"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 5 ottobre 2013

Lamemoriadeigiornipassati. 13 “L´Italia dei veleni”.



Il 5 di ottobre dell’anno 2011 Franco Cordero pubblicava sul quotidiano la Repubblica una riflessione col titolo “L´Italia dei veleni”. È fresca di ieri – 4 di ottobre 2013 - la deliberazione della giunta per le elezioni che ha chiesto al Senato della Repubblica la non validazione della elezione dell’egoarca di Arcore. Tutto sembra volgere ad un epilogo auspicato. Auspicato da chi? Da una buona fetta del popolo italiano che, refrattario alle manovre illusionistiche, ha saputo “resistere resistere e resistere” nel quasi ventennio di dominio dell’uomo di Arcore. Ci sarà l’epilogo auspicato? L’uomo è dei più imprevedibili. E, come un abilissimo prestidigitatore, non è detto che non tiri fuori il “coniglio” per l’occasione. Non ci sorprenderebbe. Ma prima che vi lasci alla lettura di Franco Cordero mi preme sottoporre alla vostra cortese attenzione quanto segue. Chiede l’intervistatore sul quotidiano la Repubblica di oggi - "Questa decisione non rafforza le larghe intese" di Alberto D'Argenio -: In attesa del voto dell'aula si possono riaprire le fibrillazioni sull'esecutivo Letta? - A fronte di questo atto politico violento, grave ed ignobile fa da contraltare la testimonianza umana e politica di Berlusconi che anche in questi giorni ha dimostrato grande sensibilità istituzionale garantendo il governo anche se con decisione travagliata. Però così si espellono milioni di elettori che hanno votato e si riconoscono in Berlusconi, fatto che inevitabilmente susciterà una reazione. Penso che proprio perché la persecuzione è evidente, ci sarà una naturale reazione da parte dell'elettorato che purtroppo per la sinistra non avrà l'effetto di archiviare Berlusconi. Anzi, ci darà la spinta ad andare avanti a combattere per la libertà, per salvare la democrazia e per ottenere la riforma della giustizia-. La domanda è rivolta a quel genio che da ministro della pubblica istruzione dichiarò d’avere il suo ministero finanziato il tunnel che avrebbe collegato la Svizzera con il Gran Sasso, in quel d’Abruzzo, onde consentire alle particelle subatomiche un confortevole, rapido viaggio. Ricordate? Quel genio si riconferma. Intanto negando il principio di realtà. E lamenta che quella giunta priverà di una rappresentanza politica “milioni di elettori che hanno votato e si riconoscono in Berlusconi”. La poveretta tace su di una incontrovertibile realtà giudiziaria per la quale l’uomo ha frodato milioni di cittadini italiani ai quali dovrebbe rendere il maltolto. Ma tutto ciò, per quel geniaccio, non esiste. Poiché il malaffare è stato consumato sulla pelle di tutti gli italiani e se quei “milioni di elettori che hanno votato e si riconoscono in Berlusconi” sono pronti a rinunciare alla restituzione – virtuale – del maltolto per l’amore che essi portano all’uomo di Arcore, come la si mette con il resto del popolo italiano? Ma quell’”atto politico violento, grave ed ignobile” non è stato compiuto da una assemblea prevista dalla Carta e costituzionalmente protetta? Cosa ne pensa di tutto ciò il supremo garante della Costituzione? Che dall’alto dell’irto colle non abbia avuto notizie di simili nefandezze? Ed ancor più, cosa ne pensa quell’inquilino della non tanto sottaciuta minaccia di quel genio – “fatto che inevitabilmente susciterà una reazione”- ? Non si configura un’istigazione a delinquere? Contro chi? Ha scritto Marco Vitale su “il Fatto Quotidiano” di oggi – “Il pessimo finale è solo all’inizio”-: Nel 1994 in una intervista che mi fece un eccellente giornalista di Brescia Oggi (Sbaraini) dissi che l’entrata esplicita in politica di Silvio Berlusconi, che avevo conosciuto con Montanelli al Giornale (dissi esplicita perché lui, coperto, è