"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

venerdì 30 novembre 2012

Strettamentepersonale. 7 Se la crescita non basta più.



(…). La crescita non è una scelta ma una condizione obbligata per la sopravvivenza del sistema capitalistico: venuta meno questa condizione, la sua rapida ripresa è diventata un’invocazione corale. Ma esistono dei forti dubbi che la crescita possa rappresentare l’unica soluzione dei nostri problemi in quanto un’espansione quantitativa senza limiti così come l’abbiamo conosciuta dalla rivoluzione industriale non appare sostenibile. Così scrivono Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini sul quotidiano la Repubblica del 9 di novembre – “Se la crescita non basta più” -. Debbo questo post a M.B., negli occhi della quale ho visto, nell’ultimo nostro fuggevole incontro, lo sgomento e la paura. Lo sgomento suo che penso sia comune a tutti gli operatori economici e commerciali in questo periodo di difficilissima navigazione all’interno della “grande crisi”. È la prima volta che mi viene di aggettivarla, la crisi intendo dire. Dicevo della paura che ho visto negli occhi della carissima amica di una vita; la paura di un passo indietro che riporti una grossa fetta della società alle soglie della povertà. Donde quella paura vista in quello sguardo suo mi spinge a parlare di “grande crisi”, per l’appunto. E dalle parole sue disperate e come senza speranza alcuna ho potuto cogliere anche una punta di astio verso tutti coloro che, al pari dei due estensori della nota, auspicano che l’uscita della crisi sia diversa nelle quantità economiche ma anche e soprattutto nelle percezioni e nei nuovi atteggiamenti che i consumatori in quanto tali dovranno necessariamente fare propri. Urgono nuovi atteggiamenti e nuovi comportamenti, più responsabili e più consapevoli. Continuano a scrivere Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini: Ricordiamo che prima dell’attuale crisi l’economia mondiale si sviluppava a un tasso medio che, se estrapolato fino al 2050, l’avrebbe moltiplicata per 15 volte; se prolungato fino alla fine del secolo, di 40 volte. E sappiamo che la crescita comporta un incremento della popolazione, che oggi è pari a circa 6,5 miliardi di persone e nel 2050 dovrebbe toccare i 9 miliardi. Riproponiamo dunque la domanda: è concepibile un’economia capace di una crescita continua? Per noi la risposta è senza alcun dubbio negativa perché la crescita sta determinando un’imponente distruzione di risorse naturali. Ne deriva che il rilancio della crescita può rappresentare una fase, non uno stato permanente dell’economia, e che agli economisti toccherebbe il compito di rispondere alla domanda: esistono altre forme di economia che possano fare a meno della crescita senza farci ricadere nella povertà? È possibile “una prosperità senza crescita” (…)? Da tempo economisti e scienziati si sono impegnati nel compito di immaginare quali dovrebbero essere le linee portanti di un nuovo modello di sviluppo dell’economia in senso ecologico e, soprattutto, di un nuovo modello ideologico. Crediamo che sia giunto il momento di passare dall’economia della competizione a una nuova economia della cooperazione: la competizione sempre più spinta ha prodotto un’età della crescita che è oramai degenerata in un’età della distruzione. Nuove forme di cooperazione potrebbero, invece, condurci verso un’età di rinnovato benessere. (…). Ciò significa passare dalla quantità alla qualità, da un concetto di “maggiore” a uno di “migliore”, dall’espansione illimitata all’equilibrio dinamico. (…). Un processo di riconversione ecologica dell’economia richiede nuovi indicatori e nuovi strumenti di misura delle performance economiche, sociali e ambientali. Occorre superare il Pil che rappresenta il valore monetario dei beni e servizi scambiati sul mercato. Il prodotto interno lordo si è rivelato molto utile nel misurare la crescita quantitativa, ma ha via via perso di efficacia nelle economie postindustriali dove è cresciuto il peso dei servizi immateriali e delle attività di carattere sociale, dove la qualità del prodotto e la produzione di nuovi prodotti hanno assunto maggiore importanza e dove le tematiche relative all’ambiente sono diventate sempre più centrali nelle scelte di vita di un gran numero di persone. Inoltre, il Pil ignora completamente il fatto che la crescita dell’economia è strettamente associata con il consumo delle risorse che quindi tendono ad esaurirsi. Non solo i combustibili fossili, ma anche le foreste, il suolo coltivabile, i metalli ed altre materie prime. Infine, il Pil non conteggia la produzione di rifiuti, l’inquinamento, le emissioni di anidride carbonica, la disponibilità di acqua dolce, il livello di istruzione. Se tutto ciò venisse incluso nella stima del Pil constateremmo che le nostre società non si stanno più arricchendo ma si sono incamminate lungo un percorso di impoverimento sociale, economico e ambientale. Per uscire dalla crisi, dunque non basta semplicemente rilanciare la crescita, ma è necessario concepire un nuovo modello di sviluppo ecologico e cooperativo ed elaborare nuovi indicatori che siano in grado di misurare realmente la ricchezza prodotta e le risorse consumate a livello globale. Spero che M.B., abituale ed attenta lettrice delle cose che vado proponendo su questo blog, legga con attenzione le sagge parole dei due illustri Autori e voglia ammainare la sua animosità verso tutti coloro, me compreso, che sono dell’idea di uno sviluppo, di una crescita che siano diversi e più adeguati e rispettosi dell’equilibrio dinamico della troposfera. Senza una consapevolezza nuova grandi disastri ci attendono che supererano di gran lunga, per gli effetti che essi dispiegheranno, i disastri economici e finanziari prodotti dalla “grande crisi” che stiamo vivendo.  Ha scritto il filosofo francese Serge Latouche – la Repubblica del 14 di settembre 2012 – in un Suo editoriale che ha per titolo “Facciamo economia”: Viviamo in una società della crescita. Cioè in una società dominata da un'economia che tende a lasciarsi assorbire dalla crescita fine a se stessa, obiettivo primordiale, se non unico, della vita. Proprio per questo la società del consumo è l'esito scontato di un mondo fondato su una tripla assenza di limite: nella produzione e dunque nel prelievo delle risorse rinnovabili e non rinnovabili, nella creazione di bisogni - e dunque di prodotti superflui e rifiuti -  e nell'emissione di scorie e inquinamento (dell'aria, della terra e dell'acqua). Il cuore antropologico della società della crescita diventa allora la dipendenza dei suoi membri dal consumo. (…). Per usare una metafora siamo diventati dei "tossicodipendenti" della crescita. (…). Un meccanismo che tende a produrre infelicità perché si basa sulla continua creazione di desiderio. Ma il desiderio, a differenza dei bisogni, non conosce sazietà. Poiché si rivolge ad un oggetto perduto ed introvabile, dicono gli psicoanalisti. (...). …la ridefinizione della felicità come "abbondanza frugale in una società solidale" corrisponde alla forza di rottura del progetto della decrescita. Essa suppone di uscire dal circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e prodotti e della frustrazione crescente che genera, e in modo complementare di temperare l'egoismo risultante da un individualismo di massa. (…). L'abbondanza consumista pretende di generare felicità attraverso la soddisfazione dei desideri di tutti, ma quest'ultima dipende da rendite distribuite in modo ineguale e comunque sempre insufficienti per permettere all'immensa maggioranza di coprire le spese di base necessarie, soprattutto una volta che il patrimonio naturale è stato dilapidato. Andando all'opposto di questa logica, la società della decrescita si propone di fare la felicità dell'umanità attraverso l'autolimitazione per poter raggiungere l'"abbondanza frugale". (…). Jean Baudrillard lo aveva ben visto a suo tempo quando disse che "una delle contraddizioni della crescita è che produce allo stesso tempo beni e bisogni, ma non li produce allo stesso ritmo". Ne risulta ciò che egli chiama "una depauperizzazione psicologica", (…). La vera povertà risiede, in effetti, nella perdita dell'autonomia e nella dipendenza. Un proverbio dei nativi americani spiega bene il concetto: "Essere dipendenti significa essere poveri, essere indipendenti significa accettare di non arricchirsi". Siamo dunque poveri, o più esattamente miseri, noi che siamo prigionieri di tante protesi. La crescita del benessere (del “ben” “essere” e non degli oggetti che non consentono di “essere, di stare bene al mondo” n.d.r.) è dunque la strada maestra della decrescita, poiché essendo felici si è meno soggetti alla propaganda e alla compulsività del desiderio. (…). Mi ricordo ancora la mia prima arancia, trovata nella mia scarpa a Natale, alla fine della guerra. Mi ricordo anche, qualche anno più tardi, dei primi cubetti di ghiaccio che un vicino ricco che aveva un frigorifero ci portava le sere d'estate e che noi mordevamo con delizia come delle leccornie. Una falsa abbondanza commerciale ha distrutto la nostra capacità di meravigliarci di fronte ai doni della natura (o dell'ingegnosità umana che trasforma questi doni). Ritrovare questa capacità suscettibile di sviluppare un'attitudine di fedeltà e di riconoscenza nei confronti della Terra-madre, o anche una certa nostalgia, è la condizione di riuscita del progetto di costruzione di una società della decrescita serena, come anche la condizione necessaria per evitare il destino funesto di un'obsolescenza programmata dell'umanità. Dedicato a M.B., operatrice commerciale in ansia, che mi è molto cara. 

mercoledì 28 novembre 2012

Dell'essere. 9 Adolescenza infinita.



