"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 17 luglio 2017

Paginatre. 93 “Fellini visto da Villaggio”.



Da “Io, da Fantozzi a Fellini”, incontro di Ottavio Cirio Zanetti con Paolo Villaggio pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 9 di luglio 2017: «C’è una sola persona al mondo che io ho conosciuto e che è riconoscibile solo per il nome. Dovunque nel mondo, basta dire Federico, è lui, l’unico, irripetibile: Federico non può che essere Federico Fellini. Scola ci ha fatto anche un film, Che strano chiamarsi Federico. Quando ho conosciuto Federico, non ho conosciuto una persona, ma ho riconosciuto quello che potevo immaginare e sapevo di Federico Fellini. Cioè un grande affabulatore, molto simpatico, vanitoso, bugiardo, e ne è nata subito un’amicizia. Cioè, sia chiaro, c’è stato uno scontro tra due logorroici incredibili; alla fine però ho capito per la prima volta nella vita (io sono presuntuoso, ho sempre avuto la quasi certezza di essere superiore per quello che riguarda la brillantezza del discorso, anche l’ironia cattiva di tipo anglosassone) beh, ho capito che lui dopo in po’ mi distanziava e rimanevo a bocca aperta ad ascoltare quella frenesia che lo prendeva quando cominciava ad affabulare». (…).
A ognuno il suo Rex. «In 8 1/2 c’è ad un certo punto una frase magica: “Asa Nisi Masa”. Era una cosa che diceva la nonna di Federico che mi ricordato con violenza che c’erano delle cose che anche la mia nonna diceva: una frase veneziana, per esempio, mia nonna era veneziana: “alla moda del piombo”. Questa frase ha un significato preciso: fare al meglio le cose che devi fare. “Alla moda del piombo” voleva dire: nel modo migliore. Ma tutto in Fellini è evocazione dell’infanzia. Nella notte in cui in Amarcord aspettano di fronte a Rimini, nelle barche, il passaggio del Rex che da Trieste andava fino a Genova e poi in America vincendo il famoso nastro azzurro (che era la decorazione per l’attraversamento dell’ Atlantico) il Rex è visto in una maniera che avevo dimenticato completamente. Una mattina verso le 11 con la nonna veneziana e con mio fratello gemello sono alla foce del fiume Foce di Genova. Ad un certo momento sento “uuuuuuuuuh” (fa il l’imitazione della sirena di una nave) come degli strani nitriti. A quei tempi le reti si portavano al largo con i gozzi, si buttavano le reti e poi dato che era un lavoro faticoso, da terra due cavall,i uno da una parte e uno dall’altra, trascinavano le reti fino sulla spiaggia. Sulla spiaggia si vedevano le donne e c’era questo odore di pesce e di cavallo. E qui comincia il momento del ricordo che avevo completamente accantonat : la misura del Rex. Nel film si sente urlare “il Rex, il Rex !”, si svegliano tutti perché era l’alba, il sole non era ancora sorto. Invece nel mio passaggio del Rex il sole stava calando, c’era la stessa luce magica , da sogno, che non è la realtà, e mentre annusavo quell odore ho sentito gridare: “il Rex, oh belin, c’è il Rex!” e tutti a correre verso il bagnasciuga con i sandali, erano dei sandali con dei buchi, io mio fratello e la nonna rimasta un po’ indietro che gridava: “Attenzione alle scarpe!”. Noi invece siamo entrati quasi con i piedi in acqua ed è comparso il Rex, lo stesso Rex che avevo dimenticato. Compare improvvisamente da dietro la diga foranea (la grande diga protettiva dei porti italiani e francesi del Mediterraneo), compare una montagna nera, alta mille metri, questa è stata l’impressione, questo è il ricordo ed è quello che mi ha restituito Fellini. Quell’immagine dimenticata lui me l’ha fatta rivedere e riscoprire». (…).
Tre inquadrature, ed è subito Fellini. «Ho cominciato col dirti che basta dire Federico ed è subito Fellini. Per come raccontava i suoi film, con un segno completamente diverso da tutti gli altri, era unico, irripetibile. Dunque, tu vai a vedere in un cinematografo di Los Angeles con effetti speciali, magari con gli odori, forse esagero, lo sbarco in Normandia, ti siedi e cominciano, già pronto a stupirti, magari è Spielberg e vedi inquadrature che sono fatte da dieci elicotteri e poi ripetute con effetti speciali e poi intrappolate da montagne, vedi che ci sono almeno dieci macchine da presa, non riconosci Spielberg se tu non sai che è Spielberg, lo vedi e dici: però, insomma,sono americani. Entri e vedi Satyricon, non sai che è un film di Fellini, ma bastano tre inquadrature, ecco, è lui cioè lui è riconoscibile sempre e comunque fin dalle prime inquadrature. Dai primi tre minuti capisci che il suo è un modo di raccontare completamene diverso, viene da un’altra dimensione, non è quella abituale, non è il mestiere che conosci: perché lui il mestiere lo viveva in uno stato di semitrance, mentre girava».

giovedì 13 luglio 2017

Quodlibet. 9 “Renzi non era all’altezza di fare il Renzi”.