sempre stato in politica, sin da quando sovvenzionava la mafia) rappresentava un pericolo a lungo termine per la democrazia italiana. (…). Vittima di paure angoscianti, sconvolto da grandi incertezze, egoista sino allo spasimo, privo di ogni senso di responsabilità, privo di rispetto non solo per lo Stato, ma per chiunque, quest’uomo che ha fatto danni incalcolabili al nostro Paese, i cui effetti negativi, come ho sempre detto, dureranno almeno cento anni, è la negazione della leadership. È un capo banda non un leader. (…). Noi di Berlusconi, (…), possiamo dire: sono certo che siamo tutti peggiorati perché l’abbiamo conosciuto e che con il suo esempio ci ha fatto vedere la vita come una cosa meschina e vile. Ci si chiede: cosa c’è da esultare a seguito della rinnovata “fiducia” al governo delle “larghe intese”? Non è un esultare da sprovveduti? Poiché le cose di oggi le si conosceva da lunghissimo tempo. Ed il “caimano” è sempre lì, in agguato. Afferma quel genio come l’uomo di Arcore “in questi giorni ha dimostrato grande sensibilità istituzionale garantendo il governo”. Ho già scritto in un post precedente che saremo costretti a dirgli “grazie”. Dopo essere stati collettivamente derubati. Le fumisterie del politichese – “maggioranza numerica”, “maggioranza politica” – non ci salveranno dal baratro. La “mossa” dell’uomo di Arcore è stata fatta per non perdere l’aggancio per un possibile, insperato salvataggio; i rivoltosi si guardano bene, infatti, di dare un seguito alla nuova “maggioranza politica” che escluda l’imbarazzante – per chi ha resistito in tutti questi anni - “maggioranza numerica”. È tutto un recitare le parti di un prevedibilissimo copione. Come prevedibilissime sono le cose note e meno note che lo scritto di Franco Cordero squadernava il 5 di ottobre dell’anno 2011. Lo si legga.

La XVI legislatura è caso esemplare nel laboratorio politico. Aprile 2008: miserabilmente abortito l´ultimo governo centrosinistro (dove sedeva, inverosimile guardasigilli, un nomade berlusconoide), B. stravince; non s´erano mai viste maggioranze simili; cappello in mano, gli sconfitti rendono ossequio al trionfante. Dal loro campo volano ammissioni contrite: che incarni l´anima italiana; e schieri un ragguardevole establishment, particolarmente sul côté rosa. Donde un´autocritica: al diavolo l´antiberlusconismo, roba maniacale; «non porta da nessuna parte»; «tra vent´anni perderemmo ancora». Rivisitata, quest´analisi masochista suona sbalorditiva. L´asse gira storto nella famiglia politica se i perdenti dissertano così. I fatti erano più grossi d´una casa. L´uomo al potere, presunto reinventore del liberalismo (il veleno sta nell´aggettivo “moderno”), è un pirata in colletto bianco, voracissimo malaffarista, dedito al monopolio parassitario, egemone nel medium televisivo, col quale disintegra gli organi pensanti disseminando un immorale culto del successo aperto a chiunque, purché sia abbastanza furbo e svelto (i poveri diavoli lo godono in forme ipnotiche). Figura, discorsi, gesti, segnalano mente corta e asfissiante volgarità: le sue doti, molto cospicue nel codice malavitoso, appartengono al genere fraudolento, senza escludere atti brutali quando possa permetterseli; organicamente negato alla conduzione della Res publica, non sa da che parte cominci il mestiere; è un maniscalco in lavori d´orafo; e tale appariva nella XIV legislatura, governando talmente male da cadere. Cosa sia l´establishment, poi, lo dicono immagini e cronache, una corte dei miracoli uscita da infallibili selezioni in basso. L´aprile 2008, dunque, presenta un´Italia in pericolosa spirale involutiva: quel regime piratesco infirma le radici morali (vedi etica calvinista e spirito del capitalismo): sotto tale aspetto la fortuna berlusconiana è pessimo affare; regrediamo nello sviluppo economico ma sull´onda d´una congiuntura favorevole, finché duri, pochi se ne accorgono; e se ha mano libera, in cinque anni l´occupante riconfigura lo Stato quale monarchia caraibica, applaudito dai cantori della «moderna democrazia liberale». Quante volte l´ha detto, che trasciniamo strutture obsolete, nel cui labirinto non può decidere: potendo, governerebbe come guida le aziende, a colpi fulminei (sbracato conflitto d´interessi e pudibondo silenzio nel coro); cova riforme radicali; il modello è la Protezione civile, organo d´un management risoluto, tra «uomini del fare». Gli guasta i piani la crisi americana nata dai mutui subprime, poi planetaria. Dapprima nega l´evento, incolpando gufi del malaugurio, ma i fatti hanno logiche testarde, insensibili all´imbonimento: i pazienti percepiscono sulla pelle quanto male vadano le cose; milioni d´italiani impoveriti aprono gli occhi; l´incombente povertà dissipa i fumi della sbornia. Qui emergono irrimediabili difetti. L´incantatore pifferaio zufola refrains monotoni, via via meno credibili. Dove non abbia tornaconti, sta immobile confidando nelle stelle, furiosamente attivo invece sul fronte giudiziario: l´unico che gl´importi; aveva sfondi criminali l´irresistibile ascesa, dissimulati da mani esperte, ma qualcosa affiora; e in otto anni perverte l´arnese legislativo rabberciandosi espedienti d´immunità penale. Lavorio da stregone apprendista, perché norme costituzionali ostano a tali scempi, però iberna i processi, disfarsi dei quali diventa il clou dell´agenda governativa. Il tutto nell´occhio pubblico, acuito dal malessere: aggravano l´effetto nuove accuse; le cercava inscenando serate postribolari penalmente valutabili. (…).

venerdì 4 ottobre 2013

Quellichelasinistra. 2 Lo scandalo della diseguaglianza.



“Quellichelasinistra”. Ché non si sentono di “stare a sinistra”, come per l’occupazione di una casamatta. Per una guerra che non si conduce più. Ché non si sentono “di sinistra”, così indistintamente. Di “quellichelasinistra” Marco Revelli – su la Repubblica dell’8 di agosto, “Bisogna sentire lo scandalo della diseguaglianza” – ha detto a Simonetta Fiori: «Cosa vuol dire essere di sinistra? È un impulso prepolitico, una radice antropologica che viene prima di una scelta di campo consapevole. Davanti alle disparità di classe o di censo o di condizione sociale, c’è chi si compiace, traendone la certificazione del proprio essere superiore. E c’è chi si scandalizza, come capitò a Norberto Bobbio quando scoprì da bambino la miseria dei contadini che morivano di fame. Lo “scandalo della diseguaglianza”, lo chiamò proprio così. Un’indignazione naturale, che non è comune a tutti». (…). Verrebbe da dire, “antropologicamente diversi”. Come qualcuno ha definito i magistrati del bel paese. E “quellichelasinistra” si sono ritrovati per un quasi ventennio a sentire sulla propria pelle quella diversità, una solitudine da ingenerare malessere. Oggigiorno si può ben dire d’avere resistito alla montante barbarie, politica, sociale, etica. In quel quasi ventennio avvertivano quella diversità ma ne coglievano l’afflato umano. Afflato alto e consapevole. E mentre scrivo non posso non pensare ai disperati morti nel mare di Lampedusa. Ove si misura, come afferma Simonetta Fiori nel porre la domanda successiva, “lo scandalo della diseguaglianza”. Lei quando cominciò ad avvertirlo? «Da bambino, quando facevo le scuole elementari a Cuneo. Negli anni Cinquanta la frattura sociale era molto visibile, e nella mia classe convivevano ceti molto diversi. Una mattina venne chiamata la madre di due miei compagni, a quel tempo alloggiati in una caserma abbandonata. Davanti a tutta la scolaresca fu severamente rimproverata perché i suoi bambini non si lavavano. Io provai un grande disagio. Non dissi nulla a casa».