E poi ci sarebbe l’adolescenza. Una fase che dovrebbe essere ben delimitata nella vicenda terrestre degli umani. È che quella fase sembra oggigiorno non finire mai. Almeno per gli umani delle recenti generazioni cresciute nel bel paese. “Bamboccioni” per alcuni, “choosy” per l’ultima detta dalla Fornero che piange, se ne adontano molto. Perché mai? Cosa fanno per non meritarsi aggettivazioni di quel tipo? In verità credo ben poco – salvando i pochi, anzi i pochissimi che ci provano -. I segnali premonitori non sono mancati negli anni. Ce li ha forniti come sempre la “cattiva maestra” – secondo Popper -, madama la televisione. Che ha fatto abbondantemente ricorso ai “bamboccioni”, trentenni o quarantenni ed anche oltre nell’anagrafe, che negli spot si dilettano, gigioneggiano, fanno il “cascamorto” con il telefonino ultimo grido, o con qualsivoglia altro inutile oggetto di consumo che la televisione volesse imporre tra i desideri insopprimibile e/o le aspirazioni del suo non catafratto pubblico. Colpa della televisione allora? E perché no, colpa della scuola, tanto va di moda! La colpa a chi? Ha scritto Giacomo Papi sul numero del settimanale “D” del 10 di novembre scorso – “Adulti che non aiutano a crescere” -: (…). Negli ultimi decenni del secolo scorso tutti i bambini smisero, all'improvviso, di andare a scuola da soli. Prima era normale già in seconda elementare. Poi arrivò l'epidemia. Rispondendo a un'oscura chiamata culturale, i genitori decisero in massa che era troppo pericoloso, che c'erano troppe automobili in giro e troppi pedofili in agguato, (…). In realtà, i pericoli non erano aumentati e il tempo per i figli, mediamente, non era diminuito. A essere cambiata era la percezione degli adulti. Era aumentata la paura. I bambini incominciarono ad apparire creature fragili, incapaci di difendersi e diventare libere e autonome. Esseri viventi incapaci, letteralmente, di crescere. (…). L'allungamento della vita media deforma le età. Stiracchia in una post adolescenza infinita il periodo che va dai 20 ai 30 anni e rimanda la vecchiaia oltre i 70. Rende genitori e figli per sempre. (…). È in atto un innamoramento collettivo per le creature che rimangono piccole. Il sogno del cucciolo eterno. La nostra idea dell'infanzia è un tassello di un processo che iniziò con la moda dei bonsai, gli alberelli giapponesi che non crescono, ed esplode, oggi, per esempio, con l'invasione dei chihuahua. Ma se si rimane piccoli è per soddisfare una precisa richiesta sociale, una esigenza profonda dei grandi. Protrarre all'infinito la dipendenza dei figli è, infatti, prima di tutto, una strategia di auto-gratificazione e rassicurazione dei genitori, un modo per continuare a sentirsi utili, anzi indispensabili, in un universo che sembra sempre in procinto di fare a meno di noi. Mi sento di condividere l’analisi sempre puntuale e precisa di Giacomo Papi. Alla quale analisi mi sento di affiancare la riflessione di un uomo di scienza, lo psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati, riflessione pubblicata sul quotidiano la Repubblica – “Adolescenza infinita”, 6 di ottobre 2012 -. Scrive l’illustre Autore: (…). Ricordo un mio vecchio maestro elementare che aveva il vizio di riproporre in modo assillante una metafora educativa tristemente nota: "Siete come viti che crescono storte, curve, arrotolate su loro stesse. Ci vuole un palo e filo di ferro per legare la vite e farvi crescere diritti". In un passato che ha preceduto la contestazione del '68 il compito dell'educazione veniva interpretato come una soppressione delle storture, delle anomalie, dei difetti di cui invece è fatta la singolarità della vita. Oggi questa metafora non orienta più - meno male - il discorso educativo. Oggi non esistono più - meno male - pali diritti sui quali correggere le storture delle viti. Il problema è diventato quello dell'assenza di cura che gli adulti manifestano verso le nuove generazioni, lo sfaldamento di ogni discorso educativo che l'ideologia iperedonista ha ritenuto necessario liquidare come discorso repressivo. E qui l’illustre Autore sembra concordare in pieno con l’opinionista Giacomo Papi laddove lo stesso scriveva, a proposito delle cosiddette “cure parentali”, che esse sono, o rappresentano “prima di tutto, una strategia di auto-gratificazione e rassicurazione dei genitori, un modo per continuare a sentirsi utili, anzi indispensabili”. E di mio ci aggiungerei anche la tendenza da parte degli adulti a non differenziarsi di molto  dai pargoli loro affidati, in nome di un falso, consumistico “giovanilismo” che li conduce irrimediabilmente a confondere ruoli e competenze derivandone una deresponsabilizzazione non percepita nella giusta misura. Scrive infatti Massimo Recalcati: Non che gli adulti in generale non siano preoccupati per il futuro dei loro figli, ma la preoccupazione non coincide col prendersi cura. I genitori di oggi sono, infatti, assai preoccupati, ma la loro preoccupazione non è in grado di offrire sostegno alla formazione. Quello che dobbiamo constatare con amarezza è che il nostro tempo è marcato da una profonda alterazione dei processi di filiazione simbolica delle generazioni. Come in una sorta di Edipo rovesciato sono i padri che uccidono i loro figli, non lasciano il posto, non sanno tramontare, non sanno delegare, non concedono occasioni, non hanno cura dell'avvenire. La vita dei nostri figli è aperta ad un sapere senza veli - quello delle rete per esempio - ma anche quello relativo al mondo degli adulti una volta impermeabile ad ogni domanda, mentre oggi ridotto ad un gruviera: i figli sanno tutto dei loro genitori anche quello che sarebbe meglio non sapessero. L'alterazione del rapporto tra le generazioni passa anche da qui; i figli hanno accesso senza mediazioni culturali ad un sapere senza confini e diventano i confidenti dei genitori e delle loro pene. Anziché potere appoggiare la loro vita su quella dei propri genitori, seguono per lo più attraverso le vite da adolescenti di chi dovrebbe prendersi cura delle loro vite. Una pesante responsabilità di scelta attende i nostri giovani non essendo più la loro vita vincolata ai binari immutabili della tradizione e della trasmissione familiare. È, come direbbe Bauman, la condizione liquida delle nuove generazioni. Sempre meno esse si trovano a proseguire sulle orme dei loro familiari e sempre più si trovano  - nel bene e nel male - obbligate ad inventare un loro percorso originale di crescita. (…). L'iperedonismo contemporaneo ha scomunicato il compito educativo come una cosa per moralisti. Di conseguenza, la libertà si è ridotta a fare quello che si vuole senza vincoli né debiti. Ma intanto il debito cresce e ha sommerso le nostre vite e l'assenza di senso della Legge ha spento la potenza generativa del desiderio. E allora la libertà non genera alcuna soddisfazione ma si associa sempre più alla depressione. È qualcosa che incontriamo sempre più frequentemente nei giovani di oggi. Ma come? Hanno tutte le possibilità, più di qualunque generazione precedente? E sono depressi? Come si spiega? Si spiega col fatto che la loro libertà è in realtà una prigione perché è senza possibilità di avvenire. Cresciamo i nostri figli nella dispersione ludica mentre la storia li investe di una responsabilità enorme: come fare esistere ancora un avvenire possibile? Nietzsche aveva posto all'uomo occidentale il problema della libertà nel modo più radicale possibile. L'uomo è pronto per essere libero? È all'altezza del compito etico della libertà? La fuga delle masse nei totalitarismi del Novecento aveva dato una risposta negativa a quella domanda. No, l'uomo non è capace di essere libero, l'uomo fugge dalla libertà. Adora il tiranno e il suo bastone. La pulsione gregaria domina quella erotica. Il rifugio nel grande corpo della massa viene preferito all'assunzione singolare della propria libertà e della vertigine che essa comporta. Oggi le cose sono cambiate. La massa non è più unita dall'attaccamento fanatico all'ideale. Il cemento che la tiene insieme si è inesorabilmente sgretolato, così si è fatta liquida, ondivaga, informe. E prevale l'individuo nel suo isolamento narcisistico. Mi soccorre per concludere, come sempre, il poeta libanese Kahlil Gibran: E una donna che stringeva un bimbo al seno chiese: parlaci dei figli. Ed egli disse: i vostri figli non sono i vostri figli. Essi sono i figli e le figlie della smania della Vita per se stessa. Vengono attraverso di voi, ma non da voi, e benché stiano con voi, tuttavia non vi appartengono. Voi potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i propri pensieri. Potete dare alloggio ai loro corpi, ma non alle loro anime, poiché le loro anime dimorano nella casa del futuro che voi non potete visitare neppure in sogno. Voi potete sforzarvi di essere come loro, ma non cercate di renderli simili a voi. Poiché la vita non va all’indietro e non si trattiene sullo ieri. Voi siete gli archi dai quali i vostri figli vengono proiettati in avanti, come frecce viventi. (…). Ecco il punto: “non cercate di renderli simili a voi”. Poiché li renderete per sempre i vostri “bamboccioni”, senza responsabilità e senza cuore. Soli di fronte alla Storia. E senza la libertà.  

domenica 25 novembre 2012

Cosecosì. 34 Invecchiare in Occidente.



