Da “Il papà
del polo dopo-Expo promette l’elisir di lunga vita” di Gianni Barbacetto su
“il Fatto Quotidiano” dell’8 di maggio 2016: Per capire che cosa sarà Human
Technopole, la città della ricerca da costruire sull’area Expo, bisogna
conoscere il papà di questo progetto: Pier Giuseppe Pelicci. (…). È lo
scienziato che da anni promette l’elisir di lunga vita. È lui che ha convinto a
entrare nella partita il finanziere Francesco Micheli, con cui ha fondato
Genextra, holding specializzata in ricerca biofarmaceutica. Micheli ha poi
coinvolto Marco Carrai, l’uomo d’affari più vicino a Renzi, che ha fatto da
ponte con il presidente del Consiglio, il quale ha infine fatto suo e lanciato
il progetto. Ricerche sul genoma, con la promessa di allungare la vita: è la
fascinazione di Human Technopole, ma è anche da sempre il programma di Pelicci,
lo scienziato che vuole portare la vita dell’uomo a 120 anni. Progetto
affascinante. Ma perché è stato scelto proprio questo, senza una valutazione
preventiva di altri temi, senza un confronto con altri programmi possibili? Per
esempio la medicina rigenerativa e la terapia genica, in cui l’Italia è prima
al mondo, grazie agli studi dell’università di Modena e Reggio Emilia e del San
Raffaele di Milano. In questo campo, gli italiani Michele De Luca e Graziella
Pellegrini hanno prodotto il primo farmaco al mondo a base di cellule
staminali. Invece non c’è stata alcuna discussione, alcuna comparazione: a
scegliere, senza aver ricevuto alcun incarico trasparente e senza aver messo in
comune percorsi e motivazioni della scelta, è stato un gruppo informale di
persone, tra cui il professor Pelicci; poi Renzi ha annunciato in pubblico
l’ideona per salvare il dopo-Expo, con annessa promessa del tesoretto
miliardario. Solo a cose fatte, e dopo le proteste di una parte del mondo
scientifico, è stato coinvolto un gruppo di scienziati internazionali a cui è
stato affidato il compito di elaborare una valutazione del programma: ma senza
alternative, senza la possibilità di confrontare programmi diversi.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
lunedì 30 maggio 2016
sabato 28 maggio 2016
Oltrelenews. 90 “E a tarda sera, madonne fiorentine…”.
È primavera... svegliatevi bambine
alle cascine, messere Aprile fa il rubacuor.
E a tarda sera, madonne fiorentine,
quante forcine si troveranno sui prati in fior. (…).
Da “Mattinata fiorentina” di Rabagliati- D'Anzi - Galdieri
alle cascine, messere Aprile fa il rubacuor.
E a tarda sera, madonne fiorentine,
quante forcine si troveranno sui prati in fior. (…).
Da “Mattinata fiorentina” di Rabagliati- D'Anzi - Galdieri
Da “Tav, i confini del progresso e gli affari sporchi delle mafie” di
Salvatore Settis, sul quotidiano la Repubblica di giovedì 8 di marzo dell’anno
2012: (…). Per sviluppo, (…), dovremmo intendere il beneficio che deriverà al
Paese e ai cittadini da una "grande opera" dopo che sia stata
eseguita e sia entrata in funzione. Sempre più spesso, invece, si tende a
considerare "sviluppo" l'opera stessa, la mera mobilitazione di
banche e imprese, capitali (pubblici) e manodopera. Sterile progetto, se la
"grande opera" si rivelasse inutile o producesse guasti ambientali e
sociali. (…). In un racconto di Mario Soldati, “Il berretto di cuoio” (1967),
il protagonista, Aduo, è «lo scemo del villaggio», che però «non era affatto
uno scemo», era anzi «aperto, simpaticissimo, intelligente». Ma non lavorava,
non aveva un mestiere; un caso, dicevano i medici, «di sviluppo arrestato».
Finché, affascinato dal cantiere dell'autostrada Torino-Piacenza, scatta la
scintilla: assunto come guardiano, «lavorò per dieci», senza limiti di tempo,
dall'alba a notte fonda»; sempre «scrutando con rapide occhiate» i lavori
dell'autostrada, felice e attonito, con «lo sguardo che avrebbe potuto avere un
assoluto responsabile, unico appaltatore, unico progettista, unico azionista
dell'autostrada». Quando l'autostrada è finita, il tracollo: Aduo non può
vivere senza, non mangia e non beve, viene ricoverato. Una specie di
"complesso di Aduo" sembra aver preso alla gola troppi italiani, che
non sanno immaginare altro sviluppo che la cementificazione del suolo.
Distraendoci da altri investimenti più lungimiranti e produttivi, questo
modello di crescita alla cieca è, come quello di Aduo, uno "sviluppo
arrestato" che inceppa il Paese. Una risposta autoritaria non è
accettabile. È necessaria una discussione aperta e radicale, tanto più in tempi
di contenimento della spesa pubblica. È giusto spendere per la Tav, quando sono
allo sfascio ferrovie minori e treni notturni, anche internazionali? Non
sarebbe meglio potenziare le strutture esistenti, a cominciare dalla cintura
ferroviaria di Torino? È meglio costruire nuove grandi opere o arrestare il
degrado dei servizi sociali e della scuola? Viene prima la difesa del
paesaggio, dell'agricoltura e dell'ambiente o la (presunta) convenienza
economica della Tav? Unica bussola per rispondere a queste domande, la
Costituzione consacra la tutela del paesaggio e dell'ambiente: «La primarietà
del valore estetico-culturale», anzi, non può essere «subordinata ad altri valori,
ivi compresi quelli economici», e pertanto dev'essere «capace di influire
profondamente sull'ordine economico-sociale» (Corte Costituzionale, 151/1986).
I portatori (sani?) del "complesso di Aduo" dicono il contrario: che
le ragioni economiche sovrastano i principi del bene comune. (…).
giovedì 26 maggio 2016
Cronachebarbare. 38 “Pannella ed il selfie col morto”.
Avevo scritto in “Storiedallitalia” - n°
75 - del 20 di maggio ultimo scorso: “Storie
dall’Italia”. Anzi “Storie dell’Italia”, che sta meglio assai. Poiché penso che
esistano ben pochi paesi nell’intiero globo terracqueo nei quali gli ipocriti,
i saltimbanco ed i teatranti vari abbiano ad essere in un numero sì
sproporzionato. Oggi che il Giacinto Pannella detto “Marco” non c’è più, una
turba di turiferari vociferanti s’ingegna a lodarne la vita e le opere. Noi non
se ne conosceva nulla del Marco quale “uomo”, ma se ne conosceva assai del
Marco quale “politico”. E pur non volendo apparire od essere – nella generale
emozione del momento - il solito “bastian contrario”, o il solito “grillo
parlante”, al Marco quale “uomo politico”, che è la cosa che qui penso ci stia
particolarmente a cuore, non pensiamo di poter innalzare profumati incensi e
cesellare encomi solenni. Non possiamo e non lo vogliamo, per non venire a far
parte di quella turba d’incensatori d’accatto. Incensatori d’obbligo e di
mestiere, pronti a smentirsi non appena il venticello flebile dell’emozione,
sollecitata e solleticata dai media tonitruanti, si sarà affievolito – il
venticello intendo dire - nel turbinio del generale, inutile parlottare. Così
scrivevo in quel recentissimo mio post. Poiché accade, e penso che accada a
chiunque si segga su di una sedia e provi a vergare su di un foglio in bianco con
lo stilo o con la penna o a digitare, come faccio sul mio pc, i pochi pensieri coerenti
che fulminei attraversano la mente, penso che a tutti accada, dicevo, di
formulare e porsi all’improvviso una domanda: ma quel che vado pensando e che
voglio far divenire nero su bianco, insomma in poche parole che provo a
scrivere, ha un suo senso che possa essere condivisibile con altri? O sono
solamente le mie fumisterie, le mie fissazioni o farneticazioni? Accade sempre,
quando si voglia mettere nero su bianco, che quei pensieri che fulminei
attraversano la mente si comportino come dei “grilliparlanti” che
abbisognano, quei pensieri lì intendo dire, di essere afferrati per la coda e,
con certosina pazienza, essere spalmati sull’immacolato foglio di carta od
impressi sull’elettronico foglio di stampa del personal computer. Il processo è
sempre lo stesso, in un caso e nell’altro. Ed avviene così, in quell’opera di
certosina pazienza che la formulazione astratta dei propri pensieri inducano proprio
a chiedersi: farnetico o son desto? Il “Marco” lì è mancato all’affetto della
carissima Sua sfera degli umani il giorno precedente a quel posto lì. E quel
che mi venne di getto da pensare alla funerea notizia è tutto ciò che ho
scritto in quel post lì. E sempre con l’immancabile domanda, come un tarlo che
rode: ma che vado scrivendo? Poiché la “fatica” dello scrivere è cosa ben
diversa dallo sproloquiare: quella fatica lì impone allo scrivente, immancabilmente,
l’obbligo d’acciuffare per la coda i fulminei, fuggevoli pensieri e provare a
farne cose materiali e concrete quali sono parole scritte e frasi coerenti e compiute,
per l’appunto. E così avviene che, due giorni dopo appena, un arguto – come
sempre – editoriale di Marco Travaglio appaghi e renda quella fatica lì meno
pesante da portarsi appresso. Il post del Travaglio, apparso su “il Fatto
Quotidiano” del 22 di maggio, ha per titolo “Selfie col morto”.
Godiamocene l’arguzia:
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