E anche oggi, in una realtà nazionale radicalmente mutata, lo scandalo si ripete. «Quello nato dopo la morte del Novecento è un mondo infinitamente più diseguale. Ed è un mondo che non offre alternative a se stesso. Sono queste le grandi sconfitte storiche della sinistra, ossia di una forza politica e culturale che possiede nel Dna il valore dell’eguaglianza e la capacità di immaginare un’alternativa allo stato di cose presente». I morti di Lampedusa stanno lì a dimostrare l’insensatezza di questo mondo globalizzato, reso sempre più disuguale, disumano. E “quellichelasinistra” sono stati lì – nel quasi ventennio - a pensare, resistendo, ad un mondo che si sarebbe dovuto cambiare. E nel quasi ventennio non hanno lasciato spazio alle illusioni mediatiche, ai facili proclami, alle insensatezze di chi legiferava contro il resto dell’umanità povera, indifesa, l’umanità dei migranti che sono sempre esistiti, come migranti lo sono stati i poveri ed i diseredati di questo disastrato paese. Poiché “quellichelasinistra” sentivano dentro pensieri e parole che erano diversi dai pensieri e dalle parole del quasi ventennio dominante. E sentivano che i pensieri giusti e le parole giuste provenivano da altre parti e si ritrovavano confortati nei pensieri e nelle parole dei loro maestri. Scriveva il professor Umberto Galimberti nel Suo “Eleonora e Babacar” pubblicato sul settimanale “D” del 2 di ottobre dell’anno 2010: Scrive Barbara Spinelli in “Ricordati che eri straniero”: - Grazie allo straniero siamo portati a chiederci chi siamo, che cosa vogliamo, da dove veniamo. E per effetto di questa domanda siamo portati a trasformarci -. L'arretratezza di un paese, la sua ignoranza, le sue infondate paure, si misurano anche nella modalità con cui quel paese è disposto ad accogliere lo straniero. Noi lo accogliamo solo se serve a raccogliere pomodori con una retribuzione misera e per giunta in nero, oppure se è in grado di svolgere tutti quei lavori che gli italiani rifiutano. La misura dell'accoglienza è quindi il profitto e le condizioni di accoglienza non si distanziano di molto dalle condizioni di schiavitù. Siamo ancora molto lontani da quella misura che gli antichi Greci avevano assunto come criterio di accoglienza e che Isocrate così riassume: "Atene ha fatto sì che il nome di Elleni designi non più una stirpe, ma un modo di pensare. [...] Per cui siano chiamati Elleni non quelli che hanno in comune con noi il sangue, ma quelli che hanno in comune con noi una paideia", che è poi la capacità di apprendere che non si eredita con il sangue, ma si impara crescendo insieme. Là dove si assume il sangue o il mito della razza per trovare un'identità e in quel mito rinchiudersi come in un fortino ben protetto, vuol dire che non c'è più alcuna traccia culturale in cui reperire la propria identità. E tutto questo in un paese come l'Italia che, più di tanti altri, ha visto un'interrotta mescolanza di razze, a partire dall'impero romano popolato da genti dalle più lontane provenienze, e poi nell'alto medioevo con l'invasione di popolazioni di origine teutonica e asiatica, quindi gli arabi che in Italia meridionale hanno portato arte e cultura, i normanni, e di seguito gli spagnoli, i francesi, gli austriaci. Davvero se c'è un popolo senza identità di stirpe e di razza è proprio l'Italia, la cui identità è data, più che dal sangue, dall'arte, dalla musica e dalla cultura oggi in via di estinzione. (…). E dall’estinzione di quella cultura ne è derivata una perdita secca d’umanità, relegando in un angolo oscuro le parole che dovrebbero suonare sempre altissime, “libertà, “fratellanza”, “eguaglianza”. I morti di ieri e di ieri l’altro e del tempo che sembra andato sono i morti assassinati in nome dello “scandalo della diseguaglianza”. Continua Simonetta Fiori nell’intervista a Marco Revelli: Però ogni volta che ha promesso (la sinistra n.d.r.) un mondo più felice ha prodotto grande infelicità. «La catastrofe del socialismo reale è parte della scomparsa della sinistra, che ne è stata paralizzata. Ma una sinistra che rinuncia a proporre un altrove cessa di essere sinistra. È nata proprio per quello. (…).».