Capito in un istituto di bellezza. L’ambiente è salubre, elegante e sobrio al contempo. Si respira bene. Si inalano effluvi odorosi. Un impianto hi-fi diffonde musica in sottofondo. È che, con la perdita delle frequenze, non mi lascio affascinare e trascinare dalle melodie sapientemente diffuse. Capito nell’istituto di bellezza per una pratica di basso profilo. Per le mie estremità inferiori, bisognevoli d’essere ripulite dagli ispessimenti cutanei che la mia passione per la deambulazione mi crea con una certa frequenza. Avrete notato che non ho nominato le suddette estremità. È che da bambino ascoltavo la mia mamma chiacchierare con le amiche e dovendo esse riferire di quelle estremità premettevano sempre un “con decenza parlando” come se quelle estremità non facessero a buon titolo parte del loro corpo e non ne fossero un’appendice indispensabile e straordinaria. E così mi è rimasta una certa ritrosia a farne menzione diretta. Avrete capito dello scarso mio interesse per la “bellezza” dispensata copiosamente e profumatamente in quell’istituto – profumatamente a soldini, intendo dire -; è che da un bel pezzo essa, la “bellezza”, non mi interessa più, almeno sulla mia persona. Ammiro ed apprezzo quella delle “altre”. E così mi accingo rassegnato a riprendere la lettura dell’agile volumetto che il quotidiano la Repubblica ha allegato – Alessandro Baricco, “Una certa idea del mondo” -. L’impresa mi sfuma per le mani. È che il mio sguardo viene attratto da un gigantesco poster elegantemente incorniciato che domina l’incantevole salottino d’attesa. Nel poster campeggia uno stupendo corpo nudo di donna giovane e bella. In alto a sinistra ci sta scritto: “Regeneration Radio Frequency”, sintetizzato nell’acronimo “RRF”. Al centro - sulla destra - del poster ci sta scritto: “Cancella i segni del tempo”. Allibisco. Resto senza pensieri. Anzi mi si affollano copiosissimi disordinatamente. Mi pare assurdo che per scrivere tali enormità si faccia ricorso al corpo giovane e bello di una donna. Che bisogno ha quella donna giovane e bella, ritratta nel poster, di una “Regeneration Radio Frequency”? Per cancellare i “segni del tempo” che non ha? È proprio così oca da poter credere ad una promessa tanto truffaldina? E se le avessero promesso di fermare addirittura i “segni del tempo”? Di fermare il “tempo” insomma. Scriveva il professor Umberto Galimberti in una Sua riflessione – “Invecchiare in Occidente”, sul settimanale “D” del 6 di novembre dell’anno 2010 -: “È scritto nel Levitico (19,32): Onora la faccia del vecchio. In Occidente si invecchia male, perché i valori che regolano la nostra cultura sono sostanzialmente quello biologico, quello economico e quello estetico, rispetto ai quali la vecchiaia appare in tutta la sua inutilità, perché biologicamente decadente, economicamente improduttiva, esteticamente degradata”. È quel che il poster dell’istituto di bellezza vuole trasmettere ed affermare. Di recente – 6 di ottobre 2012 - Claudia De Lillo – in arte Elasti – ha scritto sul settimanale “D” un pezzo con la Sua consueta scrittura graffiante ma sempre intelligente. Titolo del pezzo, “Allarme: capelli bianchi!”: (…). …qualche giorno fa ero dal parrucchiere. "Elasti, mi dispiace. Ma te lo devo dire", ha dichiarato lui, guardandomi di sottecchi attraverso lo specchio, contrito e anche un po' imbarazzato. Per qualche secondo ho sudato freddo. Cosa ho combinato? Ho il collo sporco? Oppure ho i coccodrilli dentro le orecchie, come dicono i miei figli? Mi sono dimenticata di mettere il deodorante? O di pagare l'ultima volta? "Mi dica, Donato. Mi dica...", ho balbettato. "Ehm... si tratta dei... capelli bianchi. Sono aumentati. Parecchio", ha risposto in un sussurro compassionevole. Ho sospirato di sollievo, pensando che, almeno, ero pulita. E senza debiti. E mi sono improvvisamente ricordata di un messaggio che circolava in rete vari anni fa, a proposito di noi, che, crescendo e invecchiando, impariamo a chiudere in un cassetto il brutto anatroccolo in cui ci specchiamo, acquisendo non la sicurezza, che è una vetta impervia e inarrivabile, ma la noncuranza, la leggerezza e l'autoironia di cui difettiamo da piccole. Si intitolava "Il cappello color porpora", come quello che indosseremo a ottant'anni, quando non avremo tempo di guardarci ma solo di divertirci, alla conquista del mondo. (…). Gli anni che passano si portano via qualche colpo, insieme a un'ora o due di sonno e a quella grazia flessuosa e tonica che tuttavia, quando c'era, non sapevamo apprezzare. Gli anni ci regalano lo sconcerto pietoso di un parrucchiere, la soggezione di un ventenne, la censura di una commessa in un negozio. Gli anni però ci liberano anche dal soffocante bozzolo delle nostre insicurezze acerbe. Ci regalano la voglia di ridere, di fregarcene, di osare, di avventurarci intrepide in territori inesplorati, di goderci quello che abbiamo, di stilare liste spavalde che si allungano alle cinque del mattino, quando tutti dormono. Ci insegnano che la vita è troppo preziosa per indugiare nella contemplazione dolente delle nostre imperfezioni. "Cosa vuole farci, Donato? Li tingiamo, 'sti capelli bianchi. E quando ci saremo stufati di tingerli ci metteremo in testa un cappello color porpora". Il parrucchiere mi ha sorriso, cortese e compiacente come si fa coi bambini, coi matti, con gli stranieri che non si capiscono e con le signore che incanutiscono. Elasti è ancora giovane e mi pare che non cadrà giammai nelle truffaldine lusinghe di quel poster. Riprendo la dotta riflessione del professor Galimberti: “Questa non rispondenza della vecchiaia ai valori dominanti nella nostra cultura aggiunge alla condizione senile una tristezza ulteriore, che rende più drammatico ai vecchi assistere all'inevitabile decadimento del proprio corpo, a cui si aggiunge un progressivo disinteresse per il mondo, che oggi cambia troppo velocemente rispetto alle capacità di adattamento della persona anziana, che perciò si sente inevitabilmente emarginata in quanto improduttiva e non più bella. Il fattore bellezza, così esaltato dalla nostra cultura, induce il vecchio ad accantonare quella pulsione d'amore che nella vecchiaia non si estingue, ma viene semplicemente messa da parte, per pudore, per vergogna, perché il nostro costume l'ha per intero consegnata a chi è in grado di esprimere bellezza e giovinezza. Nel Levitico (19,32) leggiamo: Onora la faccia del vecchio, perché nelle culture primitive il vecchio era depositario di sapere e di esperienza, per cui, come dice Max Weber, moriva sazio e non stanco della vita. Oggi, grazie alla scienza e alla tecnica, disponiamo di archivi di informazioni che spiazzano la saggezza senile che perciò diventa superflua. Se a ciò si aggiunge che i vecchi hanno spesso difficoltà ad accedere ai mezzi tecnologici dove circola il sapere, all'invecchiamento fisico si aggiunge quello che Mario Barucci, autore di libri importanti sulla vecchiaia, chiama invecchiamento psicologico dove, come capita a tutti noi, ma a maggior ragione alle persone anziane, le capacità cognitive diminuiscono non solo per il decadimento biologico, ma anche e soprattutto perché alle persone anziane più non giungono messaggi che attestino, interesse, coinvolgimento emotivo e perché no: amore. E questo perché i vecchi, in fondo, rappresentano, col loro stesso corpo e con la tristezza dipinta sul loro volto, quel che ineluttabilmente ci attende, e da cui distogliamo ogni giorno il pensiero”. Sono convinto che il “giovanilismo” assurto a “regola” e “ stile” di vita abbia di fatto arrestato il “crescere” psichico di una larga fetta delle giovani generazioni, con un dilatarsi abnorme della durata di quella fase della vita che un tempo la si denominava “adolescenza”. Ci tornerò sopra. 

giovedì 22 novembre 2012

Uominiedio. 4 Le parole del diavolo.



