"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 25 febbraio 2026

Cosedettecosì. 09 Michele Serra: «Questo paese pullula da sempre di spiriti liberi che praticano nella più facile indisciplina le loro personali secessioni da questo e quel potere, che modificano statuti e convenzioni solo nello scenario platonico del loro “carattere”».


(…). Questo paese pullula da sempre di spiriti liberi che praticano nella più facile indisciplina le loro personali secessioni da questo e quel potere, che modificano statuti e convenzioni solo nello scenario platonico del loro “carattere”. Di questi caratteristi è pieno ogni bar e ogni rione d’Italia, dove da sempre nessuno è disposto a “farsi fregare” da una qualsiasi costruzione normativa o culturale o ideale, e pare vile e debole acconciarsi a un qualche ordine. Gli italiani hanno quasi tutti facce da fuggiaschi. I loro sguardi intelligenti, la loro complice mimica paiono vibrare di un lunghissimo scampato pericolo, braccati per generazioni da ogni sorta di autorità e sempre imboscati. Logico che questa sola qualità largamente nazionale – sottrarsi a tutto – sia divenuta ragione di ostinata identità. E il peggio è che questo vizio atavico è in odore di virtù: lo si capisce dai sorrisi che si scambiano, gli italiani, quando si riconoscono nelle rispettive incapacità di compromettersi fino in fondo con un sistema di pensiero appena più complicato e arduo del loro così spontaneo adeguarsi alla vita. Sempre pronti a promuovere questa speciale inettitudine al rango nobile della ribellione come se avessero sperimentato fino in fondo, e quindi ripudiato, quei rischi intellettuali che invece non si sono mai sognati di affrontare. (…). (Tratto dal volume “Cerimonie” di Michele Serra).

