"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 10 giugno 2012

Sfogliature. 4 Habemus papam.


Il post di oggi ripropone di seguito un post che è del 21 di aprile dell’anno 2011 ed è appartenuto alla categoria Se il divino diviene il problema, quando questo blog stazionava su di un’altra piattaforma della rete. Mi va di riproporlo alla luce degli avvenimenti accaduti nella chiesa di Roma. Ha scritto Giacomo Papi – “Il rosario” sull’ultimo numero del settimanale “D” de’ la Repubblica -: (…). Di crisi della fede si parla da decenni. Non ha giovato la sequela di guardie svizzere assassinate, di criminali seppelliti insieme ad altri anonimi scheletri in cripte di pertinenza vaticana, di ragazzine sparite, o violentate a migliaia, la sfilza di banchieri cacciati, cardinali litiganti e corvi gracchianti, non ha giovato il maggiordomo spione e il papa che, all'elezione eccitò le speranze di orde di reazionari, si rivela oggi soltanto un uomo debole e anziano. Qualche mese fa i cardinali del Consiglio per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede, diretti dal segretario di Stato Tarcisio Bertone, hanno diramato una nota in cui eprimono "preoccupazione per la situazione di crisi generale, la quale non risparmia neppure il sistema economico vaticano nel suo complesso.(...)".Non sorprende la “preoccupazione” di quei cardinali di quel tale Consiglio.

Sono stato a vedere l’ultimo lavoro cinematografico di Nanni Moretti, “Habemus papam”. Ci sono andato con lo spirito di un laico, di un non credente. Non poteva essere altrimenti. E devo dire che questa nuova prova di Nanni è stata all’altezza delle aspettative di un laico, di un non credente. Per i credenti sarà stato diverso. Innanzi tutto essa, l’opera in questione, ha fatto vibrare quasi incessantemente il “registro” delle mie emozioni; e quando un’opera creativa, di qualsivoglia natura, riesce a far vibrare quel “registro” è opera indubbiamente riuscita e di valore. E poi: è un’opera cinematografica che tocca con straordinaria levità – nell’accezione piena di “delicatezza, grazia” secondo il Sabatini-Coletti - argomenti difficili assai da trattarsi e che suscitano sempre ed immancabilmente opinioni contrastanti se non ferocemente avverse  – ed in questi giorni se ne sono sentite di già –, se non novelle crociate all’insegna del “dagli addosso al miscredente”, non ritenendosi un’opera cinematografica, settima musa, degna ad indagare gli stati dell’animo anche di un essere umano “toccato” dal Signore. Ma sono convinto che a spingere in certe critiche non sia l’opera visionata in sé stessa ma quella prevenzione che accompagna da sempre la cosiddetta diversità, se non “minorità”, del non credente, non credente così come Nanni Moretti si definisce. Di questo aspetto del vivere (in)civile nel bel paese ne ha scritto magistralmente il professor Gustavo Zagrebelsky alla pagina 85 del Suo “Contro l’etica della verità” – Laterza editore (2008) pagg. 171 € 15,00 -: “(…). L’interlocutore non cattolico, per la Chiesa, è uno che, in moralità e razionalità, vale poco o niente; è uno che le circostanze inducono a tollerare, ma di cui si farebbe volentieri a meno. A ben pensarci, l’amichevole proposta ai non credenti di vivere (almeno) come se Dio esistesse è conseguenza di questo disprezzo. Se ci si confronta con loro, è perché le condizioni storiche concrete non consentono altrimenti. Il dialogo non è questione di convinzione, ma di opportunismo dettato da forza maggiore o da ragioni tattiche, nell’attesa che cambi la situazione. C’è una distinzione molto cattolica fra tesi e ipotesi, una distinzione che consente alla Chiesa i più spericolati adattamenti pratici anche molto distanti dalle sue concezioni del bene e del giusto. La tesi è la dottrina cattolica nella sua purezza; l’ipotesi è quanto di essa le circostanze consentono di realizzare. Il dubbio è che il dialogo, per la Chiesa, sia solo in ipotesi, in vista di tempi migliori, come è per lo stratega (…), che prende tempo e accresce le sue munizioni. (…).” Fine della citazione. Ritorno al film. Giganteggia la figura di Michel Piccoli, che riesce ad umanizzare straordinariamente il ruolo che gli è stato affidato. È Michel Piccoli e la Sua figura di papa ad avere fatto vibrare il “registro” delle mie emozioni e ad avermi fatto pensare a quello straordinario lavoro letterario che è “L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone. Un accostamento inevitabile. L’appena eletto papa di Nanni ha l’aspetto bonario di un padre, anzi del “padre” tout-court, così come anche un non credente si augurerebbe d’incontrare. È, il papa di Nanni Moretti, l’uomo moderno che avverte la complessità del mondo odierno; è, il papa di Nanni Moretti, l’uomo moderno con le sue contraddizioni e le sue ansie per un messaggio religioso, del quale è portatore, che stenta ad entrare in sintonia con la vita vissuta, messaggio che crea spesso una cesura tra la propria appartenenza confessionale ed il proprio stare nel mondo complesso qual è divenuto oggigiorno. Ed avviene che, al manifestarsi del suo tentennamento a divenire il successore di Pietro sull’alto soglio, nell’imbarazzo dei potenti porporati del palazzo, nello sconforto che il suo tentennamento induce negli animi più semplici che lo circondano, egli si accordi un tempo per una necessaria “scansione” del suo animo e, contrariamente a quanto il palazzo ingenuamente pensa, riesce a sfuggire ai preposti alla sua sorveglianza ed invece di rinchiudersi a pregare, come lo si vuole immaginare, si avventura nella città vissuta, nelle sue caotiche strade, ne scruta le pieghe più riposte e solo così trova, alla fine, una risposta, anzi la risposta convinta che gli spiana il passo al grande “rifiuto”. È nel mondo che vive, anziché in un “pregare” solitario e lontano dal mondo che vive, che il papa di Nanni trova la forza per sostenere coscientemente l’inadeguatezza della sua persona. Un messaggio forte, che chiama in causa e rende “relative” e più in sintonia col tempo tesi e prassi di un “credo” che resiste affannosamente allo scorrere impietoso del tempo. Straordinario. “Rifiuto l'appellativo di ateo” scrive il professor Galimberti nella Sua riflessione che ha per titolo “Metodo catechistico e metodo socratico”, riflessione pubblicata sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica”, che di seguito trascrivo in parte. Ed ancora si chiede il professor Galimberti: “Dove abita la verità? Nella dottrina o nell'uomo?”. Ecco, il papa di Nanni Moretti trova la “sua” verità andando in giro tra gli uomini, per le strade del mondo, come fece anche l’uomo di Nazareth che non creò chiesa alcuna. “Dove abita la verità? Nella dottrina o nell'uomo? Rifiuto l'appellativo di ateo (…). Collocare coloro che regolano i propri pensieri e la propria vita seguendo i percorsi dischiusi dalla sola ragione in quella definizione privativa che li definisce a-tei o non credenti significa confermare la posizione di quanti ritengono che il modo giusto di essere uomini è quello di chi crede in Dio, e continuare a dar credito in tal modo a quell'antica e impropria tradizione medioevale e rinascimentale che identificava l'uomo col cristiano, aprendo così le porte all'intolleranza quando non ai massacri di chi cristiano non era, come l'impresa di Colombo in America testimonia. Ci ricorda infatti Ernesto Balducci ne La terra del tramonto (Edizioni Cultura della Pace) che gli indigeni dell'America latina erano più di sette milioni all'arrivo di Colombo, saranno appena 15.600 sedici anni dopo. Non conosco l'episodio dei bersaglieri che, dopo Porta Pia fecero entrare a Roma un carro carico di bibbie in italiano, proibite da Pio IX che le definiva blasfeme traduzioni. Però la (…) ipotesi che la Chiesa di allora preferisse l'ignoranza del popolo alla sua acculturazione è testimoniata da una lettera del 3 gennaio 1870 inviata da Pio IX a Vittorio Emanuele II in cui il pontefice scrive: - Vi unisco poi la presente per pregarla a fare tutto quello che può affine di allontanare un altro flagello, e cioè una legge progettata, per quanto si dice, relativa alla istruzione obbligatoria. Questa legge parmi ordinata ad abbattere totalmente le scuole cattoliche e soprattutto i Seminari. Oh quanto è fiera la guerra che si fa alla Religione di Gesù Cristo! Spero dunque che la V. M. farà sì che in questa parte almeno, la Chiesa sia risparmiata. Faccia quello che può, Maestà, e vedrà che Iddio avrà pietà di Lei. Vi abbraccio nel Signore. Pio PP. IX -. Non bisogna scandalizzarsi per queste parole e neppure considerarle figlie di quel tempo, ma piuttosto iscriverle nella concezione della Chiesa che si considera depositaria della verità assoluta, la quale deve essere semplicemente trasmessa a quei vasi vuoti da riempire (vasum receptionis, dice Paolo di Tarso) che sono le menti degli uomini. Questo metodo che possiamo definire catechistico è l'esatto opposto del metodo inaugurato da Socrate, il quale riteneva che la verità fosse presente in ogni uomo in modo confuso distorto e approssimativo, e come tale bisognosa di essere ripulita dalle persuasioni personali e soggettive, in modo da proporsi solida e fondata su solide argomentazioni oggettive. Naturalmente il metodo socratico rivela una fiducia nell'uomo, pensato come depositario anche confuso della verità, che il metodo catechistico rifiuta, relegando la verità in un corpo dottrinale di cui solo il Magistero è depositario. Pio IX, quindi, non commette errori figli del tempo ma, in quanto pontefice della Chiesa, è perfettamente coerente con la sua dottrina.”

domenica 3 giugno 2012

UominieDio. 3 L'assassino siede alla destra del suo Dio.


(…). …da secoli l'Italia si è conquistata nel mondo una grande fama come patria dei veleni. Chiedere per conoscenza all' inventore del Rinascimento italiano, lo storico Jacob Burckhardt, o a Stendahl, quell'Arrigo Beyle milanese appassionato lettore delle antiche cronache italiane. Nell' Italia del Rinascimento, secondo Thomas De Quincey, il veneficio conferì all'assassinio la raffinatezza di un'opera d'arte: da allora in poi chi ricorre al pugnale o alle armi da fuoco è come chi preferisce una rozza riproduzione al capolavoro originale. È un fatto che da noi, in Italia, le lotte per il potere, per l'amore, per la gloria, hanno mostrato una decisa predilezione per le vie sottili e tortuose degli intrighi e dei venefici evitando la prova di forza a viso aperto, la violenza semplice e brutale. È noto che il veleno come opera d'arte conobbe la sua massima raffinatezza e il più intenso uso nella corte papale: celebri fra tutti i casi dei Borgia, che fecero sistematicamente uso di quei mezzi e lasciarono a Lucrezia, che fu in tutti i sensi la donna di famiglia, la discutibile eredità di una fama sinistra, non cancellata dalle tardive pratiche devote. L'arte del veleno fu dunque una invenzione tutta italiana, una «abominable innovation from Italy», scrisse De Quincey. Strumento prediletto delle congiure, i principi rinascimentali italiani le dedicarono la stessa cura che altri sovrani europei investivano allora nell'organizzazione di eserciti e flotte. E se lo zio di Amleto non era un italiano, William Shakespeare apprese molto dall'Italia, come si conveniva al supremo artista del teatro del potere. L'arte poi declinò ai tempi dell'incipiente borghesia, involgarendosi a strumento di gelosie d'amore e di inferni domestici. Ma una volta identificati e classificati i preparati mortali nei laboratori di polizia cominciò a languire il fascino sinistro del veleno: quello di una morte che arriva a destinazione, spedita da mano lontana, strisciando come il serpente nascosto nel giardino dell'Eden. La possibilità di sbarazzarsi dell'avversario senza lasciare tracce ha sempre aguzzato gli ingegni. È per questo che, nel declino della morte per veleno (che tuttavia esiste), ne è rimasta immortale l'idea e si è ripresa la ricerca. C'era bisogno di qualcosa di nuovo. E ancora una volta è stata l'arte italiana a trovare la risposta, rinverdendo la sua antica perizia nelle invenzioni abominevoli, il suo gusto impareggiabile per la scelta di astuzie coperte al posto della violenza palese e dello scontro sul campo. Oggi il veleno che uccide non è un artificio segreto: è una cosa che sta sotto gli occhi di noi tutti, come la lettera smarrita di un celebre racconto di Edgar Allan Poe. Basta una carticella, un documento adeguatamente ritoccato e cucinato, non importa se falso o autentico, meglio se misto di verità e di invenzione: lo si tiene in serbo per usarlo al momento opportuno. Lo si inocula nella forma più pubblica e clamorosa possibile, via Internet, sulla stampa quotidiana, in televisione. Più si domina il campo dell'informazione meglio è. L'opinione pubblica diventerà il portatore sano del veleno spedito alla vittima designata. Da quel momento in poi basterà aspettare. Il destinatario potrà avere reazioni diverse: accasciarsi e sparire in silenzio, (…), reagire con ira e con clamore, (…). Non importa. L'effetto è sicuro. La vittima designata assorbirà il veleno e subirà gli effetti letali della gogna mediatica rilasciata a dosi quotidiane tanto più rapidamente quanto più rigido sarà il suo senso dell'onore, più forte la sua sensibilità all'esposizione della propria immagine pubblica. Ma prima o poi si leverà di mezzo o altri lo convinceranno a farlo. Questa almeno è ciò che spera il mandante, che intanto si manterrà lontano, silenzioso e apparentemente estraneo alla vicenda. Ai nuovi canoni si sono dovuti adeguare le formazioni o i raggruppamenti degli umani che operino nelle verdi contrade del bel paese. E lo ha fatto la politica. Lo ha fatto pure quella che passa per la chiesa di Roma. Che continua la “sua” “missione politica” con i mezzi propri della politica secolare. È solo un ricordo lontano assai la pratica venefica della Lucrezia citata en passant da Adriano Prosperi nel Suo pezzo “L’arte del veleno un’invenzione italiana”, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 28 di settembre dell’anno 2010, che ho appena trascritto in parte. I veleni oggigiorno si inoculano per altre vie, come la storia irrisolta, al momento, dei “corvi vaticani” insegna. È che quella chiesa è rimasta prigioniera della sua storia più tenebrosa. Dichiara don Andrea Gallo nella intervista rilasciata a Fabrizio d’Esposito de’ “il Fatto Quotidiano” – intervista che ha per titolo “Ratzinger è debole, comanda l’Opus Dei” -: (…). - Sono un prete da oltre 52 anni e sai perché? Perché ho aderito a Gesù e alla Chiesa, pensa un po’. Mi chiamano contestatore ma io non contesto nulla. Ho avuto cinque cardinali arcivescovi e accetto la correzione fraterna. Non me ne vado ma non taccio  -”.(…).
I classici giochi di Curia si sono trasformati in una guerra senza precedenti. - Vent’anni fa conobbi un monaco di cui non faccio il nome perché è vivo e scrive libri. Era un importante dirigente vaticano. Gli chiesi: “Come va a Roma? ”. Lui mi rispose: “Roma è una sede vacante, governa l’Opus Dei” -.
La prelatura fondata da Josemaria Escrivà, oggi santo. - Ho rivisto il monaco due anni fa e gli ho fatto un’altra domanda: “È sempre valido quello che mi dicesti? ”. Mi ha fatto un sorriso bellissimo e mi ha detto: “È ancora valido”. Uno dei tre inquisitori che indagano è il cardinale Casado, allievo di Escrivà. Il vero problema della Chiesa è una grande crisi di leadership. (…). –
Un papa debole. – (…). La Controriforma è continuata e Roma è rimasta cieca e sorda di fronte ai fedeli. Ci sono pilastri dogmatici che nulla hanno a che vedere con la Bibbia -.
La casa di Dio invasa dal fumo di Satana. - Quando sento dire che il vento diabolico soffia sulla casa di Dio mi chiedo: ma chi è questo Dio che abita in Vaticano? È quella la vera casa di Dio? La Chiesa però è sempre gloriosa. Ed è “semper reformanda” -.
Uno dei punti del Concilio Vaticano II. - Concilio significa confronto non arroganza del ministero ed esclusione dalla comunione. Ratzinger ha sfiorato l’eresia nell’omelia dell’ultimo Giovedì Santo, rispondendo all’appello dei teologi tedeschi -.
Chiusura netta. - Ha negato l’ordinazione femminile perché non c’è alcuna indicazione in merito da Nostro Signore, ha detto. Ma allora il Signore ha dato indicazioni più precise per fondare lo Ior? Poi ha citato un’enciclica del Beato Giovanni Paolo II che “irrevocabilmente nega” il sacerdozio femminile. Hai capito? Giovanni Paolo II era una persona sulla terra non Dio eppure ha il potere di negare irrevocabilmente -. (…).
Colpa degli scandali, dalla pedofilia alle lotte di potere? - Aggiungo l’obbligo del celibato. Ma la Chiesa siamo noi e dobbiamo salvarla, come ha scritto nel suo ultimo libro il grande teologo Hans Kung. Il Vaticano è il nuovo Vitello d’oro. Finirà che da disubbidiente divento teologo -.

Mi fa un certo effetto ancora e mi scorre come un brivido improvviso lungo la schiena rileggere, dopo anni ed anni, la brevissima lirica del poeta e musicista Ivan della Mea (1940-2009), lirica pubblicata sul quotidiano l’Unità del 27 di settembre dell’anno 2001 che ha per titolo “L'assassino siede alla destra del suo Dio”. La trascrivo di seguito in parte.