Dice Gesù: "Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal diavolo" (Mt, 5,37). È probabile che ciò lo abbia detto l’uomo Gesù, l’ebreo di Nazareth, che conviene considerare ben altra cosa dal Gesù fondatore, o solamente ispiratore, di un credo che si trasforma nel tempo in una religione che conquista il suo potere e che lo difende anche col filo delle spade e con le punte delle sue lance benedette. Il punto è noto: una religione, anzi tutte le religioni, che siano espressioni parziali del pensiero umano peccano, e alla grande, nel voler sostenere la veridicità assoluta del proprio credo diffuso. Ecco perché il Gesù uomo storico è ben diverso dal Gesù creato dai chierici; è per tale motivo che non pochi hanno sostenuto la non “cristianità” del Gesù storico, ma il suo sentirsi intimamente e convintamente ebreo. La citazione iniziale la devo al professor Umberto Galimberti – “Le parole del diavolo”, su il settimanale “D” del 7 di luglio dell’anno 2012 -. Continua il professor Galimberti nella Sua riflessione: Quello che non mi persuade dei pronunciamenti della Chiesa non sono tanto i contenuti, quanto la "modalità" della loro enunciazione che, per non smentire i principi fondanti la fede e al contempo adeguarsi allo spirito del tempo, si arrampica sugli specchi che, come ognuno sa, non consentono alcuna presa. È un “arrampicarsi sugli specchi” che un uomo di buona volontà, il teologo Vito Mancuso, ha messo in rilievo con una dotta riflessione – “Il nuovo Gesù del Papa e la guerra all’esegesi storica”, sul quotidiano la Repubblica - a proposito dell’infanzia dell’uomo di Nazareth. L’occasione per la riflessione gli è stata offerta con l’avvenuta pubblicazione dell’ultimo lavoro editoriale del vescovo di Roma – “L’infanzia di Gesù”, Rizzoli editore, pagg. 176, € 17 -. Scrive Vito Mancuso: (…). L’oggetto sono i primi due capitoli del Vangelo di Matteo e del Vangelo di Luca, i cosiddetti “vangeli dell’infanzia”. Per secoli essi sono stati letti come reali resoconti storici, ma oggi l’esegesi biblica storico-critica è pressoché unanime nel dichiarare il contrario. (…). L’inevitabile conseguenza però è che il Gesù dei Vangeli non coincide con il Gesù della storia, (…). Certo tra Matteo e Luca vi sono elementi comuni: l’identità dei genitori, l’annuncio angelico, il concepimento di Maria senza rapporti sessuali con il marito, la nascita a Betlemme sotto il regno di Erode, il trasferimento a Nazaret. Ma vi sono anche discordanze che non possono essere armonizzate: prima della nascita di Gesù, Maria e Giuseppe o risiedevano a Nazaret (Luca) o risiedevano a Betlemme (Matteo); il loro viaggio da Nazaret a Betlemme o ci fu (Lc) o non ci fu (Mt); Gesù nacque o in casa dei genitori (Mt) o in una mangiatoia (Lc); la strage dei bambini di Betlemme o accadde (Mt) o non accadde (Lc); i genitori o fuggirono in Egitto per salvare il bambino dai soldati di Erode (Mt) o andarono al tempio di Gerusalemme per la circoncisione senza che i soldati di Erode si curassero del bambino (Lc); la famiglia da Betlemme o tornò subito a casa a Nazaret di Galilea (Lc), oppure si recò a Nazaret solo dopo essere stata in Egitto e per la prima volta (Mt). Opposta è inoltre l’atmosfera complessiva che avvolge la nascita di Gesù, regale e tragica in Matteo, semplice e bucolica in Luca: a chi dare credito? Nella mente dei fedeli i due racconti si mescolano senza distinguere gli elementi dell’uno e dell’altro, (…). Problemi di non poco conto per una religione che vuole essere depositaria di verità assolute. Scrive ancora il teologo Vito Mancuso: C’è inoltre la questione di come la notizia del concepimento verginale sia giunta agli evangelisti. (…). …sarebbe stata Maria a comunicare ai discepoli lo straordinario evento di aver concepito il figlio senza rapporti sessuali. Ma se fosse stato davvero così, non si spiegherebbe la scarsa attenzione del Nuovo Testamento per Maria, compreso il libro degli Atti degli apostoli scritto proprio da Luca che la menziona solo una volta e quasi di sfuggita, mentre dà molto più spazio non solo a Pietro e a Paolo ma persino a personaggi secondari come Lidia la commerciante di porpora. È forse credibile che Luca, sapendo direttamente da Maria del concepimento straordinario di Gesù, negli Atti la trascuri completamente, senza scrivere nulla su dove viveva, cosa faceva, come finì la sua vicenda terrena, e senza averle mai dato neppure una volta la parola? (…). La realtà è che i Vangeli dell’infanzia presentano un profilo storico complessivo abbastanza improbabile. Il dato storico sicuro (la nascita di Gesù) è circondato da una serie di particolari incerti se non improbabili, a cominciare dal luogo della nascita, che per (…) “la maggioranza degli studiosi dubita che Gesù nacque a Betlemme” (The Cambridge Companion to Jesus, p. 22) e un esegeta cattolico come Raymond Brown è giunto a parlare di “prove positive a favore di Nazaret”. Quisquilie o sostanza? Torniamo al professor Galimberti: Si prenda a esempio la soppressione del limbo, la cui esistenza era stata sancita dal Concilio di Firenze del 1479 e ribadita dal Catechismo Maggiore di Pio X. Nel 2007 la Commissione Teologica Internazionale, con un pronunciamento approvato e promulgato da Benedetto XVI, dice: "Abbiamo cercato di leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo. La nostra conclusione è che i molti fattori che abbiamo considerato offrono seri motivi teologici e liturgici per sperare che i bambini che muoiono senza battesimo saranno salvati e potranno godere della visione beatifica. Sottolineiamo che si tratta qui di motivi di speranza nella preghiera, e non di elementi di certezza"". Capite bene: sottolineano! Non si ha la certezza che il “limbo” lo si possa escludere. Non si pronunciano ma pregano affinché i piccoli bla bla bla… E Galimberti: E allora, il limbo esiste o non esiste? Lo stesso dicasi del purgatorio, la cui esistenza, mai messa in discussione, è riaffermata al paragrafo 1031 dal Catechismo della Chiesa Cattolica del 1997 con questo argomento: "Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c'è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt. 12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro". Capite bene? È solamente questione di tempo. Quanto tempo? Non lo si sa. Si vive nella speranza. O per le indulgenze? Ovvero al mercato delle indulgenze?, mercato tanto avversato dal monaco delle 95 tesi affisse il 31 di ottobre dell’anno 1517 sul portone della Chiesa di Wittenberg. Galimberti: La deduzione non mi pare perfettamente logica e neppure l'unica possibile, dal momento che nulla impedisce alla bontà e alla misericordia di Dio di rimettere le "colpe leggere" su questa terra senza assegnarne l'espiazione al "fuoco purificatore". Il sospetto è che si immagina la giustizia divina conforme alla giustizia terrena che sancisce la gradazione della pena in base alla gravità della colpa. Ma chi ci autorizza a ritenere che Dio ragioni come gli uomini. Perché se così fosse non ci sarebbe bisogno di credere in Dio. (...). Ancora una volta la via seguita è quella di non prendere mai una posizione netta, di non dire mai "sì sì", "no no", ma di usare tutte quelle parole che, a leggere il Vangelo, sono parole del diavolo. L’”arrampicarsi sugli specchi” è la condizione propria di chi vuole ricondurre il tutto alle sue ragioni, per quanto le stesse possano essere espressione della parzialità del pensiero e/o di una costruzione del pensiero. Conclude il teologo Vito Mancuso: I Vangeli sono quindi inaffidabili? No, sono degni di fiducia, ma solo a patto di distinguervi diversi livelli di storicità, cioè dati storicamente sicuri, dati probabili e dati improbabili. In particolare i vangeli dell’infanzia sono un’interpretazione del significato esistenziale di Gesù, per manifestare il quale il racconto della sua nascita è stato arricchito di una serie di elementi simbolici, com’era normale nell’antichità per i grandi personaggi. Tutto ciò lungo i secoli è servito ad attrarre l’attenzione su Gesù, perché nel passato l’umanità identificava la presenza del divino con i miracoli e lo straordinario. Oggi però avviene il contrario. Oggi i miracoli e lo straordinario sono più di danno che di aiuto all’autentica comunicazione spirituale. (…). Ove rifulge l’inutilità, oggi più che mai, di quell’”arrampicarsi sugli specchi” delle religioni divenute chiese sorde e cieche e fomentatrici della credulità più malsana. Rimango alla visione del poeta Kahlil Gibran: E un vecchio sacerdote disse: parlaci della religione. Ed egli rispose: (…). È la vostra vita quotidiana il vostro tempio e la vostra religione. (…). E se volete conoscere Dio non siate dunque solutori di enigmi. Piuttosto guardatevi intorno e lo vedrete giocare coi vostri bambini. E guardate nello spazio; lo vedrete camminare dentro la nuvola, protendere le braccia nel lampo e scendere con la pioggia. Lo vedrete sorridere nei fiori, poi alzarsi per agitare le mani fra gli alberi. Una religione senza enigmi. Senza inutili forzature. Senza ridondanti cerimoniali e funzioni criptiche e lontane – si pensi per esempio alla “teofagia” che si rinnova (dal greco antico “theòs” e “fagein”, "mangiare dio") di quelle funzioni - dalla sensibilità del tempo, molto più prossime alla religiosità  per gli antichi “déi” dei politeisti di un tempo.

mercoledì 21 novembre 2012

Cosecosì. 33 La solitudine del consumista.



