“Lamemoriadeigiornipassati”
è dell’8 di giugno dell’anno 2011. È a firma di Michele Ciliberto e venne
pubblicata sul quotidiano l’Unità col titolo “Un rebus tutto di sinistra: ritrovare i legami perduti”. “Lamemoriadeigiornipassati”
è esercizio di memoria, per l’appunto. Un misurare, se la si voglia intendere
così, i passi che sono stati fatti in avanti o all’indietro nella storia
politica e sociale di questo derelitto paese. È esercizio che richiede
determinazione e coraggio al contempo, senza i quali i problemi marciscono ed
il paese affonda nell’inettitudine e nelle forme più perverse di populismo
anarcoide e plebeo. Poiché un paese che rifiuta un sono esercizio di memoria
non riuscirà mai ad uscire dalle pastoie nelle quali l’”antipolitica” al potere,
ovvero la politica quale negazione della “politica buona”, lo ha condotto nei
decenni. E tutto si trasforma in un “irrisolto” con il quale è facile sì
convivere ma rinunciando a tutto ciò che sta a fondamento e corredo di una
democrazia matura. Ha scritto di recente - “Il
pericolo del non voto”, sul quotidiano l’Unità del 28 di maggio 2013 -
Michele Ciliberto: (…). …in Italia è da tempo aperto, e ora sta venendo alla luce, un
problema che tocca le fondamenta della democrazia, cioè della Repubblica. Se ne
stanno riducendo le basi, e quindi la capacità di rappresentanza, quindi la
legittimità. Quando l`astensione è così ampia, vuol dire che i principi della
democrazia rappresentativa appaiono logori e che si sta incrinando il patto
originario che costituisce una comunità. Significa, simmetricamente, che la
politica e le istituzioni si sono chiuse in una sorta di spazio separato, che
non ha molto a che fare con la vita della gente e dei singoli individui e che
ha poco da spartire con i problemi quotidiani. Non serve enfatizzare le
situazioni di crisi, ma noi siamo seduti su un vulcano anche se molti
continuano a non voler sentire i campanelli di allarme, i mille segnali in cui
si esprime un distacco che ha ormai preso. L`astensione non nasce da un
generico qualunquismo ma è l`effetto del distacco tra gente e politica la forma
di un vero e proprio risentimento politico, sociale, individuale (e non solo in
Italia). È una crisi strutturale, che non si risolve con le armi della pura
tecnica politica. Quale illusione! Oggi è la politica che per prima deve
ritrovare un fondamento, se si vuole rianimare la democrazia. Sono
queste le parole Sue ultime. Che vanno lette con quanto l’illustre studioso
aveva scritto in quell’8 di maggio dell’anno 2011: Se (…) il carattere proprio della
democrazia dispotica è quello di rompere i legami fra gli individui
precipitandoli in una condizione di reciproca solitudine, compito di una
cultura democratica è quello di ricostituirli ad ogni livello. Dei “legami” e
di ciò che essi significano - insisto su questo punto - occorre dunque fare il
pilastro di una democrazia moderna, contrastando frontalmente le ideologie
moderate e conservatrici. Ma i legami che bisogna costituire oggi devono essere
diversi da quelli del passato. Occorre anzitutto partire dagli individui; e su
questa base costruire legami che siano capaci di mantenere vive ed operanti le
differenze individuali e se necessario anche il conflitto. Ed a
proposito di quei “legami”, che una vera forza di sinistra dovrebbe avere a cuore,
ne ha scritto Alain Touraine sul numero 8 della rivista MicroMega – pag. 43 -
dello stesso anno 2011: L’elemento di definizione che per primo
viene alla mente è che la destra pensa in termini di oggetti e di rapporti tra
gli oggetti, e che definisce gli attori tramite le loro situazioni oggettive.
