. Se pensiamo che si tratti soltanto di garantire l’azione di chi “ha vinto le elezioni”, il Parlamento deve essere il supporto ubbidiente di costui o di costoro: deve essere un organo esecutore della volontà del governo. Altrimenti, è non solo inutile, ma anche controproducente. Le riforme in campo, infatti, sono tutte orientate all’umiliazione del Parlamento, nella sua prima funzione, la funzione rappresentativa. Che cosa significano le leggi elettorali, che prevedono la scelta dei candidati attraverso le “liste bloccate” stilate direttamente dai capi dei partiti o attraverso la farsa delle cosiddette “primarie”, se non l’umiliazione di quella funzione nazionale: trionfo dello spirito gregario o del mercato dei voti. Il prodotto degradato, se non avariato, è davanti agli occhi di tutti. Così, mentre dalle istituzioni ci si aspetterebbe ch’esse tirassero fuori da chi le occupa il meglio di loro stessi, o almeno non il peggio, di fatto avviene il contrario. Queste istituzioni inducono alla piaggeria, alla sottomissione, all’assenza di idee, alla disponibilità nei confronti dei potenti, alla vigliaccheria interessata o alla propria carriera o all’autorizzazione ad avere mano libera nei propri affari sul territorio di riferimento. Per essere eletti, queste sono le doti funzionali al partito nel quale ti arruoli. Non devi pensare di poter “fare politica”. Non è più il tempo: il tempo è esecutivo! Una prova evidente, e umiliante, dell’inanità parlamentare è la vicenda che ha agitato la vita politica negli ultimi due anni: la degradazione del Senato in Camera secondaria che dovrebbe avvenire col consenso dei Senatori. Si dice loro: siete un costo, cui non corrisponde nessun beneficio; siete un appesantimento dei processi decisionali, cui corrisponde non il miglioramento, ma il peggioramento della qualità della legislazione. Sì, risponde il Senato: è così. Finora siamo stati dei parassiti inutili e dannosi e siamo grati a chi ce ne ha resi consapevoli! Sopprimeteci! Vediamo più da vicino questo caso da manuale di morte pietosa o suicidio assistito nella vita costituzionale. A un osservatore non superficiale che non si fermi alla retorica esecutiva e “governabilitativa”, cioè ai costi (“Senato gratis”, è stato detto) e alla velocità (una deliberazione per ogni legge, invece di due), l’esistenza di una “seconda Camera” risulta bene fondata su “ragioni conservative”. Non conservative rispetto al passato, come fu al tempo delle Monarchie rappresentative, quando si pose la questione del bilanciamento delle tendenze anarcoidi e dissipatrici della Camera elettiva, propensa a causa della sua stessa natura a sperperare denaro e tradizioni per accattivarsi gli elettori. Allora ciò che si voleva conservare era il retaggio del passato. Oggi, di fronte alla catastrofe della società dello spreco, si tratterebbe dell’opposto, cioè di ragioni conservative di risorse e opportunità per il futuro, a garanzia delle generazioni a venire. Il Senato come concepito nella riforma moltiplica la dissipazione. Se ne vuole fare un’incongrua proiezione amministrativistica di secondo grado di enti locali, a loro volta affamati di risorse pubbliche. A questa prospettiva “amministrativistica” se ne sarebbe potuta opporre una “costituzionalistica”. Nei Senati storici, le ragioni conservative corrispondevano alla nomina regia e alla durata vitalizia della carica: due soluzioni, oggi, evidentemente improponibili, ma facilmente sostituibili con l’elezione per una durata adeguata, superiore a quella ordinaria della Camera dei deputati, e con la regola tassativa della non rieleggibilità, come garanzia d’indipendenza da interessi particolari contingenti. A ciò si sarebbero potuti accompagnare requisiti d’esperienza, competenza e moralità particolarmente rigorosi, contenuti in regole di incandidabilità, incompatibilità e ineleggibilità misurate sulla natura dei compiti assegnati agli eletti. Fantasie. I riformatori costituzionali pensano ad altro: a eliminare un contrappeso politico, ad accelerare i tempi. Non riuscendo a eliminare, puramente e semplicemente, un organo, che così come è si ritiene inutile, anzi dannoso, si sono persi in un marchingegno la cui assurda complicazione strutturale – le modalità di estrazione dei nuovi “senatori” dalle assemblee locali – e procedimentale – i rapporti con l’altra Camera – verrà alla luce quando se ne dovesse sperimentare il funzionamento.

domenica 3 dicembre 2017

Quodlibet. 38 “Terrorismo e la patologia dell'intelletto detta dogma".



