(…). Vent’anni fa – uno più, uno
meno – i partiti tradizionali – di governo e di opposizione – si sfaldavano.
Fiaccati dal voto del 1992. E soprattutto da Tangentopoli. Si rifondavano. La
Dc e il Pci. Si ri-nominavano. Si dividevano. Fra post e neo. E si
redistribuivano fra i due schieramenti. Vent’anni fa – uno più, uno meno –
Silvio Berlusconi si preparava a scendere in campo. Vent’anni fa: il Paese si
dibatteva in una crisi economica pesante, condizionata da un debito pubblico
enorme. I governi dell’epoca, affidati a ministri “tecnici”, come Amato, Dini e
Ciampi, vararono manovre finanziarie onerosissime. Vent’anni fa, l’Italia
chiudeva un lungo ciclo della propria storia. Condizionata dalla presenza di
grandi organizzazioni illegali, radicate sul territorio. Mafia e camorra, in
particolare. Sfidate, soprattutto, dalla magistratura e dai magistrati – oltre
che da esponenti politici e della società civile. Con grande sacrificio di vite
umane. Vent’anni fa. Nella storia di un paese. Nella storia delle
singole persone di quel paese. Anzi del bel paese. È che esiste un “irrisolto”
tanto nei singoli quanto nelle aggregazioni umane. Nei singoli esso, l’”irrisolto”,
è spesso causa e motivo di sofferenza psichica, che ne coinvolge l’esistenza
tutta nei sentimenti, nelle emozioni e perché no, nella vita che sia culturale,
sociale e politica. Una sofferenza della quale non sempre si ha piena coscienza
e contezza. Spesso solamente percepita, la sofferenza, a livello subliminale.
Questo per i singoli. È che quell’”irrisolto” lo si ritrova anche e
spesso nella storia dei popoli. Ne diviene allora un dato quasi culturale, a
misura dell’antropologia culturale, un dato specifico, un dato antropologico
come stimmata impressa nella carne viva di un popolo. Un marchio, del quale non
si ha coscienza piena. Continua Ilvo Diamanti – la Repubblica del 3 di
settembre 2012 “Oltre il passato senza
indulgenza” -: (…). Vent’anni fa: il cambiamento, a lungo annunciato, infine,
irrompeva. Tumultuoso. Ma disordinato, privo di un disegno chiaro. Promosso da
diversi attori e diversi soggetti. Con interessi e progetti diversi. Attraverso
referendum, elezioni locali, svolte elettorali, inchieste giudiziarie e spinte
territoriali. Vent’anni dopo – anno più, anno meno. È l’oggi. Amaro,
amarissimo. Quasi senza prospettive che siano nuove. Che non abbiano la muffa
dell’antico. Del già visto. Del già vissuto. Ilvo Diamanti: È
lecito dubitare. Che quella svolta, quella frattura, quel cambiamento: abbiano
prodotto i risultati annunziati. Sperati. Vent’anni dopo. Si parla ancora e
sempre di Tangentopoli. Di referendum elettorali e di nuove leggi – che
correggano l’ennesima degenerazione scaturita dalle mediazioni dei partiti. Con
un nuovo sistema di voto, che rischia di fare rimpiangere il Porcellum. E
verrà, puntualmente, sanzionato da una nuova, ironica definizione di Giovanni
Sartori. Vent’anni dopo. Si continua a parlare di federalismo e di autonomie
locali. Vent’anni dopo. Si parla ancora di ritorno del Centro, della nuova Dc.
E se il comunismo è finito, l’anticomunismo c’è ancora. Agitato come una
bandiera. Vent’anni dopo. Governano i tecnici. Berlusconi ha concluso il suo
ciclo, ma incombe. Vent’anni dopo. Sempre lì. In attesa di nuove elezioni di
svolta. A discutere di vent’anni fa. Vent’anni dopo. È che schiacciati
dall’”irrisolto”,
divenuto nel tempo un dato antropometrico incancellabile, non si ha la forza,
la determinazione di scavare a fondo, di liberarsi dai costumi e dalle costumanze
divenuti nel lungo tempo una camicia di forza che impediscono una crescita più
armonica della società. Scriveva nel Suo diario il conte Henry d’Ideville alla
data del 26 di aprile dell’anno 1865: “… l’Italia è davvero la terra dei morti. (…).
Dove trovare un popolo più vecchio, più usato, più corrotto, meno ingenuo? Le
rivoluzioni, di cui non si può contare il numero, le tirannie, le occupazioni
straniere, le servitù hanno pesato su questo bello e infelice paese e hanno
lasciato nel sangue stesso della nazione i vizi più svariati con una dolorosa
esperienza e in realtà un gran senso politico. (…). Chi c’è di meno giovane, di
meno ingenuo, di meno entusiasta dell’italiano? Prima di tutto è sottile,
scettico, astuto e interessato. Molto più intelligente di noi, sa calcolare,
aspettare, lusingare e dissimulare, cosa a cui noi non arriveremo mai. Rifate
le divisioni del paese, trasformatelo in uno solo Stato, sconvolgete governi e
frontiere, dategli tutte le costituzioni che vorrete, non cambierete mai la
razza e il temperamento del popolo. Per quanto facciate, non lo renderete mai
giovane”. E così stancamente per la qual cosa – sempre per Ilvo
Diamanti -: Vent’anni dopo e vent’anni prima. Le stesse questioni, le stesse
polemiche, le stesse vicende, gli stessi attori. Come se, in vent’anni, niente
fosse cambiato. O forse perché i cambiamenti sono avvenuti in modo
contraddittorio. Eludendo i problemi invece di risolverli. Perché il
cambiamento si è realizzato senza aver fatto davvero i conti con il passato.
Senza aprire le pagine più scure della nostra biografia. È l’”irrisolto”
di cui sopra. Delle persone singole. Del popolo italico tutto. E per dirla con
Giovanni Sartori – in un’intervista su “la Repubblica“ del 21 di febbraio
dell’anno 2004 –: (…). Il nostro è un paese disossato, storicamente senza vertebre. Nel
1922 Ortega y Gasset scriveva della Spagna invertebrata. Ho sempre pensato che
quel titolo fosse più calzante per l’Italia. (…). … al momento della prova, gli
italiani non reagiscono, subiscono. (…). Siamo il paese forse più invaso e
conquistato d’Europa. E con tutti i conquistatori siamo riusciti sempre a
trovare un accordo, nel segno della sopravvivenza. (…). … anche ai tempi delle
invasioni barbariche siamo stati capaci di soluzioni accomodanti. Con potenti e
prepotenti possiamo esibire uno straordinario mestiere di navigazione. Che è
anche rassegnazione e sottomissione. (…). Donde le nostre sventure
passate, presenti e future. Ilvo Diamanti: Le leggi elettorali: modificate per via
referendaria o compromissoria. Sempre a metà, fra maggioritario e
proporzionale. Come la forma dello Stato: un presidenzialismo di fatto.
Affermatosi per l’inerzia e l’impotenza dei partiti principali. Personalizzati
e, anzi, “personali”. Mediatizzati. Hanno lasciato i cittadini «orfani, privi
di concezioni generali, di una filosofia » (Per citare Berselli). Il
federalismo e le autonomie locali. «Parole e nient’altro che parole ».
Realizzati senza ridurre il centralismo dello Stato e lo Stato centrale. Il
rapporto fra la politica e gli affari. Eluso. Rimosso. Come se Tangentopoli
avesse risolto tutto. Come se la Prima Repubblica fosse finita insieme a Craxi
e Andreotti. Così le collusioni fra poteri politici, istituzioni settori dello
Stato e organizzazioni illegali. Mafiose e non solo. Hanno attraversato la
nostra storia, ma non si sono concluse nel 1992. Sono proseguite e proseguono
ancora. (…). Per questo ci scopriamo a discutere dei fatti e dei misfatti di
vent’anni fa come fossero avvenuti oggi. Perché i conti con il passato non li
abbiamo mai chiusi davvero. Ma proprio per questo bisogna fare chiarezza. Senza
indulgenza e senza reticenza, su quel che è avvenuto allora e poi. Soprattutto
e anzitutto per quel che riguarda i rapporti fra istituzioni, politica e
organizzazioni illegali. Un vizio inaccettabile per un Paese che voglia davvero
voltare pagina. Nessun sospetto, nessuna zona d’ombra, a questo proposito, è
tollerabile. Nelle trattative fra Stato e mafia. Oggi come ieri. Per non
restare intrappolati nei meandri della nostra cattiva coscienza nazionale.
Impegnati a guardare e a correre. Avanti verso il passato. Vent’anni
fa, vent’anni dopo: cosa cambia nella vita del bel paese?
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 16 novembre 2012
giovedì 15 novembre 2012
Cosecosì. 32 Professore, ma che me ne faccio di Dante?
(…). per la stragrande
maggioranza dei ragazzi di oggi tutto il patrimonio culturale del nostro paese
non significa più niente. È un universo in bianco e nero, malinconico, pensante
e dunque pesante, polveroso come una parrucca. E non serve che gli adulti lo
lucidino per farlo apparire più vivo: se brilla lo fa come una bara. È così,
c'è poco da fare, l'oceano del passato non arriva più a lambire la spiaggia del
presente. (…). Così ha scritto Marco Lodoli – la Repubblica del 31 di
ottobre 2012 in
“Addio cultura umanista per i ragazzi
non ha senso” -. È la morte della cultura in quanto tale o di una
particolare cultura che mal si adatta ai tempi oscuri che ci sono dati da
vivere? Domanda terribile, risposta difficile da dare. Mi piace giocare
d’incastro per poterne venire a capo in una qualche maniera che sia accettabile.
Recupero una riflessione sul tema del professor Umberto Galimberti – “Professore, ma che me ne faccio di Dante?”
sul settimanale D del 27 di agosto dell’anno 2011-: Racconta la tradizione che,
quando chiesero ad Aristotele: - A cosa serve la filosofia? -, la sua risposta
fu: - A nulla, perché la filosofia non è una serva -. Dal momento che vent'anni
di televisione commerciale hanno fatto perdere ai nostri ragazzi qualsiasi
interesse per la cultura, e dal momento che il denaro è diventato, soprattutto
negli ultimi anni, il generatore simbolico di tutti i valori, è ovvio che, non
capendo più che cosa è bello, che cosa è buono, che cosa è giusto, che cosa è
sacro, i nostri ragazzi capiscano solo che cosa è utile. E da questo punto di
vista la letteratura è proprio inutile. Anche se ogni cosa è utile a
qualcos'altro, e questo qualcos'altro è utile a qualcos'altro ancora, per cui
se non si approda a qualcosa di inutile, tutte le catene di utilità diventano
insignificanti e prive di senso. (…). Individua l’illustre opinionista
una delle cause che hanno portato alla paventata morte della cultura
umanistica: l’esplodere della azione nefasta di un certo tipo di mass-media che
hanno individuato nel purissimo intrattenimento la ragione della propria
esistenza. Senza fini di formazione e di educazione soprattutto tra le
giovanissime generazioni. E Marco Lodoli riprende a scrivere: Ma
per la mia generazione, e quella di mio padre, e quella di mio nonno - e
più indietro non vado - il passato non era un tempo che svaniva
insieme ai foglietti del calendario. Certi morti non erano mai morti. Fossero
gli eroi greci o quelli del Risorgimento o Che Guevara, fosse Mozart o John
Coltrane o Luigi Tenco, i grandi continuavano a vivere nell'immaginazione e
nella riconoscenza dei ragazzi. Una catena d'acciaio o una ghirlanda di fiori
univa il meglio al meglio, la bellezza alla speranza, la forza alla fiducia.
Leggevo Dostoevskij e Tolstoj come se fossero dei fratelli maggiori, non li
collocavo nel regno cupo dei morti, le loro parole erano vive, non sussurrate
da un tempo lontanissimo fino a perdersi nell'incomprensibilità. A
proposito dell’insostituibile funzione del leggere e dello scrivere nello
sviluppo e nella sana crescita emozionale delle nuove generazioni riprendo la
riflessione del professor Galimberti: (…) …la letteratura serve per educare i
nostri sentimenti, che non abbiamo come dote naturale ma come evento culturale.
