“Al netto” – per usare la felice e molto
azzeccata espressione di Marco Travaglio, poiché il “netto” di “lor
signori” (altra storica, “melloniana” espressione) puzza sempre di
sterco - “al netto” dicevo di
tutte le considerazioni possibili, quel “tipo” risulta essere a tutt’oggi un
condannato definitivo dai Tribunali della Repubblica italiana. Altri giri di
parole non consentono divagazioni alcune – peccato per il regista Gianni
Amelio, stimato finché lo si vuole, mio pre-silano corregionale – né tantomeno
insperabili – in un Paese che non sia affetto dal complesso della “redenzione” a
tutti i costi anche degli umani condannati in via definitiva – mire salvifiche (politicamente
scorrette, pedagogicamente sbagliate, poiché avvalorano le tesi diffusissime che
“lor
signori” la sfangano – da sfangare/sfan·gà·re/transitivo, nel
significato arcaico di “pulire dal fango” per l’appunto - sempre)
di una tristissima memoria della quale quella condanna definitiva ci fornisce la
misura – “ad abundantiam” - e la perniciosa per l’intero Paese sua
natura e sostanza. Tratto da “Riposi in
pace, amen” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 9
di gennaio 2020:
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 10 gennaio 2020
giovedì 9 gennaio 2020
Letturedeigiornipassati. 81 «Viviamo in una “gabbia d'acciaio”».
Ha scritto la carissima amica Agnese A. – che ringrazio
per la cortese Sua attenzione – a commento del post del 7 di gennaio ultimo: (…). …viviamo
ormai in un mondo dove la tecnologia è come se incatenasse le persone,
privandole spesso, anche di quelle caratteristiche irrinunciabili, in quanto
più autenticamente umane, che dovrebbero contraddistinguerle. L'amore è l'unica
ancora di salvezza per "una società mercificata". (…). L'amore nasce
dalla parte irrazionale di noi stessi ed è capace di farci rivivere il mondo
delle emozioni, sempre più disertato, per fare spazio alla società della
tecnologia. Platone nel Simposio considera l'amore una forza che permette di
trascendere la condizione umana e tendere verso l'assoluto. Quella dell'amore è
un'esperienza che consente di superare i limiti umani esistenziali e
conoscitivi. L'amore è capace di togliere l'io dal centro della sua
"egoità ". Per questo Platone erge "Amore" a simbolo della
condizione dell'uomo mai in possesso di sé e quindi sempre alla ricerca
incessante di pienezza. Il vero amore è come la stella polare nelle tempeste
della vita. Se è leale, sicuro, sincero è il più gratificante degli impegni.
Dovremmo imparare ad amare e rispettare gli altri, per vivere in un mondo
migliore. E dal ricchissimo “spicilegio” di Umberto Galimberti traggo oggi
“L'amore liquido in un mondo duro come
il cemento”, pubblicato sul settimanale “D” del 9 di gennaio dell’anno 2016,
un’altra “spiga d’oro” che non sfuggirà alla cortese attenzione dell’amica
carissima: L'arte è l'unica risposta alla mancanza di uno scopo? No, non penso che
basti "seguire le Muse". E neppure rassegnarsi alla rinuncia a ogni
responsabilità. (…), io con Zygmunt Bauman non sono molto d'accordo, perché la
società odierna a me non pare assolutamente "liquida". Anzi, (…) mi
sembra terribilmente "cementata". Se Bauman giustifica la sua tesi
facendo riferimento alla perdita di valori e dei punti di riferimento
tradizionalmente ritenuti sicuri, allora diciamo che queste cose le aveva
anticipate Nietzsche un secolo e mezzo fa, là dove parla di nichilismo, da lui
così definito: «Manca lo scopo, manca la risposta al perché? Tutti i valori si
svalutano». E prima di lui Hölderlin, là dove scrive: «Che più non son gli dèi
fuggiti e ancor non sono i venienti». E dopo di lui Heidegger, che parla del
nostro tempo come del «tempo della povertà estrema (dürftige Zeit)». Ma siccome
nessuno più legge i libri dei i filosofi e c'è addirittura l'intenzione di
togliere la filosofia dalle scuole superiori, basta inventare l'aggettivo
"liquido" per far passare come nuova un'indagine sociologica che da
tempo, chi frequenta gli autori sopra citati, già sa descritto con molta
maggior chiarezza e perspicacia. Che i valori si svalutino non è un problema,
perché appartiene al ritmo della storia. Altrimenti saremmo ancora all'età dei
Babilonesi.
mercoledì 8 gennaio 2020
Letturedeigiornipassati. 80 «La rivoluzione documediale ha reso marginale il denaro».
Tratto da “Cari
compagni il capitalismo è fatto di byte” di Maurizio Ferraris, pubblicato
sul quotidiano “la Repubblica” dell’8 di gennaio dell’anno 2019: (…). Nel
mondo sociale sta (…) sorgendo un nuovo macro-oggetto, quasi un nuovo mondo,
che potenzialmente conterrà tutti gli altri. Si tratta del capitale
documediale, un nuovo capitale più ricco di quello finanziario, e che avrà un
impatto senza precedenti sulla creazione del valore, sui rapporti sociali e
sull’organizzazione della vita delle persone. Sebbene ancora oggi più di un
essere umano su due non possieda un cellulare, è significativo osservare che il
numero di dispositivi connessi è pari a 23 miliardi: più di tre volte la
popolazione mondiale.
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