«“Naza”, noi e il cielo sopra Tel Aviv» di Maddalena Oliva, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, domenica 4 di ottobre 2026: L’unità di base è la casa. C’è un numero per ogni abitazione. Il personale dell’Idf si limita a confermare gli obiettivi proposti da un software, dedicando a ognuno circa venti secondi di attenzione. I target individuati dal primo software, Lavender – basato sull’intelligenza artificiale e in grado di scovare appartenenti a Hamas o al Jihad islamico, o supposti tali, per colpirli a distanza – vengono inseriti in un secondo software, Where’s Daddy?, che segnala grazie al controllo dei telefonini quando gli obiettivi rientrano a casa. Where’s Daddy?: lo hanno davvero chiamato così. Quando papà la sera ritorna, tutta la famiglia salta in aria. “Li bombardiamo nelle loro case perché è lì che li uccidiamo”, spiega uno dei soldati dell’Idf intervistato da Yuval Abraham e Rachel Szor in Naza, il film documentario che sta riempiendo le sale cinematografiche. “Quando sentiamo un figlio dire ‘è tornato papà’”: è allora che gli “ingranaggi” del sistema, gli uomini, schiacciano il pulsante. Può però capitare che un’intera famiglia venga bombardata, bambini compresi, salvo scoprire poi che il papà – il target reale o presunto dell’operazione – il cellulare lo avesse dimenticato a casa. Perché anche i morti, come i vivi, non sono tutti uguali a Gaza. Le bombe israeliane fanno a pezzi i corpi. I nomi sembrano scomparire insieme alla carne. Le fosse comuni li inghiottono in silenzio. A squarciarlo, arrivano le urla di un padre. Say’id, suo figlio, avrebbe dovuto badare a Salma, la più piccola tra i due. “Perché non ti sei preso cura di tua sorella… perché?”. Spuntano solo i loro piedi, ora, dalle macerie. Tutto intorno, è polvere. All’inizio il limite di “Naza”, di vittime collaterali per ogni attacco, era 20: 20 Naza era un riferimento standard per ogni membro di Hamas colpito, “e non ci pensavamo più”, raccontano i soldati dai tetti sotto il cielo di Tel Aviv. Poi, specie fino a quando tutti gli ostaggi, vivi o morti, non sono stati rilasciati, “ogni ora abbattevamo 20 edifici”. “Volevamo cancellare Gaza”. “L’unica cosa che conta è distruggerli, ucciderli”. Perché “dopo il 7 ottobre tutti dicevano che non esistono innocenti a Gaza e così abbiamo iniziato ad abbattere case, edifici, senza difficoltà…”. Gaza fabbrica di obiettivi.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
domenica 4 ottobre 2026
DalMondo. 14 Maddalena Oliva: «La banalità del male in diretta, questo mostra Naza. Ci sbatte in faccia, come davanti a uno specchio, cosa l’assenza del pensiero può permettere di compiere. Oggi come ai tempi di Eichmann, il genocidio non è stato opera di sadici né di perversi ma di uomini terribilmente normali».
Sopra. “Oggi visita di una famiglia palestinese cristiana, nostra amica.
Ci ha detto che nel loro villaggio di Cisgiordania i coloni israeliani
impediscono loro di raccogliere le olive nei campi di loro proprietà”. Da Fratel
Nazareno, della “Piccola Famiglia dell’Annunziata”, missionario.
