"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 9 giugno 2017

Dell’essere. 13 “L’etica della verità e l'utilità della menzogna”.



Ha scritto Gustavo Zagreblesky in “Contro l’etica della verità” – Editori Laterza (2008), pagg. 172 € 15 -: (…). Il dubbio, (…), al contrario del radicale scetticismo, presuppone l’afferrabilità delle cose umane, ma, insieme, l’insicurezza di averle afferrate veramente, cioè la consapevolezza del carattere necessariamente fallace o mai completamente perfetto della conoscenza umana, cioè ancora la coscienza che la profondità delle cose, pur se sondabile, è però inesauribile. Onde, di ogni nostra conoscenza, deve dirsi ch’essa è non fallace o impossibile, ma sempre, necessariamente, superficiale. Il dubbio si esprime così: - sarà davvero vero? –, e questo, in certo senso, è un duplice omaggio alla verità, insieme al riconoscimento della nostra limitatezza nei suoi confronti. Il dubbio contiene quindi un elogio della verità, ma di una verità che ha sempre e di nuovo da essere esaminata e ri-scoperta. Così, l’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica, che è quella che vuole fissare le cose una volta per tutte e impedire o squalificare quella cruciale domanda: - sarà davvero vero? -. (…)“. Schierarsi contro “l’etica della verità” è da sempre una pre-condizione propria di chi aspiri a fare della vita associata un momento d’inclusione e di crescita sia personale che collettiva. Ci si ritrova invece, in questo primo ventennio del secolo ventunesimo, come nei momenti più bui della storia umana. E come nei secoli dell’oscurantismo più assoluto la mia “verità” non può in alcun modo coesistere con la tua “verità”. Ne viene fuori la spietatezza dell’oggi che, sotto le bandiere rosso-sangue delle “verità” contrapposte, genera distruzioni e morte in nome di un “assolutismo” anacronistico e fallace. La “verità” è stata da sempre quello “specchietto” entro il quale è andato specchiandosi l’arretratezza culturale e l’intransigenza assolutistica che ha avuto eccellenti campioni in tutte quelle religioni che diconsi “rivelate”. Una stortura gigantesca all’ombra della quale le nequizie e le atrocità hanno trovato facile terreno di coltura al pari della gramigna evangelica che il tutto ricopre e distrugge. Ha scritto Andrea Muni sul settimanale “l’Espresso” del 7 di maggio 2017 – “La post-verità ci mette in gioco”:
(…). …la verità non è fatta per essere conosciuta e sancita da una cattedra, da un pulpito o dalle colonne di un importante quotidiano. La verità è fatta per essere inflitta e subita, quotidianamente, nei più minuti e banali momenti delle nostre esistenze; è fatta per essere “giocata”... ma questo ci fa male, ci angoscia, perché in fondo noi non vorremmo esserla, preferiremmo limitarci a essere i suoi portavoce, i suoi servitori. Vorremmo che la verità restasse qualcosa a cui possiamo appellarci, qualcosa che possiamo “dimostrare” e al contempo qualcosa che - in caso di fallimento - potremo in ogni caso rinnegare, espellere o maledire. Ma se vogliamo ancora osare dirci “democratici”, in un momento storico in cui questa parola sembra avere i giorni contati, dobbiamo accettare che la post-verità - se scegliamo di chiamare così l’eredità del relativismo - non è altro che la verità nuda: la verità una volta fatti i conti con l’orrore che proviamo nell’ammettere a noi stessi che non c’è alcuna garanzia ultima della “bontà” di ciò che insegniamo e di ciò per cui lottiamo. È questa consapevolezza della intrinseca limitatezza della “verità”, anzi di tutte le “verità” che consentiranno al genere umano di arrestare l’inabissamento in quel pelago periglioso che ha come caratteristica precipua l’“assolutismo” delle “verità rivelate”. Ci ha provato da par Suo Umberto Galimberti a sbrogliare l’intricata matassa “Sull'utilità della menzogna per la vita” sul settimanale “D” del 27 di maggio 2017 laddove scrive che “non misuriamo la Falsità a partire dalla verità, perché anche la cosiddetta verità può essere un inganno condiviso”. E quante volte nella Storia degli umani ci si è serviti di quell’”inganno condiviso” per i progetti più abietti di potere e di ricchezza? E l’illustre Autore così dispiega il Suo ragionare: Se