Dell’appena scomparso Oliviero Beha ri-leggiamo “Vent’anni o pochi mesi: le parabole degli ultimi premier”, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di luglio dell’anno 2016: (…). Renzi che parte per rottamare quattro anni fa non ha nulla all’apparenza del Renzi traballante di oggi. Forse fin dall’inizio (“Si diventa solo ciò che si è”, parafrasi personale di Nietzche) era poco più di un fuoco di paglia, forse la realtà politica e sociale di paglia del Paese gli ha preso fuoco e lui sentiva solo un po’ caldo. Ossia Renzi non era all’altezza di fare il Renzi, nel bene come nel male, e questa sua condizione mi pareva chiara da tempo. Mille volte è stato tradotto nell’erede di Berlusconi per una serie di ragioni antropodemocristiane che non sto a riassumere, pur essendo Silvio essenzialmente un uomo d’affari e Matteo un uomo di potere. Differenza che non avrebbe affatto impedito a Berlusconi di guidare ai tempi i Ds, se sapientemente glielo avessero chiesto invece di  semplicemente inciuciarci, o a Renzi di fare carriera in Forza Italia o altro nome in ditta senza farsi appesantire da pregiudizi ideologici. Ma l’arco discendente del Fiorentino ha moltissimo in comune oggettivamente con la traiettoria a “pallonetto” di Berlusconi. Certo, la prima si è concentrata in pochissimo tempo mentre la seconda si è sviluppata in un ventennio un po’ arrotondato, con dentro un paio d’etti di Prodi, una spruzzata di D’Alema, un pizzico ma proprio poco di Amato. Ascesa folgorante, graduale dissolvimento del “principio di realtà” per cui si perde il contatto con il Paese, tramonto, occaso, rotta. Magari con la distinzione nell’analogia che Berlusconi pur maldestramente ha segnato un pezzo di storia, il Nostro un po’ di mesi di cronaca. Ma le assonanze non finiscono qui, e proprio da qui dovrebbe iniziare un’autentica preoccupazione degli italiani, che votino “no” al referendum costituzionale come vorrebbe non l’antirenzismo calcistico ma un minimo di buon senso applicato, oppure “sì” per favorire la “governabilità” (ma dove, ma quando, ma per far che ridotti come siamo?). Durante l’era berlusconiana (…) abbattere il il Berlusca non sarebbe bastato a risanare il Paese, guasto da tanti, troppi punti di vista (cfr.per tutti “Dopo di lui il diluvio”, 2011). Giustamente di tale discorso non è fregato nulla a nessuno. Ci riprovo, perversamente. Siamo sicuri che dire no al referendum e a Renzi sia sufficiente a scuotere e riscuotere un Paese in questo coma, per certi aspetti soprattutto culturale e solo dopo politico e sociale (mentre mancano i soldi, perché chi può se li ruba, lo so…)? Non varrebbe la pena di prefigurarsi un domani per non ritrovarsi addirittura peggio, ipotesi che vi scandalizzerà ma è successo con Berlusconi e a Roma si dice che “il peggio non è morto mai”? Così, un po’ per celia un po’ per non morire, votiamo “no” ma facciamo anche altro per non ricadere in un dopo-Renzi che rispecchi il dopo-Berlusconi. Un Titanic dopo l’altro, non solo come rischio nelle urne…

martedì 11 luglio 2017

Quodlibet. 8 “Il senso dei greci per il dolore”.



Da “Il senso dei greci per il dolore” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” dell’11 di luglio dell’anno 2015: È il coraggio - l'unico che la saggezza può dare - di guardare in faccia la condizione tragica dell'uomo. Senza darsi colpa dei pensieri che in questi estremi ci assalgono. Il dolore non è mai un evento solitario che riguarda solo chi è afflitto dal male. Il dolore investe anche chi è accanto a chi soffre e vede la sua vita rattrappirsi e raccogliersi in quegli sguardi che impietosamente non mentono su un futuro che non c'è più e nel ricordo di un passato felice che non ritorna. Resta solo un assoluto presente che reitera di giorno in giorno le pratiche di cura, neppure accompagnate, (…), da uno spiraglio di speranza. La coscienza è combattuta tra il desiderio che l'evento si compia per ricominciare a vivere e il senso di colpa per aver osato concepire un simile pensiero. Gli altri non capiscono e diradano la loro frequentazione, perché sanno di non avere parole che sappiano sinceramente consolare. La solitudine si fa abissale. E non c'è fede che tenga, talvolta neppure la forza di sostenere la cura quotidiana. (…). Il bisogno di vita, per ora compresso in una successione di giorni senza tempo e senza meta, non è solo un sogno, una prospettiva per ora conculcata, ma anche ciò che la sostiene e le consente di reggere l'esperienza della tragicità dell'esistenza. Questa fa la sua comparsa dove i sogni, i progetti, le aspirazioni del nostro io si scontrano con la crudeltà innocente della natura che, inaspettatamente, ci fa conoscere che sono nelle sue mani e non nelle nostre le sorti della nostra esistenza. I Greci (…) queste cose le sapevano perché non si affidavano a cieche speranze, e per questo Nietzsche parla di loro come del popolo più grande mai apparso sulla terra, perché, a differenza degli altri popoli: «hanno avuto il coraggio di guardare in faccia il dolore». I Greci erano tragici, non perché pessimisti, ma perché avevano colto l'aspetto tragico dell'esistenza umana che, a differenza di quella animale, per vivere ha bisogno di costruire un senso, in vista della morte che di ogni senso è l'implosione. Per questo, a Re Mida che chiedeva quale fosse la cosa migliore e più desiderabile nella vita, il saggio Sileno risponde: «Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sapere? Il meglio per te è assolutamente irraggiungibile. Non esser nato, non essere, essere niente. Ma la seconda cosa migliore per te è morire presto». Per questo, scrive ancora Nietzsche, la tragedia non è un genere letterario, ma la perfetta descrizione della condizione umana, la cui consapevolezza si estinse con la fine della grecità. E Karl Jaspers, di rincalzo: «Neppure Shakespeare è un tragico, perché ormai vive nell'era della speranza cristiana». (…).