(…). - Professor Foresti, qual è il male psichico dominante che oggi fa soffrire gli italiani? «Noi mettiamo l’accento sul narcisismo, questa epidemia di amore malsano verso se stessi che fa sì che la gente si ritiri dallo scambio sociale. In apparenza è in relazione, ma fa fatica a fidarsi». E mi fermo qui, per il momento. È un interessante passaggio che ho letto nell’intervista al professor Giovanni Foresti apparsa sul quotidiano l’Unità – “La solitudine del consumista” per l’appunto - del 25 di maggio 2012 a firma di Maria Serena Palieri. Poiché l’intuizione brillante dell’illustre intervistato penso possa offrirmi la spiegazione ad un interrogativo che mi ha assillato non poco. Un interrogativo che mi ha fatto insorgere, come sempre leggendo le Sue corrispondenze, Vittorio Zucconi nella corrispondenza Sua del 17 di novembre ultimo scorso. Titolo della corrispondenza: “I consumatori alla prova dell'uragano Sandy”, pubblicata sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica. “Amore malsano verso se stessi” afferma il professor Foresti nell’intervista di cui sopra. Si chiede Vittorio Zucconi nella Sua corrispondenza: “Ma ci deve essere qualche cosa di più profondo in quelle cataste di rotoli che vedevo uscire dai negozi”. Poiché l’argomento che mi appresto a tratteggiare abbisogna di molta pudicizia, così come ne abbisognano tutte le cose afferenti alla sfera del “privatismo” degli umani. È invocata, in questo caso, la cosiddetta “solitudine” dell’umano,  del consumatore, nel momento degli attimi suoi più riservati ed intimissimi. Avrete di già capito a quale delle funzioni della corporalità mi stia spingendo a parlarne. Ma anche se si fa finta d’ignorarla, essa impregna la nostra vita, almeno quella strettamente corporale. E prosegue il Vittorio Zucconi con un Suo ricordo storico: Uscivano dalle porte sudice del negozio sulla via Dorogomilovskaya di Mosca, con ghirlande attorno al collo, come i lei hawaiiani, soltanto che invece di fiori erano fatte da rotoli di carta igienica tenuti assieme da una corda, per trasportarne di più. Nell'Urss del Socialismo Reale anni 80, la carta igienica era uno dei beni più rari e preziosi, nonostante la non esemplare morbidezza, condannati a scomparire dagli scaffali in poche ore per effetto dell'accaparramento. La certezza che la nuova partita di rotoli sarebbe arrivata chissà quando spingeva ogni cittadino e cittadina russi dotati di un sedere a comperare quanti più rotoli potessero trasportare, magari legati attorno al collo, così garantendo che non ce ne fossero mai abbastanza e la scarsità fosse permanente. E così si passa dalla Storia grande alla cronaca dell’oggi. Scrive ancora Zucconi: È lo stesso fenomeno di psicosi collettiva che ho visto scattare a fine ottobre, quando sulla Costa Atlantica degli Stati Uniti si è abbattuta un'uragana chiamata Sandy, che ha investito Washington, Baltimora, Philadelphia, New York, Boston. (...). Sotto il martellamento dei media, tutti, dalla informazione su carta (non necessariamente igienica) alla Rete, il panico si è scatenato fra le gente. (…). Ma la prima cosa che è sparita completamente dai supermarket sapete quale è stata? Appunto. La carta igienica. Sembra che i popoli delle nazioni sviluppate, anche quelle molto parzialmente tali come era la Russia sovietica, possano fare a meno di molte cose, sappiano risparmiare sul cibo e le bevande, rinunciare al trasporto privato per i mezzi pubblici, pigiare sui pedali se la benzina costa come il vino e bere acqua se il vino si fa troppo caro. Ma alla conquista della carta igienica non si rinuncia. (…). Prodotti di qualità scadente, riservati a coloro che devono risparmiare sui centesimi e abitualmente languono invenduto, volavano via insieme con le celestiali morbidezze pubblicizzate da orsacchiotti (non ho mai capito bene il rapporto fra gli orsi e la toilette personale, ma pare che l'associazione pubblicitaria funzioni). (…). Chi appartiene alla generazione che ancora ricorda con orrore i ritagli offensivi di quotidiano o, peggio, di rotocalco, appesi a un chiodo nei gabinetti pubblici può capire l'ansia con la quale oggi la cittadinanza si preoccupa della carta igienica prima di preoccuparsi di cibo, acqua, batterie per le torce elettriche, medicinali, candele o coperte nell'imminenza di una catastrofe. (…). Ma ci deve essere qualche cosa di più profondo in quelle cataste di rotoli che vedevo uscire dai negozi. C'è il bisogno di proteggere la propria intimità più intima, la propria privatezza più privata dall'aggressione bestiale del maltempo che tenta di riportarci tutti allo stato di natura più primitivo. Tutte le creature bevono, mangiano, eccetera. Io sono umano perché uso la carta igienica. (…). È la cronaca leggera e sarcastica che ne ha fatto Vittorio Zucconi. E la “solitudine”? C’entra, eccome se c’entra. Poiché anche nella “solitudine” di quell’atto della corporalità la nostra marchiatura a vita di consumatori, anzi di “consumisti”, per dirla con il professor Giovanni Foresti, non perde la battuta. Anzi, ne offre conferma, si sostanzia. Immaginate Voi il “consumista” assiso sul suo “vaso”, come del resto la quasi totalità degli umani - e dico la quasi totalità – con la sua ben fornita scorta di igienici rotoli, anzi “rotoloni che non finiscono mai”? Mi è capitato, frequentando abitazioni di amici carissimi, di trovare disseminati quei rotoloni ovunque e non solamente ritrovarli appesi al cosiddetto portarotolo. Ovunque, nei locali adibiti a quei servizi, la loro traccia: su mensole e ripiani, cassetti e quant’altro atto a custodirli ospitandoli amorevolmente. È per via di quell’“amore malsano verso se stessi”? Ne ricavavo l’intuizione di una situazione di disagio psichico. Per via di un’abbondanza e presenza disseminata ovunque ma ingiustificata. Perché tutti quei rotoloni? Concludo a questo punto il “divertissement” che mi ha preso la mano per tornare a ben altre sostanze dello spirito a ben altre“solitudini”. Un saltino all’indietro per tornare alla intervista annunciata all’inizio del post: - Tra social network e salotti televisivi in effetti si direbbe, piuttosto, che la gente non desideri altro che condividere ogni istante di vita ed esibire i sentimenti più privati. (…). «Dilaga un’intolleranza capillare della società civile a farsi disciplinare. Siamo ancora nel mezzo di un ciclo che si è aperto alla fine degli anni Settanta, con Margaret Thatcher, Ronald Reagan e le loro politiche di de-regolamentazione. Il modello concettuale che i lacaniani usano da alcuni anni è semplice ma ha una sua ragion d’essere: se un tempo l’imperativo era lavorare e produrre oggi, dicono, è godere e consumare. Una volta gli adulti erano fieri della fabbrica in cui lavoravano, oggi gli adolescenti sono orgogliosi del logo della maglietta che indossano».
- A proposito di deregulation ricordate che essa si ispirava al pensiero della Scuola di Chicago e aveva l’obiettivo di liberare gli «animal spirits» dell’impresa. Ma alla lunga, nella psicologia collettiva, non ha prodotto piuttosto un’infantilizzazione: dal cittadino adulto che lavora, appunto, a quello, eterno infante, che consuma? «Si dice addirittura che abbia prodotto un deperimento del concetto di cittadinanza. C’è qualcosa di avido e distruttivo nel consumo. Mentre buona parte di quanto viviamo è disciplinato dalle politiche di marketing. Ingordo, avido e invidioso: è questo il tipo ideale di soggetto per la nostra società». (…).
- Noi italiani veniamo da un ventennio in cui ci siamo fatti sedurre da un Grande Incantatore. Oggi invece ci si uccide accusando lo Stato di essere un Grande Persecutore. È un rapporto equilibrato tra cittadini e cosa pubblica? «È appunto il problema delle regole. O si eludono, si negano, si trasgrediscono, oppure le si vive come l’arrivo di un castigamatti. Il nostro è il Paese dove si teorizza che le tasse non vanno pagate e chi ascolta sogghigna, poi arriva quello che dice che si pagano e succede l’iradiddio. Non solo i suicidi, ma il grido “La Guardia di Finanza va a Cortina a verificare che rilascino gli scontrini. Mio Dio!”. (…) …questa nostra malattia risale alla Controriforma. Noi siamo tutti colpevoli ma non responsabili. Anni fa ho pranzato con un alto prelato e, di fronte al cibo, commentai “Non mi faccia cadere in tentazione”. Sa come mi rispose? “Guardi che il miglior modo di affrontare il demonio è cedere subito”. Non è un capolavoro?». (…).
Nella condizione di “solitudine” – anche privata – del “consumista” la regola è una e d’oro: “godere e consumare”. Con pudicizia parlando. Sempre.

lunedì 19 novembre 2012

Storiedallitalia. 31 Europa, gli spettri bussano alla porta.

