"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 13 novembre 2012

Storiedallitalia. 29 Calati juncu ca passa a china.



A fianco. Disegno di Primantonio Polimeni (26.06.2001)
 
Al mio arrivo, i due sono di già al tavolo. Degustano, com’è d’obbligo nel luogo, una granita a piccoli sorsi. Di limone. Sfogliano giornali locali. L’aria è mite, anche se novembre ha bruciato la metà quasi delle sue giornate. Il mare è di uno splendore come non mai nella stagione. La calma assoluta della sua superficie mi rimanda alla memoria il magnifico racconto di Conrad e la Sua “linea d’ombra”. Lo scenario è straordinario, con le isole laggiù che fanno da degna cornice all’ameno luogo marino. I due sorseggiano e sfogliano i quotidiani. Parlottano. La lieve, lievissima brezza che spira dal mare, mi porta via, a tratti, brandelli della loro conversazione. Tendo l’orecchio ed origlio con inusitata voluttà. Vestono quasi estivo, come del resto la gente del luogo in questo novembre. È che lo scirocco domina la scena. Origlio e li osservo cercando per quanto possibile di raccoglierne la conversazione. I due sono sulla mezza età. Sull’incarnato abbronzato spiccano, su entrambi, baffi sottili e ben curati. Sorseggiano e sfogliano i quotidiani senza grande attenzione. Siamo, io ed i due, seduti all’aperto, ad apprezzare questo inatteso regalo della stagione. Portano occhiali da sole, come nella migliore stagione ferragostana. Altrove piove a dirotto. Altrove tutto frana. Altrove si contano le vite portate via dall’alluvione di questo novembre. L’uno dice: – Che minchia fa stu “Crucetta”? -. L’altro di rimando: - Cumpari, c… soi -. L’uno: - E no cumpari, voli mannari a la casa nu fottiu di genti -. L’altro: - Cumpari, comu si dici, “calati juncu ca passa a china” -. L’uno: - Cumpari, fici bonu a non annari a votari -. L’altro: - Cumpari, a stissa cosa fici -. I due ignorano – è buona cosa certamente - la recente dichiarazione di Gaspare Mutolo – settantaduenne collaboratore di giustizia, in un’intervista a “il Fatto Quotidiano” del 4 di novembre a firma di Silvia Truzzi: “La mafia in Sicilia è in condizioni di pilotare ancora – ma veramente – il voto, con le buone o con le maniere sue”. Se ne adonterebbero i due se ne venissero a conoscenza? Ed ancora Gaspare Mutolo: “Quelli che non hanno votato sono controllati dalla mafia”. Non sarà vero, che diamine! E poi, chi sono “quelli”? L’effetto, di quel che lascia balenare il Gaspare Mutolo, però c’è stato nella straordinaria misura dell’astensionismo alle ultime elezioni regionali. Slegato, l’astensionismo registrato, certamente, dai dettami della “onorata società”. Come ci si deve sentire, comunque, con un simile apparentamento? È possibile discernere l’astensionismo buono da quello cattivo? Come condividere una simile neghittosa cittadinanza? Non bene di certo! Scriveva Michele Serra – “Cerimonie”, Feltrinelli editore (2002) – a proposito degli italiani: “(…). Gli italiani hanno quasi tutti facce da fuggiaschi. I loro sguardi intelligenti, la loro complice mimica paiono vibrare di un lunghissimo scampato pericolo, braccati per generazioni da ogni sorta di autorità e sempre imboscati. Logico che questa sola qualità largamente nazionale – sottrarsi a tutto – sia divenuta ragione di ostinata identità. E il peggio è che questo vizio atavico è in odore di virtù: lo si capisce dai sorrisi che si scambiano, gli italiani, quando si riconoscono nelle rispettive incapacità di compromettersi fino in fondo con un sistema di pensiero appena più complicato e arduo del loro così spontaneo adeguarsi alla vita. Sempre pronti a promuovere questa speciale inettitudine al rango nobile della ribellione come se avessero sperimentato fino in fondo, e quindi ripudiato, quei rischi intellettuali che invece non si sono mai sognati di affrontare. (…)”. Consumo in fretta, lascio i due alle loro convinzioni, e mi allontano desideroso di respirare un’aria più buona, quella dello scirocco che imperversa. Trascrivo di seguito, in parte, l’interessante intervista della scrittrice Silvia Truzzi a Gaspare Mutolo.

(…). “Se la mafia voleva, faceva andare a votare e mettere in minoranza a Crocetta, un uomo onesto che ha sempre lottato alla mafia. Ma ha lasciato che vincesse, per mandare un messaggio a Pdl e Udc. I boss si sono sentiti traditi”.
Mutolo, da cosa si sono sentiti traditi i mafiosi? - Dalle promesse non mantenute. I loro beni sono stati, in parte, confiscati. I padrini sono da vent’anni dentro, gli uomini più importanti al carcere duro: mi spiego? -.
Crocetta ostacolerà la mafia: non è un controsenso? - No, perché Crocetta non se la prenderà solo con le coppole storte, ma anche con i referenti politici. Io ho paura che ci sarà una stagione più violenta di quella del ‘92-‘93. L’unica speranza è Crocetta: se riesce veramente a fare pulizia, può darsi che la Sicilia si salvi -.
La mafia si sta organizzando? - Questo silenzio – che non succedono cose, che non ci sono omicidi – era una direttiva di Provenzano, poco prima di essere arrestato: stare sette anni senza fare rumore. Se lo Stato non riesce a dare una svolta, molti personaggi importanti che stanno a Roma, avranno cose da temere: avevano garantito che per i siciliani sarebbe andata diversamente. Se torniamo indietro, sappiamo perfettamente che la mafia si muove sempre per un interesse vitale. Il primo segnale c’era stato nell’87, quando la mafia smise di votare per la Democrazia cristiana e scelse i socialisti: nell’84 era nato il maxi-processo, e dopo tre anni erano ancora tutti dentro. Quello era un messaggio alla Dc che perdeva tempo, diceva ai boss di avere pazienza.
Lei se lo ricorda? - Alle famiglie, sia quelle di sangue che quelle di mafia, ci comandarono di votare Psi. Io ero nel carcere all’Ucciardone per il maxi-processo. Venne da me Peppe Leggio e mi disse: “Gaspare tu dici alla tua famiglia che vota per i socialisti”. A lui sicuramente glielo aveva detto qualche personaggio più importante -.
Poi è caduta la Prima Repubblica. - Visto che sono collaboratore di giustizia, ho potuto ascoltare un’intercettazione ambientale, in cui si sentivano parlare alcuni boss riuniti in un albergo dei Graviano. Ancora non era nata Forza Italia che già parlavano di sostenerla: cercavano i nuovi referenti, dopo la fine della diccì -.
Perché dice che la situazione oggi è preoccupante? - La mafia in Sicilia è in condizioni di pilotare ancora – ma veramente – il voto, con le buone o con le maniere sue. Cosa nostra sa bene a che livello è la collusione con la politica, quindi secondo me i mafiosi hanno permesso di vincere a Crocetta per dire ai signori politici che stanno a Roma: guardate che questo a noi ci ha sempre combattuto, ma ora cercherà di combattere anche a voi. Loro parlano così. La morte di Enzo Fragalà, avvocato e deputato del Pdl ucciso a bastonate nel 2010, secondo me è stato uno degli ultimi omicidi della mafia, ed è stato l’ennesimo avvertimento. Questa delle regionali è un’avvisa – glia per le elezioni nazionali. I politici cambiano partito, ma gli uomini sono sempre gli stessi. E quando si voterà per il nuovo governo e per le Camere, se non ci saranno provvedimenti favorevoli ai boss, come – mi ripeto, ma è molto importante – è stato promesso vent’anni fa, si avvierà una stagione ancora più violenta -.
Ha votato solo lo 0,6 per cento dei detenuti. In tutte le carceri siciliane. Lirio Abbate ha scritto sull’Espresso : “All’istituto di pena di Pagliarelli di Palermo dove si trovano rinchiusi i mafiosi, su 1.300 detenuti solo uno si è presentato al seggio elettorale, ed è in custodia cautelare per reati che non sono di mafia”. Che significato ha l’astensione dei detenuti? - È un sintomo coerente con la mia lettura. L’ordine è stato categorico, evidentemente. Quelli che non hanno votato sono controllati dalla mafia. E ora la mafia spera che i politici hanno una reazione. I voti della mafia sono stati fermi, per adesso . Vede, così a lungo i mafiosi non ci sono stati mai dentro, soprattutto con questo regime duro del 41-bis. Per loro è una cosa inaccettabile. Dell’Utri, Schifani, Berlusconi sono ancora nei posti chiave: i pezzi da novanta vogliono mandare un messaggio. Prova ne sia che c’è ancora il processo sulla trattativa e sappiamo quali sono le richieste della mafia -.(…).

giovedì 8 novembre 2012

Capitalismoedemocrazia. 32 È a Wall Street il nemico di Obama.



Ripartiamo da Obama. Il risultato elettorale non lascia dubbi: 303 contro 206. Sembra fatta. Nel grande paese del “mito” del West; nel grande paese che è crogiolo di tutte le razze umane; nel grande paese che è esempio d’accoglienza e di tolleranza; nel grande paese che è stato anche il duro, spietato repressore dei “nativi” di quella terre, si riaccende una speranza. Che non è solamente una speranza di quelle genti. Diviene la speranza del resto del mondo. Leggo il grande titolo a tutta pagina del quotidiano la Repubblica di oggi: “La festa di Obama, il gelo delle borse”. Leggo il grande titolo de’ “il Fatto Quotidiano”: “Obama esulta i mercati no”. Non poteva essere diversamente. Ecco perché il risultato di quel grande paese è il risultato atteso con trepidazione anche, e forse soprattutto, oltre i suoi confini. Poiché riaccende una speranza. Che si possa in qualche modo imbrigliare l’azione disastrosa della finanza creativa. Che si possano in qualche modo regolamentare i mercati che hanno dato prova di non sapersi autoregolamentare. Da quella parte dell’Atlantico è questo il messaggio di speranza che il risultato pro-Obama rilancia facendolo rimbalzare in ogni angolo del globo terracqueo. Non era scontato che accadesse. Il suo rivale aveva più volte affermato che gli Stati Uniti d’America avrebbero dovuto tornare a “ruggire”; una visone ed una rappresentazione esplicita della politica del più forte. Con quali scenari futuri? Ripartiamo da Obama. Non era scontato. Il 7 di settembre dell’anno 2011 Federico Rampini pubblicava sul quotidiano la Repubblica un dossier che ha per titolo “È a Wall Street il nemico di Obama”. In quei mesi la popolarità del Presidente era in caduta rovinosa. Si contavano venticinque milioni di disoccupati ed un debito pubblico alle stelle. Eppure il grande paese era riuscito a liberarsi del pericolo pubblico numero uno, Bin Laden. Non bastava. E tutto remava contro il Presidente. Il risultato di questi giorni che viene dal paese del capitalismo riaccende una speranza: che il capitalismo ritorni ad essere il “capitalismo manifatturiero” e non già il “capitalismo finanziario” utile ai pochi, a quell’1% che si contrappone al 99% del resto dell’umanità. È il messaggio dei giovani di Occupy Wall Street che ha vinto con Obama. Non che tutto sia tornato ad essere facile e scontato. È una guerra di lungo corso; si è vinta un’altra scaramuccia. Ma la speranza si è riaccesa. Ha dichiarato Barack Obama: - Ho sempre pensato che la speranza è quella cosa cocciuta dentro di noi che insiste, nonostante le prove contrarie, che qualcosa di meglio ci attende se avremo il coraggio di continuare a lottare -. È un’indicazione precisa: la lotta non è finita. Poiché non è giusto che si siano salvate le banche e le altre istituzioni finanziarie da un disastro da esse creato comprimendo sempre più lo stato sociale laddove esso è stato possibile creare, frutto delle lotte consapevoli di milioni di uomini e di donne. Scriveva Barbara Spinelli su la Repubblica del 29 di febbraio 2012 – “Il welfare da salvare” -: (…). Come si tiene insieme una società? Come si scongiurano le guerre, civili o tra Stati? La duplice risposta europea (Unione e Welfare) fu data per evitare che la questione della povertà divenisse di nuovo mortifera. (…). Secondo Michel Foucault, il Welfare nasce come patto di guerra. Alle persone "che avevano attraversato una crisi economica e sociale gravissima", i governanti dissero in sostanza: "Ora vi chiediamo di farvi uccidere, ma vi promettiamo che, una volta fatto questo, conserverete il posto di lavoro sino alla fine dei vostri giorni" (Foucault, Nascita della biopolitica). (…). Non sono (i “nemici” del welfare n.d.r.) il disgregarsi della convivenza civile, la miseria, il crollo della democrazia. Sono la non-attuazione dell'austerità, l'"immediata reazione negativa" dei mercati. Perfino il voto democratico si tramuta in rischio, e infatti si diffida delle elezioni greche di aprile, e forse anche delle italiane. L'unico gigante che impaura è l'ozio, la pigrizia figlia del Welfare. L'essere umano non è guardato con apprensione: è guatato con sospetto, e sul sospetto non si edificano polizze né patti. Per la verità anche Foucault denunciò la "coppia infernale sicurezza sociale-dipendenza", negli anni '80. Di fronte a una "domanda infinita", s'ergeva (e andava riconosciuta) la finitudine del Welfare. La sua finitudine, i suoi limiti: non la sua morte. Nato come contrappeso a processi economici selvaggi, come correttivo degli effetti distruttori del mercato sulla società, era assurdo gettarlo via. Altrimenti crescita e benessere dipendevano solo da concorrenza e privatizzazioni: un'ennesima utopia, lo si era visto negli anni '30-40. La crisi di oggi ci riporta a quegli anni di presa di coscienza sull'orlo del disastro. (…). È significativo che mentre l'Europa dimentica, l'America tenti - assai timidamente con Obama - di resuscitare Roosevelt e il New Deal. (…). Si vuol capire sin dove regge un paese, se impoverito e sfrondato di Stato sociale. È la tesi di Michael Hudson, economista dell'Università di Missouri a Kansas City: "La crisi greca è usata come esperimento di laboratorio, per vedere fino a che punto la finanza può spingere verso il basso i salari e privatizzare il settore pubblico. È come nutrire sempre meno un cavallo per vedere se sarà più efficiente, fino a quando le gambe gli si piegano e muore". Torniamo al dossier di Federico Rampini. Scriveva: (…). …la vera storia dell'attacco mortale contro il capitalismo americano ha una data d'inizio leggermente diversa dall'11 settembre. È ottanta giorni dopo l'attacco alle Torri gemelle, il 2 dicembre 2001, la bancarotta di Enron. Più di Osama Bin Laden, per affossare il capitalismo americano furono efficaci Kenneth Lay e Jeff Skilling, i due capi della società texana legata a doppio filo con George Bush e Dick Cheney, travolta dal falso in bilancio dopo essere stata una star di Wall Street. E dopo di loro la vera galleria dei nemici dell'America, quelli che dall'interno l'hanno logorata e stremata ben più dei terroristi, prosegue con Bernard Ebbers, chief executive di WorldCom (100 miliardi di perdite per gli azionisti, bancarotta fraudolenta nel 2002), arriva fino ai banchieri come Dick Fuld (bancarotta di Lehman Brothers, 15 settembre 2008) e al tuttora potentissimo Lloyd Blankfein che alla guida di Goldman Sachs dichiarò all'apice della recessione nel novembre 2009: «Sono un banchiere che fa il mestiere di Dio». (…). La vera storia dei dieci anni più disastrosi per l'economia americana non inizia l'11 settembre, ma subito dopo: quando Bush incita i suoi concittadini «uscite di casa, andate negli shopping mall, patriottismo è andare a spendere perché la nazione non si fermi». Da quello slogan indimenticabile emana la più magistrale giustificazione ideologica per il decennio della "vita a credito", del boom immobiliare finanziato coi mutui subprime, della nazione in declino che vive al di sopra dei suoi mezzi vendendo buoni del Tesoro ai cinesi. Nella storia parallela di questa decade post-11 settembre i neoconservatori strumentalizzano il terrorismo per giustificare un'agenda ideologica pre-esistente: tutti sanno della guerra in Iraq, ovviamente. Ma altrettanto cruciale è la decisione di Bush di giustificare così gli sgravi fiscali ai ricchi, di colpo legittimati come una misura patriottica, anti-recessiva, essenziale «perché Al Qaeda non deve mettere in ginocchio l'economia». Ha inizio così, dieci anni fa, quella che l'allora Comptroller General (l'equivalente del presidente della Corte dei Conti), David Walker, definisce «il più scellerato anno fiscale nella storia della Repubblica». È un acceleratore formidabile delle diseguaglianze sociali, a loro volta causa strutturale della recessione (per la mancanza di potere d'acquisto della middle class). Frank Rich nel New York Magazine dedicato al decennale è convinto che tutto ha inizio «con la decisione di Bush di escludere ogni sacrificio nazionale equamente condiviso, per finanziare le guerre; nella sua invocazione ai consumatori: andate a Disney World, andate in Florida» come risposta alla strage. Sta lì perfino l'origine del Tea Party, «il cancro politico dell'America di oggi: se non ci fu bisogno di tasse per pagare due guerre, perché mai dovremmo pagare tasse per alcunché?». E c'è infine, dalla Enron che aveva finanziato generosamente la campagna elettorale di Bush, l'avvio del decennio senza regole per l'oligarchia finanziaria, le impunità per il capitalismo predone, le bolle speculative che sarebbero deflagrate facendo male solo a chi stava sotto: la maggioranza degli americani. In quanto a stabilire chi ha vinto dieci anni dopo, il verdetto lo ha pronunciato il regista del documentario-denuncia su Wall Street, "Inside Job" nel ricevere l'Oscar: «A tre anni di distanza dal tracollo della Borsa e dell'economia mondiale - ha detto Charles Ferguson - non un solo banchiere è finito in galera». È andata peggio a Bin Laden.”

sabato 3 novembre 2012

Storiedallitalia. 28 L'inverno del nostro scontento.



Scrive Francesco Piccolo – Corriere della sera del 2 di novembre “Il vizio della raccomandazione  che non ci fa indignare più” -: (…). Quando un italiano è pronto per venire al mondo, le probabilità che sua madre, appena arrivata in ospedale, abbia chiesto, tramite vari gradi di conoscenza, una stanza singola per starsene in pace, sono molto alte; ed esercita tramite terzi pressioni sulle infermiere, esprimendo la volontà di avere il proprio figlio tra le braccia, qualche minuto in più del consentito. Cioè, nella sostanza: qualche minuto in più degli altri. Il sistema si alimenta fino alla fine dell'esistenza. Subito dopo, i congiunti si muovono tra conoscenze varie per ottenere un funerale migliore e una posizione favorevole al cimitero. In mezzo ai due punti estremi, ci sono le scuole, i concorsi, il lavoro; ci sono i posti al teatro, le file da saltare, i passaporti, i posti auto, un tavolo in giardino al ristorante, il pesce più fresco in pescheria, e via con un elenco lunghissimo di eventi minuscoli o sostanziosi nei quali la differenza la fa il tuo pacchetto di conoscenze, il minor grado possibile di separazione dal potente di turno. La vita di un italiano, (…), è legata alla raccomandazione come a uno statuto naturale. Le tangenti, le minacce, le pressioni, gli imbrogli e le corruzioni sono conseguenza (quasi) naturale di un sistema di vita basato sul concetto di disuguaglianza. Perché in fondo la raccomandazione non serve ad altro che a creare una differenza tra me e tutti gli altri. Io voglio ottenere tramite una rete di amicizie cose, posizioni e rendite migliori; agli altri, lascio il resto. Non voglio accettare le regole condivise con la mia comunità: voglio qualcosa in più. Cioè: voglio vivere meglio degli altri. Una comunità dovrebbe basarsi sul concetto contrario. Cercare cioè di ottenere il meglio per tutti. La raccomandazione invece distribuisce disparità, e come conseguenza crea sfiducia nella neutralità. Se vado al ristorante, in fondo ho paura che mi rifilino cibo meno buono, perché non mi conoscono. E il cibo buono lo riservino per coloro che hanno ottenuto la raccomandazione. Ma non mi rendo conto che tale pratica l'ho messa in moto io tutte le altre volte. La vita italiana, nella sostanza, è modellata sull'ossessione che si ha in provincia: lì, non conta cosa vuoi fare, ma quante persone conosci. Ora, non tutti gli italiani che praticano la raccomandazione quotidiana sono abili a farne una pratica di corruzione ad alto livello. Però è come se qui la vita fosse un continuo allenamento, una lunghissima preparazione atletica, minuziosa e quotidiana, al malcostume, alla disuguaglianza dei diritti, alla propensione al privilegio. E quindi, chiunque abbia il talento di approfittarne, arriva con il massimo della preparazione. Il problema, però, non è se ogni italiano sia propenso a diventare il protagonista delle ruberie della scena italiana. No: quello che riguarda tutti noi, è se abbiamo la forza di riconoscere, indignarci e reagire, quando qualcuno procede per vie traverse - noi che siamo abituati fin dalla nascita a vivere in un mondo così. E ci sembra anche che, un mondo così, bene o male, abbia funzionato. Esagerazioni del giornalista-scrittore Francesco Piccolo? Esiste in natura uno stato – che si potrebbe definire una condizione perfetta - che ben si attaglia all’italiano “tout court”, senza discriminazioni di censo e/o di appartenenza politica o quantomeno confessionale; questa condizione è definita dai biologi “simbiosi”. Nella “simbiosi” due esseri viventi di specie diverse stanno assieme, fisicamente, intimamente, ed una di esse fornisce il necessario alla sopravvivenza dell’altra in cambio di un servigio necessario alla sua sopravvivenza. Si potrebbe dire che sia uno scambio di vicendevoli mutualità, con vantaggi che assicurano la sopravvivenza delle due specie. Sociologicamente parlando le due specie, che adottano una mutualità reciprocamente vantaggiosa, sono i cosiddetti “politici” costituitisi in casta ed i comuni cittadini. Donde ne deriva che dalla mutualità così instaurata le due “specie” ne abbiano nel tempo ricavato vantaggi innegabili in cambio di uno snaturamento evidente delle funzioni alle quali ciascuna era chiamata a dare un fattivo contributo in nome della democrazia e della cittadinanza responsabile ed attenta. Nello scambio tra i due simbionti a perderci è stata la democrazia per l’appunto e la cittadinanza responsabile che è andata a farsi benedire. In cambio le due entità in simbiosi si sono pasciute ed hanno prosperato (chi più chi meno). Entrambe in fondo hanno concorso a fare trionfare quella forma di politica fatta con altri mezzi ed alla quale sarebbe giusto riconoscere la quintessenza dell’”antipolitica”. L’”antipolitica” occupa di già il potere ed aborre tutto ciò e tutti quelli che domandano semplicemente ed insistentemente un’”altra” politica, una politica “diversa”, una politica “buona” per dirla con le parole del Bersani recente, che riconosce “vivaiddio” esserci la possibilità di cambiare storia. Ha scritto Guido Cranz sul quotidiano la Repubblica del 2 di novembre: (…). il decennio craxiano avrebbe alimentato in modo decisivo i comportamenti destinati a infangare l`immagine della politica nel vissuto di milioni di italiani; e avrebbe consolidato un ceto di amministratori e politici (e di cittadini beneficiari) sempre più convinti che non esistano confini fra i propri interessi privati e gli interessi pubblici. Al tempo stesso, nel declinare di una forma-partito basata sull`appartenenza, si delineavano forme di "conquista del consenso" in cui il carisma del leader non era espressione di una solida realtà organizzata ma quasi un surrogato di essa, fortemente alimentato dai media. Nutrito di coreografie e di dissoluzioni della politica: l`irrompere di "nani e ballerine"- (…) - faceva da contorno al primo delinearsi di un "partito personale" che avrebbe avuto poi incarnazioni molto più corpose (…). Contemporaneamente sistema politico e sistema televisivo iniziarono ad intrecciarsi sempre più strettamente, sino a diventare quasi indistinguibili. Vent`anni fa, nel crollo della "prima Repubblica", fu forte l`illusione che i processi degenerativi avessero riguardato solo il sistema dei partiti: furono così rimosse le loro conseguenze nel corpo vivo della "società civile", sempre più aliena se non ostile - in una sua parte non irrilevante - ad un universo di regole e vincoli. Mancò allora - come già era accaduto in altri momenti della nostra storia - un esame dì coscienza collettivo, una riflessione seriamente auto critica sul modo di essere del Paese e sul suo deformarsi. Mancò anche una chiara proposta riformatrice, intessuta di "buona politica": e così agli occhi di milioni di elettori il "nuovo" fu incarnato dall`antipolitica e dal populismo mediatico di Umberto Bossi e di Silvio Berlusconi. (…). Come non convenire con l’illustre opinionista laddove scrive che la politica condotta con altri mezzi (ovvero l’”antipolitica”) “avrebbe alimentato in modo decisivo i comportamenti destinati a infangare l`immagine della politica nel vissuto di milioni di italiani”? È la simbiosi di cui sopra. Ed ancor più, come non convenire che, a seguito di Tangentopoli e dell’azione meritoria di “Mani pulite”, che condusse alla scomparsa dei partiti implicati nella scandalosa vicenda, furono (…) rimosse le loro conseguenze nel corpo vivo della "società civile", sempre più aliena se non ostile - in una sua parte non irrilevante - ad un universo di regole e vincoli? Scrive ancora Guido Cranz che a generare “l’autunno (del nostro n.d.r.) disincanto” sarebbe stato il “declinare di una forma-partito basata sull`appartenenza”, sulla militanza, forma di partito sostituita dai moderni “partiti personali” nei quali “il carisma del leader non era espressione di una solida realtà organizzata ma quasi un surrogato di essa, fortemente alimentato dai media”. Non ne siamo guariti. I “partiti personali” si susseguono – IDV, PDL, M5S – poiché essi sono, in fondo, funzionali a quella mutualità simbiotica tra quelli della “casta” ed il popolo questuante. Poiché in quello che fu il bel paese si è  “sempre più convinti che non esistano confini fra i propri interessi privati e gli interessi pubblici”. È la nostra diversità antropometrica che mi fa dire di essere ancora nel bel mezzo “dell’inverno del nostro scontento”, tanto per ricordare il bel libro – “L'inverno del nostro scontento” (1961) – che fu l'ultimo romanzo del grande John Steinbeck. Chiude il Suo pezzo Guido Cranz così: Pochi giorni fa Massimo Salvadori ha ricordato la bellissima lettera scritta nel 1944 da un giovane partigiano, Giacomo Ulivi, alla vigilia della sua morte: "Tutto noi dobbiamo rifare (...). Ma soprattutto, vedete, dobbiamo rifare noi stessi". In quella stessa lettera Ulivi aggiungeva: l`inganno peggiore di una "diseducazione ventennale" è stato quello di convincerci della "sporcizia" della politica, e di intaccare così "la posizione morale, la mentalità di molti di noi. Credetemi: la cosa pubblica è noi stessi (...), la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, ogni sua sciagura è sciagura nostra". Ancora una volta, dobbiamo ripartire da qui. Titolo del pezzo trascritto in parte: “L’autunno del disincanto”.