Il 20 febbraio, verso sera, un marinaio di guardia segnalò una
fiamma rossastra che si elevava a una prodigiosa altezza e ne diede avviso al
capitano, il quale salito sul ponte, dopo aver guardato per alcuni istanti,
disse: «Se non m'inganno siamo di fronte all'isola di Chiloè e quella fiamma
indica il vulcano di Corcobado. Guardate!» Tutti gli sguardi dei marinai si
fissarono sul picco gigantesco, sormontato da un enorme pennacchio di denso
fumo. Ben presto la nave fu di faccia al monte che si elevava per 7047 piedi
sopra il livello del mare e ognuno dei marinai poté ammirarlo a suo agio.
Pareva che, illuminato come era dal chiaror delle fiamme e dagli ultimi raggi
del sole morente, galleggiasse in mezzo a un lago infiammato. A poco a poco il
picco sparve nella nebbia della sera. (Tratto da “Gli scorridori del
mare” – 1900 - di Emilio Salgari).
“Eco conosceva Dio, avendone letto”, testo di Franco Cardini in
memoria di Umberto Eco pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, giovedì 19
di febbraio 2026: Com'è noto, Umberto Eco nel suo testamento aveva
rigorosamente vietato per dieci anni qualunque tipo di celebrazione pubblica
della sua opera e della sua memoria. Intendeva evidentemente esser sicuro
ch'esse avrebbero retto entrambe, nella nostra Società del Consumo e
dell'Effimero, all'usura del tempo e al clamore del mondo. Possiamo dire
adesso, aspettandoci una pioggia di ricordi senza dubbio cartacei ma anche
televisivi e magari cinematografici (a parte quelli propriamente accademici),
che con quel suo gesto - che qualcuno giudicò ricco di humour e qualcun altro
pieno di arroganza - il vecchio Doctor Ineffabilis aveva visto giusto (…). Non
credo sarò invitato a nessuno degli eventi che i suoi amici e collaboratori più
stretti organizzeranno: non ho nulla contro tale ambiente, ma non ci conosco
praticamente nessuno, a parte Danco Singer, Riccardo Fedriga e, un po’ Mario
Andreose. Magari con i suoi - e miei - colleghi medievisti (perché era tale: e
sul serio) sarebbe diverso: ma anche fra loro i suoi amici più stretti, come
Jacques Le Goff, non ci sono più. Eppure la nostra amicizia era nata proprio
là, nel vecchio cuore del parigino VI arrondissement dov'era la sede primitiva
dell'École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) a due passi
dall'abbazia di Saint-Germain dove nessuno dei due - si era a metà degli anni
Settanta del secolo scorso pensava che sarebbe tornato di lì a poco ad abitare.
Lui all'epoca poco più che quarantenne già Mostro Sacro ed enfant terrible
adulato e coccolato tanto dalla cultura accademica quanto da quella militante
più in; io poco più che trentenne docente universitario "precario"
(ma allora il termine non si usava), oscuro ai più e sospetto ai pochi che mi
conoscevano a causa di posizioni politiche non granché "allineate".