Da “Il terrorismo e l’utopia della riforma delle teste” di Franco Cordero, pubblicato sul quotidiano  la Repubblica del 3 di dicembre dell’anno 2015: Il quesito corrente nelle riflessioni sul terrore islamico è come combatterlo: sistemi preventivi, intelligence, tecnologie sofisticate forniscono uno strumentario difensivo senza rimuovere le cause, né v'incidono misure belliche. Che il rimedio stia nell'acquisire i giovani immigrati ai valori dell'Occidente, instaurando trame sociali accoglienti, è una bella frase col difetto degl'insegnamenti che il professor Pangloss impartiva a Candide: avessimo sotto mano i mezzi d'una riforma delle teste, il problema non esisterebbe; quando vi sia, il progresso avviene nei tempi lunghi della fisica sociale. Niente lascia supporre soluzioni reperibili relativamente presto, come altrove succede (ad esempio, in economia, medicina, urbanistica). Bussano alla porta fenomeni spaventosi, senza precedenti prossimi, ed è buona regola coglierne l'aspetto specifico. A prima vista ne saltano fuori vari. I terroristi vengono da una chiesa, i cui riti praticano: chiesa ossia comunità dei credenti; e cosa credono? un aldilà dove abitano le anime disincarnate. S'interessano al mondo sublunare nella sola misura in cui sia o no ordinato al destino ultraterreno. Nel secondo caso va inesorabilmente colpito. Sono dei nichilisti senza disegni sul futuro terrestre ma non è prospettiva del puro nihil (vi puntava quel pilota Lufthansa inabissatosi nelle Alpi con tutti i passeggeri). Il terrorismo suicida presuppone equazioni economiche: economia dell'altro mondo; l'agonista guadagna incomparabili delizie; è cattivo affare precludersele deviando dalla via al paradiso. Che tale sia la vicenda umana, lo sa da fonti scritte e commenti degli imam e dobbiamo supporlo sicuro, dal modo in cui corre festosamente alla morte. L'interno mentale del cattolico risulta diverso nelle Pensées, dove Pascal raccomanda vita pia anche se il profitto fosse dubbio. Date certezze simili, è presumibile che l'impulso alla santa morte non s'estingua nella guerra al Califfato, anzi divampi, né pare probabile un disarmo ideologico indotto dalla conversione agli svaghi occidentali. L'autoanalisi riserva antipatiche sorprese svelando nella storia europea filoni simili alla rabbia islamica. Cominciamo dalle sventure d'un aragonese nomade, troppo intelligente per chiudersi in gabbie d'ortodossia e così incauto da esibire i pensieri. Era apparso ventenne sulla scena europea, autore d'un libello polemico: De Trinitatis erroribus libri septem, 1531; en passant vi descrive la macchina cardiocircolatoria contro l'opinione comune; l'ha scoperta un secolo prima d'Harvey; e mette il nome sul frontespizio, Michael Servetus. L'anno dopo escono i Dialogorum de Trinitate libri duo. De iustitia regni Christi capitula quatuor. Due libretti ora rarissimi, aborriti in casa cattolica e protestante. Abile medico, geografo, astrologo, vaga tra Renania e Francia, ai ferri corti con l'establishment, finché incappa in Calvino. L'ha provocato pubblicando a spese sue, più cento ducati al tipografo, le 734 pagine della Christianismi restitutio, gennaio 1553. L'implacabile teocrate, qui perfido commediante, lo denuncia all'Inquisitore attraverso un dialogo epistolare artefatto. Arrestato, evade, 7 aprile, puntando dal Delfinato a Napoli. Non sappiamo come capiti a Ginevra, 15 luglio, e perché vi stia quattro settimane, quasi aspettasse gli sbirri. Aveva il rogo nei cromosomi e gliel'accendono venerdì 27 ottobre. Calvino lascia un racconto stomachevole dell'evento e «confuta» l'aragonese, spiegando perché dobbiamo liquidare ogni eretico: lasciandolo vivo, ammetteremmo dubbi sulla parola divina; così cadono i fondamenti della fede. L'élite protestante applaude. Melantone, mite luterano umanista, loda i giustizieri: era iudicium Dei; Gesù Cristo vi assisteva e premierà chi ha vinto; grazie a nome della Chiesa presente e futura. Martin Butzer formula l'idea in lingua meno fiorita, lamentando che non gli abbiano strappato le budella. Benedict Carpzov, nato cinquantadue anni dopo, è un penalista sassone coltissimo, evoluto, ragionatore equanime: ebbene, lo ritiene giustamente condannato a morte, perché negava la Trinità; discorsi simili infestano coelum ac terram; però sarebbe bastato decapitarlo. Non va meglio in casa cattolica. Sotto Natale 1598 muore come Serveto un vecchio, benvoluto, innocuo mugnaio friulano, colpevole d'avere «cervelo sutil»: l'inquisitore locale chiudeva gli occhi ma l'Eminentissimo Giulio Antonio Santori, mancato papa nel conclave 1592, non tollera omissioni pietatis causa e il povero Menochio va in fumo. A Roma pendeva torpido l'affare Giordano Bruno, ex domenicano: finirà al rogo giovedì mattina 17 febbraio 1600, col morso perché aveva in gola «bruttissime parole». Anno Domini 1942 fonti ufficiali confermano che fosse condanna legittima, lanciando insulti al defunto, importante filosofo. Cose simili avvengono in una patologia dell'intelletto detta "dogma".

