"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 22 settembre 2019

Letturedeigiornipassati. 46 «Mi chiamo Gertrude Pasqualetto, a 15 anni sono entrata in filanda».


Tratto da “Il lavoro misurato in ore” di Giacomo Papi pubblicato sul settimanale D del 22 di settembre dell’anno 2012: "Mi chiamo Gertrude Pasqualetto. Nel 1937, a 15 anni, sono entrata in filanda. Mio papà non voleva, diceva che era meglio se aiutavo la mamma, ma le mie amiche eran tutte lì. Per me era una festa. Prima di andar dentro, nel porticato, se cantava tanto tanto e se ballava. Ma anche dentro era un coro, tutte 'ste ragazze e 'ste donne in quella sala lunga che cantavan Faccetta nera e le canzoni della radio...". La filanda Romanin-Jacur di Salzano, Venezia, fu costruita nel 1872 da una famiglia ebrea padovana, e fu chiusa dalle leggi razziali e dalla guerra. Era all'avanguardia. Smise di produrre per sempre negli anni Cinquanta. "Eravamo 150 donne suppergiù", ricorda Gertrude, "e c'eran solo tre uomini, el diretòr, el machinista e el foghista. Io facevo la filatrice sulla bacinella dove c'erano i bozzoli, a quintali". Le filande furono le prime fabbriche ad attirare le donne fuori di casa, al lavoro, furono i laboratori in cui l'agricoltura diventò fabbrica, il raccolto salario, e il tempo vecchio, ciclico e lento, scandito da ombre solari, fasi lunari e stagioni, fu colonizzato, misurato spezzato scandito ritmato, in modo che la quantità di merce prodotta in ogni singola unità di tempo potesse essere verificabile e si sapesse, sempre, se si stava lavorando abbastanza. I canti, si sa, servono anche a non perdere il ritmo. "Sì, c'era l'orologio là in sala", ricorda Gertrude, "e la campana, "la cuca", ma non mi ricordo bene dei tempi. So solo che ero sempre l'ultima a entrare". Un libretto del Ministero dell'Agricoltura e Commercio del 1901 - Statistica degli scioperi nell'anno 1899 - elenca proteste ovunque, quell'anno, di donne in filanda. A Piazzola sul Brenta, ad Arzignano, perfino nell'impianto modello Romanin-Jacur: "Un giorno siamo rimaste a casa anche noi", ricorda Gertrude. I padroni cedevano quasi sempre. E cedevano subito. Ma perdevano le battaglie per vincere la guerra, una guerra non dichiarata, soltanto intuita: la guerra del tempo. Quella grazie a cui si affermò un principio che ci grava ancora addosso, come un anacronistico padrone interiorizzato. È l'idea per cui il lavoro debba essere non soltanto pesabile, ma anche cronometrabile. C'è un appunto di Gafyn Llawgoch, l'anarchico gallese che dice: "La fabbrica è una macchina del tempo". Significa che l'industria mise a punto l'equazione tra tempo e fatica. Che aveva senso per bachi e bulloni. (…).

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