"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 1 ottobre 2026

Cosedettecosì. 63 Amos Oz: «Diversamente da molti miei colleghi in Europa e nel Nord America non ho mai pensato che la violenza sia il male assoluto nel mondo. Per tutta la vita ho sempre creduto, e lo credo ancora oggi, che il male assoluto stia nell’aggressività, nella sopraffazione. E la sopraffazione non di rado va fermata con la forza. Ci vuole un bel bastone per tenere a freno, per reprimere la sopraffazione, madre di tutte le violenze nel mondo».


(…). …del Convivio: "per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito a li occhi a molti che forseché per alcuna fama in altra forma m'aveano imaginato". Quanto questo Dante del Convivio andrebbe letto nelle scuole, nelle piazze! E proprio nelle piazze in cui Dante è diventato monumento, di marmo o di bronzo. Perché questa monumentalizzazione, insieme alla sacralizzazione patriottica e alla coercizione scolastica, finiscono per fare parere Dante - e parlo specialmente della percezione delle ragazze e dei ragazzi - un vincente, un uomo di successo, un mostro sacro, un padre della patria. Uno di quelli che stanno dalla parte degli adulti, cioè del mondo così com'è. Quelle sue vive parole ci parlano di uno che la patria gettò via, rifiutò. Di uno scartato, di uno sconfitto, di un perdente. Di uno che fu costretto ad andare in giro quasi mendicando, e che si vide trattato come se tutta quella sofferenza se la fosse meritata (victim blaming: proprio come succede alle donne che oggi denunciano di aver subìto violenza). Una figura, questa dell'esule supplice, che oggi non fatichiamo a conoscere, a vedere, a incontrare: nei profughi, nei rifugiati, nei migranti. Negli intellettuali palestinesi in esilio, come Said. Eppure, l'esperienza terribile dell'esilio - dell'essere straniero, apolide, senza patria e dipendente dagli altri per ogni cosa - fece nascere Dante una seconda volta. La prima volta era nato fiorentino, la seconda nacque al mondo. È il mondo, non Firenze, la sua patria: "come per i pesci il mare", scrive lui stesso. Dante liberato da ogni identità particolare: un Dante libero perché solo umano. Un Dante che ci libera. (Tratto da “Quel Dante senza patria” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 25 di settembre 2026).

“Il diritto dei deboli dialogo aggiornato sul caso Machiavelli”, testo di Corrado Augias e Natalia Augias pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 27 di settembre 2026: Corrado. Quando si aprono le pagine del Principe le prime righe che si leggono, dopo la dedicatoria a Lorenzo de’ Medici, sono queste: «Tutti li Stati, tutti e’ domini che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati» eccetera. Seguono frasi dense che coinvolgono numerosi principî giuridici. Io però attiro l’attenzione sul termine “Stato”. Machiavelli suggerisce che le comunità umane si costituiscono in Stati per meglio difendersi: quando non sono più in grado di farlo sono condannate alla rovina. Lo Stato cioè è una istituzione fondamentale per la sopravvivenza collettiva.

Natalia. Che cosa deriva da questo inizio diciamo pure bruciante?

Corrado. Bruciante è la parola giusta, infatti ne deriva quasi tutto. Per prima cosa proprio che le istituzioni e anche i Paesi che si definiscono indipendenti e liberi si trovano appunto in una condizione che può facilmente diventare servile, secondo Machiavelli, se non dispongono di una forza militare adeguata a sostenere la loro pretesa indipendenza.

Natalia. T’interrompo per fare un salto nel Novecento. Alla fine della Seconda guerra mondiale, molti Paesi europei, tra i quali l’Italia, festeggiarono la loro ritrovata libertà. Nella realtà si trattava di una libertà condizionata. Erano Paesi liberi ma sotto la sorveglianza occhiuta degli Stati Uniti. Mi colpì anni fa scoprire che durante il suo viaggio a Washington il presidente Alcide De Gasperi riuscì a ottenere consistenti aiuti, soprattutto alimentari, dal governo americano a condizione però che allontanasse i comunisti dal governo. Ecco un caso in cui si dovette pagare un prezzo perché gli italiani potessero sentirsi protetti e ricominciare a mangiare.

Corrado. È esattamente così. La consacrazione democratica di quel prezzo furono le elezioni politiche del 18 aprile 1948 quando la vittoria netta della Democrazia cristiana sul Fronte popolare (comunisti più socialisti) stabilizzò per i decenni a venire la posizione dell’Italia nel seno dell’Occidente, compresa l’alleanza difensiva della Nato.