Stavo allora lavorando a una confusa, farraginosa indagine sulla cavalleria
medievale; ed egli si dilettava di temi che ruotavano attorno all'estetica
medievale già oggetto di un suo erudito lavoro incentrato soprattutto su
Tommaso d'Aquino. Parlavamo di queste e di altre cose. Eco amava sfottermi (ma
lo ricambiavo), soprattutto a proposito di un tema di comune interesse che
andava allora di moda (e continua ad andarci) sia al livello delle ricerche
scientifiche, sia di certa letteratura paraoccultistica e misteriosofica che
nella Ville Lumière si respirava nell'aria: le cattedrali del medioevo e i loro
segreti. A quei mirabili monumenti Georges Duby stava dedicando propri allora,
nel '76, uno dei suoi capolavori; mentre dall'altra parte i cercatori delle
Verità Nascoste che detestavano il "culturame accademico" chiedevano
lumi al riguardo compulsando le pagine degli enigmatici tomi al riguardo
redatti dal misterioso "Fulcanelli", sapientissimo genio nascosto che
ha il solo difetto di non essere mai esistito o di essere lo pseudonimo di
alcuni eruditi lestofanti. Insieme alle cattedrali, un altro edificio e un
altro simbolo (o se preferite un edificio-simbolo) affascinava Eco: il
labirinto. E non a caso è un labirinto la biblioteca monastica ch'egli descrive
nel suo capolavoro ch'era allora in gestazione - e ne parlammo -, “Il nome
della rosa” edito nell'80 e Premio Strega l'anno successivo. Eppure, quando
penso a quelle vecchie chiacchierate, mi rendo conto che l'opera più
profondamente "sua', che più gli somiglia, è piuttosto il discusso e
abbastanza poco ben compreso “Il pendolo di Foucault”, dell'88, con il suo
sottovalutato, tardivo annesso “Il cimitero di Praga”. La nostra amicizia
sbocciò sul serio quando una sera egli scoprì - una volta tanto fui io a
meravigliarlo - ch'ero il solo tra quelli che conosceva a sapere il nome di un
oscuro movimento politico argentino, la Tacuara. Scherzavamo su molte cose che
ci riguardavano entrambi: il sottobosco politico dell'estrema destra europea
che avevamo attraversato entrambi, io come adepto ed egli come osservatore
"antipatizzante” ma affascinato; e quello (per certi versi analogo) del
fantastico e strampalato sapere pseudo-medievale messo insieme da esoteristi di
vario genere, con le sue iperboliche cattedrali e i suoi improbabili templari.
A corredo del suo più celebre lavoro, un po' per chiarirne il senso
metodologico (e la rivendicata serietà) un po' per sfottere i suoi numerosi
esegeti e i granchi ch'essi stavano prendendo nelle loro esercitazioni
critiche, Eco pubblicò sul n. 49 di Alfabeta del giugno 1983 un denso, dotto,
divertentissimo e insopportabile saggio, Postille a "Il nome della rosa” presumibilmente
destinato a definitivamente umiliare le vittime del suo immenso sapere
filologico-semiologico e del suo sadico genio in tristitia hilaris, in
hilaritate tristis. (…). Con Umberto m'incontrai l'ultima volta, mi pare (ma potrei
sbagliarmi) nell'autunno del '14: sempre nella nostra Parigi e sempre davanti a
una buona tavola. Discutemmo a lungo a proposito di una delle comuni passioni
che tuttavia ci dividevano: il vino. Egli privilegiava con fermezza i bianchi
secchi, io amo i rossi ben corposi oppure (ebbene, sì...) le
"bollicine". Mi confidò che non si sentiva granché bene: ma lo diceva
sempre e io regolarmente rispondevo rimproverandogli i troppi Martini. Quella
sera mi rifilò anche uno dei suoi tormentoni favoriti, che adesso,
ripensandoci, mi dà il brivido di un presagio: che lui il Padreterno lo
conosceva bene (avevano letto, diceva lui, gli stessi libri: e almeno quanto a
Gilson e a De Lubac gli credo) e che quindi era sicuro della salvezza eterna;
per cui "quel giorno" mi avrebbe aspettato, dinanzi al gran portale
socchiuso del Paradiso, "perché in fondo sei un bravo ragazzo, anche se
sei un fascista". Prego che sia così: e francamente un po' ci spero. Anche
se, quel giorno, lui non vestirà il saio francescano di Guglielmo da
Baskerville, come invece lo hanno spesso ritratto i suoi caricaturisti. No. Io
che ho letto con devota attenzione il suo bel saggio “Il problema estetico in
Tommaso d'Aquino”, da lui pubblicato ventiquattrenne nel 1956, so bene che
porterà l'abito glorioso dell'Ordo Fratrum Praedicatorum, la veste con
scapolare candida e il mantello nero. Elegantissimi e irreprensibili, col solo
difetto di essere i medesimi colori della Juventus. Che l'Eternità sia con te,
caro vecchio Umberto.

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