venerdì 1 dicembre 2017

Terzapagina. 7 “I bambini ci guardano”.



Ha scritto Riccardo Q. nel suo componimento “Ritorno a scuola” – pubblicato sul sito 98zero.it -: (…). Quando arrivai a scuola il mio cuore scoppiò per tutte le emozioni che provavo. Ci voleva un mezzo pesante per contenerle tutte. Entrai e pensai di essere come un piccolo principe che rientra nel suo castello sperduto. I miei compagni dalla gioia di entrare nuovamente nella piccola, vecchia aula, dove avevamo lasciato le nostre ferite, i nostri pianti per i testi e i voti non soddisfacenti, si misero a ballare e cantare senza accorgersi che il pavimento stava per cedere dai passi furiosi. (…). Uscimmo per fare la lezione di motoria ed ecco un colpo di spada mi ferì nel cuore, la natura morta del cortile era stata abbandonata lì imprudentemente dagli operai che avevano svolto i lavori. I mattoni erano stati buttati, incustoditi, tra fusti taglienti, più che un giardino scolastico sembrava il buco nero della sporcizia. Io sono rimasto scioccato, quasi paralizzato da un demone, tutti quegli attimi passati con madre natura negli anni della mia crescita erano stati ignorati, calpestati, bistrattati da tutta quella immondizia. (…). Spero di riuscire a godermi gli ultimi mesi che mi restano in questa scuola e depongo le mie speranze tra le sue care mura. Saprà la scuola di Riccardo Q. dare le risposte che attendono Riccardo ed i suoi compagni di classe? Saprà essere, quella scuola, “scuola” di umanizzazione per quelle giovanissime vite? Una pagina bella ed appassionata di scuola di umanizzazione l’ha scritta Giovanni Mosca (1908-1983) nel Suo celeberrimo “Ricordi di scuola” – Rizzoli (1983) -, pagina bella ed appassionata di come, nell’arte dell’educare, vadano colte al volo anche le occasioni all’apparenza le più inidonee, per stabilire quel contatto con i giovani senza il quale quella nobile arte traligna in ben altro, ma che nulla possiede della sublime, solitaria arte dell’educare, che è un condurre per mano le giovani vite che il caso affida ora a questo ora a quello dei maestri di scuola: