"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

giovedì 28 febbraio 2013

Strettamentepersonale. 8 “Doxy” e mio padre.



Mi “inerpico” per l’irta e tortuosa scrittura che la storia che vi voglio raccontare m’impone. È come percorrere, ansioso ed ansante, lo stretto sentiero di un alto crinale con la certezza di sprofondare in un orrido qualora l’irriverenza o la sconvenienza di essa – la scrittura, intendo dire – mi prendessero la mano. È che è sempre difficile parlare, e tanto meno scriverne, di tutto ciò che afferisce alla sfera della corporalità degli umani. Ma la storia che vi voglio raccontare rappresenta per me molto di più di un fatto accaduto e che si ha voglia di rievocare. È una storia personale, di quelle che solo a ripensarci, dopo anni ed anni, la nostalgia, se non un magone profondo, ti assalgono lasciando dentro il dolce ricordo di quel tempo e l’amaro di quel qualcosa o di quel qualcuno che non ci sono più. Nel caso, di un caro, carissimo ed indimenticato qualcuno. Sono ritornato a quelle memorie, a quei carissimi, dolcissimi ricordi, dopo aver conosciuto “DOXY”. “Doxy”? Chi è costui? M222; 1167; PA; Lav 01; Col. 099, recita l’etichetta ad esso appesa. È semplicemente un pantalone, di quelli a taglio moderno – “slim fit” -, studiato e realizzato su di un modello tridimensionale – per come recita l’etichetta – di straordinaria vestibilità. Ho conosciuto da poco il modello “DOXY” e ne sono rimasto conquistato. Perché vi parlo di “DOXY”? Poiché è il pantalone “DOXY” che mi ha fatto tornare alla mente la storia che vorrei raccontare. Si era agli ultimi anni di vita del mio caro papà. Soleva consegnarmi con grande pudicizia le sue confidenze ed un giorno ebbe a dirmi delle difficoltà, all’atto della minzione, dovute alla “patta” dei suoi pantaloni non più con i tradizionali bottoni ma chiusa con una moderna “lampo”. Pantaloni con patta senza bottoni; una difficoltà in più per una naturale funzione. Al tempo mi sembrò essere la sua confidenza più che altro un problema legato essenzialmente alla sua età. Sbagliavo. Poiché, avanzando anch’io negli anni e raggiunta con successo una buona età, ho potuto constatare quanto di vero contenesse quella cara, carissima confidenza del mio papà. Un groppo ancor’oggi mi stringe alla gola. “DOXY”, però, ha risolto il mio problema. Se fosse ancora tra di noi avrebbe risolto anche il problema del mio caro papà. Poiché progettato e realizzato su di un modello tridimensionale? Non lo so. So solamente di starci molto meglio dentro. Meglio che con gli altri pantaloni con la patta chiusa con la “lampo”. Non cercherò la patta con i bottoni, come avrebbe voluto fare il mio papà. Introvabili allora. Mio padre custodiva con nostalgia il ricordo del suo sarto. Dove sono finiti i sarti? La storia che ho raccontato ve la ho raccontata per introdurvi alla lettura di una riflessione di Giacomo Papi – pubblicata su il settimanale “D” del 21 di gennaio dell’anno 2012 , “Le mani dei sarti” -  che di seguito trascrivo in parte. Scrive, in chiusura della Sua riflessione, Giacomo Papi: Non è un caso, come racconta Paul Henry Nystrom in Economics in fashion (New York, 1928), che la prima produzione industriale di abiti - iniziata intorno al 1830 - riguardò categorie non libere di scegliere. Per primi vennero i marinai, ma la produzione per i civili iniziò dieci anni dopo, quando qualcuno pensò di produrre vestiti per gli schiavi delle piantagioni di cotone degli Stati del Sud. Non sono rimaste fotografie. A nessuno poteva venire in mente di fotografare gli schiavi, a quei tempi. Anche il mio papà, divenuto vecchio, non è stato più libero di scegliere il pantalone con la patta con i bottoni. La nota “jeanseria” M*** non aveva ancora prodotto “DOXY”.

(…). Quale funzione identitaria e sociale svolgono i vestiti? E perché le firme attirano tanti pellegrini? In che cosa consiste di preciso il piacere di comprare? Sotto la crosta della civiltà sopravvive la preistoria. La moda è solo una variazione dell'uguale. È un errore imputare ai tempi che corrono i comportamenti di massa che si diffondono solo perché soddisfano bisogni primordiali. La varietà, la ricchezza e l'eleganza degli abiti - esattamente come le cicatrici o i tatuaggi rituali all'interno di una tribù - mostrano il successo con cui chi li indossa vive dentro la propria società. Le firme degli stilisti sono fossili di qualcosa che è scomparso. Come i vip sono ciò che rimane dei santi, il logo è la traccia del sarto, della mano dell'uomo che resiste nonostante la macchina. Fare shopping è prendere oggetti, riempire cesti o carrelli e portarseli a casa. Per questo ci piace. È ripetere i gesti degli antichi cacciatori e pescatori senza più far fatica, senza più attesa, senza più rischiare di fallire e avere fame. Lo shopping ci rassicura sulle nostre possibilità di sopravvivere perché è una replica disidradata e stilizzata delle attività più elementari dell'uomo, dei nostri più antichi lavori. E la moda, nell'era industriale, è intimamente connessa al lavoro. Ogni abito, oggi, è una divisa.

lunedì 25 febbraio 2013

Cosecosì. 44 “I preti giusti”.



Scrive Curzio Maltese sull’ultimo numero – 22 di febbraio 2013, “La tangentopoli bis di un paese ipocrita che sa solo assolversi” - del settimanale “il Venerdì” di Repubblica: (…). Il primo luogo comune è che sia tutta colpa della casta. Un manipolo di politicanti piovuti da Marte e non eletti da nessuno che ogni volta, all’insaputa del popolo, s’impadroniscono della cosa pubblica e la depredano. Questa spiegazione gode di enorme successo presso un popolo abituato da secoli a elemosinare un ego te absolvo. La verità meno gloriosa è che in Italia esiste una cultura della legalità debolissima, un terzo dell’economia in nero, vaste zone controllate dalle mafie e un quaranta per cento d’italiani che non pagano le tasse alle spalle degli altri. Perché mai dovremmo esprimere una classe dirigente di rigore calvinista? Il sistema è corrotto, di conseguenza gli individui. (…).  Scrivo queste poche righe ad urne ancora aperte – sono le 14,50 -. Poi sarà un profluvio di parole, un bla bla bla assordante e debordante che ci sommergerà per giorni e giorni, con un crescendo di confusione indotta nei pensieri che solo un inequivocabile risultato elettorale potrebbe evitarci. Sarà possibile sperare in quest’ultimo scenario auspicato ed invocato? Leggendo la prosa di Curzio Maltese è vana speranza. Ma una speranza inattesa si è accesa al ricevimento di una e-mail del carissimo fra’ Nazareno, il contenuto della quale propongo di seguito dopo aver operato un necessario intervento per contenerne le inutilità propagandistiche della scrivente. È la cronaca di una corrispondenza tra una senatrice uscente e riproposta alla carica ed uno dei tanti “preti giusti” che ancor oggi è possibile rintracciare nelle sperdute contrade italiche. Un “prete giusto” che oppone anch’egli “un gran rifiuto” che è cosa ben diversa assai dall’ultimo “gran rifiuto” avvenuto nei sontuosi palazzi del potere clericale. Un rifiuto da “uomo libero”, molto più libero del dimissionario vescovo di Roma, avendo opposto il “gran rifiuto” a quel potere secolare al quale la congrega di quel palazzo ha offerto, per lustri e lustri e ad ogni pie’ sospinto, riconoscimento e comprensione al prezzo di innominabili baratti. La lettera di don Gianfranco Formenton, prete, illumina come d’incanto – per quanto tempo ancora prima della disillusione? - un’attesa postelettorale sull’esito della quale il “pessimismo della ragione” lascia pochissimi spazi per scenari che siano diversi. È anche con il concorso della  “chiesa” di quei “preti giusti” che un rinnovamento etico potrebbe essere ancor possibile nel bel paese

Perugia, 8 febbraio 2013

Gentile Parroco, mi sono decisa a scrivere questa lettera ai pastori del popolo cristiano dell’Umbria perché, dopo cinque anni trascorsi in Senato, so con certezza che nei primi mesi della prossima legislatura dovranno essere affrontati in Parlamento parecchi argomenti che riguardano temi etici importanti e delicatissimi. Mi riferisco, tra le altre, alle disposizioni sul “fine vita” (chi non ricorda il caso Englaro), alla legge sul matrimonio per le coppie omosessuali, all’adozione di bambini nelle stesse coppie omosessuali, alle problematiche sull’uso degli embrioni, all’apertura all’aborto eugenetico (che, di fatto, si va già diffondendo). Sui temi etici (…), a differenza di altri partiti, il PdL è stato sempre unito e coerente, perché composto da molti cattolici e da altri che si definiscono ‘laici adulti’, la cui formazione culturale e politica è in ogni caso improntata al rispetto di tutti i valori non negoziabili. (…). È necessario che nel futuro Parlamento ci sia un numero di persone sufficienti a non far passare leggi contro la famiglia, l’uomo e la sua vita. Io mi sono impegnata e mi impegnerò in questo senso. Per questo chiedo anche il Suo sostegno e ringrazio per tutto quello che riterrà di fare. Devotamente saluto, A** U***** candidata PdL al senato.

Spoleto 12 febbraio 2013

Gentile Senatrice, ho ricevuto la sua lettera “ai pastori del popolo cristiano dell’Umbria” e ho deciso di risponderle in quanto “pastore” di una parte di questo popolo al quale recentemente il Card. Bagnasco ha raccomandato, dopo alcune eclatanti ed astrali promesse elettorali, di non farsi “abbindolare”. Vedo che nella sua lettera lei parla in gran parte dei cosiddetti “temi etici” che lei riferisce unicamente ai luoghi comuni che tutti i politici in cerca di voti e consensi toccano quando si rivolgono ai cattolici: il fine vita, le unioni omosessuali, gli embrioni, l’aborto… (…). Ma rivolgendosi ai “pastori del popolo cristiano” lei dovrebbe ricordare che tra i valori non negoziabili nella vita, nella vita cristiana e soprattutto in politica entrano tutta una serie di comportamenti di vita, di etica pubblica e di testimonianza sui quali non mi sembra che il partito di cui lei fa parte né gli alleati che si è scelto siano pienamente consapevoli. Sarebbe bello stendere un velo pietoso su tutto ciò che riguarda il capo del suo partito sul quale non credo ci siano parole sufficienti per stigmatizzarne i comportamenti, le esternazioni, le attitudini pruriginose, le cafonerie, le volgarità verbali che costituiscono tutto il panorama di disvalori che tutti i pastori del popolo cristiano cercano di indicare come immorali agli adulti cristiani e dai quali cercano di preservare le nuove generazioni. Sarebbe bello ma i pastori non possono farlo perché lo spettacolo indecoroso del suo capo è stato anche una vera e propria “modificazione dei valori di fondo della nostra società” (come lei dice) operata anche grazie allo strapotere mediatico che ha realizzato una vera e propria rivoluzione (questa sì che gli è riuscita) secondo la quale oramai il relativismo morale, tanto condannato dalla Chiesa, è diventato realtà. (…). Un’idea di vita irreale ha devastato le coscienze e i comportamenti dei nostri giovani che hanno smesso di sognare sogni nobili e si sono adagiati sugli sculettamenti delle veline, sui discorsi vacui nei pomeriggi televisivi, sui giochi idioti del fine pomeriggio e su una visione rampante e  furbesca della politica fatta di igieniste dentali, di figli di boss nordisti, e pregiudicati che dobbiamo chiamare onorevoli. Oltre a questo lei siederà nel Senato della Repubblica insieme a tutta una serie di personaggi che coltivano ideologie razziste, populiste, fasciste che sono assolutamente anti cristiane, anti evangeliche, anti umane. Mi consenta di dirle francamente che il Vangelo che i pastori annunciano al popolo cristiano non ha nulla a che vedere con ideologie che contrappongono gli uomini in base alle razze, alle etnie, alle latitudini, ai soldi… e, mi creda, mentre nel Vangelo non c’è una sola parola sulle unioni omosessuali, sul fine vita e sull’aborto… sulle discriminazioni, sul rifiuto della violenza e su una visione degli altri come fratelli e non come nemici ci sono monumenti innalzati alla tolleranza, alla non violenza,  all’accoglienza dello straniero, al rifiuto delle logiche della furbizia e del potere. Mi dispiace, gentile senatrice, ma non riterrò di fare qualcosa né per lei, né per il suo partito, né per i vostri alleati, anzi. Se qualcosa farò anche in queste elezioni questo non sarà certo di suggerire alle pecorelle del mio gregge di votare per quelli che mi scrivono lettere esibendo presunte credenziali di cattolicità. Mi sforzerò, come raccomanda il cardinale, di mettere in guardia tutti e di non farsi abbindolare da certi ex-leoni diventati candidi agnelli. Se le posso dare un consiglio, desista da questa vecchia pratica democristiana di scrivere ai preti solo in campagna elettorale e consigli il suo capo di seguire l’esempio fulgido del Papa. Sarebbe una vera opera di misericordia nei confronti di questo popolo. don Gianfranco Formenton

venerdì 22 febbraio 2013

Cronachebarbare. 6 “Freud ed il fantasma populista”.

C’è un passaggio nella riflessione del professor Massimo Recalcati – pubblicata sul quotidiano la Repubblica col titolo “Da Freud al Cavaliere il fantasma populista” - la lettura parziale della quale propongo nell’attesa di questa tornata elettorale –, c’è un passaggio dicevo che mi ha colpito nel profondo poiché con esso ho preso coscienza della condizione di minorità nella quale una grossa fetta del corpo elettorale si è sentita ricacciata nel corso della propaganda elettorale. Una condizione di minorità che Massimo Recalcati, psicoanalista di scuola lacaniana, stigmatizza laddove scrive che “Freud vedeva nella pulsione gregaria la tendenza degli uomini a ricercare rifugio, protezione riparo dalla solitudine della libertà e dalla responsabilità individuale che essa comporta”. Ecco il punto: aver paura della libertà, voler sfuggire ai dettami che la libertà della e nella democrazia consente, garantisce ed in certa misura impone chiamando tutti, ma proprio tutti alla cosiddetta “responsabilità individuale”. Continua ancora a scrivere l’illustre studioso: “Nel grande corpo omogeneo della massa i soggetti regrediscono ad una relazione infantile di servitù che spegne ogni facoltà critica e consegna la libertà in cambio del conforto ipnotico del sentimento di confondersi in una identificazione cementificata ad un solo popolo”. È la condizione di minorità amaramente assaporata. C’è stato un che di anomalo, terribilmente anomalo in questa propaganda elettorale, che spero non sia sfuggito ai più: tanti “capi”, tante formazioni politiche vecchie e nuove che si ritrovano ad accettare o subiscono un rapporto padronale o personale con i “capi” scelti od imposti, hanno forzato le regole della democrazia ove viene stabilito che sia il rapporto bidirezionale elettori-candidati a dover essere sempre messo in campo a nutrimento proprio della democrazia stessa. Ho in più di una occasione fatto riferimento ad un lavoro notevole cinematografico di qualche anno addietro - “L'amica delle cinque e mezzo” (1970) –, con gli straordinari Yves Montand e Barbra Streisand, nel corso del quale lavoro veniva affermato perentoriamente: - Credo che le risposte rendano saggi, ma le domande rendono umani -. Ecco: questa campagna di  propaganda elettorale ha ricacciato gli elettori, che sono o dovrebbero essere gli attori principali nelle moderne democrazie, nella condizione di minorità della quale ha parlato Massimo Recalcati nella Sua riflessione che di seguito trascrivo. Una condizione di minorità laddove il non poter porre le domande che rendono umani disumanizza quasi la contesa elettorale rendendo il tutto un vuoto rito, ovvero d’imbucare un foglio cartaceo ben ripiegato in un’urna resa muta da coloro che si sono deliberatamente sottratti al rito necessario e democraticamente determinante del domandare e del rispondere. Al che risulta evidente come non si possa oggigiorno contare sulla saggezza delle risposte non date.

(…). Freud ci fornisce il ritratto del fantasma inconscio che ha animato tutti i populismi totalitari del Novecento: l`Ideale della Causa, incarnato nel corpo sacro del leader e del suo carisma sulfureo, dà senso alla vita della massa altrimenti in balia di una precarietà economica, sociale ed esistenziale fonte di angoscia insopportabile. (…). I populismi contemporanei appartengono ad un`epoca che è stata definita post-ideologica. Essi fanno piazza pulita della funzione Ideale della Causa che ha invece nutrito i vecchi populismi. Quella funzione ha lasciato il posto ad un cinismo disincantato e radicalmente anti-politico che vede con sospetto risentito tutto ciò che viene proposto in nome del bene comune. Il populismo ipermoderno non si nutre di Ideali - non è più, come diagnosticava la Arendt, una malattia dell`ideologia -, ma di pubblicità (berlusconismo) e di tecnologia (grillismo). Prendiamo, (…), un tema cruciale come quello della libertà. (…). La sua invocazione risponde ad una finalità semplicemente demagogica. Liberi dalle istituzioni, liberi dalla politica, liberi dall`Europa. La libertà è ridotta ad un fantasma che riveste l`esigenza pulsionale di poter fare quello che si vuole senza dover tenere conto dell`Altro, dunque di qualunque limite istituzionale, procedura, Legge, condizione storica. Piuttosto è l`idea stessa della Legge che viene vista con sospetto, come se fosse un intralcio alla piena libertà del manovratore (Berlusconi), oppure viene invocata - ed è ima variante rischiosa del populismo ipermoderno - come un principio assoluto in grado di garantire il Bene comune (…). Il leader dei nuovi populismi non agisce più in nome della Causa anche quando la sbandiera. Piuttosto si auto celebra come un reuccio senza storia, come un capo popolo solo televisivo, senza più proporsi come strumento al servizio della Storia, come l`incarnazione folle di una volontà impersonale. Piuttosto esso accentua, nell’autocelebrazione della sua persona, quel trionfo dell`Io che sembra aver preso il posto della Causa. Come dire che la sola Causa che conta è quella del proprio Io o quella del proprio territorio come accade per il populismo regressivo di tipo leghista. (…). Nondimeno il nuovo leader resta un padrone che divora i suoi figli, che non può pensare al suo tramonto, alla propria successione, che non può lasciare eredi credibili perché assolutamente insostituibile, che, dunque, pur proclamando la democrazia diretta del popolo si ritiene esserne, paradossalmente, il garante assoluto non cogliendo il fatto elementare che la sua stessa esistenza di leader contraddice la possibilità di una autentica democrazia interna. (…). Come tutti i leader, che hanno animato forme populistiche di consenso, il leader dei nuovi populismi non può sottomettersi a nessuna Legge se non quella che egli pretende di incarnare. Di conseguenza non può accettare la logica democratica della permutazione, il ricambio generazionale, la trasmissione dell`eredità. Il suo Io è lo specchio che riflette un corpo frammentato perché privo del cemento armato dell`ideologia. (…).

giovedì 21 febbraio 2013

Cronachebarbare. 5 “Il Vaticano è una corte medioevale”.



