"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 15 maggio 2012

Capitalismoedemocrazia. 23 Se l’economia diventa una scommessa.


Ha scritto Marcello De Cecco, con la consueta chiarezza sul settimanale Affari&Finanza del 23 di aprile 2012, un pezzo che ha per titolo Il rebus dell’euro che resiste al dollaro: (…). …la filosofia di fondo della (…) unione monetaria, (…) consisteva proprio nello zavorrare la nuova moneta con paesi fiscalmente deboli, in modo da ridurre l’impatto di un euro forte sulla competitività dell’industria tedesca e degli altri stati clienti della Germania, quali sono Olanda e Austria. Fin quando tale zavorra è rimasta leggera, cioè fino allo scoppio della crisi, hanno sopportato questo machiavellismo, degno di chi lo aveva architettato, Francois Mitterrand, non a caso chiamato dai francesi "le florentin". Ora che per salvare le loro banche, le autorità dei paesi periferici dell’euro hanno dovuto sfasciare la finanza pubblica, i tedeschi e gli altri paesi in surplus hanno smesso di investire i propri surplus nei paesi periferici, come richiedeva la filosofia predetta, e si è perduto l’equilibrio virtuoso originario interno all’euro. Ma da questo non discende che anche gli investitori esterni all’area debbano abbandonare la moneta europea. È sufficiente che si spostino all’interno dell’area. Se si trattasse di una moneta nazionale come le altre, bisognerebbe uscire da essa quando si vende l’investimento. Nel caso dell’euro questo non è vero. Onde la relativa forza dell’euro e la forte debolezza dei titoli dei paesi periferici. Se comincerà a cadere anche il cambio, vorrà dire che gli investitori non europei hanno perso la fiducia nella Germania, o che lo stesso avviene ai cittadini dei paesi forti della zona euro. (…). Ecco come l’uomo della strada si addentra, con tanta fatica, nelle alchimie imponderabili della economia, ovvero del capitalismo che si è reso finanza. Diremmo, e dice bene De Cecco, i soliti “machiavellismi” assurti a parametri indispensabili della politica nazionale ed oltre. È stata data in questi giorni la notizia, data in verità senza molta convinzione e forse solamente con intenti reconditi che sanno di vecchia nostrana politica, secondo la quale al tempo dell’ingresso del bel paese nel club dell’euro i conti italiani non fossero per nulla in linea con i parametri imposti per l’ammissione in quel ristretto club. Ha risposto alla insinuante notizia il professor Romano Prodi, all’epoca al governo, affermando come l’ingresso dell’Italia nel club dell’euro non fosse solamente visto di buon occhio dal resto dell’Europa ma addirittura prima auspicato e poi sollecitato affinché si rendesse la nuova moneta un tantino meno forte per consentire alle economie esportatrici solide del Nord Europa la possibilità di continuare ad esportare con immutato vantaggio rispetto alle monete nazionali dismesse. Così si costruiscono le politiche monetarie e quant’altro attiene al mondo del vile denaro. Ma all’uomo della strada nulla giunge di tutto ciò e come un fuscello rimane in balìa dei famigerati mercati o, nel caso ripreso dal professor De Cecco, in balìa delle stesse politiche economiche condotte e sostenute dagli eletti del popolo sovrano, dall’uomo della strada. Ecco perché continuo a dire di un fallimento della democrazia nelle politiche dell’Occidente, ovvero di una “democrazia che non c’è” per dirla tutta secondo Paul Ginsborg. Se tutto nell’economia diviene un azzardo, un rischio, solo la buona politica potrà ergersi a baluardo di difesa dei più deboli. Trascrivo di seguito, in parte, una importante riflessione del professor Giorgio Ruffolo che ha per titolo “Se l’economia diventa una scommessa”, riflessione pubblicata sul quotidiano l’Unità.

(…). La finanza permette di “anticipare”, principalmente attraverso il credito, situazioni future: letteralmente, di speculare. Su queste speculazioni si può scommettere. E la scommessa, ove si realizzi, può cambiare il corso delle cose “reali”. In altri termini, come nello specchio di Alice, l’immagine della realtà si rovescia. Ed è Alice che guarda lo spettatore. Ciò che, nelle condizioni normali, rappresenta la realtà, finisce per modificarla. Si inserisce allora nella economia un fattore altamente soggettivo: appunto, la “speculazione” nel senso peggiorativo. L’economia diventa sempre più dipendente da un futuro “anticipato” che può comportare forti guadagni realizzati per scommessa. O non realizzati, nel qual caso si incorre in perdite che si trasferiscono nel settore “reale” dell’economia. Una economia che dipende dal futuro incide a sua volta sul futuro. Si realizza così uno “sfruttamento del futuro” che sostituisce in qualche misura lo sfruttamento del lavoro sul quale si basava l’accumulazione capitalistica. Concretamente, uno sfruttamento dei posteri. Cosa che può risultare rischiosa e “moralmente” sgradevole.(…).  Questa, della speculazione, è una forma particolarmente sottile di liquefazione. La liquefazione delle aspettative. Il futuro, conseguentemente, si fa più incerto. È un futuro dipendente in alto grado da scommesse. Non è un caso che “i mercati” assumano sembianze quasi “metafisiche”. (…). …i derivati non derivano il loro valore dalla creazione “politica” della moneta, ma è la moneta a derivare valore dai derivatives. Un bell’esempio di liquefazione. Secondo tema: l’aspetto sociale della liquefazione. Qui emerge, non la speculazione, ma la mercatizzazione dell’economia. È il grande tema introdotto da Karl Polanyi che sulla scorta di Marx denunciava la “liquefazione” dei rapporti umani insiti nei fattori di produzione naturali (lavoro, terra) e della moneta (un’istituzione sociale) trasformandoli in merci. Questa è la “grande trasformazione” generata dal capitalismo. Questa trasformazione ha avuto il suo coronamento storico nella “rivoluzione capitalistica” dei nostri tempi: la liberalizzazione dei movimenti mondiali del capitale. Un grande economista liberale, Davide Ricardo, sconsigliava vivamente la libera esportazione dei capitali. I capitali, diceva, portano con sé la storia e i sentimenti umani di un paese insomma, diremmo noi, non sono una valigia. La liberalizzazione mondiale dei movimenti internazionali dei capitali introdotta da Thatcher e Reagan negli anni ottanta ha rovesciato brutalmente, con la creazione del mercato finanziario mondiale integrato (capitalisti di tutti i paesi unitevi!) i rapporti tra capitale e lavoro e quelli tra capitalismo e democrazia. Ciò che il proletariato non è stato capace di realizzare l’Internazionale il capitalismo lo ha fatto. Liquefacendo i movimenti mondiali del capitale, li si è sottratti a ogni forma di controllo politico. Il modo più pratico di nientificare i poteri dei governi e dei lavoratori è quello di abbandonarli. La più efficace minaccia non è quella di contrastarli con le armi, ma quella di partire con la valigia. Il capitale, insomma, fluisce liberamente dovunque, incontrando dovunque sé stesso. (…). Si crea quindi l’internazionale dei capitalisti: una nuova plutocrazia mondiale che gestisce i suoi capitali nelle sue capitali (Londra, Wall Street) e attraverso la rete delle Multinazionali. E orienta i loro flussi. Questi flussi si dispongono secondo la logica del massimo profitto nel minimo tempo. Non seguendo le indicazioni dei bisogni ma quelle del guadagno. Accade così che il flusso dei risparmi sia diretto là dove alimenta i consumi dei ricchi, non i bisogni dei poveri: per esempio, tra la Cina e l’America. Un aspetto centrale di questo quadro sta nel ruolo assunto dalla moneta. Essa ha perduto il ruolo, conquistato attraverso la storia, di istituzione politica, creata gestita e controllata dalle Banche Centrali. È generata dai mercati attraverso il credito, incontrollato e deregolato, dal quale non si distingue ormai più. Il flusso della moneta privata, incontrollabile, aveva generato alla vigilia della grande crisi, nel 2007, una massa di liquidità pari a dodici volte il prodotto lordo mondiale. Il segreto molto poco segreto della crisi sta tutto in questa gigantesca inflazione finanziaria. Che non è affatto finita, ma si è spostata dall’indebitamento privato all’indebitamento pubblico, gravando sui contribuenti per l’aumento delle tasse e sui lavoratori per la contrazione della spesa sociale. Insomma, la liquefazione ha inondato il mondo. E, ritirandosi, lo ha lasciato impoverito. Il terzo aspetto riguarda la crisi della coesione sociale. La liquefazione, oltre a speculazione e mercificazione, genera spersonalizzazione. Il perseguimento generalizzato dell’avere produce non persone ma individui, Non soggetti differenziati articolati e specializzati che irraggiano in più direzioni le loro articolazioni ricercandosi reciprocamente fino a formare una rete (società) ma unità omogenee e chiuse: come palline che si urtano e si respingono. La metafora più adatta è quella di grani di polvere che i venti del populismo sollevano e travolgono. È chiaro che un processo alternativo, di sviluppo della personalità, non può essere il risultato di un’analisi individuale, ma solo di una passione politica. Il suo luogo è l’agorà.

lunedì 14 maggio 2012

Capitalismoedemocrazia. 22 La democrazia che non c’è.


Ha scritto Eugenio Scalfari nel Suo editoriale Il ritratto di un paese tra Padania e Wall Street, pubblicato sul quotidiano La Repubblica dell’8 di aprile 2012: (…). La globalizzazione non è un incidente di percorso. I suoi aspetti negativi (e ce ne sono) possono essere evitati o almeno contenuti solo avendone capito bene la natura. La sua intima essenza è quella dei vasi comunicanti. (…). Adesso è una realtà e significa: libertà di movimento di merci, capitali, persone e tendenza a pareggiare i dislivelli. Sicché i redditi dei Paesi di antica opulenza dovranno cedere una parte del loro benessere ai paesi di antica povertà. Con tutte le implicazioni sociali (e fiscali) che ciò comporta poiché il sistema dei vasi comunicanti vale - deve valere - anche all'interno dei Paesi di antica opulenza dove il principio delle pari opportunità per i ricchi e per i poveri deve essere realizzato con la massima energia e tempestività. (…). Ben detto, “avendone capito bene la natura”. E l’uomo della strada ne ha “capito bene la natura”? Ne dubito. Ecco perché sostengo che la democrazia nell’Occidente è fallita. Sostiene – alle pagine 38 e 39 - il professor Paul Ginsborg  nel Suo lavoro “La democrazia che non c’è” – Einaudi editore (2006) pagg. 152 € 8,00 -: (…). Il capitalismo del consumo ha avuto forte impatto sulla natura delle nostre democrazie: la celebrazione della vita domestica, dei modelli improntati al “lavora e spendi” che rendono le nostre società ricche in termini di comfort, ma povere in termini di tempo disponibile, l’autoreferenzialità dell’individuo e della famiglia, l’aumento delle ore passate davanti al video e la dipendenza dalla televisione si sono combinati a produrre una straordinaria passività e disinteresse per la politica. (…). In questo processo ha avuto un ruolo particolare la televisione e, in special modo, la televisione commerciale. La sua logica ferrea impone che la programmazione sia sempre tesa a massimizzare le dimensioni dell’audience, così che gli spettatori sono considerati in primo luogo membri del mercato, non cittadini. Questa scelta fondamentale determina poi tutto il resto: le pubblicità che invitano al consumo invadono ogni spazio di tempo e i programmi sono innanzitutto pensati come intrattenimento, non informazione o istruzione, soprattutto nelle fasce di massimo ascolto. È stato stabilito un modello culturale molto forte in cui la politica democratica ha poco spazio. Ove sopravvive la politica è diventata politica mediatica e della personalità, da vedere più che da vivere. (…). Tutto ciò scritto prima della grande “crisi”. Quell’utente-consumatore infaticabile ha nel frattempo perso anche il miraggio del consumo per il consumo. Intanto la politica si è svuotata dal suo interno della democrazia vissuta e partecipata attraverso le tradizionali forme di partecipazione. È il grande miracolo del mercato che, come un moderno conte Ugolino, divora i suoi figli prediletti, gli utenti-consumatori resi passivi e senza slanci che siano, senza idealità se non un accumulare spropositato di beni e di inutilità rese necessarie. È il trionfo della “democrazia che non c’è”. Un trionfo cieco ed illusorio. Ma senza una democrazia che sia vera, partecipata, non si esce dalla “crisi” indotta dalla finanziarizzazione selvaggia del capitalismo. Ne ha scritto Nadia Urbinati sul quotidiano l’Unità col titolo “La politica può rinascere se combatte con le idee il dominio della finanza”. E del capitalismo dell’usa e gatta a volontà. Di seguito lo trascrivo in parte.

(…). La combinazione di capitalismo e democrazia è stata un compromesso tra proprietà dei mezzi privati di produzione e suffragio universale, per cui chi possedeva i primi ha accettato istituzioni politiche in cui le decisioni prese a maggioranza erano l’aggregato di voti di uguale peso. (…). Il compromesso consistette nell’assegnare al pubblico un ruolo centrale poiché, invece di assistere i poveri come lo Stato aveva fatto nei decenni precedenti, li impiegava o promuoveva politiche sociali che creavano impiego. Si trattò di un cambiamento anche rispetto alla scienza economica che passò dal mito del laissez faire alle politiche economiche programmatiche dei governi centrali. Questo comportò l’incremento della domanda e la ripresa dell’occupazione (...). L’esito del compromesso tra democrazia e capitalismo industriale fu che i poveri diventarono davvero i rappresentanti dell’interesse generale della società: la loro emancipazione bloccò le politiche restauratrici della classe che possedeva il potere economico. L’allargamento dei consumi privati mise in moto il più importante investimento, quello sulla cittadinanza. La politica del doppio binario “piena occupazione e eguaglianza politica” fu la costituzione materiale delle Costituzioni democratiche dalla fine della seconda guerra mondiale. L’esito fu che l’allocazione delle risorse economiche dal lavoro ai beni sociali e primari ai sevizi fu dominata dalle relazioni delle forze politiche. I partiti politici si incaricarono di gestire la politica, di essere rappresentanti delle forze sociali, le quali rinunciavano a fare da sole (...). A partire dagli anni Ottanta l’accumulazione si è liberata dai lacci imposti dalla democrazia; l’accumulazione si è liberata dai vincoli dell’investimento imposti dalla filosofia della piena occupazione. La nuova destra ha preso corpo, quella che ha promosso piani di detassazione dei profitti, di abolizione dei controlli sull’impatto ambientale e sulle condizioni di lavoro (…), l’indebolimento dei sindacati e il loro riorientamento dalla contrattazione nazionale a quella aziendale, le liberalizzazioni. Questa fase, che è quella sulle cui conseguenze l’Europa si sta dibattendo negli ultimi mesi, impersona a tutto tondo una nuova società, una mutazione della democrazia. Verso quale direzione? (…). Un (…) cambiamento (…) è quello che si sta profilando a chiare lettere in questi anni: la depoliticizzazione delle relazioni economiche. Non la soppressione violenta della libertà politica ma alcuni mutamenti rilevanti: ad esempio la diminuzione della partecipazione elettorale, la trasformazione dei partiti in macchine elettorali e la concentrazione dei mezzi di informazione, sono mutamenti che incidono sul tenore e sulla fisionomia della democrazia pur senza sospenderla. La democrazia che aveva siglato il compromesso con il capitalismo industriale aveva rivendicato la natura politica di tutte le relazioni sociali, e i diritti civili bastavano a limitare il potere decisionale delle maggioranze. In questo modo la politica democratica entrava in tutte le pieghe della società ogni qualvolta si trattava di difendere l’eguale libertà dei cittadini. Con la fine di quel compromesso, la politica arretra progressivamente, e soprattutto fa giganti passi indietro nel mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Il lavoro torna a essere come nell’età pre-keynesiana un bene solo economico, fuori dai lacci del diritto e della politica. (…). …la regia della nuova democrazia non deve più essere la legge, il legislatore, lo Stato, ma il mercato. Perché una parte importante della sfera sociale deve tornare a essere privata, e quindi cacciare l’interferenza della politica (...). (…). Sono (…) due le sfide più impegnative. La prima è quella che conosciamo con il nome di liberismo o neoliberalismo. Nato insieme allo Stato con funzione sociale e per combatterlo, ha nel tempo assunto diverse conformazioni a seconda del tipo di Stato sociale da limitare e del tipo di mercato da rafforzare. Il liberismo che governa oggi i Paesi occidentali e che trova facile via di penetrazione attraverso la retorica dell’emergenza impersona il potere impersonale (il bisticcio è voluto) della finanza: detta regole agli esecutivi e ai parlamenti, non accetta trattativa o compromessi. È quanto di più lontano ci sia dalla politica democratica (...). (…). Diceva Norberto Bobbio che nelle democrazie la sfida non sta tanto nella risposta alla domanda «chi» vota, ma «dove» si vota, cioè in quali ambiti di vita la ragione pubblica opera. La prima sfida alla politica sta nella seguente domanda: come si deve rispondere a coloro che sostengono che le relazioni economiche non devono più sottostare alla ragione pubblica? Ovvero, (…), come si deve attrezzare la democrazia elettorale al mutamento del capitalismo, alla sua richiesta di essere libero da ogni obbligo verso la comunità? La seconda sfida, conseguente alla prima, è quella che si materializza nella debolezza delle sovranità nazionali. Poiché a queste domande, nessun Paese da solo può pensare di dare una risposta. Le interconnessioni globali si sono così addensate che nessun governo ha da anni ormai la capacità di progettare e programmare politiche nazionali e sociali senza coordinazione e cooperazione con altri governi. (…). Sappiamo ora con provata certezza che nessun diritto è sacrosanto e nessuna conquista è al riparo da cadute, anche quando incardinata nelle leggi e coerente al dettato costituzionale. Sappiamo che la democratizzazione che aveva elevato l’Europa del secondo dopoguerra a stella polare di civiltà può essere bloccata e cambiata nel suo significato. Sappiamo, in sostanza, che non tutti i cittadini e le cittadine, e poi non tutti gli Stati, hanno eguale peso nel processo decisionale. (…).

sabato 12 maggio 2012

Capitalismoedemocrazia. 21 La democrazia nell’Occidente è fallita.

A fianco. Bruegel. La parabola dei ciechi.

Sostiene, alla pagina 32, il professor Luciano Gallino nella dotta intervista trascritta da Paola Borgna – “La lotta di classe dopo la lotta di classe”, Editore Laterza (2012), pagg. 213 € 12,00 -: Il numero degli affamati nel mondo è aumentato nel corso della crisi soprattutto a causa della speculazione che i grandi gruppi finanziari e gli investitori istituzionali – (…) -, alla ricerca di investimenti più sicuri, hanno operato negli ultimi anni sui derivati, chiamati in gergo “futuri”. Si tratta di contratti che in origine obbligavano una parte a vendere, e la controparte ad acquistare, una certa quantità di prodotto – detto sottostante – a una data e a un prezzo prestabiliti. In realtà, essi si sono sviluppati in modo tale che, al presente, meno del 5% delle due parti vende o compra qualcosa: la grandissima maggioranza si limita a scommettere sull’aumento o sulla riduzione di prezzo del sottostante. (…). È la nuova finanza che, a detta di Marco Panara, “si mangia l’economia”. La Sua – di Marco Panara - interessante riflessione è stata pubblicata sul settimanale Affari&Finanza del 23 di gennaio dell’anno 2012. Titolo della riflessione, che di seguito trascrivo in parte: “Se la finanza si mangia l'economia”. Lascio ai tecnici discettare sul problema. Mi preme ben altro. Mi preme pensare all’uomo della strada, a quell’uomo della strada che forma il popolo sovrano. Sovrano di che cosa? Cosa ne sa l’uomo della strada dei “derivati”? Cosa ne sa l’uomo della strada dei “future”? Nulla, il resto del nulla. In questo modo falliscono gli stati ma fallisce irrevocabilmente la democrazia. In nome di quell’uomo della strada, reso volutamente cieco, che fa parte del popolo sovrano ignorato, anche tante, tantissime realtà locali del bel paese, intendo dire le tante, tantissime amministrazioni comunali, hanno giocato su quel mercato della finanza che si mangia l’economia reale, investendo su quei titoli di pura speculazione. In nome del cieco uomo della strada, dell’ignorato popolo sovrano. Una prova ancora che la democrazia del capitalismo rampante è fallita. In un’altra pagina della citata pubblicazione – pag. 12 – sostiene il professor Gallino: “(…). La caratteristica saliente della lotta di classe alla nostra epoca è questa: la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori – (…) – sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. È ciò che intendo per lotta di classe dopo la lotta di classe”. Una lotta di classe al rovescio. I ricchi, gli speculatori, contro quel 99% - secondo i ragazzi del movimento di Zuccotti Park - che brancola nel buio più assoluto e che la “crisi” da altri creata spinge alla disperazione. Ha detto – il 31 di maggio dell’anno 2011 - prima di lasciarci per sempre  Theo Angelopoulos: “Forse è l’Europa che ha fallito. Forse è l’Occidente che è entrato in crisi. Dovremmo reinventare un modello di sviluppo ma non abbiamo idea di come farlo”. Ecco, appunto: non si sa “come farlo”. Si vive, o si sopravvive solamente, nella cecità più assoluta. La democrazia nell’Occidente è fallita.