Spero non vi siate lasciati sfuggire il pensiero di oggi di Chiara Saraceno riportato in testata e che campeggia sovrano nei suoi rutilanti caratteri. Rutilanti come i fatti di questi giorni che hanno visto una mobilitazione su scala europea che non si sarebbe immaginata, sino a qualche tempo fa, di poter registrare. Tale è lo stato calamitoso della situazione economica e sociale dell’Europa tutta. È un pensiero dell’oggi quello di Chiara Saraceno. Ma Chiara Saraceno ne aveva preannunciato nefasti esiti in un’intervista rilasciata al quotidiano l’Unità del 3 di febbraio dell’anno 2011, intervista a firma di Laura Matteucci, intervista che ha per titolo «Scivoliamo in basso. Più poveri e con una peggiore qualità della vita». Affermava l’illustre studiosa: «Il segno del nord che soffre è una spia socio-economica molto importante. Se nel sud non si è registrato un peggioramento non è certo perché sta bene: non è lì che si è perso il lavoro, perché già non c’era, e non si sono erosi risparmi e capitali, perché non c’è ricchezza diffusa». È avvenuto che l’”apatia”, soprattutto delle giovani generazioni, trovasse una giustificazione nel sistema-tampone che il bel paese riusciva a mettere in campo raschiando sino al fondo il ricco, un tempo, barile dei risparmi delle famiglie. Raschiato sino al fondo il barile, il bel paese si è ritrovato esposto alle intemperie della crisi al pari della Spagna o del Portogallo o della Grecia. I fatti di questi giorni ne sono una dimostrazione lampante. Più oltre in quella intervista: Un allineamento verso il basso? «Esatto. Il centro-nord resta comunque più ricco e con meno disoccupazione, ma la perdita è notevole. Non sono dati sorprendenti: la crisi ha colpito soprattutto in Piemonte, con un calo del reddito da lavoro, e in Lombardia, dove è in flessione il reddito da capitale». La sociologa Chiara Saraceno, (…), commenta gli ultimi dati sul calo del reddito degli italiani nel 2009: -2,7% di media che contiene il -4,1% del nord-ovest e il -1,2% del sud. Ma il dato più drammatico, ricorda, resta quello sulla disoccupazione giovanile, «un problema enorme, e certo non solo economico». Leggiamo ancora: I dati si riferiscono al 2009, ma il 2010 non ha certo invertito la tendenza. «Direi di no. Il fatto è che nel 2008 sembrava che tutto ancora tenesse, la crisi non aveva ancora lasciato il segno. Ma nel 2009 ha colpito eccome, e gli indicatori del 2010 su cassa integrazione e occupazione non ci parlano affatto di una ripresa. (…). In Italia (…) si sommano due fenomeni: da un lato la cig resta sì protettiva – (…) - ma significa comunque una perdita di reddito, tanto più se prolungata. Secondo punto, il problema dei giovani, i primi insieme alle donne a perdere i contratti precari che avevano. Sono stati i primi a perdere il lavoro, e saranno gli ultimi a riaverlo. Questa è una generazione a rischio, costretta a farsi mantenere dalle famiglie di origine, se possibile, molto più a lungo di quanto vorrebbe. (…). Questo dei giovani privati della loro autonomia, che non è solo un problema economico, è l’indicatore più drammatico, anche perché non è certo al primo posto nell’agenda di governo». (…). Oramai la risorsa famiglia è più che compromessa. Continua l’intervista: Che paese ci avviamo a diventare? Sempre più povero e più diseguale? «Le famiglie hanno ancora riserve di ricchezza, ma fino a quando? Scivoliamo sempre più in basso, e non staremo affatto bene, perché non abbiamo una buona qualità della vita, in termini di relazioni personali e nemmeno con l’ambiente. Si aspetta a metter su famiglia, a comprare il frigo o l’auto nuova, il che certo non aiuta la ripresa. Ai giovani dico: pensate a voi stessi, non aspettatevi niente dal governo in termini di formazione e di sostegni a forme imprenditoriali. Il vostro destino dipende in larga misura da voi». Un paese, insomma, che aggiunge ad una stridente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza la negazione di una qualsivoglia prospettiva di ascesa tra le classi sociali. È quest’ultimo aspetto il risultato più ingeneroso e drammatico della lotta di classe all’incontrario che la crisi globale ha innescato e portato pervicacemente avanti.  Ha scritto di recente Furio Colombo – “il Fatto Quotidiano” del 28 di ottobre, “Europa, gli spettri bussano alla porta” -: (…). La situazione è la grande crisi. E resta la domanda: che cosa è la grande crisi, un evento vasto, grave e misterioso che impone di abbandonare solidarietà e riformismo, proprio su ordine perentorio dei suoi supposti predicatori e paladini? Provo a descriverla. Due forze attraversano con furore la storia dei nostri giorni. Puntano in direzioni opposte, ma non si scontrano perché entrambe sono o sembrano immateriali. Una è la finanza del mondo. Tutto ciò che viene strappato e disossato dallo stremato settore manifatturiero diventa vapore di immensa ricchezza che si muove in cieli senza frontiere dove non incontra alcun possibile controllo, dove non può essere regolato da alcuna legge salvo frange di corruzione e tracce sparse e minime di esistenza fisica (qualche residuo accumulo di ricchezza trovato qua e là da bravi investigatori) abbandonate nelle retrovie della grande fuga da ogni possibile accertamento. L'altra forza che invade l'universo virtuale è l’informazione, un’immensa massa mondiale di notizie che ha dimostrato una strana, inaspettata tendenza, inversa a quella della finanza. La rete abbraccia il mondo, ma è fanaticamente locale. Il mondo in rete è quasi solo il volto di avversari vicinissimi che abitano accanto. (…). L'Alba dorata (formazione politica di estrema destra ad ispirazione nazistoide n.d.r.) di Atene sembra essere una delle promesse fisiche per i senza futuro. L'altra è quella di eliminare dalla scena chiunque stia facendo, bene o male, in modo criminale o corretto, qualunque cosa. La colpa è di esserci da prima. È un comportamento folle, ma non ha diritto di giudicarlo o di contestarlo chi ti costringe a vivere senza futuro. Chi ha cancellato il futuro per ragioni che, ti dice, sono ragionevoli, pragmatiche, ma anche obbligate (“non siate choosy”) sembra non avere pensato a quanto profonda e vasta sarebbe stata la risposta fisica, in piazza. Una folla giovane destinata a ingrossarsi è in corsa verso il Palazzo, senza progetti, senza ideali, ma con un pesante carico di rancore. (…). Qualcosa si muove. Quanto sarà dirompente questo qualcosa sugli equilibri che la lotta di classe all’incontrario ha stabilito per tutti noi?

venerdì 16 novembre 2012

Storiedallitalia. 30 Vent’anni dopo: avanti verso il passato.



(…). Vent’anni fa – uno più, uno meno – i partiti tradizionali – di governo e di opposizione – si sfaldavano. Fiaccati dal voto del 1992. E soprattutto da Tangentopoli. Si rifondavano. La Dc e il Pci. Si ri-nominavano. Si dividevano. Fra post e neo. E si redistribuivano fra i due schieramenti. Vent’anni fa – uno più, uno meno – Silvio Berlusconi si preparava a scendere in campo. Vent’anni fa: il Paese si dibatteva in una crisi economica pesante, condizionata da un debito pubblico enorme. I governi dell’epoca, affidati a ministri “tecnici”, come Amato, Dini e Ciampi, vararono manovre finanziarie onerosissime. Vent’anni fa, l’Italia chiudeva un lungo ciclo della propria storia. Condizionata dalla presenza di grandi organizzazioni illegali, radicate sul territorio. Mafia e camorra, in particolare. Sfidate, soprattutto, dalla magistratura e dai magistrati – oltre che da esponenti politici e della società civile. Con grande sacrificio di vite umane. Vent’anni fa. Nella storia di un paese. Nella storia delle singole persone di quel paese. Anzi del bel paese. È che esiste un “irrisolto” tanto nei singoli quanto nelle aggregazioni umane. Nei singoli esso, l’”irrisolto”, è spesso causa e motivo di sofferenza psichica, che ne coinvolge l’esistenza tutta nei sentimenti, nelle emozioni e perché no, nella vita che sia culturale, sociale e politica. Una sofferenza della quale non sempre si ha piena coscienza e contezza. Spesso solamente percepita, la sofferenza, a livello subliminale. Questo per i singoli. È che quell’”irrisolto” lo si ritrova anche e spesso nella storia dei popoli. Ne diviene allora un dato quasi culturale, a misura dell’antropologia culturale, un dato specifico, un dato antropologico come stimmata impressa nella carne viva di un popolo. Un marchio, del quale non si ha coscienza piena. Continua Ilvo Diamanti – la Repubblica del 3 di settembre 2012 “Oltre il passato senza indulgenza” -: (…). Vent’anni fa: il cambiamento, a lungo annunciato, infine, irrompeva. Tumultuoso. Ma disordinato, privo di un disegno chiaro. Promosso da diversi attori e diversi soggetti. Con interessi e progetti diversi. Attraverso referendum, elezioni locali, svolte elettorali, inchieste giudiziarie e spinte territoriali. Vent’anni dopo – anno più, anno meno. È l’oggi. Amaro, amarissimo. Quasi senza prospettive che siano nuove. Che non abbiano la muffa dell’antico. Del già visto. Del già vissuto. Ilvo Diamanti: È lecito dubitare. Che quella svolta, quella frattura, quel cambiamento: abbiano prodotto i risultati annunziati. Sperati. Vent’anni dopo. Si parla ancora e sempre di Tangentopoli. Di referendum elettorali e di nuove leggi – che correggano l’ennesima degenerazione scaturita dalle mediazioni dei partiti. Con un nuovo sistema di voto, che rischia di fare rimpiangere il Porcellum. E verrà, puntualmente, sanzionato da una nuova, ironica definizione di Giovanni Sartori. Vent’anni dopo. Si continua a parlare di federalismo e di autonomie locali. Vent’anni dopo. Si parla ancora di ritorno del Centro, della nuova Dc. E se il comunismo è finito, l’anticomunismo c’è ancora. Agitato come una bandiera. Vent’anni dopo. Governano i tecnici. Berlusconi ha concluso il suo ciclo, ma incombe. Vent’anni dopo. Sempre lì. In attesa di nuove elezioni di svolta. A discutere di vent’anni fa. Vent’anni dopo. È che schiacciati dall’”irrisolto”, divenuto nel tempo un dato antropometrico incancellabile, non si ha la forza, la determinazione di scavare a fondo, di liberarsi dai costumi e dalle costumanze divenuti nel lungo tempo una camicia di forza che impediscono una crescita più armonica della società. Scriveva nel Suo diario il conte Henry d’Ideville alla data del 26 di aprile dell’anno 1865: “… l’Italia è davvero la terra dei morti. (…). Dove trovare un popolo più vecchio, più usato, più corrotto, meno ingenuo? Le rivoluzioni, di cui non si può contare il numero, le tirannie, le occupazioni straniere, le servitù hanno pesato su questo bello e infelice paese e hanno lasciato nel sangue stesso della nazione i vizi più svariati con una dolorosa esperienza e in realtà un gran senso politico. (…). Chi c’è di meno giovane, di meno ingenuo, di meno entusiasta dell’italiano? Prima di tutto è sottile, scettico, astuto e interessato. Molto più intelligente di noi, sa calcolare, aspettare, lusingare e dissimulare, cosa a cui noi non arriveremo mai. Rifate le divisioni del paese, trasformatelo in uno solo Stato, sconvolgete governi e frontiere, dategli tutte le costituzioni che vorrete, non cambierete mai la razza e il temperamento del popolo. Per quanto facciate, non lo renderete mai giovane”. E così stancamente per la qual cosa – sempre per Ilvo Diamanti -: Vent’anni dopo e vent’anni prima. Le stesse questioni, le stesse polemiche, le stesse vicende, gli stessi attori. Come se, in vent’anni, niente fosse cambiato. O forse perché i cambiamenti sono avvenuti in modo contraddittorio. Eludendo i problemi invece di risolverli. Perché il cambiamento si è realizzato senza aver fatto davvero i conti con il passato. Senza aprire le pagine più scure della nostra biografia. È l’”irrisolto” di cui sopra. Delle persone singole. Del popolo italico tutto. E per dirla con Giovanni Sartori – in un’intervista su “la Repubblica“ del 21 di febbraio dell’anno 2004 –: (…). Il nostro è un paese disossato, storicamente senza vertebre. Nel 1922 Ortega y Gasset scriveva della Spagna invertebrata. Ho sempre pensato che quel titolo fosse più calzante per l’Italia. (…). … al momento della prova, gli italiani non reagiscono, subiscono. (…). Siamo il paese forse più invaso e conquistato d’Europa. E con tutti i conquistatori siamo riusciti sempre a trovare un accordo, nel segno della sopravvivenza. (…). … anche ai tempi delle invasioni barbariche siamo stati capaci di soluzioni accomodanti. Con potenti e prepotenti possiamo esibire uno straordinario mestiere di navigazione. Che è anche rassegnazione e sottomissione. (…). Donde le nostre sventure passate, presenti e future. Ilvo Diamanti: Le leggi elettorali: modificate per via referendaria o compromissoria. Sempre a metà, fra maggioritario e proporzionale. Come la forma dello Stato: un presidenzialismo di fatto. Affermatosi per l’inerzia e l’impotenza dei partiti principali. Personalizzati e, anzi, “personali”. Mediatizzati. Hanno lasciato i cittadini «orfani, privi di concezioni generali, di una filosofia » (Per citare Berselli). Il federalismo e le autonomie locali. «Parole e nient’altro che parole ». Realizzati senza ridurre il centralismo dello Stato e lo Stato centrale. Il rapporto fra la politica e gli affari. Eluso. Rimosso. Come se Tangentopoli avesse risolto tutto. Come se la Prima Repubblica fosse finita insieme a Craxi e Andreotti. Così le collusioni fra poteri politici, istituzioni settori dello Stato e organizzazioni illegali. Mafiose e non solo. Hanno attraversato la nostra storia, ma non si sono concluse nel 1992. Sono proseguite e proseguono ancora. (…). Per questo ci scopriamo a discutere dei fatti e dei misfatti di vent’anni fa come fossero avvenuti oggi. Perché i conti con il passato non li abbiamo mai chiusi davvero. Ma proprio per questo bisogna fare chiarezza. Senza indulgenza e senza reticenza, su quel che è avvenuto allora e poi. Soprattutto e anzitutto per quel che riguarda i rapporti fra istituzioni, politica e organizzazioni illegali. Un vizio inaccettabile per un Paese che voglia davvero voltare pagina. Nessun sospetto, nessuna zona d’ombra, a questo proposito, è tollerabile. Nelle trattative fra Stato e mafia. Oggi come ieri. Per non restare intrappolati nei meandri della nostra cattiva coscienza nazionale. Impegnati a guardare e a correre. Avanti verso il passato. Vent’anni fa, vent’anni dopo: cosa cambia nella vita del bel paese?