La natura infatti ci fornisce gli impulsi che hanno come loro espressione non
la parola, ma i gesti. Il bullismo, per esempio, non è un fenomeno di mancata
educazione, ma un vero e proprio arresto psichico di chi non si è evoluto
dall'impulso per pervenire all'emozione. L'emozione è già un evento psichico
che segnala la risonanza emotiva che gli eventi del nostro mondo, e le risposte
che noi diamo a essi, producono in noi. Quando i nostri giovani dicono che al
sabato sera in discoteca si calano una pastiglia di ecstasy per emozionarsi,
segnalano che per passare dall'impulso all'emozione hanno bisogno della
chimica. E così denunciano che la loro psiche è apatica e non registra alcuna
risonanza emotiva a quanto in generale avviene intorno a loro. Quanti delitti o
spaventosi atti di crudeltà avvengono senza movente, per la mancanza di una
risonanza emotiva relativa ai propri gesti che i nostri ragazzi chiamano noia?
Dall'emozione si passa al sentimento, che non è un tratto naturale, ma
culturale. A differenza dell'emozione, il sentimento è un elemento cognitivo.
Kant dice ad esempio che la differenza tra il bene e il male ognuno la sente
naturalmente da sé. Le mamme capiscono i bisogni dei loro neonati, che ancora
non parlano, perché li amano. Gli innamorati capiscono il significato recondito
di ogni gesto dell'altro, perché si amano. Tutti i popoli hanno imparato i
sentimenti attraverso narrazioni mitiche. Se guardiamo l'Olimpo degli antichi
Greci, vediamo che gli dèi altro non sono che la descrizione delle passioni e
dei sentimenti umani: Zeus il potere, Atena l'intelligenza, Afrodite la
sessualità, Ares l'aggressività, Apollo la bellezza, Dioniso la follia. Senza
più dèi, oggi impariamo a conoscere i sentimenti attraverso la letteratura che
ci insegna cos'è l'amore in tutte le sue varianti, e cosa sono il dolore, la
disperazione, la speranza, la noia, lo spleen, la tragedia, la gioia. Una volta
appresi questi sentimenti, siamo in grado di conoscere quello che proviamo, e,
grazie alla descrizione letteraria, anche il corso e l'evoluzione del nostro
stato d'animo. Questo è molto importante, perché è angosciante soffrire senza
sapere di che cosa, così come suicidarsi perché l'angoscia non conosce il
percorso dei sentimenti e il loro approdo, che un tempo i miti descrivevano, e
oggi la letteratura descrive. Chiude così la riflessione del professor
Galimberti. Marco Lodoli ci riporta, nella Sua analisi, alla cruda realtà
dell’oggi: Oggi i ragazzi non si voltano più indietro, gli prende subito la
tristezza perché alle spalle avvertono solo un cimitero degli elefanti. La vita
è adesso, qui e ora, e poi di nuovo qui e ora, e quello che è stato è stato, e
tutte le chiacchiere dei vecchi sono fumo nel vento. Il presente si nutre di se
stesso, digerisce se stesso e va avanti. L'arte, il pensiero, la letteratura
dei secoli andati è lenta, è puro impedimento vitale, ruminamento in epoca di
fast food. Naturalmente anche la politica esce con le ossa rotte dalla fabbrica
delle nuove produzioni mentali e sentimentali: anche la politica è fumo nel
vento. Questa è la stagione del desiderio, dell'onnipotenza tecnologica, dei
corpi che vanno più veloci del pensiero, è la stagione del disprezzo verso ogni
forma di misura, di armonia, di compostezza classica, di ragionamento lento e
articolato. Sillogismi, rime, consonanze, prospettive, equilibri, riflessioni
sulla miseria e la grandezza dell'uomo: via, giù tra le macchine da cucire e il
cinema muto, tra i libri dei poeti e i fiori secchi. La cesura è netta, un
taglio secco, del passato non si recupera quasi nulla, (…): (…) i ragazzi
stanno tutti altrove, davanti a qualche schermo acceso, su qualche aereo che
vola sul mondo, in un futuro che allegramente, superbamente, se ne frega di ciò
che è stato e che non sarà mai più. Non è detto che questo dichiarato
disinteresse per la tradizione sia una pura sciagura. Il mondo cambia di
continuo, a volte lentamente, per passaggi quasi impercettibili, a volte in
modo brusco, in una sola stagione, in un minuto. I nostri ragazzi leggono altri
libri, ascoltano altra musica, amano e odiano in un altro modo, ragionano
seguendo strade invisibili, e noi adulti non dobbiamo solo rimproverarli perché
non conoscono Cechov o Debussy, Pasolini o Bob Dylan. Dobbiamo invece
assolutamente capire dove stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno
voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura. Oggi loro sentono che
la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l'urto con le onde fragorose
del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei
cataloghi e nei musei. Analisi cruda e dura del Marco Lodoli insegnante
e scrittore. Però mi piace ritornare alle idee ed alle parole non tanto
complicate che Blake Morrison mette in bocca al protagonista-inventore del Suo
volume “Le confessioni di Gutenberg”
– Longanesi editore (2000), La gaja scienza, pagg. 336, € 15.49 -: Credo
che un libro, quando si legge bene, possa sembrare davvero una brocca di vino,
e diffonda un caldo bagliore in tutto il corpo. In più, al contrario di una
brocca, un libro non finisce mai. Puoi arrivare alla fine eppure lui è ancora
lì e lo sarà sempre, per sempre pieno come le anfore di Cana. Pensare che gli
uomini degli anni futuri potranno trarre alimento da questa nostra piccola
brocca : ecco un’idea che mi conforta, e mi stimola, mentre il cervello ancora
fermenta, a spremere una nuova annata, piena e sincera al palato. Nei miei
bicchieri conoscerete me e tutto ciò che io ho fatto. È il Gutenberg ingegnoso
di Morrison a pensare ed a sperare nell’intramontabilità del libro e della
cultura sopravvissuta con esso. Una speranza che conforta anche me in questi
tempi tanto oscuri.
mercoledì 14 novembre 2012
Cosecosì. 31 Chiedere scusa.
E poi ci sarebbe da “chiedere
scusa”. Per le menzogne dette e sostenute con convinzione e forza nella
conduzione della cosa pubblica. E per le offese arrecate alla metà del popolo
della politica del bel paese, divenuto nemico da abbattere. Ma anche nell’umile
atto del “chiedere scusa” abbisogna una grandezza d’animo che se non la
si possiede l’atto perde di per sé stesso tutto il valore suo. Poiché, come ha
scritto mirabilmente Barbara Spinelli – su la Repubblica del 22 di settembre
dell’anno 2011 – ,“chiedere scusa è nobile se non è sinonimo di discolpa” e poi
se “lo
si fa gratuitamente, in cambio di nulla”. Quale valore può avere il “chiedere
scusa” ultimo dell’uomo di Arcore? Ha tutto il sapore e la sostanza di
uno scambio. Lo ha fatto in concomitanza di un evento editoriale. L’ennesimo.
Uno scambio per l’appunto. Forse l’intento era di ampliare i possibili
acquirenti dell’ultimo scartafaccio prodotto dal vespide televisivo. Quale
possibilità che il messaggio del “chiedere scusa” dell’uomo di Arcore
ha di raggiungere la totalità, o la maggioranza almeno, degli offesi? Nessuna.
Un escamotage commerciale, per l’appunto. Una conferma dell’uomo per quale è.
Ho raccolto, negli anni, molti dei libri del vespide televisivo. Tanti. Troppi.
È avvenuto nelle circostanze liete di feste o anniversari. Ma giammai
acquistati da me quei libri. È che, con grande intento sadico, mi venivano dati
in dono sempre dalle stesse persone convitate a quelle feste o a quegli
anniversari. Intento sadico perché? Per il semplice fatto che non avevo mai
fatto mistero del mio disinteresse (o disistima) per il lavoro editoriale di quell’autore.
Ma puntualmente quei libri me li sono ritrovati tra le mani. Anno dopo anno. Scartafaccio
dopo scartafaccio. Li conservo ancora nella mia libreria. Distruggerli o
mandarli al macero sarebbe come distruggere una parte del mio vivere e del mio
essere un inguaribile “libridinoso”. Disfarmene, dandoli
in dono ad altri, sarebbe esito peggiore ancor di più, poiché mi sentirei colpevole
d’aver contribuito alla diffusione di quei lavori ampliandone la circolazione.
E così rimangono intonsi nella mia libreria. E li lascio morire d’inedia.
Poiché se i libri non circolano è come se non fossero stati mai scritti. È la
condanna che ho inflitto agli scartafacci ricevuti in dono con mio grande disappunto.
“Chiedere
scusa” non è da tutti. Ci vuole grandezza anche in questo atto che
induce all’umiltà. “Chiedere scusa” è il titolo della riflessione di Barbara
Spinelli che di seguito trascrivo in parte.
Chiedere scusa è forse il primo
atto di decenza, che ci si aspetta da chi addolora, offende, tradisce.
Innanzitutto è uscire da se stessi, vedere sul volto dell’altro la ferita che
ho inflitto. Questo estendere lo sguardo oltre l’Io Kant lo chiama pensare
ampio, oltre il circolo che disegno attorno alla mia persona. (…). È stato
necessario un secolo cruento, perché la parola assumesse un peso in politica.
L’ultimo ventennio ha visto innumerevoli mea culpa (…). E della Chiesa, in
primis verso gli ebrei. La più impressionante domanda di scuse fu senza parole:
d’un tratto, il 7 dicembre 1970 davanti al monumento dei caduti del ghetto di
Varsavia, il cancelliere Brandt cadde in ginocchio. Ho sempre pensato che
quest’attonito genuflettersi, quest’ammissione di colpe che non erano sue ma
del suo popolo, sia la forma più pura del chiedere scusa: anche se
personalmente sono innocente, come cittadino d’un popolo non cesserò d’essere
responsabile. Chiedere scusa ha i suoi lati oscuri, anche questo conta saperlo.
(…). Chiedere scusa è nobile se non è sinonimo di discolpa. Se sul male inferto
non cade una lastra come su una tomba. Se non viene seppellito (da chi si
scusa)il dolore arrecato. È già moralmente storpio dire: «Mi scuso». (…). Chiedere
scusa si può, è un inizio che mette in cammino verso l’Altro. Ma a condizione
di non esigere perdono. Lo si fa gratuitamente, in cambio di nulla. Non solo:
lo si fa distinguendo tra vivi e morti. Come chiedere scusa, ai sommersi e
sepolti? Solo il morto potrebbe rispondere all’appello: non può. Puoi aiutare i
suoi familiari ma il perdono, davanti a una bara, te lo dai da solo. E se
vogliamo andare ancora più nel profondo: nemmeno chi riceve la domanda di scuse
ha speciali diritti, quando è discendente della vittima. Non diventa più
scusabile di altri, se a sua volta fa del male. I suoi morti tacciono anche per
lui. La scusa ha legami forti col pentimento, l’espiazione, la sete di
redenzione. Anche qui intravediamo luci ma anche antri bui. Ho molto riflettuto
sui mea culpa di Giovanni Paolo II, e ho trovato che cera in essi qualcosa di
grandioso ma anche di ambiguo. Freud ha parole molto giuste sul pentimento e l’etica,
quando scrive su Dostoevskij e il parricidio: «L’aspetto più aggredibile in
Dostoevskij è quello etico (…) Morale è chi già reagisce alla tentazione
avvertita interiormente, e ad essa non cede. Colui che prima si macchia di una
colpa e poi, una volta in preda al rimorso, pone a se stesso elevati obiettivi
morali, può essere accusato di fare i propri comodi. Manca in lui l’elemento
essenziale della moralità, la rinuncia, essendo la condotta di vita morale un
interesse pratico dell’umanità». Usiamo dire: «Il diavolo si nasconde nel
dettaglio». Anche Dio, a mio parere. La richiesta di scusa è un po’ come il Dettaglio:
in essa si cela Dio come pure il diavolo. Puoi lenire o straziare ancor più,
sdebitandoti e andandotene lontano. Bisogna sapere di chi parli, a chi parli. E
ci sono colpe di cui resterai responsabile sempre: riprendere le vecchie
attività non potrai. Nessun trasformismo è trasformazione. Se la scusa diventa
scambio otterrai qualcosa, magari, ma immaginerai d’aver pagato. Il taglio è
voragine che non si chiude. Il tempo forse aiuterà. Ma Chronos non è etico,
neanche nel mito, e già chiamarlo galantuomo è temerario. Etica è la giustizia,
che mostra il volto ferito e oltrepassa l’Io. Quante volte pensiamo, quando uno
muore: «Vorrei chiedergli scusa». È troppo tardi, ma il pensare ampio già
comincia.
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