La sinistra come il Candide di Voltaire, che gioisce del mondo in cui vive ritenendolo il migliore possibile. «(…). La sinistra ha rinunciato a immaginare un’alternativa proprio nel momento in cui il mondo in cui aveva deciso di identificarsi stava entrando in crisi. Mi riferisco all’ultima reincarnazione del capitalismo — il “finanzcapitalismo” secondo la felice definizione di Luciano Gallino — cioè un’economia già provata, che per tenersi in piedi ha bisogno del doping della finanza. Bene, quando la casa cominciava a manifestare le prime crepe, la sinistra s’è seduta alla tavola apparecchiata, contenta di esserci: finalmente siamo come gli altri».
Finalmente siamo uomini di mondo: le scarpe di buona fattura, le belle case, gli agi borghesi un tempo contestati... «Una sorta di apocalisse culturale, sia sul piano delle filosofie — la fine della ricerca di senso — sia su quello sociale. Più che combattere il privilegio, l’impressione è che si sia cercato di entrare nella sua cerchia. (…)».
Dalla sua ricostruzione, però, i padri sembrano migliori dei figli. «Gli eredi delle sinistre novecentesche non sono stati all’altezza del compito. È un universo popolato di figure fragili. O perché continuano a proporre categorie che sono morte con il Novecento, con effetti patetici. O perché (…) - più che interpretare e governare i processi storici — hanno scelto di galleggiare su un senso comune condiviso».
Vuole dire che la sinistra è rimasta senza eredi? «C’è una sinistra radicale che muore volontariamente intestata, ossia senza testamento, (…). E la sinistra più istituzionale ha seguito altre rotte. La mia generazione - in questo senso - ha completamente fallito. Rappresentiamo nella politica un enorme buco nero. E il fallimento s’acuisce nei confronti delle nuove generazioni, che hanno tutte le ragioni per metterci sotto processo. Abbiamo monopolizzato l’idea della trasgressione senza riuscire a costruire un mondo vivibile e alternativo».
Sta parlando della generazione sessantottina. «Sì, le nostre idee non sono state utilizzate dai poveri del mondo, ma dai supermercati. Vogliamo tutto, lo vogliamo subito. (…)».
(…). E ora, a sinistra, da cosa si riparte? «Intanto bisogna uscire dall’involucro. Rompere la bolla in cui si è cacciata la politica. Una costellazione di oligarchie, in cui si diventa oligarchi alla velocità della luce. Nel momento in cui vieni eletto in Parlamento diventi altro da te. Ho visto persone cambiare, nello sguardo, nel linguaggio, nel modo di vestire. L’ho visto in tutti, quasi senza eccezioni. Se vuole ripartire, la sinistra deve spezzare quell’involucro». Ha lasciato scritto Giorgio Gaber: “Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita. Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una”. Sono, per l’appunto, “quellichelasinistra”.

mercoledì 2 ottobre 2013

Cronachebarbare. 24 “Il bancomat di Don Salvatore”.



“Il bancomat di Don Salvatore” lo ha scritto Alberto Statera sul quotidiano la Repubblica del 18 di luglio dell’anno 2013. Sembra un secolo fa. Eppure è solamente l’altro giorno appena. Intanto si è consumata l’ultima sceneggiata dell’egoarca di Arcore: ridarà la fiducia la governo Letta. L’ho appena appreso dai media che fingono d’essere sorpresi ed esterrefatti. Fingono. Queste bravure dell’egoarca di Arcore sono la loro ragione d’esistenza. Qualcuno inizierà a chiamarlo “grande statista”. Qualcun altro dirà che sarebbe il caso di dirgli “grazie” per il suo buon cuore. Imploreranno i più che si metta una pietra sopra alle sue malefatte. È un perfetto gioco d’incastro. E come sempre, in questo disastrato paese, troveranno ascolto i tanti turiferari e cantori d’occasione. È sempre andata così. Ma c’è da indignarsi. E so bene che non basta. Occorrerebbe ben altro. Ma l’anagrafe mi esclude da pensieri barricadieri e da azioni d’assalto. Il mio tempo, in fondo, è passato. Mi resta, consolatoria, l’appartenenza a “quellichelasinistra”, che si sentono di non stare “a sinistra” e di non essere “di sinistra”. L’ho già scritto: non è un problema di “prossemica”. Ma allora, il 18 di quest’ultimo luglio, leggendo il “pezzo” di Statera avrei invocato le barricate. Infischiandomene dell’impietosa anagrafe mia. Scriveva Alberto Statera: E poi diciamo le "piccole" utilità, un monumento grottesco alla megalomania a spese altrui. L'ingegnere – (Salvatore Ligresti n.d.r.) aveva a disposizione 3 auto Mercedes e Audi, un autista, 2 telefoni, l'ospitalità gratuita negli Atahotel. A Jonella di auto ne occorrevano quattro:3 Bmw e una Mercedes, più un autista, una foresteria a Roma, 3 telefoni e 3 "risorse" per uso personale, cioè dipendenti pagati dalle società del gruppo, ma al servizio della signora. A Giulia invece erano state assegnate 5 auto di proprietà aziendale, 2 Audi 8, una Mercedes, una Mini Cooper e un'Alfa Romeo, che forse serviva all'autista o alle 3 "risorse" personali. Paolo si accontentava di una Lexus, di una Mercedes e di un'Audi, più 5 telefoni, una foresteria a Roma, un autista e 2 "risorse". The Family nel suo insieme poteva contare gratuitamente su 13 automobili, 18 linee di telefonia mobile, 25 di telefonia fissa, una villa a Viareggio, 15 appartamenti al Tanka Village per loro e per gli amici, 6 abbonamenti a Sky, 10 "risorse", più la vigilanza. (…). E se si va allo scenario di queste giornate autunnali si viene a sapere che l’ex ad di Telecom avrà una liquidazione di 3,6 milioni di euro. Intanto sotto la sua attenta vigilanza ha mandato a picco l’azienda che gli profonderà il ricchissimo appannaggio. Ma il rientro mio – anzi nostro, familiare – alle consuete abitudini post-estive è stato segnato da inequivocabili messaggi della “crisi” che morde ferocemente. Mi è capitato, in due successive occasioni, di recarmi al Policlinico Universitario della mia città e di trovare, pur in orari differenti, la sala d’attesa ed il centro prelievi quasi vuoti. Una realistica rappresentazione di quanto stia costando la “crisi” alle categorie più disagiate, alle categorie meno protette tra le quali gli anziani. Erano essi a riempire a tutte le ore quelle sale del Policlinico della mia città. Dopo aver tagliato il tagliabile rinunciano ora anche agli accertamenti sanitari. Nel mondo dell’ingordigia e della spregiudicatezza Alberto Statera documenta: La figliolanza è sì famelica, ma il padre li supera tutti. In poco tempo si è concesso il pagamento di consulenze per una quarantina di milioni. La Guardia di Finanza e i Pm faticheranno poi non poco a ricostruire tutte le consulenze in contanti o "in natura" all'estesissimo clan ligrestiano. Intanto c'è la famiglia La Russa. Giunto a Milano tanti anni fa, don Salvatore fu presentato a Cuccia da Antonino La Russa, fascista, ex federale di Paternò e capoclan della genia che tuttora infesta Milano. A libro paga dell'ex Gruppo Ligresti figuravano Geronimo, figlio gaudente dell'ex caricaturale ministro "Gnazio", e il fratello Vincenzo, mentre un altro fratello allieta la schiera dei consiglieri regionali lombardi nei guai con la giustizia. Nel governo Monti, Ignazio