(…). Ciò che definisce, all’opposto, la sinistra, è che pensa e agisce in
termini di diritti. Il populismo di destra, che lamenta le deplorevoli condizioni
dell’infanzia, dei poveri, delle donne e dei prigionieri è sempre esistito. Ma
il pensiero e l’azione diventano di sinistra solo quando il pensiero si
interroga sulle ragioni della disuguaglianza, o della dipendenza e della
violenza, cercando nelle vittime i possibili protagonisti di volontà e
desiderio d’azione. È in questi ambiti che la rottura dei “legami”
ha portato a quell’”irrisolto” che caratterizza la condizione propria della (pseudo)-democrazia
nel bel paese. Soprattutto quando una forza che si voglia dire della sinistra
non “si
interroga sulle ragioni della disuguaglianza, o della dipendenza e della
violenza” tranciando così di fatto quei legami che ne giustifichino
l’esistenza e la sopravvivenza. Scriveva ancora Alain Touraine nello stesso
numero della rivista che ha per titolo di copertina “A sinistra!” - pag. 37 -: Il teorema da tempo accettato secondo cui il
centro della vita sociale è il sistema economico, cioè la stretta
corrispondenza delle categorie della vita economica con quelle della vita
sociale, non è più accettabile e dev’essere respinto malgrado i molti servizi
resi. L’economia si è separata dalla vita sociale: è questo il significato
profondo della globalizzazione. (…). Siamo fin troppo consapevoli che
l’edonismo avvantaggia i ricchi e i potenti, e distrugge quanti ne adottano gli
obiettivi senza avere i mezzi per raggiungerli. È il paradosso dei
nostri giorni e delle nostre vite. La proposizione martellante di un “edonismo”
incompatibile con l’ambiente e con le risorse naturali ha abbacinato
larghissimi strati sociali i quali hanno preferito abbracciare quell’illusione
con la rinuncia e lo scioglimento di quei “legami” che ne avevano
caratterizzato le esistenze. Scrive Michele Ciliberto in quella memoria dell’8
di giugno dell’anno 2011: I legami, infatti, possono essere declinati
sia in chiave democratica che in termini autoritari e anche dispotici. Un
esempio: l’idea di nazione può essere declinata in termini di piccole patrie,
chiuse in se stesse come monadi (e qui basta pensare alle politiche della
Lega), oppure e questo è il compito proprio di una nuova cultura democratica
interpretando in modi nuovi il rapporto fra nazione e territorio, ponendo al
centro un nuovo concetto di cittadinanza, in grado di aprire la nazione a nuovi
popoli, nella prospettiva di un nuovo concetto anche dell’Europa. Bisogna
saperlo: la democrazia vive di differenze e anche di conflitto. Senza conflitto
non ci sono né libertà né democrazia, se è vero come è vero, che la crisi della
democrazia la sua patologia consiste proprio nel quietismo, nella indifferenza,
nella staticità. I legami di cui si avverte oggi l’esigenza, e che occorre
costituire, non sono quelli otto-novecenteschi, tipici anche del movimento
operaio: la massa, la classe, insomma le vecchie identità sociali e collettive.
Il conflitto fra capitale e lavoro ha cambiato forma, globalizzandosi; si è
esaurita la vecchia ideologia del progresso che era stata una bandiera della
classe operaia; si sono consumate le tradizionali forme di rappresentanza politica
e sindacale; sono cambiati anche i rapporti con il mondo, con la vita: gli
“individui” non sono più disposti a sciogliersi nella massa, nella classe, come
nel XX secolo. Essi sono estranei oggi a queste vecchie forme di legami: come
dice in una bella pagina Adam Zagajewski, «le epoche muoiono più delle persone,
e non ne resta nulla». Quelli che bisogna dunque costruire sono legami in grado
di coinvolgere la dimensione della generalità, ma in termini nuovi. Sono i
legami che possono sorgere dalla comune consapevolezza dei limiti delle risorse
naturali; dalla comune assunzione della centralità del rapporto, oggi, fra
nativi e immigrati, per il futuro dell’Europa e tendenzialmente del mondo;
dalla comune coscienza della necessità di nuove forme di esperienza sociale e
di lavoro; dalla comune persuasione dell’esaurimento delle vecchie forme di
rappresentanza politica e soprattutto sindacale; da un comune impegno intorno
al destino dell’Europa, mentre sono venuti meno i vecchi modelli identitari e
antropologici ed è diventato indispensabile, specie per una forza riformatrice,
individuare nuove rotte ideali, culturali, politiche lungo le quali
incamminarsi. Sono legami che devono coinvolgere anche i problemi del genere
(…); del rapporto individuale con la vita e con la morte; delle nuove frontiere
e metamorfosi del corpo dischiuse dalle moderne tecnologie; della relazione con
la natura. È su questo terreno che è possibile stabilire campi di confronto
anche con le religioni, tutte le religioni, imperniati sul reciproco
riconoscimento dell’altro e dei suoi valori, anche di quelli della cultura
laica. È sbagliato infatti identificare storico e relativo: dalla storia
salgono e si affermano legami che tendono anch’essi alla universalità, e che
come tali sono stati vissuti, e continuano ad essere vissuti, da coloro che si
battono per essi e vi si riconoscono. In una parola, quello cui bisogna
lavorare sono nuovi legami democratici. Un punto però deve essere chiaro:
pensare di costruire nuovi legami ignorando il piano dei rapporti materiali
sarebbe insensato: come sapevano già i classici (a cominciare da Hegel) è il
lavoro la struttura costituiva dell’uomo, la condizione originaria sia della
sua libertà che in generale della democrazia. Oggi come ieri, il lavoro è il centro
archimedeo di ogni legame democratico”. Ritrovare i “legami”
perduti. Il lavoro al centro della “struttura costituiva dell’uomo”. Quale
forza politica del bel paese ha posto con forza queste “cose” come le
priorità, come i progetti o i traguardi, a più o meno breve termine,
irrinunciabili? L’assunto proposto da Alain Touraine che nelle moderne società “il
centro della vita sociale è il sistema economico” distorce il senso
della nostra storia, delle nostre vite presenti e future.
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