Di
puntatori da seguire con l’occhio su uno schermo. Fino a 500 per ogni singolo
click. “Avevamo l’ordine di abbattere gli edifici evacuati al 75%”. Basta
disegnare un palazzo di Gaza su un foglio di carta bianco, vedere i piani, gli
appartamenti per ogni pianerottolo, le sagome stilizzate per tutti i componenti
della famiglia: il conto si fa rapido. A Gaza la morte non ha avuto più data,
ha invitato a suo piacimento nel calendario familiare, si è presa i più giovani
prima dei vecchi, in pieno giorno come nel cuore della notte, dentro casa, su
una strada sgombra, in mezzo a un mercato, tra due tende, all’imbocco di un
incrocio perché hai svoltato a quella curva o perché non hai svoltato, perché
sei andato via o perché sei rimasto. La morte lì ti raggiunge ovunque, nelle
aree da evacuare come in quelle umanitarie, nelle case a cui ci si aggrappa
oltre la ragione, nei rifugi in cui si è creduto alla protezione
internazionale: sono tutte – ne abbiamo la certezza ora, vedendo le
testimonianze raccolte in Naza – “zone di annientamento”. “Io sono solo un
ingranaggio”, dice uno dei giovani soldati israeliani. È un ruolo “tecnico” e
“non è concesso che io esprima valutazioni morali”. È successo così che gli
uomini hanno iniziato a ubbidire alle macchine anche su chi uccidere. “È un
bene che sia l’Ia a decidere chi vive e chi muore”, è sempre il cielo sopra a
Tel Aviv a parlare. La tecnologia sofisticata delle armi della nuova
Rma-Revolution in Military Affair ha sollevato il pensiero. Lo abbiamo già
visto succedere nella Storia, quando la normale obbedienza e l’agire in
conformità alle regole di un sistema furono rovesciati in un crimine. Un
crimine che abbiamo creduto fosse irripetibile. E invece. La banalità del male
in diretta, questo mostra Naza. Ci sbatte in faccia, come davanti a uno
specchio, cosa l’assenza del pensiero può permettere di compiere. Oggi come ai tempi di Eichmann, il genocidio
non è stato opera di sadici né di perversi ma di uomini terribilmente normali.
Come questi giovanissimi israeliani. Non solo quelli in divisa sui tetti. Anche
quelli che proseguono le loro vite nelle case accanto a quegli stessi tetti,
guardando la tv, ascoltando i telegiornali, mangiando, dormendo, facendo
l’amore, mentre a meno di 60 chilometri le persone vengono annientate come dei
puntini su uno schermo. La vita scorre parallela sotto il cielo di Tel Aviv e sotto
il cielo di Gaza. Questo anche è in grado di restituire la forza del film
israeliano. Ha messo – prima di tutto proprio in Israele, dove di questo non se
ne è avuto conto davvero fino a oggi – i cadaveri di decine di migliaia di
vittime civili davanti agli stessi occhi con cui seguiamo le immagini di Gaza
scrollando sui nostri cellulari. Ha trasformato la Striscia nella nuova “zona
di interesse” (non è un caso che tra i produttori del film ci sia proprio
Jonathan Glazer). Ha svelato come i il massacro dei civili non sia un “danno
collaterale”, ma un’azione premeditata, calcolata, intenzionale. Perché
l’intenzionalità, quando si parla di crimini di natura sistemica, come quanto è
successo e continua a succedere a Gaza, non è solo quella dei leader politici,
dei generali dell’esercito, dei soldati e degli ingegneri dell’Idf, ma è anche
quella di gran parte dei media e della pubblica opinione. Di noi che avevamo
già visto e letto le diverse inchieste di Abraham su +972, The Guardian e Local
Call. Indifferenti. O quasi. Siamo, nemmeno tanto in fondo, tutti parte del
“sistema”. Susan Sontag nel libro Davanti al dolore degli altri racconta di
quando una donna di Sarajevo le disse nel 1993: “Nell’ottobre del 1991 ero qui,
nella quiete del mio appartamento, quando i serbi invasero la Croazia, e
ricordo che quando i telegiornali della sera mostrarono la distruzione di
Vukovar, a soli trecento chilometri da qui, pensai è ‘terribile’, ma poi
cambiai subito canale. Come posso avercela con chi in Francia, in Germania, in
Italia, vede i massacri giornalieri qui a Sarajevo nei telegiornali, dicendo
tra sé e sé ‘è terribile’ e poi cambiando canale? Non è normale?”. Oggi, a guardare il successo al cinema di
questo documentario d’inchiesta (così come di The Bibi Files), sempre più
persone, sembrano non voler cambiare canale. Ovunque la gente si sente sicura
c’è e ci sarà indifferenza, scriveva Sontag. A Gaza nessun luogo è sicuro. Ma
non lo è più nemmeno a Tel Aviv. O a Roma, come a New York.
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