non entrò come ministro, ma impose come sottosegretario alla Difesa Filippo Milone, anche lui catanese di Paternò, quello che bussava a soldi alla Finmeccanica di Guarguaglini per conto del Pdl e che ha sempre lavorato nelle società immobiliari di Ligresti. Politici, prefetti, grand commis: chi può dire di non aver avuto qualche favore da Totò Ligresti? (…). Piergiorgio Peluso, figlio dell'attuale ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, è stato da poco liquidato con 3,6 milioni di euro dalla Fonsai dopo quattordici mesi di lavoro. Ma il capolavoro di don Salvatore è stato quello delle Tre Madonne. Piccolo episodio, se volete, rispetto alla infinita voragine di credibilità e di moralità del capitalismo di relazione all'italiana, ma emblematico del modus operandi di un sistema sconcio fondato sui favori, sugli amici e gli amici degli amici. Roma, Parioli, in via delle Tre Madonne 16/18 c'è un lussuoso condominio (…). Capisco che è difficile crederci, ma in quel palazzo in una delle vie più belle di Roma, abita o ha abitato, come ha rivelato "L'Espresso", una legione impareggiabile di potenti, non si sa se gratis o a prezzo d'affezione (ma poco importa): da Angelino Alfano, attuale ministro dell'Interno a sua insaputa e vicepresidente del Consiglio, a Renato Brunetta, concitato presidente dei deputati berlusconiani; da Mauro Masi ex direttore generale della Rai e attuale amministratore delegato della Consap, che si occupa di servizi assicurativi pubblici, a Italo Bocchino, ex vice di Gianfranco Fini, fino a Chiara e Benedetta Geronzi, figlie di Cesare, ex presidente di Mediobanca e di Generali e lord protettore del Sistema Ligresti. Perla condominiale Marco Cardia, figlio dell'ex presidente della Consob Lamberto Cardia. Capite ora perché è un po' da babbei continuare a chiedersi dov'era l'Autorità di controllo negli anni in cui il clan di Paternò - e altri consimili - spolpavano società quotate in Borsa?. E già. Ma è nell’indifferenza di una pubblica opinione inesistente che si fanno gli affari migliori. È sempre Alberto Statera ad arricchire i “cahiers de doléances” de’ noantri – i cosiddetti quaderni delle lamentele – sull’ultimo numero del settimanale Affari&Finanza – “Zaleski e Ligresti i soliti noti travestiti da patrioti” -: Guardi quel che capita nella banca, nell'alta finanza e in quel poco di grande industria che ci resta e ti sembra di vedere come in uno specchio il degrado della politica. Alitalia, Telecom, Ligresti, Zaleski, Riva, Unicredit, Banca Intesa, è la lista assai parziale dei dossier spinosi quando non dei disastri che assediano il paese e delegittimano una volta di più gran parte della cosiddetta classe dirigente. (…). Mentre le imprese strategiche volano via, le banche, che in esse sono impegnate in quel suk di partecipazioni incrociate e scatole cinesi finora pilastro dell'anomalo capitalismo italiano, litigano tra loro e litigano al loro interno, mentre si leccano le ferite causate dall'abitudine inveterata e raramente punita di finanziare gli amici e gli amici degli amici. Per loro il credito non manca mai, anche se coinvolti in operazioni da codice penale. (…). Dicevamo della banca, dell'alta finanza e della grande industria specchio fedele della politica. Anche nelle dimensioni. Anzi, persino la politica forse è più parca. Sapete quante sono le cariche nei consigli d'amministrazione e di gestione solo delle prime dieci banche italiane ? 1.136, più di deputati e senatori messi insieme. I banchieri non ci mancano e neanche i capitalisti. Ma abbondano quelli che il finanziere Jody Vender ha definito "soliti noti travestiti da patrioti". È lo strabismo della opinione pubblica del bel paese che ha permesso che scandali e quant’altro attinente al malaffare dei cosiddetti “colletti bianchi” abbia potuto dispiegarsi con la strabordante sua potenza di fuoco. Senza resistenza alcuna. Non dall’”antipolitica” che è al potere e che ne trae vantaggi, né tanto meno da una cittadinanza vigile ed avvertita. Ecco perché da domani saremo chiamati a ringraziare l’egoarca di Arcore per il suo alto senso di generosità e ad inneggiare alla enorme sua stazza di “grande statista”.