Natalia. Poi è venuto giù tutto, oggi l’America ha ritirato o ridotto la sua protezione dell’Europa in un mondo in subbuglio. Per la prima volta gli staterelli europei hanno dovuto scoprire la loro fragilità di fronte a possibili minacce da parte delle grandi potenze.

Corrado. Qui si riaffaccia il famoso problema dell’uso delle armi, che molti oggi rifiutano anche di prendere in considerazione in base al popolare slogan Make Love Not War.

Natalia. Niente in contrario infatti. Chi non preferisce l’amore alla guerra?

Corrado. Chi non lo preferisce? Solo uno stupido o un malvagio può scegliere la guerra; tuttavia, ci sono circostanze nelle quali la guerra diventa necessaria, anzi inevitabile. Vorrei citare le parole che Amos Oz, grande scrittore, grande anima, ha pronunciato nel 2018 all’Università di Tel Aviv: «Diversamente da molti miei colleghi in Europa e nel Nord America […] non ho mai pensato che la violenza sia il male assoluto nel mondo. Per tutta la vita ho sempre creduto, e lo credo ancora oggi, che il male assoluto stia nell’aggressività, nella sopraffazione. E la sopraffazione non di rado va fermata con la forza. Ci vuole un bel bastone per tenere a freno, per reprimere la sopraffazione, madre di tutte le violenze nel mondo». Oz parlava avendo in mente quella che è stata probabilmente l’ultima guerra nella quale è stato possibile separare con un taglio netto il torto dalla ragione. Da una parte le democrazie, dall’altra una dittatura feroce e demenziale quale quella messa in piedi da Adolf Hitler.

Natalia. Non so se questa differenza tra violenza e sopraffazione sia del tutto convincente. Il mio timore è che una volta infranto il tabù che la violenza sia una linea da non superare, tutto diventi possibile.

Corrado. In un mondo irenico, forse. Ma ti sembra il nostro un mondo di quel tipo? Io sono un figlio della guerra, ho visto con i miei occhi la città bombardata, i pompieri che tiravano fuori i morti dalle macerie, ho conosciuto le angustie della penuria, due eserciti stranieri – uno di “buoni” uno di “cattivi”, se vogliamo semplificare – contendersi il dominio sul territorio, come hai ricordato prima, più o meno le cose che vide e patì anche Machiavelli. Ero un bambino ma quelle impressioni forti non mi hanno più abbandonato. Sono stato un figlio della guerra e non sarò mai niente di diverso. Ne ho parlato un paio di volte con il grande cineasta Ettore Scola, anche lui aveva visto e patito le stesse cose, ne conservava anche lui un ricordo forte, simile al mio.

Natalia. Capisco, ma è possibile che proprio la forza di quel ricordo, di quel trauma precoce, faccia perdere al tuo giudizio la lucidità necessaria. Stiamo vivendo i primi decenni di questo Ventunesimo secolo, gli equilibri mondiali sono totalmente diversi da quelli che hai vissuto da bambino. Oggi sappiamo che la violenza porta solo a nuove violenze, che la violenza non risolve le situazioni, le perpetua.

Corrado. Credo che potrei confutare questo tuo giudizio ma ci porterebbe, temo, troppo lontano dal nostro soggetto. Vero che dobbiamo attualizzare il nostro racconto, ma in primo luogo dobbiamo analizzare il pensiero del segretario fiorentino, il quale dice che gli Stati deboli, con scarse milizie, possono anche avere un potere e un’indipendenza formali, in realtà devono adeguarsi all’atmosfera dell’alleanza di cui fanno parte, all’occorrenza agli ordini che l’alleato più forte ritenga d’impartire.

Natalia. Mi dispiace, devo nuovamente interromperti. Non per attualizzare, anzi per far retrocedere la nostra narrazione a un esempio diventato un classico, quando si parla di alleanze. Tu stesso d’altronde hai ricordato più d’una volta il drammatico dialogo tra gli inviati d’Atene e gli abitanti dell’isola di Melos, gli sventurati Melii. In quel caso, come andarono esattamente le cose?

Corrado. Il racconto è di Tucidide, svela il volto più crudele di Atene. Siamo nel 416 a.e.v., Atene è in guerra contro Sparta. I Melii vorrebbero restare neutrali nella loro isoletta. Atene però non ammette neutralità. Gli ambasciatori ateniesi dicono ai Melii, sintetizzando: nei ragionamenti umani si tiene conto della giustizia quando esiste tra le parti una sostanziale parità di forze; in caso diverso i più forti comandano i più deboli obbediscono. Machiavelli tra i primi ha elaborato politicamente questo tremendo principio.

Nessun commento:

Posta un commento