giovedì 15 novembre 2012

Cosecosì. 32 Professore, ma che me ne faccio di Dante?



(…). per la stragrande maggioranza dei ragazzi di oggi tutto il patrimonio culturale del nostro paese non significa più niente. È un universo in bianco e nero, malinconico, pensante e dunque pesante, polveroso come una parrucca. E non serve che gli adulti lo lucidino per farlo apparire più vivo: se brilla lo fa come una bara. È così, c'è poco da fare, l'oceano del passato non arriva più a lambire la spiaggia del presente. (…). Così ha scritto Marco Lodoli – la Repubblica del 31 di ottobre 2012 in “Addio cultura umanista per i ragazzi non ha senso” -. È la morte della cultura in quanto tale o di una particolare cultura che mal si adatta ai tempi oscuri che ci sono dati da vivere? Domanda terribile, risposta difficile da dare. Mi piace giocare d’incastro per poterne venire a capo in una qualche maniera che sia accettabile. Recupero una riflessione sul tema del professor Umberto Galimberti – “Professore, ma che me ne faccio di Dante?” sul settimanale D del 27 di agosto dell’anno 2011-: Racconta la tradizione che, quando chiesero ad Aristotele: - A cosa serve la filosofia? -, la sua risposta fu: - A nulla, perché la filosofia non è una serva -. Dal momento che vent'anni di televisione commerciale hanno fatto perdere ai nostri ragazzi qualsiasi interesse per la cultura, e dal momento che il denaro è diventato, soprattutto negli ultimi anni, il generatore simbolico di tutti i valori, è ovvio che, non capendo più che cosa è bello, che cosa è buono, che cosa è giusto, che cosa è sacro, i nostri ragazzi capiscano solo che cosa è utile. E da questo punto di vista la letteratura è proprio inutile. Anche se ogni cosa è utile a qualcos'altro, e questo qualcos'altro è utile a qualcos'altro ancora, per cui se non si approda a qualcosa di inutile, tutte le catene di utilità diventano insignificanti e prive di senso. (…). Individua l’illustre opinionista una delle cause che hanno portato alla paventata morte della cultura umanistica: l’esplodere della azione nefasta di un certo tipo di mass-media che hanno individuato nel purissimo intrattenimento la ragione della propria esistenza. Senza fini di formazione e di educazione soprattutto tra le giovanissime generazioni. E Marco Lodoli riprende a scrivere: Ma per la mia generazione, e quella di mio padre, e quella di mio nonno  -  e più indietro non vado  -  il passato non era un tempo che svaniva insieme ai foglietti del calendario. Certi morti non erano mai morti. Fossero gli eroi greci o quelli del Risorgimento o Che Guevara, fosse Mozart o John Coltrane o Luigi Tenco, i grandi continuavano a vivere nell'immaginazione e nella riconoscenza dei ragazzi. Una catena d'acciaio o una ghirlanda di fiori univa il meglio al meglio, la bellezza alla speranza, la forza alla fiducia. Leggevo Dostoevskij e Tolstoj come se fossero dei fratelli maggiori, non li collocavo nel regno cupo dei morti, le loro parole erano vive, non sussurrate da un tempo lontanissimo fino a perdersi nell'incomprensibilità. A proposito dell’insostituibile funzione del leggere e dello scrivere nello sviluppo e nella sana crescita emozionale delle nuove generazioni riprendo la riflessione del professor Galimberti: (…) …la letteratura serve per educare i nostri sentimenti, che non abbiamo come dote naturale ma come evento culturale. La natura infatti ci fornisce gli impulsi che hanno come loro espressione non la parola, ma i gesti. Il bullismo, per esempio, non è un fenomeno di mancata educazione, ma un vero e proprio arresto psichico di chi non si è evoluto dall'impulso per pervenire all'emozione. L'emozione è già un evento psichico che segnala la risonanza emotiva che gli eventi del nostro mondo, e le risposte che noi diamo a essi, producono in noi. Quando i nostri giovani dicono che al sabato sera in discoteca si calano una pastiglia di ecstasy per emozionarsi, segnalano che per passare dall'impulso all'emozione hanno bisogno della chimica. E così denunciano che la loro psiche è apatica e non registra alcuna risonanza emotiva a quanto in generale avviene intorno a loro. Quanti delitti o spaventosi atti di crudeltà avvengono senza movente, per la mancanza di una risonanza emotiva relativa ai propri gesti che i nostri ragazzi chiamano noia? Dall'emozione si passa al sentimento, che non è un tratto naturale, ma culturale. A differenza dell'emozione, il sentimento è un elemento cognitivo. Kant dice ad esempio che la differenza tra il bene e il male ognuno la sente naturalmente da sé. Le mamme capiscono i bisogni dei loro neonati, che ancora non parlano, perché li amano. Gli innamorati capiscono il significato recondito di ogni gesto dell'altro, perché si amano. Tutti i popoli hanno imparato i sentimenti attraverso narrazioni mitiche. Se guardiamo l'Olimpo degli antichi Greci, vediamo che gli dèi altro non sono che la descrizione delle passioni e dei sentimenti umani: Zeus il potere, Atena l'intelligenza, Afrodite la sessualità, Ares l'aggressività, Apollo la bellezza, Dioniso la follia. Senza più dèi, oggi impariamo a conoscere i sentimenti attraverso la letteratura che ci insegna cos'è l'amore in tutte le sue varianti, e cosa sono il dolore, la disperazione, la speranza, la noia, lo spleen, la tragedia, la gioia. Una volta appresi questi sentimenti, siamo in grado di conoscere quello che proviamo, e, grazie alla descrizione letteraria, anche il corso e l'evoluzione del nostro stato d'animo. Questo è molto importante, perché è angosciante soffrire senza sapere di che cosa, così come suicidarsi perché l'angoscia non conosce il percorso dei sentimenti e il loro approdo, che un tempo i miti descrivevano, e oggi la letteratura descrive. Chiude così la riflessione del professor Galimberti. Marco Lodoli ci riporta, nella Sua analisi, alla cruda realtà dell’oggi: Oggi i ragazzi non si voltano più indietro, gli prende subito la tristezza perché alle spalle avvertono solo un cimitero degli elefanti. La vita è adesso, qui e ora, e poi di nuovo qui e ora, e quello che è stato è stato, e tutte le chiacchiere dei vecchi sono fumo nel vento. Il presente si nutre di se stesso, digerisce se stesso e va avanti. L'arte, il pensiero, la letteratura dei secoli andati è lenta, è puro impedimento vitale, ruminamento in epoca di fast food. Naturalmente anche la politica esce con le ossa rotte dalla fabbrica delle nuove produzioni mentali e sentimentali: anche la politica è fumo nel vento. Questa è la stagione del desiderio, dell'onnipotenza tecnologica, dei corpi che vanno più veloci del pensiero, è la stagione del disprezzo verso ogni forma di misura, di armonia, di compostezza classica, di ragionamento lento e articolato. Sillogismi, rime, consonanze, prospettive, equilibri, riflessioni sulla miseria e la grandezza dell'uomo: via, giù tra le macchine da cucire e il cinema muto, tra i libri dei poeti e i fiori secchi. La cesura è netta, un taglio secco, del passato non si recupera quasi nulla, (…): (…) i ragazzi stanno tutti altrove, davanti a qualche schermo acceso, su qualche aereo che vola sul mondo, in un futuro che allegramente, superbamente, se ne frega di ciò che è stato e che non sarà mai più. Non è detto che questo dichiarato disinteresse per la tradizione sia una pura sciagura. Il mondo cambia di continuo, a volte lentamente, per passaggi quasi impercettibili, a volte in modo brusco, in una sola stagione, in un minuto. I nostri ragazzi leggono altri libri, ascoltano altra musica, amano e odiano in un altro modo, ragionano seguendo strade invisibili, e noi adulti non dobbiamo solo rimproverarli perché non conoscono Cechov o Debussy, Pasolini o Bob Dylan. Dobbiamo invece assolutamente capire dove stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura. Oggi loro sentono che la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l'urto con le onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei cataloghi e nei musei. Analisi cruda e dura del Marco Lodoli insegnante e scrittore. Però mi piace ritornare alle idee ed alle parole non tanto complicate che Blake Morrison mette in bocca al protagonista-inventore del Suo volume “Le confessioni di Gutenberg” – Longanesi editore (2000), La gaja scienza, pagg. 336, € 15.49 -: Credo che un libro, quando si legge bene, possa sembrare davvero una brocca di vino, e diffonda un caldo bagliore in tutto il corpo. In più, al contrario di una brocca, un libro non finisce mai. Puoi arrivare alla fine eppure lui è ancora lì e lo sarà sempre, per sempre pieno come le anfore di Cana. Pensare che gli uomini degli anni futuri potranno trarre alimento da questa nostra piccola brocca : ecco un’idea che mi conforta, e mi stimola, mentre il cervello ancora fermenta, a spremere una nuova annata, piena e sincera al palato. Nei miei bicchieri conoscerete me e tutto ciò che io ho fatto. È il Gutenberg ingegnoso di Morrison a pensare ed a sperare nell’intramontabilità del libro e della cultura sopravvissuta con esso. Una speranza che conforta anche me in questi tempi tanto oscuri.

mercoledì 14 novembre 2012

Cosecosì. 31 Chiedere scusa.



E poi ci sarebbe da “chiedere scusa”. Per le menzogne dette e sostenute con convinzione e forza nella conduzione della cosa pubblica. E per le offese arrecate alla metà del popolo della politica del bel paese, divenuto nemico da abbattere. Ma anche nell’umile atto del “chiedere scusa” abbisogna una grandezza d’animo che se non la si possiede l’atto perde di per sé stesso tutto il valore suo. Poiché, come ha scritto mirabilmente Barbara Spinelli – su la Repubblica del 22 di settembre dell’anno 2011 – ,“chiedere scusa è nobile se non è sinonimo di discolpa” e poi se “lo si fa gratuitamente, in cambio di nulla”. Quale valore può avere il “chiedere scusa” ultimo dell’uomo di Arcore? Ha tutto il sapore e la sostanza di uno scambio. Lo ha fatto in concomitanza di un evento editoriale. L’ennesimo. Uno scambio per l’appunto. Forse l’intento era di ampliare i possibili acquirenti dell’ultimo scartafaccio prodotto dal vespide televisivo. Quale possibilità che il messaggio del “chiedere scusa” dell’uomo di Arcore ha di raggiungere la totalità, o la maggioranza almeno, degli offesi? Nessuna. Un escamotage commerciale, per l’appunto. Una conferma dell’uomo per quale è. Ho raccolto, negli anni, molti dei libri del vespide televisivo. Tanti. Troppi. È avvenuto nelle circostanze liete di feste o anniversari. Ma giammai acquistati da me quei libri. È che, con grande intento sadico, mi venivano dati in dono sempre dalle stesse persone convitate a quelle feste o a quegli anniversari. Intento sadico perché? Per il semplice fatto che non avevo mai fatto mistero del mio disinteresse (o disistima) per il lavoro editoriale di quell’autore. Ma puntualmente quei libri me li sono ritrovati tra le mani. Anno dopo anno. Scartafaccio dopo scartafaccio. Li conservo ancora nella mia libreria. Distruggerli o mandarli al macero sarebbe come distruggere una parte del mio vivere e del mio essere un inguaribile “libridinoso”. Disfarmene, dandoli in dono ad altri, sarebbe esito peggiore ancor di più, poiché mi sentirei colpevole d’aver contribuito alla diffusione di quei lavori ampliandone la circolazione. E così rimangono intonsi nella mia libreria. E li lascio morire d’inedia. Poiché se i libri non circolano è come se non fossero stati mai scritti. È la condanna che ho inflitto agli scartafacci ricevuti in dono con mio grande disappunto. “Chiedere scusa” non è da tutti. Ci vuole grandezza anche in questo atto che induce all’umiltà. “Chiedere scusa” è il titolo della riflessione di Barbara Spinelli che di seguito trascrivo in parte.

Chiedere scusa è forse il primo atto di decenza, che ci si aspetta da chi addolora, offende, tradisce. Innanzitutto è uscire da se stessi, vedere sul volto dell’altro la ferita che ho inflitto. Questo estendere lo sguardo oltre l’Io Kant lo chiama pensare ampio, oltre il circolo che disegno attorno alla mia persona. (…). È stato necessario un secolo cruento, perché la parola assumesse un peso in politica. L’ultimo ventennio ha visto innumerevoli mea culpa (…). E della Chiesa, in primis verso gli ebrei. La più impressionante domanda di scuse fu senza parole: d’un tratto, il 7 dicembre 1970 davanti al monumento dei caduti del ghetto di Varsavia, il cancelliere Brandt cadde in ginocchio. Ho sempre pensato che quest’attonito genuflettersi, quest’ammissione di colpe che non erano sue ma del suo popolo, sia la forma più pura del chiedere scusa: anche se personalmente sono innocente, come cittadino d’un popolo non cesserò d’essere responsabile. Chiedere scusa ha i suoi lati oscuri, anche questo conta saperlo. (…). Chiedere scusa è nobile se non è sinonimo di discolpa. Se sul male inferto non cade una lastra come su una tomba. Se non viene seppellito (da chi si scusa)il dolore arrecato. È già moralmente storpio dire: «Mi scuso». (…). Chiedere scusa si può, è un inizio che mette in cammino verso l’Altro. Ma a condizione di non esigere perdono. Lo si fa gratuitamente, in cambio di nulla. Non solo: lo si fa distinguendo tra vivi e morti. Come chiedere scusa, ai sommersi e sepolti? Solo il morto potrebbe rispondere all’appello: non può. Puoi aiutare i suoi familiari ma il perdono, davanti a una bara, te lo dai da solo. E se vogliamo andare ancora più nel profondo: nemmeno chi riceve la domanda di scuse ha speciali diritti, quando è discendente della vittima. Non diventa più scusabile di altri, se a sua volta fa del male. I suoi morti tacciono anche per lui. La scusa ha legami forti col pentimento, l’espiazione, la sete di redenzione. Anche qui intravediamo luci ma anche antri bui. Ho molto riflettuto sui mea culpa di Giovanni Paolo II, e ho trovato che cera in essi qualcosa di grandioso ma anche di ambiguo. Freud ha parole molto giuste sul pentimento e l’etica, quando scrive su Dostoevskij e il parricidio: «L’aspetto più aggredibile in Dostoevskij è quello etico (…) Morale è chi già reagisce alla tentazione avvertita interiormente, e ad essa non cede. Colui che prima si macchia di una colpa e poi, una volta in preda al rimorso, pone a se stesso elevati obiettivi morali, può essere accusato di fare i propri comodi. Manca in lui l’elemento essenziale della moralità, la rinuncia, essendo la condotta di vita morale un interesse pratico dell’umanità». Usiamo dire: «Il diavolo si nasconde nel dettaglio». Anche Dio, a mio parere. La richiesta di scusa è un po’ come il Dettaglio: in essa si cela Dio come pure il diavolo. Puoi lenire o straziare ancor più, sdebitandoti e andandotene lontano. Bisogna sapere di chi parli, a chi parli. E ci sono colpe di cui resterai responsabile sempre: riprendere le vecchie attività non potrai. Nessun trasformismo è trasformazione. Se la scusa diventa scambio otterrai qualcosa, magari, ma immaginerai d’aver pagato. Il taglio è voragine che non si chiude. Il tempo forse aiuterà. Ma Chronos non è etico, neanche nel mito, e già chiamarlo galantuomo è temerario. Etica è la giustizia, che mostra il volto ferito e oltrepassa l’Io. Quante volte pensiamo, quando uno muore: «Vorrei chiedergli scusa». È troppo tardi, ma il pensare ampio già comincia.