pensiamo che la bugia è il contrario della verità, viene spontaneo disapprovare chi mente. Ma se consideriamo che la bugia può essere utile alla vita, e forse più di quanto non lo sia la verità, allora il nostro giudizio cambia, fino a far sorgere il sospetto che chi sa mentire ha capacità cognitive decisamente più sviluppate di chi sa dire solo la verità. Del resto anche Platone riferisce che: "Mentire coscientemente e volutamente ha più valore che dire involontariamente la verità». (…). Considerata dal punto di vista della vita (e non della verità), diciamo subito che la bugia non è una prerogativa unicamente umana, ma appartiene a tutti i viventi, ai vegetali come agli animali. Gli uni e gli altri, infatti, sanno confondere chi potrebbe recar loro danno privandolo delle informazioni necessarie per orientare la sua condotta predatoria, oppure per attirarlo con stratagemmi mimetici, come l'orchidea africana che imita l'aspetto dei fiori ricchi di nettare per attirare insetti e farfalle, o come molte specie animali che, mimetizzandosi, si confondono con l'ambiente, mettendo fuori gioco la forza dell'avversario alla cui vista si sottraggono con l'inganno mimetico. Passando al mondo umano è sufficiente ricordare l'Iliade, che è la prima grande narrazione della cultura occidentale, dove la guerra è vinta non con l'uso brutale della forza, ma con l'inganno messo in atto con l'uso sofisticato dell'intelligenza, che consente a Nietzsche, a cui non sfugge questo passaggio, di dire che: «L'intelletto, come mezzo per conservare l'individuo, spiega le sue forze principali nella finzione». E non sono quindi finzione tutti i giochi, se è vero che la parola latina "ludere" che noi traduciamo con "giocare", da cui "il-ludere", che significa "farsi gioco", "far finta di", quindi ingannare, in pratica: "dire bugie"? Non bisogna rimproverare i bambini quando mentono perché non possiedono ancora una netta distinzione tra realtà e fantasia. E se continuano a mentire dopo che questa distinzione è acquisita, non bisogna smascherarli con frasi tipo: «Io ti conosco meglio di te», «Io so tutto di te», perché con la bugia i bambini vogliono crearsi quel minimo di autonomia dal mondo genitoriale che non bisogna mortificare: è il primo passo di un loro processo di individuazione. Nel mondo adulto, oltre alla menzogna consapevole per conseguire determinati scopi, può esistere una tendenza alla menzogna nella forma dell'esagerazione, della millanteria, del falso ricordo o della vera bugia. In questi casi per mentire bisogna essere almeno in due, e sotto questo profilo la bugia può essere considerata un veicolo alla socializzazione oltre che un segnale di intelligenza, perché chi mente deve entrare nella mente dell'altro, conoscerne le aspettative, per intuire quello che l'altro vuol sentirsi dire o è disposto a credere. Tutto ciò esige una rappresentazione della mente dell'altro da cui è esonerato chi dice il vero. Ma oltre a ingannare gli altri, c'è anche, e non è rara, la possibilità di ingannare se stessi, costruendo una rappresentazione di sé e del mondo che si abita che non corrisponde per nulla alla realtà. La psicoanalisi può essere considerata come lo svelamento dell'autoinganno di cui è vittima l'Io che, come ci ricorda Freud, "non è padrone in casa propria", perché molti suoi pensieri altro non sono che razionalizzazioni di desideri inconsci. Lo stesso diceva Marx a proposito delle ideologie: "Le idee dominanti sono le idee della classe dominante". Nietzsche rispondeva così alla domanda: "Cos'è la verità? Un nobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide e canoniche: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria". Questo è frequente in quella forma di autoinganno in cui chi mente finisce col credere alla propria menzogna. "Soggetti simili", scrive Jung di Hitler, "possono avere uno strepitoso successo e perciò essere socialmente pericolosi, perché nulla è più persuasivo di una bugia a cui presta fede anche colui che l'ha ideata". Come si vede, verità e menzogna si scambiano le carte e, in questo gioco, la posta in palio non è il conseguimento della verità, ma delle migliori condizioni per vivere.

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