"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 5 dicembre 2016

Storiedallitalia. 78 “L’Eugenio nazionale ed i 19.417.671 No”.



Ed “adesso povero uomo”? Finirà di esibirsi come un oracolo – fortunatamente - inascoltato dopo che i “19.417.671” di italiani hanno detto alto e forte il loro “No”? È comprensibile che, considerata la sua veneranda età, il trascendente occupi stabilmente i suoi pensieri. Ben gli venga. È che un tempo i venerandi saggi svolgevano la missione loro affidata di guide per il resto degli umani. Ma tant’è; i tempi offrono anche di questo. Ma i “19.417.671 No” non stanno a dare la misura esatta solamente dell’Eugenio nazionale. E no! Egli è stato in buona compagnia. E come. Quei “19.417.671 No” stanno lì a dire che la memoria collettiva non dimenticherà tanto facilmente donde venisse il sostegno all’uomo venuto da Rignano sull’Arno. Orbene, “19.417.671 No” all’Eugenio nazionale accodatosi all’ultimo minuto senza fare una piega, come dianzi detto; ma anche “19.417.671 No” a quel Cacciari lì che pur dicendo peste e corna ne approvava la “riforma” scellerata; “19.417.671 No” a quel Prodi lì, trombato dai 101 dei suoi ma mai domo, fino a giocarsi l’ultima carta rimastagli per un insperato rientro sul palcoscenico agognato della politica del bel paese; “19.417.671 No” alla J. P. Morgan banca (come dire?) che stimava essere le Costituzioni europee in stile eccessivamente “socialisteggiante”, da smantellare al più presto per il trionfo definitivo del capitalismo rampante della finanza internazionale; “19.417.671 No” ai giornaloni d’oltralpe, estimatori di un disegno che valorizzasse la stabilizzazione – questa sì – di ineguaglianze ed esclusioni sociali -; “19.417.671 No” alle tante, tantissime aziende (Ferrarini docet) che hanno, nei giorni precedenti il referendum, chiesto (o imposto) un voto per la stabilità – la loro stabilità – al caro prezzo pagato dai loro sottoposti in termini di diritti e conquiste sociali nel mondo del lavoro; “19.417.671 No” alle varie screditatissime “confindustrie” che han ben gradito che le loro aspettative siano nel tempo divenute disposizioni legislative. Non erano questi i “temi” referendari. È vero. Erano tutt’altro e di enorme spessore. Ma il gioco forzato imposto dagli imbelli ha prodotto l’incredibile, ovvero questa gioiosa sorpresa dell’oggi destatasi con forza contro quel coro unanime di cantori stonati, coro che, come d’incanto, ha avuto il grande merito di risvegliare coscienze che si riteneva disperatamente assopite. Donde quei fantastici “19.417.671” di “No” che seppelliscono definitivamente l’arroganza dell’uomo venuto da Rignano sull’Arno e della sua schiatta di temerari, narcisi improvvisatori. È tutto da leggere l’editoriale “Un No per Scalfari” di Marco Travaglio e Silvia Truzzi, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 3 di dicembre 2016, che trascrivo nella quasi sua interezza, un inno alla insensatezza ed alla spregiudicatezza:

sabato 3 dicembre 2016

Scriptamanent. 52 “Il guascone, il furbo, il delinquente e il web”.



Da “Il guascone, il furbo, il delinquente e il web” di Oliviero Beha, su “il Fatto Quotidiano” del 3 di dicembre dell’anno 2014: (…). Pesa come una montagna sull’etica comportamentale e il debito pubblico del Paese il reato di evasione fiscale. Fin qui niente di nuovo, anche se a volergli fare le pulci ci sono alcuni aspetti che non tornano: mi vai a parlare di questo tema proprio alla Gdf mentre la politica del governo si regge sul Patto del Nazareno stabilito con un notissimo pregiudicato (che invitava a non pagare le tasse) e filtrato attraverso l’indagatissimo Verdini? Ma sono alla Totò quisquilie e pinzillacchere. Mi si obietterà che l’emergenza politica e lo stato del Paese (dovuto peraltro pesantemente anche all’apporto dei due in questione) non consentono troppi distinguo. Si è delinquenti solo se non si è utili alla causa. Ma è proprio questo il punto. Mentre la categoria dei “furbi” ha risvolti antropologici e filosofici che vanno ben al di là del reato citato ed è qualcosa di profondamente umano sia pure con accezione negativa, mi basterebbe che Renzi ce l’avesse con i delinquenti. (…). La vicenda romana (la cosiddetta “mafia capitale” n.d.r.), l’ennesimo caso di ruberie in cui la politica si intreccia alla criminalità, fa venire in mente Grillo e il M5S “a contrariis”, proprio perché anni e anni di malvivenza e malcostume in una complementarietà palese di destra e sinistra, di governo e di opposizione, centrale e locale, sono all’origine della protesta che ha dato carne e sangue al Movimento. Di cui Renzi guascone ha detto, (…), che insieme alla “vittoria del Pd nelle Regionali” (con l’astensione vertiginosa che sappiamo), l’altro elemento indiscutibile è che “Grillo salta”. Il premier è immaginifico e bisogna capirlo. Mi sembra però che ritenga ormai un capitolo superato quello di un Movimento che è fondamentalmente alla base anche della sua rottamazione della nomenklatura che l’ha preceduto e da cui proviene. Ne parla come di un fastidio che si è tolto, è una parte della politica che tratta come deriva che è proficua solo se gli offrirà dei dissidenti disponibili a votare le sue riforme, giuste o sbagliate che siano. (…). Scandali come questo di Roma, o tutti quelli più recenti così come quelli che presumibilmente ci aspettano, sono linfa vitale per la saturazione dei cittadini anche se adesso votano per Grillo e i suoi magari meno, o molto meno. La crisi, leva dell’insoddisfazione e della disperazione, non si dissolve con i problemi attuali del M5S, espulsioni, Direttorio e complesso d’accerchiamento compresi. È il Paese che è in pezzi, non tanto e non solo il M5S. La cui vitalità comunque non può continuare a essere misurata sul web, colmo di interventi, di partecipazione, di tifo e di insulti per chi eventualmente non fosse “in linea” con la maggioranza e con la biga al comando: vi dice niente il piccolo particolare dei più di 300 “mi piace” e delle oltre 400 condivisioni che aveva raccolto in un lampo su Facebook l’omicida di Salerno che purtroppo ha poi eseguito il delitto annunciato in Rete? Nel paesaggio deformato della realtà italiana ne esce deformato anche il contesto virtuale. Teniamone conto per il futuro, che rotola su un piano inclinato.

venerdì 2 dicembre 2016

Primapagina. 18 “Bestiario costituente”.



“La normale occasione di urne aperte a una consultazione popolare è diventata petulante e scimmiotta il finimondo, una data spartiacque tra versanti opposti. Ma il governo resterà dov’è ora, tronfio o ammaccato e il risultato del referendum resterà disatteso e aggirato, com’è tradizione da noi, se sgradito all’esecutivo. La rappresentazione vuole che ci siano da una parte i promotori di riforme, dall’altra i frenatori del convoglio. Di mezzo c’è la Carta Costituzionale che aspetta di sapere se sarà trasformata. Il verbo più preciso è appunto trasformare e non riformare. Quel testo è la nostra dichiarazione dei diritti dell’uomo italiano e anche l’ordinamento che ne dispone l’applicazione. Si intende trasformarla in altro, secondo il fabbisogno delle democrazie moderne che puntano a ridurre il démos a suddito, aumentando la crazìa, il potere, su di esso. Da noi è in carica per la terza volta in una legislatura un terzo governo non uscito dalle urne, ma dal cappello a cilindro di un ex presidente giocoliere, manovratore di maggioranze accorpate da impreviste convenienze. Per mettere mano a modifiche della Costituzione si dovrebbe aspettare il prossimo rinnovo del Parlamento e un prossimo governo che affermi nel suo programma elettorale di volerla cambiare. Allora avrebbe titolo, mentre questo in carica: no. Il riformismo un tempo aveva una tradizione e un progetto ideale. Opponeva alle rivoluzioni del 1900 una via diversa per raggiungere traguardi di uguaglianza. I riformisti sapevano fare le riforme. Oggi la utile e ben intenzionata riforma della pubblica amministrazione è stata appena cancellata dalla Corte Costituzionale. Evidentemente era male impostata. Se ne ricava che oggi i riformisti non sanno scrivere le riforme. Se ne ricava che questo governo in carica non ha titolo per usare la parola riforma per le trasformazioni della Carta Costituzionale”. Lettera aperta di Erri De Luca “Contro i riformatori incapaci”, pubblicata sul sito fondazionerrideluca.com il 29 di novembre 2016.

Da “Bestiario costituente” di Marco Travaglio, su “il Fatto Quotidiano” del 30 di novembre 2016: