"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 24 dicembre 2013

Sfogliature. 20 “La gerarchia ecclesiastica e i cambiamenti della società”.



Incombe il “Natale”. Quello dei credenti che coinvolge anche chi credente non lo sia. Un “Natale”, forse, con minori fasti e soprattutto con minori consumi rispetto ad un passato ancora molto recente. Non per scelta libera però. La “crisi” incombe e determina stili di vita nuovi è più misurati. La “fede” non ha indotto codesti nuovi atteggiamenti di fronte all’opulenza ed agli sprechi del passato. Opulenza e sprechi non più a tiro dei tanti. Ma un ritorno all’essenzialità di una fede, di qualsivoglia fede, sarebbe di già un buon segno. Farà piacere al nuovo vescovo di Roma. Ho ritrovato, alla data del 20 di marzo dell’anno 2007 – alle pagine 2166-2168 dell’e-book sopravvissuto al blog allora su di una diversa piattaforma della vasta rete – un post senza un titolo della serie “Se il divino diviene il problema”, contraddistinto col numero 25. Di seguito lo ripropongo nella sua interezza.

Tralascio il panegirico che ho sempre preposto alle molto autorevoli opinioni riportate in questa rubrichetta. Una scelta di merito. O di campo. Scelta forzata. Considerata la durezza e cupezza dei tempi. Una domanda: ma come è possibile far credere ai buontemponi, o meglio ai candidi in ispirito, ai soliti gonzi,  che la famiglia interessi solamente ai cattolici? Domanda retorica, invero. Come se tutti gli altri, delle altre confessioni o chi una confessione non ce l’abbia, fossero dediti a distruggere le famiglie come in un orrendo gioco al massacro. Un tiro al bersaglio: la famiglia, pum, pum! Ridicolo. È che, aver barbaramente mediatizzato il tutto, la vita pubblica e la vita privata dei cittadini, comporta pur delle conseguenze; non esiste più distinzione alcuna tra le due sfere, tutto si intreccia e tutto si confonde, ed allora la professione della propria fede non si fa più nell’ambito della vita quotidiana e privata, ma sul grande schermo della vita pubblica, con o senza il monitor dell’orrendo elettrodomestico. I grandi insegnano, grandi si fa per dire. Conducono una vita privata da scandalo, ma predicano per gli altri ben più saggi, virtuosi e pii comportamenti. In alcuni casi consigliano la pratica del cilicio. Da Medioevo. Oscurantismo assoluto. Un ritorno alle pire fumanti. Non esiste un privato. Esiste un banale, grottesco  fatto pubblico. Alla mercé di tutti. Senza anima. La fede del singolo oggi, nell’era della comunicazione di massa più spinta, si sostanzia non nella dura, onesta pratica quotidiana, con la messa in opera, con difficoltà a volte, delle proprie convinzioni, nel rigetto di tutto ciò che possa entrare in conflitto con essa, ma solamente con quel si blatera, a vanvera, comandati a bacchetta, per rifugiarsi rapidamente nel comodo privato che è libero da condizionamenti di alcuna specie, confortevole assai, ed in difesa del quale si invoca costantemente il rispetto della riservatezza. Durezza dei tempi. La fede del singolo non esiste, non vale molto nel gran mercato. Val bene quella fede diffusa e mediatizzata convenientemente, con proclami roboanti, con mulinar di ferri, solo virtuali per carità, con proclami ed editti di altri tempi. La ricerca del demonio. Ecco un ritorno interessante. Un demonio moderno però. Senza corna, coda. Difficile delinearne l’effigie. Il relativismo, il laicismo. Tutto ciò che non rientra in certi orizzonti. E dietro ai proclami, la virtù individuale che non esiste, la fede del singolo che si rifugia, si protegge, si maschera dietro i proclami assordanti dei moderni comunicatori. Esempi recenti già visti e passati, di gran prestigio sociale, di grande ricaduta mediatica. Capire i tempi ed adeguarvisi. Con tutto ciò che ne segue. Ho conosciuto persone, degnissime, che conducevano una doppia vita affettiva, in casa e poi magari nell’ambito del posto di lavoro. Nulla di cui scandalizzarsi. Certe scelte possono sempre essere rimesse in discussione, si capisce. Ciò che mi colpiva di quelle persone la loro incrollabile professione di fede, ritualizzata quanto si voglia, enfatizzata, esasperata anche, esteriorizzata ben bene alla domenica ed alle altre feste comandate, mai interiorizzata con il proprio vissuto quotidiano, in lotta essa con questo, in contraddizione stridente, e che esse riuscivano a far convivere con quella abnorme duale vita affettiva. Abnorme, almeno ai miei occhi di non credente. Beati i poveri in ispirito! Sarà loro il regno dei cieli! Forse perché obbedienti. Ossequienti. Quanto credibili e coerenti è poca cosa. In tempi diversi avrei sperato nella maturità del “cattolico quotidiano”, così come ce lo rappresenta l’Autore nell’analisi di seguito riportata; ma, considerati i precedenti e la mediatizzazione delle vite pubbliche e private, mediatizzazione  spinta all’ennesima potenza, un brivido mi corre per la schiena. Saranno i ritorni imprevisti dei rigori invernali? Lo spero tanto. Mi riesce peraltro difficile imbarcarmi in una disquisizione sulla laicità dello Stato, in un’opera di ragionamento, peggio di convincimento: ma cosa si è sempre pensato, detto e scritto sul senso di appartenenza del cittadino quotidiano, della sua “stentatella cittadinanza”, ben espressa nel quotidiano arrancare e nel rifugiarsi nel  caldo e sicuro e più arretrato familismo? Staremo a vedere, assisi sulla sponda da questa parte del Tevere. Prospettiva da incubo, in verità! “Tempus edax rerum”. Il tempo divora le cose. O forse meglio è “Tempus omnia medetur”. Il tempo rimedia, cura tutte le cose. Guarisce tutti i mali. Ma fra quanti anni, lustri, secoli, la guarigione? Così  solevano dire i latini! Da “La gerarchia ecclesiastica e i cambiamenti della società” di Marco Politi. …l’Italia è la trincea di Dio, (…). Se la famiglia rischia la rovina, allora è urgente negare il riconoscimento alle coppie di fatto. Se il rapporto naturale tra uomo e donna sta franando, allora è missione divina cancellare la pubblica accettazione del patto d’amore tra due partner gay. Bisogna andare alle radici culturali dell’atteggiamento di Benedetto XVI per capire la durezza dello scontro in atto, che ha per posta la laicità dello Stato. O, per essere più semplici, il diritto dei cittadini tutti di farsi democraticamente le leggi senza attendere il timbro di un’autorità confessionale. Perché la sfida culturale è questa: evitare di ripiombare nel XXI secolo in guerre di partiti religiosi, ognuno dei quali brandisce il nome di Dio per richieste non negoziabili. Laddove la politica è negoziato, confronto, anche compromesso tra diverse visioni del mondo. Dice Ratzinger al clero romano che la ‘fede in Italia è minacciata’. Parole pesanti. (…). Ma papa Ratzinger è ancora più pessimista. – Siamo di fronte ad una multiforme azione, tesa a scardinare le radici della civiltà occidentale -. (…). Corrisponde questo atteggiamento allo stato d’animo dei milioni di cattolici quotidiani, che vanno a messa, si impegnano in parrocchia, pregano, riflettono su Dio e la propria esistenza e comunque, con minore o maggiore pratica, si sentono parte della comunità dei cristiani? No. Va detto con assoluta franchezza. Quando da alti pulpiti si sente risuonare minacciosamente ‘Non possumus‘, andrebbe subito domandato: non possumus chi? Il cattolico quotidiano del Duemila vive tranquillamente accanto ai diversamente credenti, senza complessi da stato d’assedio, senza l’ossessione di imporre la propria visione. E tutta la questione delle convivenze di fatto e delle stesse coppie gay è vissuta da anni molto serenamente, pragmaticamente, con umana sensibilità dalla maggioranza degli italiani a qualunque credenza si richiamino. Perché una cosa è chiarissima: la vicenda delle unioni civili non è uno scontro tra cattolici e laici. Non è oggetto di una guerra tra fedi. Ciò che emerge è il gap tra la gerarchia ecclesiastica e la società italiana come è nella realtà. Per i cattolici quotidiani, e gli altri, le coppie di fatto non sono un astratto drago rovina-famiglie. Sono i nostri figli, i nostri amici, spesso noi stessi. Uomini e donne in carne e ossa, senza ideologie, con la fatica dell’esistenza e il desiderio di essere un po’ felici. E le aborrite unioni gay le incontriamo a cena, sui posti di lavoro, nei luoghi dove passiamo le nostre vacanze. E sono normali cittadini e normali conviventi. (…). In altre parole hanno impostato la propria vita secondo regole diametralmente opposte a quelle ossessivamente indicate per decenni dalla gerarchia ecclesiastica. E ciò nondimeno continuano il loro dialogo con Dio, vanno a messa, e spesso si impegnano in iniziative ecclesiali. Il problema, allora, non è la Chiesa, la comunità dei fedeli. Il problema è di una gerarchia ecclesiastica incapace di guardare con umanità ai problemi di una società in trasformazione, in cui la famiglia è radicalmente diversa da quella di cinquant’anni fa. Una gerarchia che pretende di rappresentare in politica i cittadini cattolici, che né esistenzialmente né politicamente hanno dato all’istituzione ecclesiastica un mandato del genere. (…).

Rinuncerà il novello vescovo di Roma all’intransigenza che ha contraddistinto le passate gerarchie vaticane? È solamente su queste basilari questioni, che interessano milioni di cittadini, uomini e donne con la “fede” vissuta o senza la “fede”, che si potrà cominciare a parlare di una rivoluzione che si sia messa molto lentamente in movimento aldilà del Tevere.

Nessun commento:

Posta un commento