Scrive Massimo Giannini sull’ultimo numero del Settimanale “Affari&Finanza” – 18 di febbraio 2013 - nell’editoriale che ha per titolo “Il Papa è moderno la finanza di Pietro no”: (…). La portata rivoluzionaria delle dimissioni del Papa, che desacralizzano la Chiesa e ritrasformano Benedetto XVI in Joseph Ratzinger, non è bastata. In qualunque altra istituzione, per quanto millenaria, un evento del genere avrebbe dovuto determinare un ripensamento profondo non soltanto del modo in cui si testimonia il messaggio di Cristo, ma anche del modo in cui ci si rapporta con le questioni di Cesare. Nutro grande considerazione e stima per l’illustre opinionista e leggo sempre con grande interesse ed attenzione le “cose” sempre valide che va scrivendo. Devo ammettere però – e penso d’avere espresso in post precedenti sufficientemente il mio pensiero – d’avere provato una sorpresa amara nel leggere di quella “portata rivoluzionaria” nell’editoriale citato. Non si finisce mai di sorprendersi, e di imparare. Per tal motivo la vita è interessante ma non bella. Ho avuto modo di dire che ben altri turiferari della prima ora si erano spinti a parlare di scelta secolare, rivoluzionaria, bla bla bla e via discorrendo. Non se ne può più, anche perché il vescovo di Roma non abbisogna d’essere incensato. Lui, da buon tedesco, che ha respirato anche se solo incidentalmente e forse contro la sua volontà l’educazione della “Riforma” si sarà reso conto che la sua posizione era solamente incompatibile ed impossibile da sostenersi nel “mercato” del potere temporale, terreno che la sua religione divenuta chiesa esprime da secoli e secoli. Si sarà ricordato di quell’uomo di Nazareth che, si racconta – ma sarà vero? -, scacciò dal tempio di Gerusalemme i mercanti rovesciandone le bancarelle attrezzate ai commerci più vari. È che da tedesco e da persona vissuta nei luoghi della “Riforma” gli riusciva quanto mai difficile conciliare l’inconciliabile con l’unico valore che la sua origine gli ha dettato e continua a dettargli: la “responsabilità”. E se, come presumo, è stato il senso della “responsabilità” personale e senza intermediazioni – nella scia profonda della “Riforma” di Lutero - ad averlo indotto nel “gran rifiuto”, allora sarebbe il caso di un’aggettivazione forte che possa fare intravvedere e parlare di una “rivoluzione”. Ma sul punto rimango guardingo. A ben ragione. L’uomo è rimasto, nel corso del suo magistero, ben ancorato alla precettistica di sempre della sua chiesa che non concede che ci possa essere una sfera prettamente religiosa-confessionale che, in assoluta libertà ed indipendenza e con coscienza, sia “cosa” ben distinta e che si perita di invadere la sfera civile dei diritti e dei doveri dove altre credenze, verità e sensibilità necessitano d’essere accolte con rispetto ed ascoltate. Affermava il professor Hans Küng – teologo tedesco - in una intervista al quotidiano la Repubblica del 27 di gennaio dell’anno 2009 a firma di Andrea Tarquini – “Nella Chiesa c'è una restaurazione” –, a proposito della revoca della scomunica a quattro vescovi seguaci di Lefebvre: "la questione della revoca della scomunica ai quattro vescovi (…) secondo me, da sola, di per sé non è davvero importante, ma ha un significato e va vista e inquadrata in un contesto generale di restaurazione". Era l’anno 2009. Bene. Ed alla domanda “Che significato hanno questo contesto generale e gli ultimi eventi?” l’illustre teologo affermava: "Nel contesto generale gli ultimi eventi sono un segno del continuo irrigidimento del Vaticano, la continua marcia indietro, il continuo susseguirsi di un passo indietro dopo l'altro". E ad una successiva domanda dell’intervistatore – “Cioè il problema non è solo la polemica cristiani-ebrei (a seguito del perdono accordato al vescovo negazionista dell’Olocausto Williamson e ad altri tre presuli n.d.r.) bensì le idee di fondo della Chiesa sul suo posto nel mondo moderno?” – rispondeva senza tentennamento alcuno: "Sì. La questione è l'insieme del corso che Papa Ratzinger ha fatto imboccare alla Chiesa. Purtroppo un percorso significativamente all'indietro". Era l’anno 2009. Bene. Concludeva Andrea Tarquini la Sua intervista con una domanda che sollecitava una schietta risposta: “Il Papa vive davvero nel mondo moderno, capisce i fedeli?” La risposta del teologo Hans Kung allora è stata: "Il Pontefice vive nel suo mondo, si è allontanato dagli uomini, e oltre a grandi processioni e pompose cerimonie, non vede più i problemi dei fedeli. Per esempio la morale sessuale, la cura pastorale delle anime, la contraccezione. La Chiesa è in crisi, io spero che egli lo riconosca. Sarei felice di passi di riconciliazione specie verso gli ambienti dei fedeli progressisti. Ma Benedetto non vede che sta alienando se stesso dalla gran parte della Chiesa cattolica e della cristianità. Non vede il mondo reale, vede solo il mondo vaticano". In una intervista del 28 di maggio 2012 – tre anni dopo - sempre il giornalista Andrea Tarquini – su la Repubblica, “Il Vaticano è rimasto una corte medioevale” – chiedeva all’illustre teologo: E lei che opinione ha maturato di questa situazione (dopo gli scandali dei cosiddetti corvi in Vaticano n.d.r.), che lei appunto descrive come coincidenza di eventi legati l'un l'altro? «Tutti questi eventi mi appaiono come sintomi della crisi di un sistema intero nel suo complesso. Io parlo del sistema della curia romana, del sistema romano delle cui caratteristiche negative soffre la Chiesa cattolica tutta, nel mondo intero. E naturalmente questi eventi contemporanei danno l'impressione di una incapacità papale. Di avere a che fare con un pontefice incapace. (…).». Per un affondo finale poi che non ammette l’incenso a piene mani distribuito dai turiferari d’occasione: Perché parla al tempo stesso di crisi strutturale, di sistema? «Perché la struttura e l'organizzazione della Curia romana cerca facilmente ma invano di ingannarci, di nascondere il fatto-chiave: che il Vaticano nel suo nocciolo è restato ancora oggi una Corte. Una Corte al cui vertice siede ancora un regnante assoluto, con costumi e riti medievali, barocchi e a volte moderni e tradizioni cristallizzate, consuetudini. Nel suo cuore il Vaticano è rimasto una società di Corte, dominata e segnata dal celibato maschile, che si governa con un suo proprio codice di etichette e atmosfere. E quanto più ti avvicini al principe regnante salendo nella carriera ecclesiastica, tanto più in prima linea non vale e non conta più la tua competenza, la tua forza di carattere, le tue capacità e talenti, bensì conta che tu abbia un carattere duttile con una capacità di adattarsi soprattutto ai voleri del regnante. È lui solo, il regnante, a stabilire se tu sei persona grata o invece persona non grata». Dove sta allora la “portata rivoluzionaria” di quel “gran rifiuto”? Solamente non esiste. Conclude Massimo Giannini il Suo editoriale, che sconfessa da sé stesso e senza mezzi termini la “portata rivoluzionaria” in precedenza adombrata: Se è vero che a spingere il Pontefice alla rinuncia ha contribuito anche la vicenda dell’Istituto delle Opere Religiose, senza presidente da otto mesi e lambito dalle inchieste su Mps e Finmeccanica, allora il Vaticano ha perso una grande occasione. Avrebbe dovuto approfittare dello storico passo indietro del Santo Padre rispetto alla sua missione cristiana, per compiere un gesto analogo di forte discontinuità rispetto alla gestione della banca vaticana. (…). John Plender, sul Financial Times, sostiene che la mancanza di trasparenza e di «accountability» della Ior è un «anacronismo inescusabile». Ha perfettamente ragione: è ora che anche i Papi «rendano conto» in questa vita, e non solo in quella ultraterrena. È che un ravvedimento di quel clero è dato come storicamente impossibile vista l’enorme concupiscenza, come brama e desiderio di potere in tutte le sue sfaccettature e declinazioni, che lo divora da sempre.

domenica 17 febbraio 2013

Uominiedio. 5 Ovvero, dell’“infallibilità con la scadenza”.



Prendiamola alla larga. Le circostanze straordinarie lo impongono. E mi va di ricordarVi “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”“Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde”, lettura giovanile molto diffusa - che è datata, la lettura intendo dire, all’anno del signore 1886. È, quel celeberrimo romanzo, di un tale a nome Robert Louis Stevenson nativo dell’Edimburgo di sempre. Perché prenderla così alla larga? Andiamo con calma. O, come suol dirsi in altri ambiti, “calma e gesso”, poiché all’esperto giocatore del biliardo che si appresta ad effettuare un tiro importante o di difficile esecuzione, abbisogna di valutare con calma la situazione, e per fare ciò, prendendo in esame la posizione delle biglie e quant’altro occorra, continua a strofinare con il gesso il girello, ossia la punta della stecca, la quale, impregnandosi di gesso, aumenta il suo attrito con la biglia permettendo così, all’esperto giocatore, di controllarne il tiro ed imprimerne gli effetti desiderati. Ed allora, si voleva dire, che quell’opera divenuta immortale fa a buon merito parte di quella nutrita pattuglia di grandi classici che gettano uno sguardo penetrante - ed allarmante al contempo - sul mondo del fantastico e dell’irrazionale, che esistono e coesistono dacché il mondo è il mondo che si apre ai nostri occhi, in tutti i tempi dei tempi. Ha rappresentato, quell’opera stevensoniana, il culmine dell'indagine – non so quanto scientificamente valido ed apprezzabile - sulla scissione della personalità degli esseri umani. Ed oltre non mi avventuro nella disamina dell’opera dianzi citata. Ora sentite questa, giacché siamo nel fantastico e “sentire” Vi sarà certamente impossibile – ma siamo anzi nel paranormale, diamine! -: (…) …il portavoce della Sala Stampa Vaticana, (…), ha dichiarato che dalla sera del 28 febbraio  prossimo Joseph Ratzinger non sarà più infallibile. Ora, se è già difficile capire come un essere umano possa  giungere a essere infallibile, forse ancora più difficile è comprendere come possa all’improvviso cessare di esserlo. (...). Il passo che ho appena trascritto – in grassetto ed in corsivo – è stato ripreso da una riflessione del teologo Vito Mancuso – “L’infallibilità con la scadenza” – pubblicata sul quotidiano la Repubblica all’indomani del “grande rifiuto” del vescovo di Roma. Ne ho già scritto nel post precedente. 128 anni dallo Stevenson e dal Suo caso di sdoppiamento della personalità non sono bastati affinché si rendesse chiaro ai più come la ragione e la razionalità non possano coesistere con la fede. È un’operazione impossibile. Ed in questa operazione si è cimentato, negli anni, il dimissionario vescovo di Roma, cercando in tutti i modi di piegare la realtà e le leggi che la governano ai dettami della sua verità parziale, della sua fede di parte. Un’impresa ostica assai, impossibile a parer mio. Dacché, forse, ne è derivato il suo stato di stanchezza. E quindi l’abbandono. Continua l’illustre pensatore – Vito Mancuso, teologo e cattolico per giunta -: E ha sottolineato che l’infallibilità “è connessa al ministero petrino, non alla persona che ha rinunciato al Pontificato”. L’attuale pontefice cioè è infallibile in quanto papa Benedetto XVI, perché, da papa, gode della particolare grazia  legata al suo stato di Romano Pontefice, che la teologia chiama precisamente “grazia di stato”. Non è per nulla  infallibile invece in quanto individuo di nome Joseph Ratzinger, il quale, da uomo come noi, può sbagliare nelle cose  ordinarie della vita, per esempio nei giudizi sulle persone (e non penso ci possano essere dubbi sul fatto che su  qualcuno dei collaboratori non abbia sempre visto giusto), nei giudizi politici, e persino in quelli biblici e teologici. Condivido in pieno il titolo che si è voluto dare alla riflessione: siamo in presenza di una “infallibilità con la scadenza”. E non mi si dica che, posta in tali termini, la questione non divenga un fatto da ascrivere al “paranormale”! Che sfida la comune intelligenza! È una tale forzatura che trascina tutti nell’assoluta irrazionalità. È la fede il luogo per eccellenza del paranormale e dell’irrazionalità? Urge una risposta. Scrive Luciano Violante su “la Repubblica” del 14 di luglio dell’anno 2000: Contrappongo una visione laica ad una visione ideologica (o di fede n.d.r.). La visione laica esamina il reale per quello che è, ne coglie la complessità, riflette sulle cause degli accadimenti, lo valuta sulla base del principio di responsabilità e del primato della dignità umana. La visione laica non è meccanicistica e non si risolve nella seminagione del dubbio. La visione laica si sforza di capire le cause dei fenomeni e di incidere su di esse. La visione laica ha fiducia nell’uomo e crede che la pedagogia valga più della coercizione. La visione laica non crede nella punizione come medicina del mondo,  ma la connette al principio di responsabilità individuale come fondamento della convivenza civile. Queste semplici, incontrovertibili “verità” – senza l’orpello dell’assolutezza, della superiorità e della unicità - sono state il “credo” con il quale ho identificato il mio essere e con il quale ho costruito ed indirizzato la mia vita. Ogni tanto ritorno a rifletterci su. Ha continuato a scrivere Luciano Violante: La visione ideologica (o di fede n.d.r.) parte invece da parametri precostituiti per costringere tutto il reale dentro quei modelli. La visione ideologica demonizza o angelizza, reprime o perdona. Sono facce della stessa medaglia che si fondano su una interpretazione del reale che prescinde da esso perché se ne disinteressa, essendo interessata ad altro (…). E spostando allora – si era nell’anno 2000 – il Suo sguardo nell’ambito della vita politica, concludeva: La politica, nelle sue fasi di debolezza, sposa l’interpretazione ideologica del reale. Creando così una commistione tra l’agire nell’ambito della laicità e la sfera confessional-religiosa che determina i guasti più profondi e laceranti nelle comunità degli umani. Ritorno alla riflessione del teologo Vito Mancuso, che ne traccia un profilo storico. Scrive infatti: L’infallibilità che spetta al Romano pontefice è il penultimo dei dogmi dichiarati dalla Chiesa cattolica. Venne proclamato dal Concilio Vaticano I con la Costituzione dogmatica Pastor aeternus del 18 luglio 1870, in un’Europa che il giorno dopo avrebbe visto lo scoppio della Guerra francoprussiana tra il Secondo Impero francese e il Regno di Prussia e in una Roma che quasi già preavvertiva l’arrivo delle truppe piemontesi pronte a dare l’assalto alla capitale dello Stato pontificio. Il papa regnante era Pio IX, che sei anni prima aveva pubblicato una vera e propria dichiarazione di guerra al mondo moderno, il famoso Sillabo ossia raccolta di errori proscritti. Ad essere assediata quindi, prima ancora che lo fosse la capitale dello Stato pontificio, era la mente cattolica, che assisteva all’inarrestabile processo che l’andava privando di quel primato morale e spirituale che deteneva da secoli. Si spiega così il desiderio di accentramento attorno alla figura del papa e del suo primato da cui scaturì il dogma dell’infallibilità pontificia. È pensabile che alla luce di quegli scenari politico-sociali che hanno determinato le scelte di allora e l’affermazione di “verità” dichiarate indiscutibili, nell’ambito di una sola fede religiosa, possano trovare rispondenza ed ascolto, quelle “verità”, nell’uomo del secolo ventunesimo? Come è possibile invocare una stevensoniana “verità” in un mondo sempre più disincantato? A meno che la credulità della cosiddetta gente sia da ascrivere “di natura” quale elemento pregnante della psiche della maggior parte degli umanoidi. La qualcosa lascerebbe ben poco da sperare nel futuro del genere umano. Conclude la Sua riflessione il teologo Vito Mancuso: E che per la fede cattolica non si tratti di un semplice optional, ci ha pensato il Vaticano I a renderlo chiaro: “Se poi qualcuno, Dio non voglia!, osasse contraddire questa nostra definizione: sia anatema”. Anatema, per chi non lo sapesse, è sinonimo di scomunica. (…). È credibile oggi un dogma come quello dell’infallibilità papale? A mio avviso esso finisce piuttosto per allontanare dal sentimento religioso. Io penso infatti che per la coscienza sia la stessa nozione di infallibilità a risultare oggi improponibile, quando le stesse scienze esatte si dichiarano consapevoli di presentare dati sempre sottoposti a possibile revisione e come tali dichiarabili solo “non falsificati” e mai assolutamente veri. Viviamo in un’epoca in cui la stessa nozione teoretica di verità risulta poco credibile, tanto più se si tratta di verità assoluta, dogmatica, indiscutibile. (…). Ed è quanto giunge a conforto di un sano sentire laico.

martedì 12 febbraio 2013

Cosecosì. 43 Benedetto XVI ed il “gran rifiuto”.



