"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 16 luglio 2018

Sullaprimaoggi. 6 “Il «quintinosella» penta-leghista”.


Da “L'etica del Cambiamento e l'impasse del governo” di Marco Ruffolo, pubblicato sul settimanale A&F del 9 di luglio 2018: C'è una specie di legge che sembra governare le dinamiche del governo pentaleghista negli ultimi tempi: una proporzione inversa tra i toni della propaganda e la sostanza delle misure allo studio. Gli uni salgono nella misura in cui le seconde perdono pezzi. (…). Che cosa sta succedendo? Dov'è finita l'epica del Cambiamento? Perché la rivoluzione della Terza Repubblica arranca faticosamente? Certo, siamo solo all'inizio, ma i primi passi somigliano ad altrettanti inciampi. Chi è abituato a ragionare con la logica dei complotti potrebbe identificare il colpevole in un sobrio signore seduto alla scrivania che fu di Quintino Sella, e come lui desideroso, magari con minore impeto, di rispettare il rigore dei conti pubblici, minacciati per altro dal rallentamento dell'economia e dalla fine del denaro a buon mercato targato Bce. Facile indicare Giovanni Tria come il "sabotatore" dei sogni giallo-verdi. Se avessimo chiuso gli occhi, durante la sua recente audizione in Parlamento, ci sarebbe sembrato di ascoltare Pier Carlo Padoan. Il reddito di cittadinanza? "Un programma di legislatura che si può articolare in vari modi". La flat tax? "Andrà studiata dalla nuova task force in un quadro di coerente politica fiscale". E comunque dovrà favorire prioritariamente "i redditi medio-bassi e le piccole imprese". Come a dire che dovrà andare nella direzione opposta rispetto a quella attuale, dove circa metà del risparmio è destinato ai più ricchi. "La pace fiscale (alias condono)? "È una misura una tantum, e in quanto tale non potrà coprire programmi di spese pluriennali". Inutile girarci intorno, le contorsioni verbali di Tria nascondono un unico colossale problema: il contratto di governo costa enormemente. Centoventi miliardi l'anno da trovare per spese e detassazioni è pura follia per il terzo Paese più indebitato del mondo. E così la prima condizione posta dal ministro dell'Economia è spalmare quelle promesse lungo tutto il quinquennio di legislatura. Con relativa necessità di un cronoprogramma. Che però è destinato a scatenare subito una gara: a che cosa sarà data la precedenza, al programma "no-tax" di Salvini o a quello "assistenziale" di Di Maio? Oppure entrambi partiranno "di pari passo", come ha prefigurato lo stesso Tria pochi giorni fa, ma ridimensionati, con pochi soldi e molto fumo mediatico per nascondere le cose? Già adesso la flat tax, dopo essere stata rinviata per le famiglie, si sta trasformando in un semplice rafforzamento del regime forfettario esistente per professionisti e piccole imprese. Il reddito di cittadinanza potrebbe diventare né più né meno l'attuale reddito di inserimento con un po' più di risorse. La controriforma delle pensioni, (…), somiglia sempre più a una specie di Ape volontaria, persino meno conveniente. Megapromesse smontate e ridotte a proposte più ragionevoli. E tuttavia, il realismo finanziario non sembra coincidere con quello politico. Se c'è una parola che Di Maio e Salvini non vogliono sentire è "continuità". Con i governi Renzi e Gentiloni. Non se lo possono permettere dopo aver annunciato la rivoluzione. Ed ecco allora che lo stesso Tria, (…), avvia un faticoso negoziato con Bruxelles per cercare di strappare un certo grado di flessibilità sui conti pubblici: solito rinvio di un anno del pareggio di bilancio, possibilità di fare deficit per 9 miliardi in più. Il problema è che sono più o meno le stesse concessioni fatte ai governi precedenti. E non sono in grado di finanziare nulla di più delle misure obbligate che dovrà prendere il governo nel 2019: evitare l'aumento di Iva e accise, fare comunque una manovra correttiva, finanziare spese indifferibili come i contratti pubblici e le missioni militari. In tutto, una ventina di miliardi da trovare senza che un solo euro possa essere indirizzato ad esaudire almeno in parte le promesse del contratto. Ecco l'impasse in cui ora si trovano le due forze di governo. Impasse che potrebbe spingerle a qualche forzatura. Come quella di allargare il condono fiscale e finanziarci almeno una prima trance di misure. Ma si esporrebbero all'obiezione di non poter definire fin d'ora la copertura di oneri che si ripeteranno negli anni futuri. Sarebbe forte a quel punto la tentazione di ripescare dal cilindro della propaganda elettorale il coniglio del "moltiplicatore". È quello stimolo espansivo che la Lega con la detassazione e i Cinquestelle con il reddito di cittadinanza pensano di poter dare all'economia italiana in misura tale da aumentare le entrate fiscali e coprire così i buchi di bilancio che hanno creato.

domenica 15 luglio 2018

Sullaprimaoggi. 5 “La povertà del lavoro nel secolo XXI”.


Da “Il lavoro è più povero, dopo la grande crisi” di Marco Panara, pubblicato sul settimanale A&F del 9 di luglio 2018: (…). La realtà con la quale ci si deve misurare è una mappa del lavoro che nei dieci anni della grande crisi in Italia è cambiata profondamente. (…). Il lavoro che manca all'1,4 milioni di disoccupati in più rispetto al 2007 che sono il problema numero uno del paese ha nome e cognome: è la somma dei 540 mila posti di lavoro distrutti negli ultimi dieci anni dalla crisi delle costruzioni, dei 350 mila cancellati da ristrutturazioni industriali e chiusura delle fabbriche, dei 170 mila eliminati dal blocco del turnover nelle pubbliche amministrazioni e dei 530 mila piccoli imprenditori, commercianti, artigiani, autonomi di varia natura ai quali la crisi, l'evoluzione della distribuzione e la fine dei contratti a progetto ha cambiato il destino. Se confrontiamo l'Italia del 2007, l'ultimo anno prima della crisi, e quella del 2017, scopriamo che il mondo del lavoro ha una mappa diversa, per certi versi più moderna e per altri ancora colpevolmente arcaica. (…). In questi dieci anni la popolazione (ufficiale) è aumentata di circa 670 mila unità, da 59,13 a 59,8 milioni, un aumento che nell'Italia che non fa più figli corrisponde al saldo tra i due milioni di immigrati in più (sono passati da tre a cinque milioni) e il milione e 300 mila italiani che hanno scelto di trasferirsi all'estero (da 3,6 a 4,9 milioni): un saldo demografico positivo ma un saldo negativo sul piano della scolarizzazione poiché un terzo degli emigrati italiani sono laureati e molto numerosi sono i diplomati, mentre i nuovi arrivati hanno livelli di scolarizzazione più bassi. A fronte dei 670 mila abitanti in più, il numero di coloro in età di lavoro sono aumentati di 1,4 milioni di unità (gli immigrati sono prevalentemente adulti) da 38,4 a 39,8 milioni, e soprattutto è cambiata in maniera interessante la struttura: è aumentato infatti di un milione di persone (da 22,5 a 23,5 milioni) il numero degli occupati, di 1,4 milioni il numero dei disoccupati (da 1,5 a 2,9 milioni), mentre è diminuito di un milione (da 14,4 a 13,4 milioni) il numero degli inattivi. C'è una strana simmetria tra questi numeri, con il milione di occupati in più che ha assorbito il milione di inattivi in meno e il milione e quattrocentomila persone in più in età di lavoro finito tutto tra le file dei disoccupati. Non si tratta delle stesse persone, è più probabile che almeno una parte degli ex inattivi siano tra coloro in cerca di lavoro e una parte dei disoccupati abbia trovato una occupazione, ma in termini di flussi l'esito di questi dieci anni durissimi per la società italiana e la sua economia è che se si è ridotto in misura significativa il numero degli inattivi, che è un dato positivo, a fine dicembre 2017 mancavano però all'appello 500 mila occupati perché dopo il terribile decennio il bilancio (la somma dei disoccupati e degli inattivi) fosse almeno in pareggio. Nei primi cinque mesi del 2018 tuttavia il trend di crescita dell'occupazione è continuato e questo numero si è dimezzato. (…). La prima eredità lasciata dalla crisi è quindi l'aumento del numero di persone che pur in età di lavoro non lo cercano o non lo trovano. La seconda, assai più sfaccettata, è nella struttura del mondo del lavoro, all'interno del quale i due passaggi più rilevanti sono la diminuzione dei lavoratori indipendenti e l'impoverimento di quelli dipendenti. La discesa del numero dei lavoratori autonomi in realtà precede la crisi. Come ha documentato il sociologo del lavoro Emilio Reyneri, il calo è cominciato nel 2004, quattro anni prima della crisi, ed è continuato anche nel 2017, quando la recessione era ormai alle spalle: i lavoratori autonomi erano 6,3 milioni nel 2004, poco meno di 6 milioni nel 2007, 5,3 milioni alla fine del 2017. Può essere un segno di modernizzazione dell'economia italiana, che aveva una quota troppo alta di microimprese e di lavoratori autonomi rispetto agli altri paesi industrializzati (25,4 per cento contro il 14,5 della media europea), ora quella quota si è ridotta di tre punti al 22,4 per cento, che resta comunque assai elevata. La riduzione all'interno del mondo degli autonomi non è stata però omogenea, sono cresciuti i liberi professionisti (che però guadagnano meno), sia quelli con dipendenti sia soprattutto quelli senza dipendenti, per un totale di circa 250 mila unità, mentre sono diminuiti (sempre utilizzando i dati di Reyneri) gli imprenditori di 170 mila unità, e i coadiuvanti e collaboratori di 450 mila unità.

venerdì 13 luglio 2018

Terzapagina. 38 “Di una vita arrembante”


Ha scritto di se stesso Frédéric Beigbeder, francese di Neuilly-sur-Seine - 21 di settembre dell’anno 1965 - scrittore, critico letterario, pubblicitario ed editore: “Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché chi è felice non consuma”. Ecco il perché ed il per come “di una vita arrembante”. Da “Servi della velocità non solo di Amazon” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 17 di febbraio 2018: