"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 20 febbraio 2026

Doveravatetutti. 63 Franco Cardini: «Che l'Eternità sia con te, caro vecchio Umberto».


Il 20 febbraio, verso sera, un marinaio di guardia segnalò una fiamma rossastra che si elevava a una prodigiosa altezza e ne diede avviso al capitano, il quale salito sul ponte, dopo aver guardato per alcuni istanti, disse: «Se non m'inganno siamo di fronte all'isola di Chiloè e quella fiamma indica il vulcano di Corcobado. Guardate!» Tutti gli sguardi dei marinai si fissarono sul picco gigantesco, sormontato da un enorme pennacchio di denso fumo. Ben presto la nave fu di faccia al monte che si elevava per 7047 piedi sopra il livello del mare e ognuno dei marinai poté ammirarlo a suo agio. Pareva che, illuminato come era dal chiaror delle fiamme e dagli ultimi raggi del sole morente, galleggiasse in mezzo a un lago infiammato. A poco a poco il picco sparve nella nebbia della sera. (Tratto da “Gli scorridori del mare” – 1900 - di Emilio Salgari).

“Eco conosceva Dio, avendone letto”, testo di Franco Cardini in memoria di Umberto Eco pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, giovedì 19 di febbraio 2026: Com'è noto, Umberto Eco nel suo testamento aveva rigorosamente vietato per dieci anni qualunque tipo di celebrazione pubblica della sua opera e della sua memoria. Intendeva evidentemente esser sicuro ch'esse avrebbero retto entrambe, nella nostra Società del Consumo e dell'Effimero, all'usura del tempo e al clamore del mondo. Possiamo dire adesso, aspettandoci una pioggia di ricordi senza dubbio cartacei ma anche televisivi e magari cinematografici (a parte quelli propriamente accademici), che con quel suo gesto - che qualcuno giudicò ricco di humour e qualcun altro pieno di arroganza - il vecchio Doctor Ineffabilis aveva visto giusto (…). Non credo sarò invitato a nessuno degli eventi che i suoi amici e collaboratori più stretti organizzeranno: non ho nulla contro tale ambiente, ma non ci conosco praticamente nessuno, a parte Danco Singer, Riccardo Fedriga e, un po’ Mario Andreose. Magari con i suoi - e miei - colleghi medievisti (perché era tale: e sul serio) sarebbe diverso: ma anche fra loro i suoi amici più stretti, come Jacques Le Goff, non ci sono più. Eppure la nostra amicizia era nata proprio là, nel vecchio cuore del parigino VI arrondissement dov'era la sede primitiva dell'École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) a due passi dall'abbazia di Saint-Germain dove nessuno dei due - si era a metà degli anni Settanta del secolo scorso pensava che sarebbe tornato di lì a poco ad abitare. Lui all'epoca poco più che quarantenne già Mostro Sacro ed enfant terrible adulato e coccolato tanto dalla cultura accademica quanto da quella militante più in; io poco più che trentenne docente universitario "precario" (ma allora il termine non si usava), oscuro ai più e sospetto ai pochi che mi conoscevano a causa di posizioni politiche non granché "allineate". Stavo allora lavorando a una confusa, farraginosa indagine sulla cavalleria medievale; ed egli si dilettava di temi che ruotavano attorno all'estetica medievale già oggetto di un suo erudito lavoro incentrato soprattutto su Tommaso d'Aquino. Parlavamo di queste e di altre cose. Eco amava sfottermi (ma lo ricambiavo), soprattutto a proposito di un tema di comune interesse che andava allora di moda (e continua ad andarci) sia al livello delle ricerche scientifiche, sia di certa letteratura paraoccultistica e misteriosofica che nella Ville Lumière si respirava nell'aria: le cattedrali del medioevo e i loro segreti. A quei mirabili monumenti Georges Duby stava dedicando propri allora, nel '76, uno dei suoi capolavori; mentre dall'altra parte i cercatori delle Verità Nascoste che detestavano il "culturame accademico" chiedevano lumi al riguardo compulsando le pagine degli enigmatici tomi al riguardo redatti dal misterioso "Fulcanelli", sapientissimo genio nascosto che ha il solo difetto di non essere mai esistito o di essere lo pseudonimo di alcuni eruditi lestofanti. Insieme alle cattedrali, un altro edificio e un altro simbolo (o se preferite un edificio-simbolo) affascinava Eco: il labirinto. E non a caso è un labirinto la biblioteca monastica ch'egli descrive nel suo capolavoro ch'era allora in gestazione - e ne parlammo -, “Il nome della rosa” edito nell'80 e Premio Strega l'anno successivo. Eppure, quando penso a quelle vecchie chiacchierate, mi rendo conto che l'opera più profondamente "sua', che più gli somiglia, è piuttosto il discusso e abbastanza poco ben compreso “Il pendolo di Foucault”, dell'88, con il suo sottovalutato, tardivo annesso “Il cimitero di Praga”. La nostra amicizia sbocciò sul serio quando una sera egli scoprì - una volta tanto fui io a meravigliarlo - ch'ero il solo tra quelli che conosceva a sapere il nome di un oscuro movimento politico argentino, la Tacuara. Scherzavamo su molte cose che ci riguardavano entrambi: il sottobosco politico dell'estrema destra europea che avevamo attraversato entrambi, io come adepto ed egli come osservatore "antipatizzante” ma affascinato; e quello (per certi versi analogo) del fantastico e strampalato sapere pseudo-medievale messo insieme da esoteristi di vario genere, con le sue iperboliche cattedrali e i suoi improbabili templari. A corredo del suo più celebre lavoro, un po' per chiarirne il senso metodologico (e la rivendicata serietà) un po' per sfottere i suoi numerosi esegeti e i granchi ch'essi stavano prendendo nelle loro esercitazioni critiche, Eco pubblicò sul n. 49 di Alfabeta del giugno 1983 un denso, dotto, divertentissimo e insopportabile saggio, Postille a "Il nome della rosa” presumibilmente destinato a definitivamente umiliare le vittime del suo immenso sapere filologico-semiologico e del suo sadico genio in tristitia hilaris, in hilaritate tristis. (…). Con Umberto m'incontrai l'ultima volta, mi pare (ma potrei sbagliarmi) nell'autunno del '14: sempre nella nostra Parigi e sempre davanti a una buona tavola. Discutemmo a lungo a proposito di una delle comuni passioni che tuttavia ci dividevano: il vino. Egli privilegiava con fermezza i bianchi secchi, io amo i rossi ben corposi oppure (ebbene, sì...) le "bollicine". Mi confidò che non si sentiva granché bene: ma lo diceva sempre e io regolarmente rispondevo rimproverandogli i troppi Martini. Quella sera mi rifilò anche uno dei suoi tormentoni favoriti, che adesso, ripensandoci, mi dà il brivido di un presagio: che lui il Padreterno lo conosceva bene (avevano letto, diceva lui, gli stessi libri: e almeno quanto a Gilson e a De Lubac gli credo) e che quindi era sicuro della salvezza eterna; per cui "quel giorno" mi avrebbe aspettato, dinanzi al gran portale socchiuso del Paradiso, "perché in fondo sei un bravo ragazzo, anche se sei un fascista". Prego che sia così: e francamente un po' ci spero. Anche se, quel giorno, lui non vestirà il saio francescano di Guglielmo da Baskerville, come invece lo hanno spesso ritratto i suoi caricaturisti. No. Io che ho letto con devota attenzione il suo bel saggio “Il problema estetico in Tommaso d'Aquino”, da lui pubblicato ventiquattrenne nel 1956, so bene che porterà l'abito glorioso dell'Ordo Fratrum Praedicatorum, la veste con scapolare candida e il mantello nero. Elegantissimi e irreprensibili, col solo difetto di essere i medesimi colori della Juventus. Che l'Eternità sia con te, caro vecchio Umberto.

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