E poi c’è, come la definisce Ezio Mauro – sul quotidiano la Repubblica -, “l’irruzione della modernità”, che leva alta la voce e vede, forse, nell’atto del vescovo di Roma, “…la tentazione superba di ribellarsi alla volontà di Dio, che per la Chiesa porta attraverso lo Spirito Santo i cardinali in conclave a scegliere il Papa realizzando un disegno celeste. La razionalità e la fragilità, combinandosi insieme nella ragione che prende atto della debolezza, possono scombinare ciò che Dio ha disposto attraverso l’illuminazione dello Spirito? (…). Può un uomo, nella sua fragilità, opporsi ad un “disposto” di Dio? È la domanda che i tanti si pongono – ci poniamo - in queste ore. Ché non sia la teutonica arroganza di un fine intellettuale prestato ad una missione pastorale che sente non più sua? E poi ci sono i turiferari “de’ noantri”, soprattutto tra quelli dell’antipolitica al potere, che mai si sognerebbero di abbandonare gli scranni conquistati, anche quando la decenza lo richiederebbe a furor di popolo, che agitano i turiboli fumanti d’incenso parlando di scelta coraggiosa, di grandezza dell’uomo, alcuni, sfrontatamente, di rivoluzione, parlando a sproposito di quel vescovo di Roma che si era fatto conoscere da subito in quel di Ratisbona, che aveva corteggiato i seguaci di Marcel François Lefebvre che annoverano tra le proprie schiere scalmanate dichiarati antisemiti, negatori della Shoah, che aveva osteggiato subdolamente il Concilio Vaticano Secondo prescrivendo ed incoraggiando il ritorno alle pratiche celebrative preconciliari. C’è tutto questo che si diffonde nell’aria carnascialesca quasi a fare da controcanto a tutto quanto avviene in questi giorni, nelle piazze di Bengodi, piene di baldoria sciocca e senza fine. Da domani è quaresima. Per nostra salvezza. Alcuni diranno della stanchezza dell’uomo. Troverei invece più giusto, e per rendere l’onore con le armi della verità, di  parlare semmai di gesto di “responsabilità”. Grossa cosa la “responsabilità”, ché da queste parti non  trova dimora accogliente. Ha scritto Tobias Jones, nel Suo più volte citato “Il cuore oscuro dell’Italia”: “… il cattolicesimo ha a che fare, nel bene e nel male, con l’obbedienza; il protestantesimo, nel bene e nel male, con la responsabilità. Nell’uno, il risultato maggiore è la sottomissione a un capo cristiano; nell’altro, la sottomissione a una coscienza cristiana individuale. Per l’Italia questo implica una continua delega: facciamo parte di una gerarchia e guardiamo all’insù verso i nostri superiori. È una catena alimentare verticale. L’Italia è un Paese che fa assegnamento sull’intervento di intermediari. Ci liberiamo dalla necessità di prendere decisioni perché qualcuno, più in alto di noi, le ha prese al nostro posto”. L’obbedienza non ha bisogno della “responsabilità”. E così avviene che, un gesto responsabile, divenga grande, rivoluzionario, straordinario. È che questo paese disastrato non ha metro alcuno per misurare la “responsabilità” grande che necessita agli uomini del potere, di qualsivoglia potere. E poi ci sarebbe l’uomo del quale parlare. E mi viene di farlo ripensando al bellissimo film di Nanni Moretti “Habemus papam”. È che ho trovato sempre, nelle opere cinematografiche di Nanni Moretti, come delle profezie. Nanni ha sempre anticipato la realtà. Lo ha fatto in quella interminabile partita di pallanuoto - “Palombella rossa” (1989) - quando, con lo struggersi di Michele Apicella precorre i tempi dello sgretolamento del muro di Berlino e delle rovine che quello sgretolamento comporterà nella coscienza di ogni militante di quel tempo. Lo ha fatto quando con “Caro diario” – 1993 – ed ancor più in “Aprile” -1998 – riflette sulle condizioni del bel paese che si avviava alla estenuante esperienza dei governi dell’egoarca di Arcore. Per non dire del “Caimano” – 2006 – con il quale precorre gli anni raffigurando lo “sfiguramento” sociale e l’involuzione politica e dei costumi che subirà il disastrato paese. Ma, per tornare al vescovo di Roma ed al suo gran rifiuto d’oggi, mi sento di riproporre  - in parte - quanto ebbi a scrivere all’uscita del film in un post che è del 21 di aprile dell’anno 2011. (…). Giganteggia la figura di Michel Piccoli, che riesce ad umanizzare straordinariamente il ruolo che gli è stato affidato. È Michel Piccoli e la Sua figura di papa ad avere fatto vibrare il “registro” delle mie emozioni e ad avermi fatto pensare a quello straordinario lavoro letterario che è “L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone. Un accostamento inevitabile. L’appena eletto papa di Nanni ha l’aspetto bonario di un padre, anzi del “padre” tout-court, così come anche un non credente si augurerebbe d’incontrare. È, il papa di Nanni Moretti, l’uomo moderno che avverte la complessità del mondo odierno; è, il papa di Nanni Moretti, l’uomo moderno con le sue contraddizioni e le sue ansie per un messaggio religioso, del quale è portatore, che stenta ad entrare in sintonia con la vita vissuta, messaggio che crea spesso una cesura tra la propria appartenenza confessionale ed il proprio stare nel mondo complesso qual è divenuto oggigiorno. Ed avviene che, al manifestarsi del suo tentennamento a divenire il successore di Pietro sull’alto soglio, nell’imbarazzo dei potenti porporati del palazzo, nello sconforto che il suo tentennamento induce negli animi più semplici che lo circondano, egli si accordi un tempo per una necessaria “scansione” del suo animo e, contrariamente a quanto il palazzo ingenuamente pensa, riesce a sfuggire ai preposti alla sua sorveglianza ed invece di rinchiudersi a pregare, come lo si vuole immaginare, si avventura nella città vissuta, nelle sue caotiche strade, ne scruta le pieghe più riposte e solo così trova, alla fine, una risposta, anzi la risposta convinta che gli spiana il passo al grande “rifiuto”. È nel mondo che vive, anziché in un “pregare” solitario e lontano dal mondo che vive, che il papa di Nanni trova la forza per sostenere coscientemente l’inadeguatezza della sua persona. Un messaggio forte, che chiama in causa e rende “relative” e più in sintonia col tempo tesi e prassi di un “credo” che resiste affannosamente allo scorrere impietoso del tempo. Straordinario. (…). Ecco, il papa di Nanni Moretti trova la “sua” verità andando in giro tra gli uomini, per le strade del mondo, come fece anche l’uomo di Nazareth che non creò chiesa alcuna. È forse questa la “verità” più che umana che sta dietro a questo inaspettato, moderno “gran rifiuto”? O che forse esso, il “gran rifiuto”, vuole essere una pubblica denuncia dell’inadeguatezza della istituzione chiesa? Sono convinto che si continuerà a parlare di “stanchezza” dell’uomo venuto dal nord, dalla terra di Lutero, dalla terra nella quale padroneggia la “responsabilità” personale e collettiva. Fa comodo a tutti parlare della “stanchezza” dell’uomo. Intanto ha squinternato gli assetti, ha scombinato i giochi di potere. I corvi rientrano nei pertugi. Non volano più. E forse, da questo punto di vista, bisognerebbe essergliene grati. Assai. Da non credenti.

sabato 9 febbraio 2013

Cronachebarbare. 4 “Una leadership da narcisismo patologico".



(…). …ci soccorre adesso un saggetto del professor Andrea Castiello D'Antonio, psicologo clinico e psicoterapeuta, che con raro tempismo compare su "Psicologia contemporanea". (…). Così scriveva il 14 di novembre dell’anno 2011 Alberto Statera sul settimanale Affari&Finanza nel pezzo magistrale che ha per titolo “Berlusconi, una leadership da narcisismo patologico". Quell’”adesso” dell’illustre opinionista è quindi incontrovertibilmente riferibile ad una stagione che sembrava passata, morta e sepolta dopo i fallimenti conclamati, nell’amministrazione della cosa pubblica, del signor B. Ed invece rieccoci a parlare ancora del signor B. ed a temerne un ritorno nella cabina di pilotaggio con tutti gli inconvenienti che ne conseguiranno. Continua nel Suo scritto Alberto Statera: …il professore descrive con dovizia che cosa è e come si manifesta la "leadership malata", nutrita di "narcisismo patologico". Il leader narcisista distruttivo, affascinato dal potere, "copre la sua incapacità realizzativa con proclami e con intenti generici, astratti, apparentemente perfetti, ma in realtà inapplicabili e gestiti senza tradurli in pratica". Crea così una "leadership manipolatoria, sfruttante, strumentalizzante e confusiva" che ne fa un "thanatoforo", cioè colui che fa un'arte dell'inversione dei valori, della confusione dei registri, dello spostamento delle questioni. (…). Più dei ristoranti presi d'assalto, degli aerei strapieni e dei week end in overbooking, che sono soltanto alcuni degli ultimi segnali di distorsione cognitiva nella percezione della realtà, valgono i filmati dell'ultimo vertice dell'Unione europea. Nel più pateticamente macchiettistico c'è un capannello tra Obama, Merkel e Sarkozy. Lui si avvicina con sorriso stampato a favore di telecamera, facendo finta di far parte della conversazione, che evidentemente lo esclude. Un po' come quel tizio che proditoriamente compare alle spalle dei telecronisti che vanno in diretta sui telegiornali della sera. Un gagman più che lo statista senza pari che dice di ritenersi: "Il presidente italiano in tutti i consessi internazionali è il più esperto, è colui che ha un passato pieno di successi nell'imprenditoria privata che lo fa tycoon e lo distingue quindi grandemente mettendolo su un gradino più alto rispetto a tutti gli altri leader". Il latente complesso d'inferiorità sublimato in deliri megalomani. Lo psicoterapeuta avverte che il leader malato si circonda di scudieri, che diventano traditori quando si tratta di spostare le colpe all'esterno di sé. È l'ora degli scudieri-traditori. Bene, bene. Scriveva all’inizio della campagna elettorale del remoto anno 2001 Clotilde Buraggi Masina – ordinaria, con funzioni di training, nella Società di Psicoterapia Psicoanalitica – in un Suo breve saggio che ha per titolo “L’impostore e il suo pubblico: un rapporto perverso”: (…). Chi sono le persone che vengono ingannate dall’impostore? Sono persone semplici e ingenue che si lasciano abbindolare o sono invece persone che fanno il suo stesso gioco, che gli assomigliano caratterialmente, che come lui aspirano a cambiare la loro posizione senza tenere conto dell’onestà del metodo e dei limiti imposti dalla realtà ?(…). È questo un punto importante, poiché se esiste un impostore in preda al proprio raptus narcisista ci saranno pure degli individui che all’impostore danno credito, e non solo. Continua Clotilde Buraggi Masina nel Suo saggetto: Secondo Leopardi, la responsabilità è tutta dell’impostore e non del suo pubblico: ‘Gli uomini impostori - ha scritto - hanno insegnato agli uomini bonari delle menzogne per ispogliarli di roba e di libertà’ (1-1370). Il Grande Dizionario Utet della lingua italiana nel definire la parola “impostore” aggiunge al concetto della buona fede del pubblico anche quello della credulità. Impostore è “chi approfitta, per lo più abitualmente, della buona fede o della credulità altrui, raccontando menzogne, falsificando la verità, facendosi passare per altra persona o millantando qualità o conoscenze che in realtà non possiede”. Sì, giusto. Ma quelli raggirati dall’impostore cosa sono, cosa rappresentano? E qui la conoscenza profonda dell’argomento da parte della studiosa spende una parola che potrei definire illuminante, definitiva. Si chiede innanzi tutto: Che cosa significa “credulità”? Il credulone è in buona fede o in mala fede? E la scienza e la conoscenza che la soccorrono Le consentono di affermare: Secondo la Greenacre (1958), i creduloni non sarebbero dei sempliciotti che l’impostore inganna con le sue menzogne ma sarebbero addirittura dei “cospiratori”, dei complici dell’impostore, di cui l’impostore ha bisogno proprio come il prestigiatore ha bisogno di una “spalla” per rendere più credibili i suoi trucchi. Anche gli individui che sono avidi di fare da audience all’impostore (Finkelstein 1974), soffrirebbero come lui per problemi di bassa autostima. A ragione delle proprie ferite narcisistiche (Olden 1941), avrebbero bisogno di sentirsi in contatto con un oggetto potente da idealizzare, sperando di ricevere magicamente salvezza e valore attraverso il contatto con una persona sentita onnipotente. Poiché, sempre secondo Clotilde Buraggi Masina, “un’altra delle caratteristiche dell’impostore, legata alla sua difettosa gestione della aggressività è la sua incapacità di tollerare i conflitti. (…). L’impostore ha una prodigiosa capacità di sedurre (Finkelstein 1974), di affascinare, di stregare, di illudere, di rassicurare; di scoprire quello che il suo pubblico è pronto a credere ed è avido di sentirsi dire. (…). Poiché, scavando nella psiche e nella storia del narcisista divenuto al contempo un impostore, “ogni bambino e bambina nel suo processo di sviluppo cerca di rendere simile la propria personalità a quella del padre (o della madre) imitandolo/a e poi identificandosi; ma questo non è il caso dell’impostore. Egli, infatti, assume una personalità diversa dalla propria non per identificarsi con la persona che finge di essere ma per appropriarsi della potenza di un altro perché egli non ne ha nessuna. L’impostore è in cerca di un Io. (Greenacre 1958). (…). L’impostore cerca con tutte le forze di convincere se stesso e gli altri che sia vera la personalità che egli esibisce e che indossa come un costume mascherato per nascondere la propria debolezza. (…). Secondo Helen Deutsch (1955), la personalità dell’impostore ha una basso livello di organizzazione dell’Io ed è costituita da identificazioni multiple non sintetizzate.(…)”. E così il cerchio si chiude e si ritorna, concordando in pieno, alle brillanti intuizioni del professor Andrea Castiello D'Antonio riportate in apertura da Alberto Statera. Scrive l’illustre studiosa: “Secondo la Greenacre (1958), l’impostore avrebbe un narcisismo patologico, un senso disturbato della realtà e della propria identità, la sindrome del piccolo pene, e una ammirazione esagerata per la madre. (…). Per Gaddini (1974) l’impostore ‘ha massivamente sviluppato le possibilità dell’imitazione, non avendo alcuna capacità di identificazione e alcun senso di sé’.  (…). La Argentieri (2000), che ha affrontato il problema della malafede, molto affine all’impostura, ritiene che in tale patologia vi sia un difetto nella organizzazione mentale di base descritta da Gaddini (1981), con una angoscia di integrazione che si oppone difensivamente all’integrazione del Sé e che congela grosse quote di aggressività.(…)”. La conclusione che se ne ricava è tutta interna al ragionamento che, con grandissima padronanza scientifica, Clotilde Buraggi Masina ha sviluppato in quell’indimenticabile Suo scritto:“…quello dell’impostura è un problema non semplice: appartiene alla classe delle perversioni e la personalità del perverso è sempre molto complessa da capire anche per gli addetti ai lavori. (…). L’impostore è una persona che si autodefinisce, proprio come il bambino che si dice da solo ‘Sono bello, sono buono’, indipendentemente dalle opinioni degli altri. (…). L’impostore dedica molto tempo a costruire la propria immagine. Come ogni attore, egli recita sempre una parte e cambia il suo aspetto con acconciature e abbigliamento adeguati a far credere di essere quello che gli piacerebbe essere e che vuole che gli altri credano che lui sia. (…)”. Ma attenzione: non sono da perdere di vista tutti coloro che dall’impostore sono come rapiti. E sono milioni e milioni! Ché forse gli ultimi sondaggi non debbano mettere in grande allarme?

mercoledì 6 febbraio 2013

Cosecosì. 42 Storia d’un gesto d’”altruità”.



“La nostra libertà finisce dove inizia quella degli altri, è vero. Ma, cosa ancora più importante, la nostra libertà si costruisce sempre insieme e grazie a quelle altrui. Senza quella degli altri, la nostra non esiste. Quindi, aiutare gli altri a costruire la loro libertà è il primo dovere dell'altruismo". Così afferma lo scienziato Philippe Kourilski – membro dell’Accademia delle Scienze di Francia - nella interessante intervista concessa a Fabio Gambaro ed apparsa sul settimanale “D” del 10 di marzo dell’anno 2012 col titolo “Il virus altruista: siamo tutti contagiati”. Ove si parla di grandi ideali ed aspettative degli umani. Ma dell’altruismo, o sull’altruismo, ho pronta una bella storia che mi va di spiattellarvi subito. Una storia semplice, semplice, ché la si potrebbe dire di tutti i giorni e delle persone semplici e comuni. È la storia raccontatami dal signor L. Il signor L. ha un patronimico che induce alla speranza ed alla gioia in questa vita, senza attenderne un’altra, alquanto incerta. Il signor L. è stato, nell’arco della sua vita, un pescatore. Le sue storie sono storie di tempeste, di reti rigonfie o quasi vuote, della “varcuzza mia”, di una vita perigliosa ma dignitosa ed onesta. Oggi, avanti negli anni, non gli rimane che raccontare di quella vita anche avventurosa. E delle sue storie mi ha fatto cortesemente partecipe ogni qualvolta ci si è incontrati sul lungomare di ******. Il signor L. a quel lungomare è rimasto affezionato assai. Immancabilmente lo ritrovo a scrutare lontano all’orizzonte ed a predire il tempo meteorologico che sarà. Sbaglia raramente. Ed ecco la sua storia, che non è storia di pesca questa volta. Mi racconta di come, nel corso della passata stagione estiva, andando per il lungomare, abbia maldestramente perso i suoi occhiali da vista. Come abbia fatto il signor L. a perdere i suoi occhiali da vista rimane un mistero assoluto. Il signor L., del resto, non riesce a darne risposta. Avanti negli anni e speranzoso nella sua oramai abituale disattenzione rovista per lungo tempo per la casa senza risultato alcuno. Alla fine decide di rifare gli occhiali. Dove entra l’altruismo in questa storia? Ci entra, ci entra. Giorni addietro, deciso a rifare gli occhiali da vista indispensabili, con la più grande delle sorprese che questa vita possa concedere, il signor L. ritrova, presso l’abituale ottico, gli occhiali andati smarriti nella decorsa stagione estiva. Ecco una “storia minima” d’altruismo. Ovvero, l’altruismo di un “ signor qualcuno” che aveva operato bene per il signor L. È che l’ottico del signor L. ha la buona abitudine di marcare con il suo cognome l’astina sinistra degli occhiali. È stato così molto facile, per l’incorreggibile altruista di turno, riportare in quel luogo gli occhiali smarriti dal signor L. Un altruista che, nella canicola di quei luoghi, ha ritenuto necessario esercitare “il dovere dell'altruismo”  per salvare gli occhiali del signor L. Direbbe il professor Kourilski, un gesto di razionale “altruità”. Si legga, di seguito, l’intervista al professor Philippe Kourilski.

La nozione dell'altruismo viene da lontano... - "È stato Amartya Sen, che ho conosciuto e frequentato, a spingermi a questa nozione di altruismo. Nel suo lavoro l'economista indiano riflette sull'idea di libertà, domandandosi se ci si possa considerare liberi quando non si ha da mangiare. Per me, la libertà è un diritto che deve essere sempre accompagnato da alcuni doveri, a partire da quello di pensare agli altri e alla loro libertà. È il dovere dell'altruismo. D'altronde, tutte le libertà sono interdipendenti: a che cosa serve essere liberi di comprare il pane, se non c'è un panettiere che lo fa? Oggi la globalizzazione sottolinea più che mai l'interdipendenza degli uni dagli altri" -.
L'appello all'altruismo non è nuovo, è presente nel messaggio cristiano. - "Quando parlo di altruismo non mi colloco sul piano dell'empatia e dell'amore, nozioni molto rispettabili, che però qui non interessano. La mia definizione di altruismo è razionale, circoscritta. Così ho iniziato a usare l'espressione ‘altruità’ per indicare un dovere con una giustificazione logica, indipendente dal sentimento. (…) -.
L'altruità è diversa dalla generosità? - "La generosità è una libertà che possiamo scegliere di esercitare o meno; l'altruità invece è un dovere. Come la carità cristiana, che nasce come risposta all'ingiunzione che viene da Dio. L'altruità invece ha una dimensione laica, è una nozione fredda, slegata dal sentimento, nasce da un'analisi razionale della realtà. Il riflusso della dimensione religiosa nella società occidentale ha lasciato in sospeso la questione dei doveri, che nello spazio laico sono stati spesso trasferiti alla collettività. L'individuo ha perso la coscienza dei doveri, trasferendo alla collettività la problematica della responsabilità. Ma oggi, gli stati asfissiati dalla crisi non riescono più a svolgere i troppi compiti loro attribuiti. Così occorre ricostruire una morale laica del dovere e della responsabilità, a partire dalla dimensione individuale. E l'informazione e la cultura possono avere qui un ruolo essenziale"-.
Appellarsi all'altruità implica rimettere in discussione l'individualismo assoluto che ha trionfato negli ultimi anni? - "In parte sì, anche se io mi colloco sempre nell'ambito dell'individualismo. È  l'individuo che deve definire, misurare le proprie libertà e i propri doveri, tra cui quello fondamentale dell'altruità. Certo, mi riferisco a un individualismo diverso da quello senza limiti, proiettato al soddisfacimento dei propri piaceri e bisogni. Un individualismo responsabile, capace di riconoscere i propri limiti in un processo di autovalutazione. Senza dimenticare la dimensione della proporzionalità: chi ha più libertà, ha anche più doveri di altruità" -.
(…). Lei dice che l'altruità è un dovere: quindi pensa che in natura non esista? - "Non so se l'altruismo sia naturale, ma in generale sono abbastanza sospettoso nei confronti delle teorie naturaliste del comportamento, che in passato sono state all'origine di errori gravi come l'eugenismo. È vero che nel mondo animale esistono comportamenti cooperativi, per esempio tra le formiche o le api, ma bisogna stare attenti a non trarre conclusioni errate. Per me, l'altruità resta un'attività razionale limitata all'uomo, per la quale l'educazione è fondamentale. L'altruità si costruisce, è un atteggiamento più culturale che naturale" -.
Cosa risponde a chi non crede al dovere dell'altruità, e continua difendere un mondo dominato dalla lotta di tutti contro tutti, dove dovrebbe vincere sempre il più forte? - "C'è molta ipocrisia nel neoliberalismo radicale, quando sostiene che sviluppando le ricchezze dei più ricchi anche i poveri ne traggono beneficio. Negli ultimi 20 anni mai è stato vero, né per i singoli stati, né sul piano internazionale. Le disuguaglianze aumentano ovunque. I più ricchi talvolta usano la generosità per venire in aiuto dei più poveri: è un atteggiamento nobile, ma non risolve i problemi alla radice" -.
Occorre forse rimettere in discussione la centralità dell'homo economicus, introducendo nuovi parametri? - "Certo. L'homo economicus è una semplificazione che ha fatto molti disastri. In nome delle leggi dell'economia si è imposto a tutti un unico modello, ossessionato dalla redditività, dalla relazione costi/benefici. Bisogna uscire da questa logica introducendo una dimensione morale nell'economia, come hanno chiesto Amartya Sen o Joseph Stiglitz. La crisi attuale nasce da molti fattori, ma all'origine c'è un sistema economico che ha fatto della deregulation la sua dottrina centrale. La contestazione dei dogmi dell'economia liberale aumenta anche nei paesi occidentali, dove questa ha prodotto molti guai. Cresce ovunque la domanda di regole per inquadrare l'economia e tener conto degli interessi di tutti: ma non sarà facile cambiare, ci sono troppi interessi in gioco: e gli uomini hanno sempre paura dei cambiamenti" -.
(…). In conclusione, lei è ottimista sull'altruismo? - "Si, la coscienza collettiva cresce ovunque. Solo una decina d'anni fa mai avrei pensato che si sarebbe trovato il denaro per curare l'Aids in Africa. Dominava l'egoismo e il continente era abbandonato a se stesso. Oggi curare l'Aids è possibile. Lo stesso vale per la rosolia. Siamo scesi a 200mila decessi l'anno: sempre molti, ma nei prossimi anni la mortalità diminuirà ancora. Sono risultati positivi, prove d'altruismo che mi fanno esser ottimista. (…). Il bisogno d'altruità deve diffondersi come un virus nell'opinione pubblica mondiale, costringendo i poteri pubblici a cambiare rotta" -.

lunedì 4 febbraio 2013

Sfogliature. 18 “La politica e l’economia del moderno Houdini”.



Ci risiamo. La tornata elettorale è imminente. Ventun giorni appena. Quel che sembrava certo non lo è più. Tutto sembra tornato indietro, come se non fossero passati tutti questi anni. Lo sconforto assale. È che gli anni in effetti sono passati, ma si respira l’aria insalubre di qualche anno addietro. Il 4 di aprile dell’anno 2006 postavo su questo blog – “alloggiato” su di un’altra piattaforma – il post che ha per titolo “La politica e l’economia del moderno Houdini “. Sono trascorsi quasi sette anni. Tutto è oggigiorno come prima. Ritrovo il post alla pagina 1242 dell’e-book. Di seguito lo ripropongo. Cosa è cambiato nel bel paese? Scrive Filippo Ceccarelli nel Suo editoriale che ha per titolo “L’eterno show del candidato Silvio” - sul quotidiano la Repubblica del 4 di febbraio (oggi) -: (…). È  (…) che il Cavaliere dà il meglio di sé lasciando credere ai prediletti vecchietti che con la sua vittoria non pagheranno il cinema, la partita, l’ingresso al museo, il viaggio in treno. A tali vani benefici nel 2006 si sommarono anche delle dentiere (“Operazione Sorriso”) e la possibilità, non meglio precisata, di acquisire un animale di compagnia. E se pure la campagna elettorale a volte assume i toni della commedia nera, è anche vero che l’ideologia berlusconiana, mutuata dalla cultura pubblicitaria, dispone di codici emotivi che con la scusa del sogno pescano nell’inconscio; ma a volte non ce n’è nemmeno bisogno, per cui prima del voto del 2008 il futuro presidente arrivò a promettere ai pensionati, dotati o meno che fossero di cani gatti e pappagallini, nientemeno che la sconfitta del cancro e l’allungamento della vita attraverso la medicina predittiva.(…). È possibile che, sostenuto dalla diffusissima credulità degli abitatori del bel paese, il signor B. ripeta il miracolo?

“(…). Le cose vanno bene, le famiglie vivono meglio. Io ieri sera sono andato al ristorante con alcuni amici e non c’era un posto libero. Alla fine hanno dovuto dire che c’ero io e allora hanno fatto alzare alcune persone. (…)”. Detto senza alcun rossore dall’egoarca di Arcore il 31 di marzo durante la trasmissione “Omnibus” su La7. Confesso: sono molto compiaciuto con me stesso di non essermi ritrovato tra quei 12 milioni di telespettatori intenti a strafogarsi del tanto atteso dibattito-scontro elettorale. Ed a pensarci bene sono stati in tanti ad evitare a sé stessi il rinnovarsi di un rito stantio e divenuto quasi inutile ai fini del risultato elettorale del 9 e 10 di aprile; gli illusionismi non servono più di tanto se ci si lascia guidare dalla constatazione del reale. A conti ben fatti sono stati ben 4 milioni i telespettatori che hanno deciso di non sorbirsi l’immancabile gioco di prestigio dell’Houdini di Arcore. Il quale non ha mancato di escogitare un trucco ulteriore da quel bravo illusionista che si è rivelato nel quinquennio del suo (mal)governo; ora, come per la benevolenza di un signorotto di altri tempi, saremo sgravati della tassa sulla prima casa, la cosiddetta ICI. Bella trovata, non c’è che dire! Anche perché il signorotto di Arcore si sgraverà dell’imposta sulla sua disadorna e “mutuata” – poiché acquisita con un mutuo ipotecario -  bicocca adibita a prima abitazione; con una fava due piccioni, abbindolare ancora una volta di più i gonzi di turno, e ricavarsi il vantaggio di sicura consistenza patrimoniale. Che dire? È un prestigiatore impareggiabile, al cui confronto quell’Houdini Harry di passata memoria non regge il confronto. Ora che il miserello piatto di lenticchie è stato offerto al popolo bue in cambio di un insperato – o disperato -  nuovo plebiscito elettorale, ci si deve pur chiedere: ma basta il piatto di lenticchie offerto inopinatamente dall’egoarca di Arcore? Non ci sarebbe invece da non smuoversi di un solo millimetro dalla condanna delle “malefatte” dell’egoarca di Arcore per quanto attiene allo svilimento delle istituzioni, all’imbarbarimento della vita politica del bel paese - imbarbarimento consacrato nella più incivile campagna elettorale che possa affiorare alla mia memoria -, dallo svuotamento delle certezze e dei ruoli che uno stato democratico e di diritto dovrebbe garantire a tutti i suoi cittadini? Sapevamo che le macerie materiali che l’egoarca di Arcore avrebbe lasciato sul terreno sarebbero state gigantesche; ma non di minore gravità e dimensione sono le macerie immateriali che egli ha creato volutamente e che volutamente consegna, senza resipiscenza alcuna, ad un popolo stremato, immusonito e disorientato al contempo! Mancano oramai pochissimi giorni all’appuntamento elettorale ed un dovere di cittadinanza impone che si vada alle urne con una consapevolezza nuova, necessaria quanto non mai, considerata l’assurdità e l’eccezionalità della situazione politico-economica del bel paese; non servono infatti illusionismi di sorta, promesse mirabolanti, laddove la semplice ricerca di fonti più o meno accreditate sulla stampa possono renderci edotti dei problemi del bel paese anche in un contesto di più largo respiro. Trovo pertanto molto interessanti due pubblicazioni apparse sull’ultimo numero del settimanale “Affari& Finanza”, che non riporto, ma delle quali pubblicazioni offro gli indirizzi sulla rete per una loro diretta consultazione. Il primo testo è a firma dell’economista Marcello De Cecco ed ha per titolo “Le pagelle Ocse bocciano l’Italia”; il secondo testo è dell’immancabile Giuseppe Turani, editorialista di spicco del settimanale, che ha per titolo “Tutti i soldi della Borsa”.. Letture interessanti e che danno corpo e sostanza ad una partecipazione più consapevole alla vicenda elettorale che avrà il suo epilogo tra i primi refoli primaverili dell’aprile; è un buon auspicio, poiché ricordo che con i primi refoli di un altro aprile dell’anno 1996 si celebrarono i trionfi dell’Ulivo di allora; ma i tempi erano ben altri e senza “certe” dure emergenze dell’oggi!

domenica 3 febbraio 2013

Dell’essere. 10 “Dimmi cosa c'è fuori”. La storia di R.



E fu dopo aver ascoltato la storia di R. che un silenzio assordante volteggiò più volte nell’aria per cadere poi su tutti noi. E più che un silenzio era un gelo che penetrava nelle ossa ed ancor più penetrava nelle nostre menti e nei nostri pensieri. Dopo, nulla sarebbe stato più come prima della storia di R. È che la storia di R. aveva sconvolto le regole del gioco. Un gioco giuocato e condotto dai presenti sulla “memoria”, che l’atmosfera del luogo rendeva ancor più interessante ed intrigante. Dall’ampio finestrone che dava sul mare in burrasca si intravvedevano le isole lontane come fustigate dai lampi che, seppur remoti, ne accendevano l’aria come d’un fuoco divino. Il cielo plumbeo e basso come non mai annunciava la lontana tempesta in arrivo. Il mare mugghiava e le onde s’infrangevano con una tale forza che la schiuma schiumava la spiaggia coprendola di una coltre persistente. E fu la storia di R., raggelante nella sua amarissima verità, che dischiuse e rese coscienti del momento le nostre divaganti menti. Raccontava R. di quando bambino aveva visto l’anziana sua nonna allettarsi per non più partecipare ad un minimo di vita familiare. E fu allora che nella sua mente di bambino galopparono le prime serie domande sulla vita. Mi viene da raccontare la storia di R. dopo aver rinvenuto, tra i tanti ritagli amorevolmente raccolti e custoditi negli anni, un pezzo del professor Umberto Galimberti – “Dimmi cosa c'è fuori” -  pubblicato sul settimanale “D” del 21 di novembre dell’anno 2009. Scriveva in quel tempo l’illustre Autore: (…). Su questo ‘dimmi cosa c'è fuori’ è opportuno ritornare oggi che viviamo un tempo in cui sempre più sembra diffondersi la cultura della reclusione e dell'isolamento riservato a quanti, per malattia, per emarginazione, per perdita del posto di lavoro, per i disagi connessi all'immigrazione, non sono portatori di quella gioia, di quell'esuberanza, di quella festività da cui siamo inondati dalla pubblicità e dalle trasmissioni televisive condotte da quelli che io vado chiamando professionisti della felicità. La malattia, quanto più è grave, tanto più tende a nascondersi. E nessuno la va a cercare, perché la sua vista inquieta. Raccontava R. di come, alla vista della anziana nonna sprofondata in permanenza in un letto tecnologico, avesse trovato necessario, seppur ancora bambino, soddisfare quelle curiosità che la condizione estrema della degente aveva suscitato all’improvviso nella sua mente giovane. Ed andava esplorando, giorno per giorno, con continue, assillanti domande rivolte agli adulti della casa, la nuova condizione dell’anziana donna. E la sua curiosità di bambino lo spingeva, una prima volta, a chiedere di quell’assoluta immobilità che si presentava ai suoi giovanissimi occhi; e di chiedere del come e del perché l’anziana donna non potesse più affacciarsi ad un balcone; ed ancor più, con l’intraprendenza propria dei bambini, come facesse a svolgere le sue necessità corporali in quella nuova, per lui inattesa, condizione di evidente costrizione personale. Ed ancor più, con l’impudicizia innocente propria dei bambini, chiedeva ad ogni passo come quella donna potesse provvedere alle sue personali pulizie. Le risposte a quelle innocenti domande erano sempre di una evasività da far paura. E fu così che, come sempre accade quando il mondo e la  realtà costruiti nella mente dei bambini si intersecano con il mondo e la realtà costruite nella mente degli adulti, in una delle occasioni familiari d’incontro, R. ebbe  a dire a gran voce e nello sconcerto generale degli astanti: - Ma perché non muore? -. Si rimase tutti senza parole alla conclusione della storia di R. È che il  bambino R. aveva a quel tempo resa evidente e fatta sua l’idea di cosa debba essere la “vita” affinché risulti essere vissuta degnamente, completamente. Ai suoi giovanissimi occhi ed ai suoi giovanissimi pensieri risultava intollerabile una “vita” che non avesse un pieno possesso e padronanza delle abilità e delle facoltà del libero vivere. Concluse R., amaramente, la sua storia di memoria: - È da allora che non ho trovato e non trovo risposte a quella mia terrificante domanda -. Il silenzio ci avvolse tutti. Non avevamo neanche noi le risposte che R. andava ancora cercando. Sol che avesse letto la prosa del mio ritaglio. Forse. Scrive infatti il professor Galimberti: Questa segreta complicità tra chi, soffrendo di una malattia che nulla di buono lascia presagire, tiene nascosta la sua condizione, e chi evita di entrare in contatto col malato per non incontrare quell'impaccio discorsivo che paralizza tutte le parole gravide di false speranze e di vuoto futuro, crea quella strana condizione che porta chi soffre in un isolamento aggiuntivo a quello già provocato dalla malattia. E così la nostra esistenza si rende immune dalla presenza anche massiccia della sofferenza. Una sofferenza silenziosa, densa come la nebbia, che in modo impercettibile ci tocca da ogni parte e che può passare inosservata solo a colpi di rimozione percettiva, visiva, linguistica. È forse la “rimozione percettiva, visiva, linguistica” che R., nella totale ingenuità dell’infanzia, metteva inconsapevolmente in atto? E con quali conseguenze per l’animo degli uomini? Conclude il professor Galimberti: Ma il rimosso ritorna come atrofizzazione del nostro cuore che, per non percepire, non vedere, non sentire quel che inevitabilmente lo tocca, deve procedere a tali colpi di amputazione della propria sensibilità, da diventare alla fine un povero cuore. La condizione umana infatti è comune e il tentativo di chi vuol difendersi non solo dalla malattia, ma anche dalla sua vista, è l'inganno di un giorno. E giorno dopo giorno l'inganno diventa la falsificazione di una vita. Apriamo allora gli ospedali alle scuole, e le scuole agli ospedali, alle carceri, alle case degli immigrati, ai campi Rom e in generale ai luoghi del disagio e del dolore, non per intristire la vita dei nostri ragazzi, ma per non ingannarli, per non far credere loro che la realtà sia quella descritta dalla televisione, dove, tra balli e canti, si celebra solo la festa della vita, privando così i nostri ragazzi di tutte quelle esperienze che possono creare in loro quella sensibilità che li renderà idonei ad affrontare la vita, quando questa si presenterà nel suo lato oscuro e buio. Era il 21 di novembre dell’anno 2009.