Alla fine, il nocciolo della questione è lo scontro tra economia reale ed economia finanziaria. I grandi vecchi non c'entrano, i fili sono troppo intricati perché ci sia un burattinaio che possa tirarli, c'entrano i sistemi di interesse o, se vogliamo volare alto, le logiche e le visioni del mondo. La finanza è più forte, detta i tempi e giudica le scelte, e la sua potenza ha basi solidissime. La prima è la dimensione, cresciuta enormemente: nel 2003 per ogni dollaro di prodotto globale ce n'erano 9 di finanza; oggi, per ogni dollaro di prodotto globale, di finanza ce ne sono 14. In valori assoluti le cifre sono queste: 37 mila miliardi di prodotto globale e 321 mila miliardi di attività finanziarie nel 2003 e 63 mila miliardi di prodotto e 851 mila miliardi di attività finanziarie nel 2010. La massa delle attività finanziarie è quindi soverchiante, non c'è al mondo soggetto pubblico che possa contrastarla. Interessante è anche la composizione, perché di quegli 851 mila miliardi, solo 250 mila sono di attività finanziarie tradizionali (quattro dollari per ognuno di prodotto) mentre il grosso, 601 mila miliardi, sono derivati, ovvero le attività finanziarie meno trasparenti e meno regolamentate che esistano. Ma non è la dimensione la sola forza. Perché la finanza, a differenza dell'economia reale, è mobilissima, supera i confini degli stati e i poteri delle autorità di vigilanza, ed è velocissima, infinitamente più veloce e reattiva di qualsiasi attività economica reale, di qualsiasi processo legislativo o decisione amministrativa. La forza soverchiante della finanza è una novità. È sempre stato un potere condizionante, ma fino al 'big bang' che all'inizio degli anni '90 aprì i mercati finanziari nazionali era il capitalismo industriale a prevalere, tra General Electric o General Motors e Golman Sachs erano le prime a contare di più. E anche dopo il 'big bang' e fino al 2007 economia reale e finanza sono andate a braccetto, alimentandosi a vicenda con mutua opportunistica convenienza. La finanza alimentava il debito e con il debito si tenevano alti i consumi i quali a loro volta gonfiavano i fatturati e i profitti delle imprese. La crisi ha rotto quella alleanza e oggi le logiche e gli interessi dell'una e dell'altra sono diventati confliggenti. Per la finanza gli orizzonti sono brevi, spesso brevissimi, a volte istantanei, il medio periodo non conta, il lungo non esiste. Per l'economia la logica del breve periodo è devastante. Ma non finisce qui. La finanza compete con l'economia reale per le risorse, e promette molto di più con assai minore fatica. Tra mettere su un'impresa, conquistare un mercato, lottare con le regole, il fisco e i debitori e mettere i soldi in un hedge fund o in un private equity e incassare la rendita non c'è partita. Infine c'è il fatto che molto poco e sempre meno dell'enorme massa della ricchezza finanziaria filtra nell'economia reale, il grosso veleggia tra le nuvole e si alimenta di se stessa, come testimonia la montagna di miliardi investiti in derivati. Il problema è che in questo strano conflitto all'interno del capitalismo le vittime non sono astratte. Siamo noi, i cittadini, la gente comune, che vive di economia e non di finanza. E il problema diventa più grosso se allarghiamo l'obiettivo alle società e alle democrazie. Perché in questo scontro la politica sta in mezzo: a votarla sono i cittadini che vivono di economia, ma a dettare i tempi e i modi e a tenere di fatto la politica in ostaggio è la finanza. Che giudica con le sue logiche basate sui tempi brevi e determina i costi (quello del denaro innanzitutto). Senza rispondere a nessuno se non ai suoi interessi, che sono di fare profitti, subito, incurante dei prezzi economici e sociali che questa fretta predatoria comporta. «La libertà di una democrazia non è più sicura se il popolo tollera la crescita di un potere privato fino al punto in cui esso diventa più forte del loro stesso stato democratico», parole di Franklin Delano Roosvelt al Congresso di Washington nel 1938. Siamo di nuovo lì, ed è il momento che la politica si svegli, per restituire alla democrazia il suo primato. Non c'è bisogno di demonizzare nessuno, la finanza se regolata serve a tutti, e di regole ne basterebbero due: una Tobin Tax e l' obbligo di trattare i derivati compresi i famigerati cds (credit default swaps) su mercati regolati. La montagna si ridimensionerebbe e il suo rapporto con l'economia reale, e quindi la vita di ciascuno di noi, diventerebbe un poco più virtuoso. Un po' di coraggio e ci guadagneremmo tutti, compresi quegli Stati Uniti e quella Gran Bretagna che all'avidità della finanza hanno pagato un prezzo altissimo.