“L’Italia di Gobetti resta quell’idea che abbiamo noi”, testo di Gustavo Zagrebelsky pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 12 di febbraio 2026: Aveva 17 anni, l’età in cui voi non so ma io certamente ancora non mi ponevo come problema il mondo in cui vivevo, quando Piero Gobetti nel primo numero di Energie Nove (novembre 1918), enunciava un «programma ideale vibrante nei cuori nostri». Scriveva: «Vorremmo portare una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura d’oggi, suscitare movimenti nuovi d’idee, recare alla società, alla patria, le aspirazioni e il pensiero nostro di giovani… A chi ci ricordi difficoltà e momento inopportuno, rispondiamo che non c’è mai momento inopportuno per lavorare seriamente… Gli ostacoli si superano: esistono solo in quanto si superino… Senza il dolce fascino delle difficoltà… non avremmo forse neppure tentato ciò che tentiamo». Sette anni dopo, prossimo alla morte, nella Lettera a Parigi dell’ottobre 1925, considerata una sorta di testamento spirituale, pubblicata sull’ultimo numero di Rivoluzione Liberale (sequestrato dal regime fascista l’11 novembre), dopo avere accennato ai «fatti di Firenze del 4 ottobre» (un manipolo armato aveva ucciso, ferito e devastato le case di noti antifascisti), scrive di non coltivare «rosee speranze» e di non credere che il fascismo si abbatta con le astuzie parlamentari o con i colpi di mano. Parla di «amore per l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria per capire con quale serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio noi viviamo nella presente realtà fascista sicuri di non cedere e indifferenti a qualunque specie di consolazione». Parole che potrebbero sembrare retoriche se non fosse che proprio quel numero della sua Rivista fu l’ultimo. Egli, indebolito nel fisico e colpito dalla violenza squadrista, il 3 febbraio 1926 avrebbe cercato riparo a Parigi. Contava di continuare la sua opera di scrittore ed editore da un luogo dove si respirava ancora aria di libertà. Pochi giorni dopo vi morì, quasi in solitudine, lontano da Torino e dall’Italia. Esule davvero doveva sentirsi quando lasciò senza conoscenza del futuro la moglie Ada, che ne mantenne viva e operosa la sua eredità antifascista col nome partigiano di Ulisse, e il figlio neonato Paolo che, quando diciottenne venne il suo momento, non tradì l’impegno militante lasciatogli dal padre. Per l’ultima volta, quel giorno, vide la sua città dai vetri della «botte di ferro traballante» che, nella neve, s’allontanava dalla terra sua e dei suoi avi, incatenati «in un destino di sofferenza e umiltà». Quella terra «fu la loro ultima tenerezza e debolezza». E anche la sua, evocata nel momento in cui doveva andarsene senza ritorno. Osserva: «non si può essere “spaesati”». Infatti, non poté esserlo che per pochissimi giorni. Dal novembre 1918 al febbraio 1926 è poco più di sette anni, di cui due passati “sotto le armi”, un tempo che fu per lui occasione per fare scuola anche lì, a vantaggio di commilitoni, soldati e ufficiali. Era un momento storico che Gobetti stesso definisce “solenne”. L’Italia, nelle sue componenti intellettuali, s’interrogava sulla propria identità, sul proprio carattere. In generale, il bilancio era negativo, molto negativo. Gobetti, in ogni occasione propizia, si esprime in questi o analoghi termini, talora ironicamente come nel passo seguente: «Il fascismo ha una grave colpa: è ancora troppo poco intransigente, troppo serio per gli italiani… Invece gli italiani hanno una giusta stima del proprio ingegno e della propria versatilità e sorridono all’idea di essere sinceri ed onesti. Piacevoli maestri di trasformismo, ideatori fecondissimi di varie combinazioni personali, sanno esattamente quanto le astuzie e i giochetti riescano più pratici e accessibili che le noiose intransigenze». Questa diagnosi non era appannaggio di una sola parte politica o intellettuale. Era diffusa: Italietta, gretto individualismo, mancanza di spirito nazionale, egoismi, plutocrazia, astuzie parlamentaristiche, inaffidabilità nei rapporti internazionali, illegalismo diffuso a tutti i livelli, cortigianeria, “giolittismo” come sintesi. In questo genere di giudizi sullo «stato presente dei costumi degli italiani», con le ovvie sfumature sulle diagnosi storiche, convergeva larga parte del mondo intellettuale del momento. C’erano eccezioni, per esempio quella dei borghesi “liberali risorgimentali” che si ostinavano a vedere piuttosto un percorso di modernizzazione ancora da compiere nella continuità, o quella dei cattolici che deploravano la crisi d’influenza della Chiesa nella vita politica nazionale. La posizione di Gobetti era diversa e si riassumeva nel celebre giudizio del fascismo come “autobiografia della nazione”. Ciò ch’egli scriveva nel 1918, inaugurando Energie nove, poteva essere fatto proprio da un’ampia schiera di intellettuali del tempo, che tuttavia successivamente seguirono ondeggiando vie diverse e tradirono le convinzioni iniziali aderendo al fascismo o dichiarandosi né fascisti né antifascisti, oppure anti-antifascisti, confermando i “costumi” che loro stessi all’inizio avevano deplorato. Si sarebbero trovati su parti avverse delle barricate nella lotta politica e intellettuale: Giovanni Ansaldo, Giovanni Papini, Curzio Malaparte, Aldo Palazzeschi, per fare qualche nome solo di alcuni letterati, a parte i Carrà, Boccioni, Marinetti che respiravano la stessa atmosfera. Alcuni di loro, come Giuseppe Prezzolini, il capofila degli “ápoti”, avevano perfino trovato ospitalità sulle pagine edite da Gobetti e poi s’erano appartati o confusi col fascismo per sentirsi vivi, non esclusi dal corso della storia. Cosi, nel dicembre del 1922, in evidente polemica con Gobetti, Prezzolini scriveva: «Oggi non mi pare ci siano che due decisioni: o entrare nella storia lavorando con questo movimento che si chiama fascismo, sopportare l’orrore dei suoi procedimenti, la volgarità delle sue persone, la grossolanità delle sue idee, pur di sentirsi vivi ed attori in qualche cosa di potente – oppure in disparte a preparare la generazione nuova, da qui a venti o venticinque anni, o meglio dei piccoli nuclei di essi». Nel ’23, sempre Prezzolini chiarisce: «Io ho scarsa stima del mio paese. Anche le offese alla libertà, se mi turbano, sento che in fondo sono meritate da un popolo che ama esser bastonato, e forse ha ancora bisogno del bastone per andare avanti». Riconosce lui stesso trattarsi di «una posizione un pochino vigliacca» e si attira l’ironia non solo di Gobetti, ma anche di Gramsci. Nella vastissima riflessione “storica” o “storiografica”, come Gobetti più volte definì ciò che stava compiendo, non troveremmo qualcosa come un programma politico attorno al quale mobilitare un partito o un movimento politico autonomo. Anche dopo il delitto Matteotti e il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, quando il regime fascista mostrò senza veli la sua natura e chiuse per sempre alle forze d’opposizione ogni prospettiva legalitaria, e si sarebbe imposta la necessità di un’azione comune di resistenza, Gobetti dopo aver rivendicato la primogenitura fin dal ’22 della proposta di “fronte unico” che chiamasse a raccolta l’antifascismo dovunque se ne trovasse traccia, scrive soltanto che «bisogna lavorare con spirito di lealtà a superare [le] divisioni…

L’importante è non farsi illusioni e sapere che si lavora a lunga scadenza per una lotta politica più seria e dignitosa. Intanto il compito di Rivoluzione liberale noi lo vediamo in questo: creare tra i giovani di tutti indistintamente i partiti di massa che si oppongono al fascismo un’atmosfera di lealtà critica e una comune volontà di lotta, senza preoccupazioni parlamentari e senza possibilità di compromessi». Era questo un programma politico nel senso d’un partito o d’un movimento politico? Qualcuno lo considererebbe solo una speranza consolatoria di chi si sente, più che politico, profeta, anzi “profeta disarmato”. Ma sbaglierebbe, perché questo programma era basato sulla ferrea fiducia che la storia nel tempo lungo avrebbe separato le buone ragioni da quelle cattive. In questo progetto, morale e politico a lunga scadenza, Gobetti si assunse il compito essenzialmente dell’educatore che sa che la sua opera è fatta per valere, per così dire, fuori del tempo e quindi per tutti i tempi, i tempi in cui si avverta l’insoddisfazione d’un presente opprimente e il bisogno di un futuro liberatorio. A un politico è giusto chiedere conto dei suoi successi e dei suoi fallimenti storici; non a un educatore. Se noi a distanza di cent’anni dalla sua morte leggiamo ancora le sue pagine, ne avvertiamo la forza morale, riconosciamo non il successo o l’insuccesso, ma la coraggiosa vitalità. La sua morte nemmeno venticinquenne, fuor di retorica, indubbiamente assomiglia a quella di un martire che rende testimonianza della sua fede e della sua coerenza. I “risultati” non sono ciò che si deve cercare, ha scritto Norberto Bobbio, ricordandolo tra i propri maestri, tra “i suoi maggiori”. Piuttosto, ha senso interrogarci per chiedere se dell’etica politica di cui Gobetti è stato testimone si abbia bisogno anche ancora oggi. Il rigore della riflessione e il non abbandono alle romanticherie furono il costume e il nucleo spirituale del «fanciullo forte puro e vincitore». L’impeccabilmente rappresentazione è il celebre ritratto a penna che Felice Casorati gli dedicò: la mano sinistra sul petto in gesto di ritegno e rettitudine ma anche di interiore coraggio, un libro aperto su altri libri a loro volta aperti sul tavolo davanti a lui e lo spazio sul fondo disegnato da linee e angoli senza incrinature. Una sintesi perfetta di cultura antiretorica, al nocciolo, naturalmente contraria alle infatuazioni roboanti e alle ubriacature nazionaliste di cui si nutrì il suo tempo (solo “quel” tempo?), al quale egli si oppose.

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