"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 30 settembre 2021

Piccolegrandistorie. 05 «Sul ring ho imparato che l'animo umano è torbido e imperscrutabile».

 

A lato. "San Gregorio" di Capo d'Orlando, acquerello (2021) di Anna Fiore.

Tratto da “Ma davvero solo chi non ha paura non fa paura?” di Claudia de Lillo – in arte Elasti – pubblicato sul settimanale “D” del 30 di settembre dell’anno 2017:

martedì 28 settembre 2021

Paginedaleggere. 51 «La speranza è il frutto di relazioni vive, si nutre dell’essere insieme: mai senza l’altro!».

 

Tratto da "L’esercizio della speranza" di Enzo Bianchi – già priore della Comunità monastica di Bose – pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 28 di settembre dell’anno 2020:

lunedì 27 settembre 2021

Notiziedalbelpaese. 29 «L’ossessione omicida del maschio abbandonato non è una tara individuale».

 

Una “storia” nerissima – “Solo donne nel mirino” – raccontata da Carlo Lucarelli e pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 24 di settembre 2021: A Marc è sempre andato tutto male. Sempre. Tutto. Voleva iscriversi all’Ècole Polytechnique di Montreal, la sua città, ma non l’hanno preso. Voleva entrare nell’esercito canadese, magari nelle forze speciali, come suo zio, ma non l’hanno preso neanche lì. Lavorava come cameriere nella caffetteria dell’ospedale, ma proprio non ci sapeva fare con i clienti, così dopo un po’ l’hanno tolto dal servizio ai tavoli e l’hanno infilato in cucina, e stare lì a lui non piace. Marc è arrabbiato, si lascia andare sempre più spesso a discorsi pieni di astio e la gente lo evita, così si ritrova sempre solo. Ha venticinque anni e non ha nessuno, una fidanzata, un amico. Prima stava con la madre, che anche lei si faceva molto gli affari suoi, poi con la sorella, poi lascia anche lei e va a vivere da solo. O meglio: isolato. Niente, non gli va bene niente, non gli è mai andato bene niente. Potrebbe pensarci su, prendere coscienza dei suoi problemi, superare i suoi limiti e crescere. Magari fare i conti con la figura di suo padre, un uomo durissimo, che ha sempre considerato la moglie e i figli come oggetti da possedere e comandare con la forza e che ha sicuramente segnato la sua infanzia. Ma non ce n’è bisogno, perché Marc lo sa di chi è la colpa di tutte quelle cose che gli vanno male, il lavoro, lo studio, le relazioni, tutto. Lo sa con certezza assoluta e non ha bisogno di nient’altro. Le ragazze. O meglio, le femministe. Insomma, le donne. Così, un giorno di dicembre del 1989, Marc Lépine va in un negozio della Checkmate Sports e si compra un fucile semiautomatico Ruger, di quelli col calcio di metallo e il caricatore a mezzaluna. Sa usarlo bene, come gli ha insegnato lo zio delle forze speciali. Si è anche comprato un sacco di proiettili. In tasca ha una lettera delirante, scritta troppo in fretta, dice, in cui ce l’ha con la vita, col governo e con le femministe. E coi giornali, che di certo lo definiranno “il killer pazzo”. Armato così, il 6 dicembre, va all’École Polytechnique e si infila nella prima aula che trova, la 230. Fa uscire professori e alunni maschi, mette le studentesse contro il muro e comincia a sparare. Ne ammazza nove, poi esce e gira per l’Università, sparando a tutte le donne che incontra. C’è un bellissimo film di Denis Villeneuve che lo racconta, Polytechnique, così nitido e agghiacciante nella sua banale ferocia, che fa paura. Prima di fermarsi e spararsi un colpo in testa con il suo Ruger semiautomatico, Marc uccide quattordici persone e ne ferisce altrettante. Alcune delle sue vittime torna indietro a finirle con un coltello da caccia. Sono tutte donne. Su quel che avviene nel bel paese tra maschi assassini e donne vittime inermi. Ne ha scritto in “Perché uccidono le donne” Michele Serra sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 24 di settembre 2021: Credo (…), sia pure da incompetente, che l’aspetto psichiatrico della violenza sulle donne sia macroscopico. (…). Ma c’è anche, alla base di questo mare di violenza, una gigantesca questione politica e culturale. L’ossessione omicida del maschio abbandonato non è, purtroppo, una tara individuale. È una specie di tara sociale: perché l’idea che la femmina appartenga al maschio è largamente condivisa, in forma esplicita e spesso perfino “legale”, in molte parti del mondo, specie del mondo islamico; ma ancora abita nel profondo anche Paesi che consideriamo emancipati, come il nostro.