(…). Il dio di Cortez e di Pisarro era un dio genocida sì e il mio cuore ancora cerca i suoni di un “ condor pasa” libero su Ande libere.

Il dio del generale Custer era un dio idiota, e presuntuoso e assassino sì e il mio cuore è ancora sepolto a Wounded Knee.

Il dio di Hitler era un dio sterminatore sì e gemello del dio Stalin e il mio cuore ancora non trova pace tra i campi di sterminio nazisti siccome tra i ghiacci dei gulag siberiani.

Il dio di Osama Bin Laden è un dio sanguinario sì e il mio cuore smarrito cerca ancora di ritrovarsi e di capirsi tra le macerie delle Twin Towers. (…).

Quell’assassino siede sempre alla destra del suo dio. Non è stato ancora scacciato dal tempio del Signore. Perché? Fino a quando?

venerdì 1 giugno 2012

Storiedallitalia. 15 L’allievo di Prodi folgorato da Bossi.


Ha dichiarato l’imprenditore Maurizio Zamparini a www.sportnews.eu: «Monti dice solo delle stupidaggini. Dovrebbe pensare prima di parlare. Prima di dire che bisogna “chiudere” il gioco del calcio, dovrebbe pensare ai suoi problemi e a tutto quello che sta distruggendo e facendo chiudere lui con i suoi provvedimenti. Monti inoltre non si rende conto che, se chiude il calcio, chiude anche lo Stato perché verrebbero meno più di 900 milioni di euro di tasse all’anno. Per questo dico che dovrebbe pensarci bene prima di dire certe cose. (…). 2-3 anni dovrebbe essere sospeso il calcio? Ma 2-3 anni sospenderei Monti e il parlamento. Il calcio coinvolge milioni di persone, per alcune decine di responsabili vuole fermare il calcio? Lui che non ha mai ripianato un bilancio con i soldi di contribuenti, sento amici che chiudono le aziende dopo 40 anni di lavoro, e quello va a demonizzare il mondo del calcio. Incapace e ignorante! La sua è stupida demagogia». Bene. Anche la mafia contribuisce al Pil del bel paese. Anche le “morti bianche” sono un amaro tributo al Pil del bel paese. Anche il lavoro sommerso o pagato in nero. Per tale motivo bisognerebbe conviverci, per come suggerito “lunardianamente” in passato? Ma che discorsi sono? Chi delinque delinque e non ha alcun merito, neanche fiscalmente parlando. Punto. È questo il bel paese che ci siamo ritrovati dopo un quindicennio abbondante del signor B e dintorni. A questo punto propongo una lettura che ha dello straordinario. La ricavo da “il Fatto Quotidiano” del 30 di maggio a firma di Giorgio Meletti. Tanto per riquadrare o inquadrare il tutto. Mi capita spesso, interloquendo con carissimi amici in quel di ******, di rimproverare loro un certo “vezzo” da intellettualoidi per il quale la “mafia” e le altre cortigianerie delinquenziali hanno rappresentato un “antistato” accettabile poiché  esso si procurava di creare ricchezza e distribuire stipendi e garanzie economiche e/o d’altro genere. Interloquendo con essi mi è parso giusto dissentire, anche fortemente od aspramente, per un “vezzo” che rendeva complici del malaffare che attanaglia intere regioni del bel paese, dal Nord industrializzato al Sud un tempo agricolo ed ora ridotto ad una sacca di pubblica sussistenza. Non sono per nulla convinto che il mio discorso abbia avuto interessati ascoltatori. Titolo della lettura proposta: “L’allievo di Prodi folgorato da Bossi”, quello inquisito, caso recente, per le disavventure della Banca Popolare di Milano. Uno specchio dell’Italia rampante.

Massimo Ponzellini è nato ricco, ma ricco veramente. Sua padre, Giulio, era il facoltoso imprenditore che sostenne a Bologna la nascita del Mulino e della scuola economica di Nino Andreatta prima e Romano Prodi poi. Sua madre è Marisa Castelli dell’Anonima Castelli, colosso dei mobili per ufficio. Poi si è sposato con Maria Segafredo della famiglia del caffè. “Da ragazzo avevo diverse Ferrari, adesso ne ho una sola”, spiegava un anno fa a un’attonita Daria Bignardi per descrivere la sobrietà raggiunta con i 60 anni. Corpulento, chiacchierone, fiero del suo dongiovannismo, Ponzellini merita un posto nel Pantheon dell’Italia in declino. Nato prodiano, è diventato un simbolo dello spirito del tempo berlusconiano. Al suo attivo alcuni record, tra cui quello di aver insegnato all’Università Bocconi senza essersi mai laureato. Un testimonial dell’Italia dove studiare non serve a niente se sei pieno di amicizie. Ed eccolo ventottenne, già amministratore delegato nell’azienda del padre, che però non è contento di lui e chiede al giovane professore Romano Prodi di fargli fare qualcosa di utile per sé e magari per il prossimo. Prodi, nominato ministro dell’Industria, se lo porta a Roma come assistente. È il novembre del 1978, Aldo Moro è stato ucciso dalle Br appena sei mesi prima, ma Ponzellini non si fa scrupolo di arrivare sotto il ministero, in via Veneto, sgommando in Ferrari. Segue poi Prodi all’Iri dove fa una certa carriera. Quando il Professore viene fatto fuori, e sostituito con l’andreottiano Franco Nobili, Ponzellini deve cambiare aria, e si piazza a Londra, nella nascente Bers, la banca europea per la rinascita economica dell’Est Europa. Ponzellini solennizza il momento comprandosi la Bentley, preferibile alla Rolls Royce, spiegherà in seguito, perché te la guidi da solo mentre la Rolls senza autista è improponibile. A Londra il giovane banchiere rileva un certo traffico. Si sposta poi alla Bei, Banca europea per gli investimenti, dove resta fino al 2003 come vice presidente e amministratore delegato. Come molti cervelli in fuga, Ponzellini prepara il ritorno in Italia. La sua rete di relazioni si infittisce. Nel 2001 è tra gli azionisti della nuova Unità riportata in edicola da Furio Colombo e Antonio Padellaro, e affianca la campagna elettorale di Francesco Rutelli candidato premier. Vince Berlusconi, e allora Ponzellini decide (e dichiara, perché l’uomo è schietto) che quelli come lui, che vogliono bene all’Italia, devono stare vicini a chi vuole il bene del Paese. Per esempio, Silvio Berlusconi. Per esempio Luigi Bisignani. Ma anche e soprattutto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Che nel 2002 gli affida la neonata Patrimonio Spa, che deve censire e dismettere gli immobili pubblici. Se oggi tra gli obiettivi del governo Monti c’è ancora il miraggio di vendere un po’ di beni demaniali il merito è tutto di Ponzellini che non ha combinato niente. Però il banchiere senza laurea piace a Tremonti, che lo promuove alla guida del Poligrafico dello Stato. Veloce nei movimenti, sia geografici che politici, Ponzellini comincia a fare acrobazie. Tra una barzelletta, un affare e un complimento alla bellezza di passaggio, diventa nel 2007 anche presidente dell’Impregilo, la più grande società di costruzioni italiana, in crisi nera dopo la gestione Romiti. Si affida a lui il gruppo Gavio, che è in ottimi rapporti con il presidente della provincia di Milano Filippo Penati. Ponzellini finisce indagato per un finanziamento a Faremetropoli, l’associazione di Penati, ma sostiene di non saperne niente. Da berlusconiano, il ragazzo vuole rimanere anche prodiano, tanto che il Professore si stufa e affida al portavoce Silvio Sircana una feroce lettera al Corriere della Sera: chiede di non scrivere più che il banchiere “è vicino” a Prodi, perché i due sono solo vicini di casa a Bologna, per cui “sarebbe più opportuno parlare di vicinato e non di vicinanza”. Ponzellini però è oltre. Riscopre le origini varesine della famiglia e diventa amico di Umberto Bossi, “persona per bene”. Fa l’accordo con la Cisl di Raffaele Bonanni e i dipendenti della Banca popolare di Milano lo eleggono presidente, nel 2009. Bossi dice che Ponzellini è un suo uomo. Alla domanda se preferisca la compagnia di Bossi o di Prodi, il ragazzaccio dice che è come chiedere se preferisci stare a casa con i genitori o al bar con gli amici. Prodi è il padre palloso, Bossi l’amico scoppiettante. Gusti. Però alla fine dalla Bpm lo cacciano e Ponzellini si trova sotto indagine per la storia che ieri l’ha portato agli arresti domiciliari. Ma ha di che consolarsi. Il presidente Napolitano proprio l’anno scorso l’ha fatto cavaliere del Lavoro. E perché no?